IDROPICA COMMEDIA DEL CAVALIER BATTISTA GUARINO yÀ*~ ^ fìft] PERSONE DELLA FAVOLA. PATRIZIO padre di Piftofilo . PISTOFILO amante di Goftanza. ANTONIO Padovano . FLAVIO amante di Caflandra . BERNARDO Raugco. ZENOBIO pedante. NOTAIO. LURCO patrigno di Goftanza. GRILLO fervidore in cafa di Nica. MOSCHETTA fervidore di Patrizio. RADICCHIO fervidore di Bernardo. CAVALIERO del Podeflà. TRAGUALCIA birro . CASSANDRA creduta idropica. GOSTANZA amante di Piftofilo. NICA governatrice di Caflandra. LISCA ferva in cafa di Nica. LORETTA cortigiana. La Scena fi finge in Padova, PRO PROLOGO O fono andato meco mederl- mo , nobiliflìmi fpettatori , molte volte confiderando , da qual cagione fia proceduto, che la Commedia Greca eLatina; ficcome quelle che tralfero da nobilifiimo na- fcfmento la prima origine loro , quanto più crebbero , e nell'età s'avanzarono , a tanto maggior grado di riputazione e di finezza fa- liflfero ; e deporta la loro antica fcurrilità e fordidezza , a guifa di ferpente che lafci la_t Vecchia feorza, e più gravi, e più coftumate, e più nobili diventaflero:laddove per lo contrario quella de'noftri tempi, la quale , s'io non erro , col fecolo parlato nacque adun_» parto , e su la ftampa delle migliori antiche formata, fi può dire, che'l principio e la perfezione dal divino Arioito in un mede fimo tempo avelfe . Tuttoché dopo sì gran mae- ftro non fieno pofeia mancati di buoni ingegni , che le veltigia di lui feguendo , e fecòn - do le fané regole poetando, fi fieno con molta lode loro ingegnati di foftcnerla,di abbellirla^ alla primiera macftà fua, quanto è flato poflìbile, ricondurla ; nulladimeno la fpc- rienza dimoftra , che quanto maggior pro- greH'o ha ella fatto negli anni , in tanto minore Mima è fempre pofeia caduta: ficcome quella , a cui per elfer mancato quel nutrimento , che ricever dal pubblico o dalla man del Principe giàfoleva, è Hata indegnamente coitretta, non folo a mendicare quando A x da * da quello e da qtiel cortefe fpirito il vitto ; ma quello che è molto piùmiferabile , a divenire ancor vagabonda e pubblica meretrice : dandoli in preda per viliflìmo prezzo a tal forte d'uomini,che facendone mercanzia, or qua or là portandola, in mille guife l'hanno avvilita ; in modo che , dove ella foleva effere modeltiUìma , e quanto lece a donna , coltumata , piacevole , oggi fenza arte , fen- za legge, e lenza decoro , piena fol di feon- certi, e di sfrenata licenza, non è lafcivia di forte alcuna, che di farne fpettacolo fi vergogni. Che più? veltita da giocolare, non *a far altro che ridere : ed elfi inebbriata sì fattamente di rifo , che ridicola è divenuta ; ma chi dritto la mira, lagrimevole. Or quale di cotelta miferia fia la cagione , e di cui la_» colpa fti'mnr li debbia , o di color che compongono , o di color che afcoltano le commedie; ficcome a me non tocca darne fenten- 2a , e/fendo qui venuto per far il prologo e non il giudice; cosi mi pare di poter dir lenza fcrupolo,che fe le feeniche vilte fon fatte, perchè lì veggano ; è molto ragionevole, che quali fono i teatri, tali fieno ancora le feene. Conciolftachè i poeti s'ingegnino per lo più d'andare , meglio che polfono, fecondando il vario gufto degli afcoltanti; che le medelimc rivoluzioni patifee anch'egli, alte quali per l'ordinario le mondane cofe foggiacciono . A quello dunque sì ragionevole e importante rifpetto , che ha la feena col teatro , gli Accademici noftri il dovuto riguardo avendo; ficcome quelli che altro oggetto e defiderio non h;:nno , che di piacervi , né altro frutto delle fatiche loro,che la grazia voltra procurano j avendo deliberato di trattenervi quell'anno ft'anno ancora, con qualche cofa non indegna affatto di voi ; e fra se fteflì confiderando la grandezza , il fapere , la nobiltà di coloro , che empiono quello teatro : tanti giovani d'elevatiffimo ingegno: tanti fenatori d'al- tiflìmo intendimento : tanti padri di maefti veneranda : tante donne , che fono di virtìi niente meno che di bellezza maravigliofe : nella città di Vinegia , miracolo delle genti, foltegno e gloria d'Italia; in quello unico nido di libertà , in quello delfaggiamente reggere, e giullamente regnare, ammirabile e raro efempio: lì fono con gran ragione guardati da non vi porre innanzi una qualche opera dozzinale, un guazzabuglio di cofe fordide e vane, una filza di fcene mal regolate, un filo fenza nervo , che'n vece di far nodo lì rompa » una vivanda o difcipita o troppo fa- lata j che verun altro artificio che'l rifo dif- foluto e plebeo non abbia, nè conofca, nè voglia . Si fatta cofa non è cibo de' vollri ingegni ; ma una favola ben telfuta, e meglio ordinata , fornita di buon cortame , di buon decoro , fondata su la bafe del verifimile, che il fale per condimento adoperi,non per cibo; che annodi con artificio , e fciolga con maraviglia : ricca di molti fatti, e di non pen- fati accidenti : e foprattutto di una sì varia mutazione e sì fubita di fortuna , che'l bene al male , e la fperanza al timore vicendevolmente fucceda : per modo che '1 poco dianzi felicillìmo riputato, immantinente divenga mifero ; e quello lleflò mifero, quand'era pìii difperato , fi vegga forgere un'altra volta , e felicillìmo divenire. Qjelli fono di voi,e della voltra viltà , e della voltra prefenza, e de' voUri pellegrini e rari intelletti, degni fpet- A 3 tacoli. i tacoli. Se poi di tutte le annoverate e tanto lodevoli e sì pregiate condizioni la noftra_» IDROPICA (chetale è'1 nome della Commedia ) dotata fìa ; fìccome noftra cura è fiata di procurarlo , cos'i farà la voftra di farne retto giudicio . Nè vi curiate di fapere l'autore : ballivi che fìa voftro , più che l'opera non èfua : e baftiviche altre volte, e'n altro tuono , e per altro foggetto , l'avete su que- fti pulpiti udito, ed anche la voftra buona_» mercè iodato . Ma s'egli allotta vi conduife in Levante , ora voi non avete a varcar nò mari nè monti : mirate con quale agevolezza , al calar d'una tenda , nella città di Padova v'ha condotti : riconofecte la città voftra tanto celebre e tanto chiara. Quelle che colàforgono , fon le torri del Santo , famofo per tutto'l mondo : e quella che d'altra parte fì fcuopre , è la fala mirabile del Palagio . Io giurerei che alcun di voi la propria cala v'addita . Par che vogliate dire : e che fa ella po- feia coteftaIdropica? e voi, donne , mamma- mente, chedifaper i fatti dell'altre donne fiete sì curiofe. Ma perdonatemi , io non vi poffo far l'argomento; perche non bailo folo a tanta fatica , nè'l tempo mi fervirebbe : il farlovi alla sfuggita , non farebbe con guflo nè mio nè voftro : che a dirne il vero , non è quefto meftiere da ftrapazzare: coloro, che dopo me verranno, ve l'anderanno efh facendo comodamente ; ed è già tempo ch'effi comincino, e ch'io dia luogo . Ma prima di due cofe, nobiliflìmi afcoltatori, vò Applicarvi: l'una , che vi piaccia di gradire con lieto VI- fo e con benigno animo le fatiche degli Accademici noftri, anzi pur voftri e devotiUmii fervidori, che altro non bramanojchc di fer- virc vire a'voftri comodi ,a' voftri euftì. E voi , belliffime donne, quando la prefentc commedia cara non vi foife per altro , sì vi de' ella efler per quello , che il poeta noltro, parziale del voftro feflo , non lì è curato , per efal- tarvi>di commetter nell'arte comica un gran peccato, rapprefentando cofa lontana tanto dal verifimile , che par quali miracolofa: cioè donne coftantiflìme nell'amare, che per miniere d'oro la loro invitta fede non vende- rebbono.L'altra è,che vogliate preltarci grato lilenzio : il quale ancoraché vi fi chieggia per grazia , voi nondimeno il dovete dar per giulHzia . Che fe quando la cortina ci Imparava , ciafcun di voi con ogni libertà difcor- rendo , favellando ,e ridendo, ha fatta la fua commedia , e noi tacendo , non ve l'abbiamo impedita ; è ben dovere , che altresì voi tacendo , ci lafciate fornir lanoftra . E '1 dico principalmente a voi, donne , che per natura tacete malvolentieri. Ma le volete fentir diletto del noltro buon lavorio, (tate chete } C lafciateci far a noi : e Dio vi contenti. ATTO ATTO PRIMO r SCENA PRIMA. Grillo. ~NJca . Così, Monna Nica , la noitra Idropica in capo a nove mefi fari guarita. Sta cheto per vita tua; noilìam qui su laitra- , da. Gr. Echi volete voi che ci fenta,le mura? E troppo ancora pertem- po , che le genti vadano attorno . Hj. Grillo, queito è un gran cafo : fe Caflan- dra fi fcuopre gravida , guai a me . Gr. In fatti è vero il proverbio : Donna tentata , è mezza guadagnata : difendila dagli aifalti, fe la vuoi falva. Monna Nica, voi dite il vero , quello é un gran cafo. E fe dianzi m'avelte detto , Callandra è gravida , io vi, averei data quella ragione, che or vi do con mio grandillimo di- fpiaccre. 'Hj' Ajut;imi tu dunque , e non m'abbandonare : chc'n te fo!o, e nell'amore e nella fede tua, Grillo mio,la mia fperanzatut- ta ho riporta. Gr. Non dubit. te già , Monna Nica, che fon per aiutarvi col fangue proprio . Ma bt- fogn;i ch'io fappia molto ben prima, come Ita il fatto ; che le più volte chi 4 male informato, fuol fare di molti errori . Tu primo: 9 f^J. Tu di be»e:ma tu ne fai gran parte,fe male non mi ricordo . Gr. So quelladella Idropicaio ; ma quella-» della gravida no. 2^/. Or afcoltami dunque . Gr. Sarà meglio che afcoltiate voi prima me, acciocchè,ridicendovi quel ch'io so 3 fce- mi a voi la fatica di dirlo a me. T^i. Tu parli bene: di su. Gr. Voi mi dicefte in prima , in prima, che'l padre di quella noltra Caflandra fi chiama Bernardo Cattali , nobile di Raugia: il quale,elfendo giovane allotta,e governando certa ragion del padre in Vinegia, ebbe quelta figliuola : è cosi ? t<(j. Cosi Ita : ebbela furtivamente di certa_» giovanetta,che fi godeva,e che nel parto di lei mori. Gr. Chi di gallina nafce,convien che razzoli : non voleva il dovere, ch'ella foflc da meno della fua mamma. Quelto particolare voi non m'avete detto maipiìi, madonna no: e non era già da tacere. Ma come fu ella poi condotta a Raugia?che di ciò troppo bene non mi ricordo . Tsjj. Hottelo detto ancoraché in quello tempo Bernardo fu richiamato dal padre . Gr. Si si: ed elfo, partendo poi di Vinegia,!a- fciollacosi, com'era bambina , in mari della balia : ricordatemi il nome. "Hi. Maddalena : appretto la quale flette, finche Bernardo per la morte del padre lei, ch'era gii grandicella , a Raugia fecc_# condurre . Or. Il refto mi ricordo io troppo bene : che ella quivi infermò d'un gran male:cappi- ta , un mal terribile ! Ita cosi ì Co- io ATTO T{i. Così Ila. Gr. Così fta , eh ? O donne , donne , chi pub fuggir le voilre trappole } ha ben Giove per afcendente. Hj. Quanti credi tu, Grillo , che farcbbono fotto il fegnodi Capricorno , fe la faga- cità delle donne non gli coprilfe : poveretti a voi, fe le femmine nonfapelfero far la coda alle lucciole ! Or. Ah, ah, ah, voi avete una gran ragione. T^j. Seguita dunque. Gr. Ma poco più ne debbo faper io . Che da Raugia fu condotta qui, per fanarlì, in cafadi Madonna Ginevra forella di Bernardo, la quale fu vivendo noltra padrona , che l'ha lafciata reda di ventimila ducati : erro io i T{£. Forfè anche più. Gr. E che quello nollro vicìno:come fi chiama egli i Hi. Patrizio degli Orli . Gr. Nobile padovano , eh ? 7<(J. Sì, col malanno che Dio gli dia. Gr. Corfo al boccone di sì gran dote , al figliuolo maritar la vorrebbe.E'l nome del tìgliuolo fapreftel voj ì T^J. O Dio , non mi fovviene. Gr. Orsù non vi ltillate il cervello , che poco importa. 7^i. Piltohlo : io l'ho carpito. Gì . E che alla fine quello è quel che vi cuoce. Più non ne so, e credeva di faper tutto. 1^;'. Oraafcolta. Diffiti , che Calfandrafu lafciata bambina in man della balia , che nomavafi Maddalena, con la quale crebbe e ville, unchè, venuta grande, Mefler * Ber- PRIMO. ti Bernardo fuo padre la fè condurre a Rau- gia. Quella dia balia, per quanto intendo , era cattiva donna ; e non è maraviglia , fe la fanciulla apprefe mali co- itumi. Or. Vè tu, fe fi poteva falvare : farebbe lìato miracolo. 2^. Non fi fini la fella , che in capo all'anno ella fi fu invaghita di un fuo vicino,leggiadro e avvenente giovane certo ; ma di baffa fortuna , che Flavio de'Riccati fi noma. La giovane molto viva , e poco guardata , la matrigna fenz'amore e fen- za cervello , l'amante fuor di modo fol- lecito , la comodità grande ; che debbo dirti ? la paglia appreffo il fuoco j tu fai. Gr. Oh, voi ci lafciate il più bello. m. E che ? Gr. Monna Nica amorevole a' bifognofi.' 2^'. Uh, che dirai ì Gr. Che dirò! non m'avete voi detto, ch'ella dormiva con effovoi ì Sì che l'ho detto , ma ... Gr. Ma eravate voi che dormavate , e non efla, eh ? o per dir meglio v'infingevate . t{i. E che volevi tu ch'io faceffi ì Gr. Quello che avete fatto . 2\(z. Mi dava ad intendercene altro non paf- fava tra loro , che favellargli da una fi- neftra, e mi pregava e piagneva : ed io che fon tenera di natura , glien'avea_» companìone. Che fe tal cofa avelli creduta , uh , farei prima morta , che comportargliele . Gr. O peflìma fineftra ! fu cagion ella di tutto il male. Af- ti ATTO Ut. Aflafllna , la conficcai Cubito , fubitor Gr. Dopo il fatto , eh ? buon avvifo, ah, ah, ah . 2^7. Io non sè, Grillo, come domine lì facef- fero. / Gr. E pur èbujalacamera . HJ. Calfandra fi trovò gravida, il cuor mi trema a ridirlojin verità ch'io ebbi a impazzare: ma che ? il fatto era fatto, e fra- ltornare non fi poteva. Gr. Troppo è vero. T*(/. Io me n'avvidi prima di lei ; e avendola confortata a ftarfi nel letto , feci credere al padre, che folfe inferma di malattia poco men che incurabile : onde fu age- vol cofa , che per guarirla , egli fi rifol- velfe, a conforti del noltro medico , che era ( vedi ventura ) parente llretto di Flavio , di mandarla qui in cafa di Ma- donna Ginevra , che fu noftra padrona, e di lui forella , come tu fai, venuta in quella terra due anni avanti, per curarli d'un fuo catarro , che l'ha poi finalmente condotta a morte . Ora Iazia,che_j grandemente l'amava , intefo l'accidente , n'ebbe compaflìone , e fcriffe al fratello , che Calfandra era idropica ; ma che , con l'ajuto di Dio e de'potenti rimedi > fi farebbe fanata . Cosi la noftra barca, che era giàfalva, ora,per la morte della padrona , è ricaduta in piiitem- pefta che mai : perciocché , avvifando la zia di far gran bene alla nipote, d'ogni fua foftanza lafciolla reda ; con quella condizione però, che non prendelfe altro marito, che padovano. Gr. Oh , cotello non fapev'io : e perchè ciò? Per- PRIMO. tj f^J. Perchè portalfe le fue vergogne lunge da cafa: o dubitando peravventura, che potendoli maritare di luo capriccio,non prendelfe il fuo Flavio . Mollo dunque da si gran dote quello noltro vicino,hal- la fatta richiedere al padre ftelfo fino a Raugia , ed ottenutala per Piftofilo fuo figliuolo. Al qual vecchio ho femprej per parole date parole : ma poiché vieni a' fatti, e moftra commeffione e lettera di Bernardo medefimo , con la quale ordina , ch'io la confegni in mano di detto vecchio; non so più che mi dire, nè che uri fare. Gr. Ma di Flavio che fu ? ì^ì. Si fuggi : guai a lui, fe ciò fi fofie mai ri- faputo. Gr. E dove ricoverò ? 2^/'. A Palermo , in cafa di un fuo parente mercante ricco : e quivi è fiato femprc fuor di pericolo , afpettando che fine-» debbia avere lafuafciagura, Gr. O quanto importerebbe che fofle qui ! 2^/. O Dio'l voIe(Te:parrebbemi d'efler fuori d'ogni pericolo . Noi l'abbiamo fempre avvifato della noltra venuta a Padova , e della morte della padrona , pregandolo a venir fubito, e pur non viene. Alle prime lettere ci rifpofe,alle feconde no. Ho grand' oppenione ch'elle non gli fìen capitate in mano . Gr. E Cafiandra, che penfa ella di fare ? 2\(j. Morire prima , che non efier moglie di Flavio. Gr. Nò fi cura di perder sì ricca dote ì hli. Se folle tre volte tanta . Gr. Volete eh' i' v' infegni ì feoprite la_» La Idropica. B gra- 14 ATT O gravideZZa , die Patrizio non la vorrà, c molto meno Piftofilo . JSJ. Del figliuolo io fon certa ,ma del padre non so : l'avarizia può troppo ; e poi, vivend® il padre di lei, guardimi Dio : quello è un rimedio , che fi vuol ferbar per l'ultimo . No , no , il meglio è , che noi troviamo un dottore , come t'ho detto . Gr. Ma che potrà qui far un dottore ? J^i. Che potrà , eh ! trattenere , intrigare , fintanto che Caifandra ci tragga di quello affanno:che'l fuo parto non può molto indugiare. E poi , di cofa nafee cofa, c'1 tempo la governa . Potrebbe venir Flavio, chi sa ? Va dunque, e trova Mef- fer Ifidoro:fai tu il compare della padrona ? un uomo di conto , e tutto di cafa noitra. Gr. So qual voi dite . Ma s'egli non foffe in cafa ,a qual fegno di Palazzo troverol- l'io ì al Montone , al Bue ? A quello della Volpe non puoi fallire , t'he quivi capita fpelfo . Gr. Dio voglia , che non fia a quel dell'Alino . Ditemi un poco , non e egli queito dottore quel foreìtiero SÌ profumato , che fa il corani vobis , il cortigiano , il poeta , l'innamorato ; che (lava le ore intere in camera con Madonna? Hi- Quelliédefso . Gr- Non fon il cafo . Perchè ? Or. Perchè un di gli volli pelar il mento ; e fe troppo mi buzzicava. Andateci voi, e farà tutto quel clic vorrete: conofeo ben io le mie pecore . Vuoi P RIMO. rj fjj. Vuol tu , che io vada in Palazzo ? Gr. Forfè il troverete in cafa.E poi che monta ? avete voi paura di perder il voftrot onore ? fate a mio fenno : in quello mezzo andrò penfando io di far alcun'altra cofa in voitro fervigio . l^i. Perchè a quello tu mi configli, proverà mia ventura. Addio. scena r r. Zenobio . Grillo. Ze. C Ta bene : o admirabile f Gr. ^ Ecco '1 pedante : vò far villa, dì nori vederlo . Ze. Che Petrarca ! lenta falix quantum pallenti cedit olivae. Gr. Che non guardi? Oh, fletè voi, perdonatemi . Ze.. O lepidiffirnc mio capitulo.' Gr. O Metter Zenobio onorando Ze. Io non t'avea veduto : qucfto furor poetico , quand' io fono aff lato da lui , mi fa ufcir fuori di me mcdcfimo , perdonami . Gr. Non importa ,Mefser Zenobio, che l'ef-> fer urtato da'pari voRri è favore . Ze, Tu burli, c chi sa, che nel venire inver- fo di te ripieno d'ellro poetico ( cosi là chiamano i dotti, fai ) non t'inopinaffi. quello furor divino, e diveniilì tu ancor poeta ? Gr. Di minellra e di vino ,feuto pur troppo, che le'ripieno. Anche il ciacco aque- Ito modo è poeta. Ze. Che di tu di poeta ? E 2 Vi- ■iS A T T O Or. Dico elie non mi curo di diventar poeta. Zt. So che tu fai del grande io, Grillo 3 e no» ti lafci più vedere, come folevi fare,pri- ma ch'entraffi in cafa di quella buona_# femmina d'Epidauro . Profìciat, i grilli s'imbucano volentieri, eh ì Gr. Ma chi s'imbuca più di voi, MelTerZe- nobio, che dopo la partita voftra di cafa Papafava , non ho potuto maipiù vedervi ì Zt. Tu folus sdvenn ! Non fai dunque, eh' io ho la mia aurea libertà vendicata , e quinci non molto lunge aperto ancora un pubblico gimnafio, anzi pure una Socratica Stoa, a tutti i giovanetti della_# città i Or. Non l'ho intefo , per certo : e come vi privaile voi mai di quella cafa si principale ? Ze. Male lingue, fratello : la invìdia , ch'è nemica della virtù:cominciarono a dire> ch'io era troppo plagofo. Cr, Di grazia, parlatemi che v'intenda. Ze. Che troppo adoperarli la verga. Gr. La verga! che cofa è ella cotelta vergai Ze. Lafcutica magiftrale , lo (tattile . Gr. Oh, dite così, in nome di Dio : or v'intendo . E perciò vi fu data licenza, eh ? Ze. Mi fu data,ma difcretiflima,e quale con- Veniva a un par mio. Or. Non fu dunque vero , che in su la mezza notte vi mettefiero fuor di cafa, no . < Ze. Anzi veri/lìmo ; e perciò la chiamo di- fcreta. Gr. A me , che fono di groflij parta , par altrimenti; e perù fate per vita voftra, che in- PRIMO. 17 Intenda come la chiamate difcreta. Ze. Difcreta , perchè tacita. Gr. E una cotal licenza chiamate tacita? Ze'. Per amica lìlentia noifcis. Sta cheto, che è di Virgilio , vè . Quanto importa il fa- pere! Tacita,per la notte,ch'è tacita: intendi tu ? Gr. Mi par di sì: come farebbe a dire, fe quel cavaliere v'aveffe licenziato con un pezzo di legno . Z e . Bona verba quasfo : a un par mio ? Gr, Io dico , quando l'avefle fatto : intendetemi fanamente ; perchè il baftone noti fente nulla , nè anche voi avrefte fenti- te le baftonate : una cofa si fatta. Ze. Tu non l'intendi, Mefler no : non è Ia_» medefima genologia dal legno alla fchie- na, ch'è dalla notte alla licenza. Gr. E che vuol dir cotefta genologia ì ch'io non v'intendo , perchè fappiate . Ze. Tel credo. Ha pochi pari Zenobio. E una parola greca , che non fa per te , Grillo. Gr. Del vin greco m'intendo alfa! bene, ma del parlar non ne mangio . Dio sa , fc quefto animale non dice qualche fpro- pofito. Ze, Ma cedepol poenitebit : tardi s'accorgerà d'aver perduto un tal uomo . P ochi Ze- nobj/on oggi al mondo , credilo a me. Io fui difcepolo di quel famofo Fiden- Zio, gimnafiàrca dell'univerfo. Per tutta poi , dove ho dato opera all'auree umane lettere, ho lafciato memoria del nome mio : e più d'altrove , nell'inclita-, città di Venezia, dove apeifi i teforl della mia grande erudizjone.O che difei- £ 3 plixiata it A T T O pllnatagioventù , oche morigerati dì- fcepoli, più de'Socratici pazienti, e più de' Pitagorici tacitami ! Di quella gentil città non mi farei partito giammai, fe l'amor di Goftanza non mi avelfc tirato in qua. Gr. Che liete innamorato ì Zc. Heu me. Gr. E qual è ella cotefta tradìtora } che vi fa fofpirare ? ah, ah, ah. Zc, La figliuola diLurco: il quale per mio maggior lenocinio , Dii boni, é venuto a Itare in quella contrada. Guata,Grill©j di grazia, s'ella folfe al balcone. Gr, A me par di sì. Zc. O cara animula. Gr, Ah , ah , ah : guata vifo che fa, guata,* ceffo . Ze. Eh, Grillo, tu m'hai beffato . Gr. V'ho detto il vero io . Ma chi v'afpette- rebbe con quelli voftri occhialacci ; fa» rebbono fpiritare. ~Z;. CaroGrillo, per amor di cortei, la cui plufquamhumana, e polfo dir metafilica pulcritudine , è fola degna della mia^ penna ; ho pur ora fatto un fonetto , che non ha pari : odilo, Grillo, per vita tua. Gr. Volentieri. Ma voglio primafapere,come voi liete bene ricambiato di cotclto vollro sì grande amore . Zc. Oh , quelle non fon cofe da dimandare ; fe già tu non l' avelli per pazza . E perchè credi tu ch'ella mi porti cotanto amore ì Gr. Per la voftra virtù. Z,c. Tu l'hai detto ; con quello mezzo cerca PRIMO. i 9 ca d'ìmmortalarfi:perciocchè quello, eh* io ti vò far fentire,è il quingentefimo Tonetto , ch'io ho fatto in fua lode . Non v'è mai giunto il Petrarca, vé . E che fo- netti,Dii boni! tatti hanno la coda; fen- za la quale non è Tonetto che vaglia. Gr. E che-forte di beftie fon eglino ì Ze. Come beftie ! Ah, ah, ah . Dii immorta- les, nomini homo quid prxftat ! Stulto inteiligens quid interelt ! Un fonetto, chiami una beftia ! Ah , ah. Or. Non dite voi ch'hanno la coda ì la coda è delle beftie, fe non fon beftia io , o tu più tofto. Ze, La coda metaphoricè. Ah,ah, ah: tu non intendi quelli mifteri, Grillo . Quando io dico la coda, io dico perfezione , acciocché tufappi. Or. E come i ingegnatemi un poco. Ze. Ora afcoltami,e sì l'intenderai. Ma quelle fono bene lezioni, che vagliono talenti , fai . La coda non e ella l'ultima.» parte dell'animale ì Gr, Mi par che sì. Ze. L'ultima parte non è ella il fine di tutte le cofe ì Gr. Così credo che fia. Zf. Il fine non è egli la perfezione ì Gr. Bene . E che volete inferire .* Ze. O ingegno obtufo jftolidoj e inerudito ! Non fenti dunque la forza dell'argomento ì Gr. Che vuol dir argomento ? Ze. Ah, ah, ah : tu fc'pur tondo . Dico che tu raziocini : fe la coda è l'ultima parte, l'ultima il fine, e'1 fine la petizione : ergo. Erg* io ATTO Gr. Ergo fiate voi : che vuol dir ergo ? Ze. Ah, ah, ah. Concludi, flupidacio , dal primo all'ultimo , su. Gr. Oh , quefta farà da ridere , che coftui mi voglia far faper oggi quel ch'io non so , nè vorrei fapere,rh'è un'altra cofa. Che volete ch'io concluda ? Ze. Che la coda è perfezione . Gr. Ed io arzigogolando dall'ultimo al primo , tanto ne so ora, quanto ne fapeva tettè. Ze. Or palTiamo a più fottili meditazioni. Gr. Eccene ancora ì Ze. La Golianza , o nome aureo-, la Goftaii- Za è virtù , la virtù è perfezione, dunque la Golianza è perfezione : intendi ora il milterio ì Gr. Comincio aintenderla.Ma udite voi ancorale mie ragioni. Se la coda è perfezione^ Goftanza parimente perfezione; dunque Goltanza farà una coda . E così la voltra diva avrà guadagnato da cote- tefta voltra coduta poefia grandemente. Ah , ah , ah . Ze. Hui, hui, fofiftìco , elenchico, pecca in materia e in forma. Gr. Non so il più bel matto di voi io . Che vuol dir matto?Oh non mi dite villania, Metter Zcnobio : come ch'io pecco in materia .' non fui mai nè matto, né poeta. Ze. Ah, ah,ah .Non t'ho detto villania , no: hai ben tu beftemmiato , a chiamar coda quella lucida/Iella. Gr. Anzi bolla onorata. Quante fìelle vi fono in ciclo codute , aliai più belle dell'altre ì r Ze. Or tivù dir il fonetto, e poi andarmene ver- PRIMO. ir verfo la cafa della mia bella Goftanza. Gr. Che volete voi fare , a dir a me , che fo-' no ignorante , le voftre dotte compofi- zioni ì Ze. Hai ben appretto il dottore. Afcolta pure , che non fenditi mai meglio . Oleata alfov , che fono ìflutti e i flamini Vacatiffimìin mar , novella Venere, Cuigodon dì fervir le grazie tenere , £ i Cupidini alati in belli cxamini . O buono ! '^Apri , Zeno bici da , amho i [or amini De le auricole tue , perdi fi genere In lor pietà; fe tu non vuoi-, che in cenere Converfa il tempo tua beltà contamini. Puoffi dir meglio ì Chi fe quel bel,che gli anni avrian per pabulo, Dolce farai de la mia ninfa edulio , tion fu ù chiara mai la fiamma d'Ilio, /ij'colta, anima mia, ch'io non confabulo » Quell'or pinate , che mi dà il peculio , €/'aurea lingua , e'I venerando ci. ic > E Terenzio e Virgilio Stimo ti ; ma per te j mio dolce cjfenzìo , Toftergberfi Marcn , Tullio , e Terenzioì Che te ne pare ì Gr. Che mi pare, eh? flupendiflìmo . Ze. Un'altra volta , Grillo , accolta. Or. No , per l'amor di Dio , che patterebbe l'ora di veder Gollanza. Ze. Tu dì vero . Addio . Or. Mi raccomando , Metter Zenobio . O balordo , a impazzar daddovero non ti mancava altro , che l'elfer innamorato e poeta: umori che non entrano in capo alcuno, donde prima, non fia ufeito tutto ai ATTO to il cervello . Ma fe non era Goftanza, m'avrebbe affidiate l'orecchie afuria di frottole , e di ltampite . Or none* meglio che non perda qui il tempo,e me ne vada in Palazzo , per veder di Spiare , fe que- fto vecchio di Patrizio macchina qualche cofa contra di noi i certo sì ch'egli è meglio. Ma voglio per ogni buon rispetto chiavar la porta , poiché Nica ha ella ancor la fua chiave. SCENA III. "Patrizio. Tifto/ì/o . Ta. \ 7 Untimi la ducati ! è un bel boccone, V Pirofilo: le sì fatte venture ven- gon di rado ; e perciò , figliuolo mio , non é da perdercitempo , che tra la bocca e'1 pomo, tu fai ben il proverbio , un fol punto ce la dà vinta . Come la giovane fiafpofata, è mozzo il dire . E potrai ben vantarti d'elTer un ricco fpofo , e invidiato da molti. Ti par così? tu non parli ! Ti. Tacendo, fon finirò di non dir cofa,che v'abbia a off-.nciere,Signor padre. Ta. An/.i m'offendi tu, non parlando. Ma fenza che tu rarli, credo u'aveiti inteio: tu-dubiti, che le no^ze , perchè non vedi apparecchio di foi te alcuna, non paf- fino ja tuo modo : non dubitar no . Per iitafera ci de' badare d'averla in cufa , e fpofata : faremo poi a fuo tempo le nozze , quanto vorrai più belle epiùfon- tuofe. Ti. Quando aveffi a parlare, di quello certo non palerei. * Orsù, PRIMO. ij pa. Orsù, fta cheto, che ti darò da fpenderes vuoi tu altro ì "Pi, Di ciò vi rendo ben molte grazie ; ma altra cofa é pur quella,che,qiiando avef- fi a dire , io direi. •pa. E che può ella efler cotefta cofa_j ? non credo già che tu penfaffi a non ubbidirmi . Ti. Se affoltttaaiente mi comandate , ch'io prenda moglie e ftia cheto , io farei temerario , fe quel penfalii di fare , che al filial rifpctto non fi conviene . Ma fic- come vi fon io itato fempre ubbidiente figliuolo, non potendovi voi dolere, eh' io non abbia tenuta quella vita, e quelle pratiche, ed attefo a quegli efercizi, che più vi fono piaciuti ; .cosi mi par d'aver meritato , che quello che non può farli fenza il mio confentimento , vi debbia piacere ancora, che fenza il mio contentamento feguir non debbia . Pa. Che parlar è cotelio tuo, Piitofìlo? Non fai tu , che efiendo unico in cafa noltra , bifogna che prendi moglie? e dovendola prendere , quando ciò potrelti tu fare in miglior punto di quello ì Pi, Io nonricufo di prender moglie,ma non vorrei già prenderla così tolto, né sì pertempo perder la mia libertà: fono ancor giovane , e polio afpettar ancoia_» qualche anno . Pa. Dice libertà ! Dio m' ajuti. E dunque fervitù il prender sì ricca moglie? fe fof- fe povera avrelti qualche ragione.Quante volte ti ò egli venuto voglia di clfer cortigiano ì e fe in cotelto tuo fantalti- co umore fecondato t'avelli, non faresti tu a* ATTO tu In corte buon pezzo fa ? O Dìo , bob ti parrebbe di perder la libertà, vendendola a colui, che con un pezzo di pane ti compera per ifchiavo : e parti ora di perderla, accompagnandoti con tal donna, che con ventimila ducati te compera per fignore ì Povero a te, non dire quelle fciocchezze . Ti. Quella fi può lafciare , ma quella no . Ta, O Piilofilo , sì fatte fervitii ti legaflero f>urc fpelfo : le ricche donne fanno le ca- e ricche. Ho io veduto di quelli, che furono già poveri fantaccini,e per le grandi eredità delle mogli fon oggi Conti c Marche/!, fai. Lafciati, lafciati governare , e difponti a far a mio fenno . Ti. Sallo Dio, ch'io vorrei poter farlo ,per ubbidirvi; ma come quel, che fperava di goder libero quefto fiore della mia giovanezza, almeno per due o tre anni,duro fatica : e fe grazia veruna poffo impetrar da voi, io vi fupplico a non legarmi sì tofio , che altro alfine io non vi chieg- gio che tempo . Ta. E a te pare di chieder poco , eh ì e come tei pofs'io dare cote/lo tempo , s'io non l'ho ì Fammi lìcuro tu del partito , ch'io ti farò contento del tempo. Duo anni» eh! non cosi tofto fi'rà feoperta la lepre, che mille cani le faranno alla coda : che a dirne il vero , è troppo bello il bocco- , ne , guardici Dio dal provai lo. Ti. Alle no/Ire facultà non mancheranno mai donne ,e fe non tanto ricche, almeno più fané . Tdf Oh ,oh, quelle fono parole di quella-» femmina maladctta, la quale ha prefo amore PRIMO. amore a sì ricca facilità , che maneggia, e va efla così fpargendo quefte menzogne . Dio sa , s'ella ha male di forte alcuna . 'Pi Come male! è idropica marcia, che così ne corre la voce . Ta. Ehjche fon tutti d'accordo.E poi quand* ella non foffe così bene fanafche quanto à quella idropica me ne ridojperchè l'a- verefli tu a rifiutare? O ella guarr.ì,o no, Piltofilo. Se guarrà, l'averai fana, e godertela Della e ricca. fi ficcome fe foffe fana, e dopo che entrata ci fofse in cafa cadeffe inferma , farebbe inumana cofa l'abbandonarla ; così avanti che tu la prendi , il rifiutarla perchè ella non_» tafana , non è buona ragione. La faremo guarire , pia'cendo a Dio ; anzi la_* guarrai tu : ch'alfine le fanciulle da marito non hanno mai altro male,che'l non aver marito . Ma s'ella non guarrà, dimmi un poco , figliuol mio , non guadagni tu in una notte diecimila ducati almeno ? Per tre feudi un foMato va bai - danzofo a farli ammazzare;e tu per unti mila ducati non potrai fofferir una mala notte , eh l Ti. Una notte,che bafta fola a farmi morire! che maladetto fia quel dì che la carogna ci capitò. Tct. Che parli tu da te fteffo , che dì tu l Ti. Dico, che alla fine le male notti faran le mie . Chi non ha a fare, ha bel dire . Ta. OPiitotìlo, io t'ho parlato infin'aqui da fratello, ti parlo ora da padre : difpo- fto o non difpofto che tu ti fii,hai a prender moglie itafera, e quella donna che La Idropica. q in s6 ATTO in cala ti condurrò : tu m'hai intefo . Va e penfaci bene , e guardati dal malanno . Or va tu e fa bene a chi noi conofce ! Ma, coftui certo ha altra paglia in becco:quc- fta fuacosi infolita renitenza ( che fuolc intendermi a cenno ) non può venire da buona cofa . Hollo anche veduto quelti di tutto attratto , tutto peniofo . Pòveri padri! fe tu li tieni a freno , padre duro, padre inumano : fe gli lafci far a lor modo , traboccano in mille errori: fe fai loro mal vifo , t'odiano ; fe* buono, info- lentifcono :fe non dai loro da fpendere, tu fe'avaro ; fe ne dai, fe' cagione di mille loro feiagurataggini, di mille loro pericoli: e finalmente puo'far fe fai, ti vor- rebbono veder morto . Colpa della corrotta ufanza: cosi oggi per tutto la pubblica educazione vien trafeurata. Che giova egli a' poveri padri l'allevar con buoni coltumi i figliuoli , fe eflì poi per le piazze e ne'trebbi trovano iitrumenti c compagni fcandalofiflìmi d'ogni male , c d'ogni licenzia ! e quanto più fono lca- pcltrati, trovano tanto pia chi dà lor contra il padre mille ragioni. Dio vo- glia,che'l mio non balli a cotelto fuono. Ma per quello ch'io vo vedendo , fon a mal termine di far nozze : coitili non_> vuole , colei non vuole , faremo tolto . Con tutto quelto io non mi perdo d'animo no ; con l'uno darò di mano all'autorità^ con l'altra alla giustizia. Se queita carta non mi vien meno . Voglio andar in Palazzo. SCE- PRIMO. a 7 SCENA IV. Laureo . ì^otajo. Lu. He Piftofìlo , sfaccìatellci ? al fu© \_j marcio difpetto ti eondurrò;e perchè più gli doglia> domattioa ti vò condurre: vè,fe Io ftimo. Parti egli che s'in- galluzzi cortei con cotefto fuo Ganimede; poiché gli ha pieno il capo di vento, non ci fi può più vivere . Ma s'ha fatto te infoiente, me non farà già egli becco- ne : e fe ei fi crede di paflar per bel giovane , s'avvedrà che fi può meglio volar fenz'ali,che far l'amore fenza danari. L'amore è come il campo,che non rende a chi non gli dà.Guardate un poco,Meffer Onofrio,a che termine fon condotto per una femmina , con la qual maritandomi, credetti d'ufeire di povertà; e fon entrato per e(fa poco men che in miferia: poiché altro non ho di fuo, che cortei da farci le fpefe. T^o. E come ti lafciafti tu configliare ! So io pure , che folevi effer delle femmine così vago , com'è il cane delle mazzate. Lu. Che so io: Maertro Bertaccio farto , marito di Maddalena, noi conofcefte voi ? 2s(». Come s'io'l conobbi ! aveva la fua bottega in Rialto,prelfo all'Orafo della vecchia . Lu. Quegli era delfo: e fu vivendo mio grande amico , tifando del continuo infieme , egli nella mia cafa.quando io flava a Vi- negia, e io nella fua . Ond'egli avvenne, che dopo la fua morte la buona Madda- C z lena i* ATTO iena cominciò a domefticarfì con elìo- meco , di forte che, per dirla in poche_» parole , non pafsò un mefe , che fummo marito e moglie . Facendo cos'i mio conto: coftei ha di molti anni e di molta ciarpa , averò le fpefe mentre che vive } e dopo morte l'eredità . E certo l'un di- fegno mi riufc'i, ma l'altro no : perciocché ella mori ben tolio , e invece di farmi erede , fece quel tellamento, anzi pur quell'imbroglio , che voi fupete . E'ntanto non ho nulla , e mi muojo di fame , e ftento come unbetl'afìno . No, Secondo me , Lurco , non farai nulla . ' Tu hai fentito il buon ufizio che ho fatto per te , e come ella per tutto ciò non il fmuove : e fi i ifolve di voler anzi morire , che andar in altre mani, che di Pirofilo . jLu. O MetTer Onofrio , che non mi date voi quelle robe? niun fene ferve, e fi potreb- bono ben guadare anzi che no . K^o. E come fe lo'nventario loro è regi/Irato nel te/lamento ì Lu. A quello , voi che liete il maeftro della fcrittura , agevolmente provederete. 2^. Io ti dico che non fi può. Non fai tu che elle furono depofitate in mia mano, con obbligo direftituirle a Goftanza ì Lu. Ballerebbe che coltei fo(le fiata laDo- garelfa. Ma quello che non ho potuto aver dalla madre , m'ingegnerò ben io di trarre dalla figliuola . 2S£fl. E come farai tu ? A me pare che tu ci Ili male in acconcio finora. Lu. Cortei è innamorata di Pifiofilo,che mena fmaniejfperando ch'egli l'abbia a fpo- fare; PRIMO. sp fare ; e forfè che'l difegno le potrebbe riufeire . E perchè Patrizio fuo padre_» gli vorrebbe oggi dar moglie , bifogna batter il ferro mentre egli è caldo : che fe le nozze feguilfero , gnaffe , i dugen- to ducati, che m'ha promeflb Piitofilo , e le robe dello'nventario , che coftei mi promette,fempre che ella /la di Piftofìlo, andrebbono a babbo riveggoli. E affine- chè oggi polfa fargli afapere , che domattina lavò condurre a Vinegia ; ho lafciata aperta la camera , che rifponde qui su la ftrada : acciocché, trovandoli ella comodità di parlargli, faccia, lenza avvederfene , la innamorata per lei e la ruffiana per me . Tu fe'trillo daddovero , ma troppo ingordo. Quello è rubare, acciocché tu , lappi. a ' O Me/Ter Onofrio,che dite voi.'Forfenoti fapete , che ora pochi di rubar fi fanno cofeienza : non vedete voi che ognun ruba ? Nè altra differenza è da ladro a ladro , fe non che d'alcuni fi tien ragione, e d'alcuni no: e dove la roba di male acquillo ti folea mandar su le forche, ora te ne difende . Perchè credete voi che__» i furfanti s'impicchino, per rubare? Mef- fer no: s'impiccano,perchè non fanno nè rubar nè nafeondere ; ma quei che rubano alla grande ,fono onorati e riflettati. E che penfatevoi che fia il ladroneccio , un qualche poveraccio pidoc- chiofo, mendico ! Melfer no,vedete : gli è un gran fignore , perchè lappiate : nè va oggi attorno perfona , nè me' veduta nè pili itimata di lui. E benché muti no- C j me 3 o ATTO me,non muta vezzo: in ogni luogo è furto , ma in ogni luogo non ha il fuo nome . E che be'titoli ha , che be'vifi , che belle mafchere ; in fomma governa il mondo : nè fi può vivere fenza rubare , perchè non lì può fare di non elfer rubato. l\(o. Lurco , non vò contender teco , che ne fai troppo : fe altro pollo per te, comandami ; e poiché Goftanza è nel diciotte- limo anno , ad ogni fuo piacere aprirò il teftamento. Ma fa ch'io abbia la fede del nafcimento , fenza la quale non pollo aprirlo , fai. L.u. Io so d'averla in ferbo autentica come va, andrò per effa, e bifognando farò con voi. Ho. Addio , Lurco . Lv, Addio , Mefser Onofrio . SCENA V. .Antonio Tadovano . Flavio fatto nome ili Ortenjio medico. /in, Ty Iù di quello che avete intefo, non vi L so dir, Mefier Flavio ; e quello ancora ho io raccolto da piti pe rione , fe- coinlochè fi va ragionando . Quella che colà voi vedete , è la cafa , ove abitava ta Raugea, la quale , come v'ho detto , è morta un mefe fa . Ho io a far altra co- fa per voi ? Meller Panfilo mio compare mi ha la voftraperfona in modo racco- mandata, ch'io fon tenuto a farvi ogni 1 ervigio per me pofiibile. FJn. Mefiti Antonio , voi m'avete ben tanto d'amo- PRIMO. 31 d'amorevolezza inoltrato , in quelle poche ore che fono Itato con eflovoi , che dove i fatti parlano , le parole ftimo fo- verchie:fe altro mi bifognerà,nii vedrete. Pregovi foprattutto a tenermi fegreto. \/[ tu Non dubitate . Ma vi voglio ben avver- 'tire , che buona cura v'abbiate : cotefto voftro andar così traveltito non è la più iìcura cofadel mondo . Voi liete giovane , foreitiero , folo , mal pratico della terra , e potrefte ben dare ne' mali fpi- riti, anzi che no . Né vò già io fapere quali fieno in quella cafa i voftri iute- reni ; ma ben vi dico , che effondo quella giovane maritata , e dovendo efler i.la- fera , ficcome avete inteio , in cafa dì Mefler Patrizio degli Orli fuo fuocero ; vi guardiate di non dar ombra a tale_», che poteffe farvi poco piacere . Mef- fer Patrizio è de'primi e più riputati della nolìra città , ha di molte ricchezze e di molto feguito ; governatevi fa- viamente , e perdonatemi ,fe troppo libero vi parerli, che tutto ho detto per voftro bene. Fla. Come ch'io vi perdoni ! anzi da ciò co- nofeo che voi mi amate , e che dite il vero. Ma giunfi, come fapete , jerfera a notte , e quando anche io ci folli il pili conofeiuto uomo del mondo , ballava il bujo a nafeondermi : ftamani poi fono ufeito con quelti panni , i quali 1 10 prefì per alcuni rifpetti, che poi faprete , nè per più d'oggi m'hanno afervire.Ma che dite per vita voltra , come vi pajo bea travilato ì 'vii. Eccellentcmente:nonèuomojche vi fti- malfe 3 i ATTO maflc quel che voi liete : parete propìo un medicele quegli occhiali non potreb- bon calzar meglio . Orsù vo io . Fla. Andate in nome di Dio. /in. A rivederci a ora di dclinare. Fla. No : afcoltate, Moller Antonio: s'io non veniflì ,non m'afpettate. An. Venite o non venite, fiete padrone . Fla. Udite : come ha già nome colui, che Ila in cafa la Raugea ì \An. Grillo volete dire . Fla. Si ; m'era ufeito dalla memoria. Di grazia, ricordatevi di trattenerlo più che potete; acciocché torni quanto più fia poflìbile tardi a cafa , intendete ì An. Tanto farò. Fla. O fventurato e mifero Flavio ! dunque per tanto mare , per tanti monti, per sì lungo cammino , non farai giunto qui a far altro , che a vederti privare sì fubito di colei, che fperavi d'avere sì fubito nelle braccia! Maraviglia, o traditora Fortuna , che'I mare e'1 vento m'agevolarti, perch'io giugnefii più tolto a morte. O Calandra , non dirò più mia, fe oggi farai d'altrui: etti dunque ufeito del cuor quel Flavio , del quale hai nelle vi- feere tanta parte ì patirai tu d'abbandonar il tuo Flavio , di tradir il tuo onore , di feoprire le tue vergogne ì E tu qualunque fe', uomo avaro, chela folleciti, potrà tanto in te l'oro, che di dare al figliuolo non ti vergogni donn i gravida per ifpofa ! Ma che forò ? s'io mi difeuo- pro , coltoro m'ammazzeranno : c fon ridotto a tale , che non ho per ficuro il difeoprirmi ne anche a leij la quale per- aYVen- PRIMO. 3? avventura farà d'accordo co? fuocero , amando meglio d'avere marito nobile e ricco , che fervar fede a povero amante . So io che della morte di Madonna_» i Ginevra , nè della ricca eredit i , non m'ha avvifato , nè fcritto mai . La cofa c-'ntefa . Non ti voleva qui, Flavio: o mi- fero. Ah, Caffandra,farelti tu mai sì cruda , che quando per amante e per marito nii rifiutarti, voleffi come nemico pcrfe- guitarmi ? non credo mai. E molto meno ancora vò credere, che s'abbiati oggi a far quelle nozze , che non poflòno già feguire fenza tua infamia . Ma non vò perder più tempo : Cofa fatta capo ha : fot ch'io ne parli, mi chiarirò . Vò buffare. S G E N A VI. Lifta fantsfca . Flavio ì Li. Hi buffa? Fla. II medico , Li. O guata ceffo di barbaggianni ! chi buffa dico ? Fla. Il medico , il medico . Li, Come il medico ì che novità è quella ! Chi vi manda , Meffere ? Fla. O mal'aggia coteito nome si faftidiofo ; me l'ho pur anche fcordato . Li. Che trefca è quella ! Su chi vi manda ì rifpondete , o ch'io vi pianto . Fla. Quell'uomo qui di cafa : fia maladetto . Li. Qual uomo ? de' farneticare . Fla. Quell'animaletto che ita ne' buchi . Li. Mancano gli animali che itan ne' buchi ! Cer- 54 ATTO Certo cottili è pazzo . Siete voi medico, o l'andate cercando ì che per quanto mi pare , il voltro cervello n'ha gran bifo- gn°- Fla. Grillo, in nome dì Dio : l'ho pur trovato . Li. E Grillo chiamate animaletto ! So ben io s'egli è grande e grolfo , che ogni di l'ho per mano e governolo.E Grillo v'ha mandato ! Vìa. Dico di sì. Li. Cottui certo non dice il vero : e giurerei ch'egli folle una fpia di quel peHimO Vecchio noltro vicino . Fla. Eh di grazia, bella giovane , apritemi » ch'egli m'ha mandato a vifitar l'ammalata . Li. Qual ammalata ? Fla. L'idropica ; non T'pete? Li. Non c'ò niun; in cafa,che abbia cotefto nome , non certo. Fla. E non c'è niuna malata ? Li. Niutia , fe non io. Fla. Voi non avete già vifo. E che male e '1 voltro : d'amore , bella figliuola ì Li. Forfè che sì. Fla. Son ben uomo per guarir voi ancora, sì. Li. Con quel mortacelo, eh ! faretti voi mai un di quei Cerretani, che vendono le ricette i Fla. Sì, un dì quegli. Ho dato in buono; co- ftei è bergola , m'aprirà . Li. Oh,fc veniHeGriìlo:vù trattenerlo.Quan- ta voglia avev'io di abbattermi in u"-» voltro pari. Ve come il deftro me n'è venuto . Fla. Perchè, avete voi qualche male ? non guar- P R I M O. 3? guardate a quello moftaccio , che quando verremo a'fatti, vi chiamerete di me contenta . Se avete piaga , pizzicore, ho ricette mirabili : s'avete mal di madre. Li. Quello appunto è il mio male; che'l medico me l'ha detto. Fla. Ho una radice in tafea, che fubito vi guarrà . Apritemi dunque, e non mi fate più ftar qui fuori. Li. S'io'l crederli, affò che v'aprirei : fate per vita voftra ch'io la poffa vedere:mo- Itratela , e sì vi crederò . pia. Ma non la pollo inoltrar in iftrada.Aprì- temi, fc vi piace , graziofa giovane, che non ho tempo da perder io : v'avrei già fatto il fervigio,e farefte bella e guarita, sì certo . Li. Ma io non mi diletto di far le mie faccende sì in fretta, fapete, caro vecchietto . Fla. Per quel ch'io veggo , non avete quel male ; perciocché fubito m'aprirelte. Li. Ben fapete ch'io non 1' ho Tempre : ma quando egli mi viene , è tanto furiofo ch'arrabbio . Ma ecco Grillo , o come a tempo. Fla. La mia radice è sì vigorofa, che immantinente vi fanerà. SCENA VII. Grillo . Lifca. Flavio . Gr. D Oichè Lifca m'accenna. Li. T Io fon contenta, vi voglio aprire . G r. Starò un poco a vedere che trefea è que- ita. Ac- ;é ATTO Li. Accollatevi all'ufcio, che tirerà la fune del falifcendi , intendete. Via. O fiate voi benedetta ! Eccomi, aprite. Li. Oh , rifpignete la porta . Fla. Rifpingola, ma npn giova. Li. Ve pecora ch'io fono , vè ! la porta è chiufa a chiave, e m'era ufcito di mente, che dianzi Grillo mi chiavò in cafa . Fla. O fgraziato , come faremo ? > Li. Andrò per quella della mazza , e gitte- rollavijacciocchè voi medefimo difchia- viate la porta , intendete i Fla. Si , fate prello. Gr. Or io comincio a intenderla , per miafè. Fla. Sono a cavallo . Li. Eccola , Sere ; ma guardate che non vi percotelfe . Accodatevi più alla porta , e getterolla in mezzo la Itrada . Fla. Sto ben cosi ? Li. Non potrefte ftar meglio : e io la fcaglio più lontano che pollo . Prendi , Grillo , baftonalo, ch'egli è una fpia:dalli, dalli. Gr. Oh, io ci fono prima di te, manigoldo. Or prendi q uelta , e quelta . L'i. Ah , ah, ah : so ch'egli menale gambe io , e non par vecchio a fuggire : e Grillo il feguita d'una fanta rngione. O come è calzata bene . Polfa fiaccarli il collo con quante fpie fi trovano al mondo: canaglia maladette da Dio. Il fine del friino *Atto. ATTO • 37 ATTO I Ir SCENA PRIMA, Grillo . T^Vrf. Or. VT h° potuto baftonarlo a mio 1 x fenno il manigoldo ; perchè prima e' menava le gambe non mica da vecchio, no : e poi vi traevan le genti poco meno che a corr'uomo ; e fon reltato dì più feguirlo . t^ì. Vè maladetto vecchio che è quello. Aveva egli mandato certo quel foppiattone : buona fu , che ti ci trovarti tu . Ci: E fappiate che a cafo mi ci trovai. Perciocché io , non guari dopo la partita voftra , diiiberai di feguirvi, per abitarvi, fe folfe flato bifogno: edi primo colpo mi condurti in Palazzo ; e colà non trovandovi , andai a cafa il dottore, laddove intert ch'eravate partita : ond'io , credendo di trovarvi qui , diedi volta , per la cagione chc'ntenderete : avendoci poi trovato quello fpione , ho fatto quello che avete intefo. E nel tornare di nuovo a cafa, credendo pure di ritro- varvici, v'ho incontrata . f^i. Io ti dirò. Partita dal dottore, andai alla meffa , e per quello non m'hai trovata . Gr. Ma parliamo di quello che 'mporta piti. Ch'avete voi fatto, nulla , eh ì J\#. Tu'l dicerti. Quand'io giunfi a cafa il dottore , trovalo con la camera piena dì La Idre futi, u m oiu 3$ ATTO molta gente, e tutti a uno a uno volle Spedire prima, che, non che altro , par un pò mi guatarle : quando poi volli cominciar a parlargli, appena che gli parerle d'avermi mai conofciuta. Né altro della bocca potei mai trargli , fe non : copia e tempo , Madonna , copia e tempo . Penfa tu s'abbiam tempo . Or. E altro non vi In rifpofto ? 2S(j. Io ti dico di no . Sì parlava tra' denti, che pareva infenfato. Alla fin fine , vedendo io che non c'era tempo da perdere , il pregava perchè meco ne veniife dal Podefìà . Si, si, mi rifpofe ch'egli aveva a fare un confulto ; mollandomi i danari, che pur allora gli erano flati dati. Or. La cofa è'ntefa. Talché, vedendo io la fua villania , mi ridalli, non potendo faraltro,a ripregar- io,che quanto prima fi contentane d'andarci . Or. Impetra/ìilo voi ? Hj. Appena : dicendomi ch'io gliene deflì un memoriale. Gr, Ben , ben : deftegiìel voi ? Per .buona forte Cecchino fi trovò quivi , e sì mei fece . Or. E poi che vi clifs'egli ? che faceva intanto ? Ui. Mentre Cecchino quello faceva, andava «gli per mano ravvolgendoli que'danari» che tefté ti diceva. Or. Nota quella ) E quando il memoriale fu m fatto ì ^ Tv]/. Appena gliel'ebbi porto , che cominciò a far il vifo dall'arme . E che 4 secondo; 0r. E che dicea ? Hi. Che altro ci bifognava. Or. Ma troppo era vero . "NK All'ultimo mi promife d'andarci. Qr. E'non ci andrà. Ditemi un poco , non gli avete portati i danari, eh ì 2sjj. Come danari!Hanne egli dato a melando l'ho fervito l Or. Eh , Monna Nica , non conofcete i dottori : quello è il loro meftiero: e'non vivono d'altro . Certo voi non gli avete dato il buon memoriale . t^i. Qual è coteflo , il danajo ? Or. Quello appunto . I dottori » acciocchì voi Tappiate , non han memoria. T^j. Son dottori, e non han memoria ? Or. Non l'hanno, madonna no . E quando fon loro portat'i procedi e le fcritture , di quelle fol fi ricordano , che hanno fe- co il memoriale : tutte l'altre, che fono fenza, vanno in dimenticanza ; dove la voltra capiterà , fe Dio non l'aita. Per quello folo parlava in gergo ; per quello, maneggiava i danari : quelli erano tutti fegni della memoria fmarrita. ?^\ Sarà dunque ben fatto, ch'io gliene porti : e quanti, Grillo i Or. Niente men di due feudi, uno perchè vi ferva , l'altro perché non v'alfarlini. N*. E potrà effer che gli tolga ì Or. Come che gli tolga ! tanti gliene portarle . m. Infomma, quello è un male comune a tutti: dove va il danajo,amico,fatti con- dio. Or. Io vi lafcio penfare com' egli avrebbe^, trattato me,avcndo si gentilmente fpac- cutavoi. D a fichi 40 ATTO f^. E chi mai l'avrebbe creduto! Non ti ricordi tu, GriIlo,lcom'egli al tempo della padrona mi lufingava, m'accarezzava, le profferte grandi che mi faceva? Gr. Eh , Monna Nica , le carezze fatte per intereffc , fon come l'ombre, che vengono col corpo loro, e col corpo loro partono ancora. Mentre era viva Madonna, avea bifogno di voi ; perchè Madonna .avea bifogno di lui , e per quello vi careggiava : morta Madonna, Meifcre noti vi conofce. J^ì, Ingrataccio, io gli ho fatti piùfervigi: Dio'l sa bene. Orsù, parliam d'altro . Ma tu che hai fatto, Grillo, per la tua parte ì Gr. Meglio di voi, che ho trattato nell'an- dar a Palazzo, come v'ho detto , con più cortei! perfonc : dalle quali fono Hata avvertito , che non ci fidiam del Vicario , perchè Patrizio lo prefenti l'ai- tr'jeri. T{ì. Si eh ? fai tu'l prefente ? Or. Madonna si: il prefente fu di belli/lime frutta . 2\fj. Mafe per frutta può guadagnarli, pre- fenteremolo noi ancora di que' noftri sì belli ,e si faporiti fichi : fai , Grillo r Or. Tuttoché i noftri fichi fieno affai vizzi ; nondimeno fé gli faran portati in_itna_» bella coppa d'oriento , e lafciati i fichi e la coppa , liccome ha fatto Meffer Patrizio ; potrebbe effere che il difeguo vi ritifciile . HI> Ed egiife l'ha tolta, eh ? O. . Ah , uh , ah. Se l'ha tolta dice ! poco fu: c toirant\e da yoì ancora, fe gliene* por- SECO N D O. 4| porterete , vi so dir io . TSV. E s'io foni sì pazza , come potrebbe egli foddisfare all'uno e all'altra ì Gr. All'un co' fatti , all'altra con le parole : e quelle toccherebbono a voi. Sono anche flato avvertito , ch'egli hapenfato di venirci a fare un foprufo : ond'io mi fono avacciatodi tornarmene a cafa;che s'ei ci viene. 2^. E che difegno, credi tu , che Ila quel di Patrizio ì Gr. E che so io ? farci paura com'a' bambini. Maeccolvè, ritirianci : ftiamaun poco a vedere quel ch'e' vuol fare . TSJj. Oh, Dio ci ajuti. GrillOjVÒ entrar in ca- fa , reità tu fuori. Gr. Non abbiate paura, no . SCENA IL "Patrizio. Cavaliere delTode/td. ì^ical Trantalcia birro . Grillo . Ta. ~K/l OnnaNica, non vi partitej che ho Hi. Chi è colui, che mi chiama ? *P(i. Son io : afcoltatemi, fe vi piace. 2N(j. Per l'amor di Dio , Meifer Patrizio, badate a' fatti voftri, e lafciatemi vivere : dovrefte pur fapere oggimai, che femi- nate in arena. T?a. Non vi turbate , Madonna, e Ihtemi a udire vi piego ; che le parole non fon micafaette. Gr. Afcoltate-lo , Monna Nica, nò dubitate ; ch'io non ci fono per nulla, no. IH- Purchi di Call'andra nau mi parliate , D J dite 4» ATTO dite pur quel che vi piace. Tu. Anzi d'altro non intendo di parlarvi. 7^J. Non andate più innanzi, che v'intendo io troppo bene : e vi dico , chenon_» iìetemai per averla ; e vel dilli jerfera pur tanto chiaro, che vi potrebbe ballar per fempre. Ca. Madonna , avvertite bene , che pentire alla fine voi vi potrefte di cotefto volìro cervel caparbio: e farete gran bene,cre- dete a me , concedendo quel per amore , che per forza poi dare voftro mal grado vi converrà. Hovvelo detto . 7^J. Dalle cofe, che altri fa con ragione, pentimento non può feguire: Mefl'cr Bernardo fuo padre mi diè Caffandra, e Mef- fer Bernardo folo può anche torlami : m'intendete ? E febben io fon donna , non vi penfate d'aggirarmi il cervello con un pezzo di carta; che, alla croce di Dio, farete gli aggirati pur voi. 'Pd. Se Mcffer Bernardo fuo padre aveffe potuto condurti a Padova , non avrei bifo- gno di quella carta , per ottenere la fua figliuola j ma perciocché egli fi truova ora nel maeftrato, ha voluto fupplire con mezzo tale a quello , che mandar ad «fletto non può egli colla prefenza. Non iapcte voi meglio di me gli ordini di Raugia, che non permettono a'Rettori della città di partirfi dal territorio, mentre dura il carico loro ? Ma che differenza fate voi dallaperfona del detto Meffer Bernardo , e quella fcrittura fua nella quale ha egli il f U o volere si efficacemente , e con termini si legittimi e si valevoli dichiarato i Che SECONDO. 43 Che differenza ! voi mi fate ben ridere , mi fate . Quella mede/ima , ch'è tra le cofa vere e le falfe . E s'a voi pare che jga'l medefimo , Servitevi di tal mezzo , ch'io fon molto contenta , che voi abbiate Caffandra , immaginando d'averla: e fe vi aggrada, darovvene anche molto volentieri un ritratto; vedete s'io fon cortefe . Ma troppo fon io pazza , a ftar qui cicalando fuor di propofito . Ca. Madonna, per quel eh io veggio , bifo- gna mutar regiftro col fatto voftro : co- nofeetemivoi i Gr. Lafciate parlar ame,MonnaNica.E quan- d'ella t'avrà conofeiuto , che farà poi ì Ca. Oh,oh,oh,tu fe'bravo, tu fe'. Ho ben'an- che de' pari tuoi caftigati sì. Ma per ora non parlo teco. Gr. Quando parli con quefta donna , tu parli meco : e ion bravo per certo ; e fe tu non.. .. Ta. Sai tu quel che tu vai cercando ? d'andar in prigione , sì per mia fè . Tu non cono- fei coihii,eh?cgli è'ICavalier del Signor Podeltà : e fe tu'l vai ftuzzicando, tanto te n'avverrà. Gr. Perdonatemi, Signor Cavaliere, ch'io non vi avea conofeiuto : né mi farebbe nell'animo mai capito , che fergente alcuno della giuftizia folfe intervenuto a quell'atto. Ta. E perchè ? Gr. Come perchè ! Ca. Olsu , non accade qui f ;ir coment! . Ma- donni, nonfictevoi quella Nica, che ha id governo la figliuola di Meficr Bernardo Cattan,uobileRaugco,che ha no. me Calandra i $\ 44 ATTO 2^7. Sì fono. Ca. Io,che fon Mazzafette Cavaliere del Po- delta, vi fo commeflione e precetto, in nome di Sua lllultriirima Signoria , che per tutt'oggi debbiate aver confegnata nelle mani del Signor Patrizio degli Orli, che è qui prefente , la detta giovane, de- ftinata dal padre per legittima fpofa del fuo figliuolo , come più ampiamente nel mandato di lui lì vede. Sotto pena di itardue anni in prigione e d'altre pene_» arbitrariedecondochè la giullizia richiederà . E fe voi pretendete cofa in con- trario,comparite alle diciotto ore davanti al Signor Vicario , che vi farà fatta_* giullizia. Buona pezza ! Ca. Ordina ancora , che quello uficiale per tutt'oggi non parta di cafa voltra . Fatti innanzi, Tragualcia. Tra. Che comandate ? Ca. Entra in cotelb cafa, e non andar di fo- pra a lìurbare i fatti loro ; ma , Itandoti fotto il portico , guarda bene di non la- feiar entrar nò ufeir perfona aicuna.Ha' tu ìntefo ì Tra. Signor sì ,farà fatto . Gr. Fermati un poco. Dunque non volete, che noi polliamo andare innanzi e J n dietro pe'fatti noitri.* quella farebbe ben difonefta ! Va. Ha ragione : e mi contento , che tu e Monna Nica foli polliate entrare e ufeire a voitro piacere,ma altri no.E foprattut- to ayvertifei di non lafciar portare fuori di cafa roba di forte alcuna : intendi tu* In- SECONDO. 4 y Tra. Intendo , e tanto farò . Ca. E tanto efeguircte ; guardandovi dalla malaventura. Andiamo,Signor Patrizio. Or. Avete fatt'i voftri colpi, e noi ancora faremo i noftri : ci farà ben giuitizia per noi ancora , si bene . J^r. S'io crederli affogarla, tu non l'avrai, vecchio manigoldo. Tra. Or entriamo, su, che fi bada ? G;v Oh , oh , tu hai la gran fretta . Eccoti l' ufcio aperto ; ma non andar di Copra, vè, fe non vuoi ch'io ti fuoni una danza : c faife n'ho pizzicore . Non chiuder quella porta ,e afpetta ; che ora vengo . SCENA III. ìyjca . Grillo . Rilto,noi fiam perduti.Che faremo, \J mefchina me? uh, uh, uh. Or. No.i piagnete , non dubitate ; che alla peggio peggio ce n'andrem condio. 2S£f. E come,mefchina a me , fe noi abbiamo la guardia in cafa l Or. Udite quello che io ho penfato . E'no-n bifogna ch'io m'allontani di qui, per ca- gion di coitili: prendete quelli due feudi, e prima che l'ora venga più tarda,andate a cafa il dottore, e quivi afpettatclo,che appreffandofi l'ora del definare, non può ftar a venire : dategli que' due feudi, c fate opera di condurlo con efl'ovoi all'udienza del Vicario; che il noftro Scatol- lino ha da me ordine d'iutrodurvi : intendete ì 2ij. Intendo:ma che debb'io dire al dottore? In- 4« ATTO Gr. Informatelo del precetto , c procurate , ch'egli il faccia o revocare o fofpendere, fin'a tanto che fi feriva a Raugia,e venga la ì-ifpoita del padre di Calfandra : non elièndo il dovere ch'ella fia data altrui , fe fuo padre non é prima informato d'alcuni particolari troppo importanti. In fomma faccia ogni opera per tirare la_» cofa in lungo , più che fi può ; che altro finalmente non cibifogna. Poi chi ha tempo,ha vita: e chifeampa di un punto fcampa di cento : fe ciò s'ottiene, (inno scavallo. Scriveremo poi tanto male* a Meffer Bernardo di cotelti padre e figliuolo ; che quando non fi facelfe mai altro,s'avrà il beneficio che noi cerchiamo del tempo . Se non s'ottiene , ci condurremo fubito,con quel meglio che noi abbiamo , al Portello, e quivi, prefa una barca , ce n'andremo a Vincgia , dove non mi manca luogo comodo e onorato da porre in ferbo fieramente Calandra» finché a Dio piaccia di far maturo il fuo parto : il quale, fccondoche voi mi uite, non può efler molto lontano. ?^'. O Grillo , quelta fuga è un gran fatto: ma per fuggir vergogna ,fi vuol far ogni cofa ■ purché fi poflacolorir il difegno. Ma io non so : tu di che ce n'anaremo , e non fai conto col birro tu ! Or. Qualche cofa faremo pure: l'inebbricre- mo, l'ingolerem di danari,l'uccideremo, quando altro f.r non (ì polla. Ma non perdete più tempo voi: f rberovvi alcuna cofa per definarc , o più tolto per merenda . Hf. Io vo : tu va in cafa, e guardati da colui. O Iddio SECONDO. 47 O Iddio , lodato fia tu fcmprc , che mi niettehi in cuore di icoprir il mio fegre- to a coitili ; fenza il quale , che avere'io potuto mai fare io tanti travagli 3 SCENA IV. Tìfiofilo foto . OH,quefta sì ch'è mileria da non poter fofi'erire ! poiché fe mille cuori averli , a me certo non bafterebbono , né per amar Goftanza , ch'è la mia vita , né per odiare quella carogna , ch'è la mia morte . E pur con un cuor folo,mi con- vìenfoftenere l'immenfo amore dell'una , l'infopportabil odio dell'altra. Che farai dunque infelice ì oggi tu hai a perdere o la grazia del padre , o l'amor di Goftanza : la quale, come fia certa delle tue nozze , cosifubito o ti s'invola, o d'altrui ti vien involata. E tu potrai fof- ferirlo ì potrai tu vivere fenza lei ì potrai vederla nell'altrui braccia.' io morrò prima. O perchè non mi è lecito colla fuga provedere al mio fcampo ! che dove ora il paterno fdegno mi sfida , la pietà forfè m'affiderebbe : e forfè col- l'efiglio impedirei quelle nozze , che_» d'altro modo impedire non avelli potuto . Ma fon legato da troppo forte necef- fità , da troppo dolce catena. Abbandonare la mia Goftanza! Allontanarmi dalla mia vita! è per me cofa imponibile. Dovrei fuggire il padre adirato ,il pericolo delle nozze , _ la cafa di quelta fracida ; e pure fono tirato a forza j n cjueite contrade) 48 ATTO trade , per veder, non che altro, le mura fole, che chiudono il mio teforo . Poterti almeno comperarlo col vivo fan- gue ; poiché con altro mezzo non poifo trarlo dalle mani di quel fuo tanto iniquo e difpietato patrigno. Che partito prenderai dunque , mifero ? non giovandoti punto nè'l reftar, nè'l fuggire. Al male , ch'ò più vicino , provederò , non confentendo alle nozze; ma tuo padre ti sforzerà: non farà certo. Tu non potrai refiftere: sì faro. Sarò dunque incorante, fe ho Goftanza nel cuore ! Condurrà in cafa la Raugeai e conduca!a:allo fpofarla ci parleremo. Senza me certo far non fi può: noi farò mai. Ma vò provar mia ventura,s'io poteflì vedere l'anima mia. SCENA V. "Moschetta . \Antonio 'Padovano. Me. Q Olenni beftie per certo dovevano ef- Cj fer gli uomini di quel tempo , che fi pafeevano di ghiande e d' acqua ; e ci fono oggi ancora delle canaglie , chc_> chiamano quella vita l'età de!Poro:Petà dell'orfo più tofto ladire'io . Gente fallita o d'appetito o di borfa, che cosi credono di coprir i difetti loro, e le loro mefehinità. Che ne dite , Meifer Antonio ì An. Nel fiuto della buccolica a MofchetU non fi può contraddire,che ne sa troppo* Mo. Ma che diremo noi di coloro , che hanno il modo di mangiar fei volte il dì,non che quattre , e firiducoHO a una fola i O Vi- SECONDO. 49 O vigliacchi, fe ciò fanno per avarizia, e fciocchi, fe lo fanno per fanità . Vedete fe han cervello : per mangiar non fi vive ? 'jtn. Certamente, fe altri non.mangiafle , non virerebbe. Mo. Or fe'l mangiar ci dà vita; quanto più fi mangia, tanto più non fi vive l \Xn. A me par che tu abbi una gran ragione. Mo. Come s'io l'ho! tanto avelli il modo di farla a quefto non maifatollo mio ventre e fcmpre digiuno ; che mi darebbe l'ani - mo di viver più di Matufalemme.AfcoI- tate per vita voftra, Mefler Antonio: capitò una volta a Vinegia un che chiamavano mattomago . Jtn. Ah, ah, ah : matematico tu vuoi dire. Mo. Credo di si io. ofn. Un altro lago . Mo. Strolago sì. Buon dì : un uom di conto, non fi può dir quant'era onorato . Io gli font? pur dire la bella cofa: non me l'ho mai fcordata . ^An. E che bel la cofa fu ella ì ■ Mo. Che fi trovava un certo pacfe , dove fi mangia almeno almeno trecento feflan- tafei volte il di. O Mofchetta,fe vi poterti mai giugnere ! *An, Ah, ah, ah : e' ti piantò una carota , Mo- fchetta. Mo. Si che non c'erano degli altri, quando e* 10 diffe, e dottori, e uomini riputati,che raffermavano, sì per Dio : e non ridevano mica di lui, come ora voi fate di me. 11 poi faceva egli ben i fuoi conti , e parlava co'libri inmano: fe l'avelie fen- tito . La Idropica. E Ma . *• ATTO >An. Ma dimmi tu, voragine delle menfe: come puoi ftare in cafa Melfer Patrizio,clie vive tanto affegnatamente ì Me. Ma la gola , Melfer Antonio , è maeftra di tutte l'arti : cola troppo ingegnofa : guai a me , fe ftellì a' fuoi parti. Quando " ci venni, che non fono più di due meli, egli mi diputò al fcrvigio di Pittori Io iuo figliuolo : e perù rade volte di me fi ferve. Teftè mahdommi alla villa ; e io v'andai volentieri , perchè ho fatto già parentela colla Caftaida : intendete ? *dn. Come fe intendo ! Mo. Di Pirofilo poi fon io padrone a bacchetta: quanti danari ha, tutti fondi Mofchetta; ma peggio è, che n'ha pochi. A quanto in cala può dar di piglio,è mia regaglìa : e poi fuori di cafa mi vo ingegnando j Melici- Antonio. *Alt. E che fervi;,i di cotanto merito gli fai tu ì che ufi ciò è il tuo ? Me. Quello che nelle corti fa grandi gli uomini e favoriti : quello , che fi può dire , l'opprefiione de' buoni , il purgo de' benemeriti, il padron de' padroni. Io flava una volta con un gran cortigiano, chè'J medefimo uficio avcvajil quale cravillan di fchi atta , ti per avanti era flato flafriere , così bene com'era io : e per Santa Nari (fa , bifognava che tutti gli s'inchinaflero . In fommaegli è ilR e di tutti gli urici. tAn, Con affai meno di parole, potevi due, io fon ruffiano . Ma io non so vedere , come quefta tua arte ti polla poi fatolla- re , quando non truovi in cafa la tavola ben fornita. In SECONDO. fi Trio. In cafa » eh ! mai non ci delirio : come prima ho veftito il padrone, così eleo in foraggio , e fecondo il mio trarfico mi dimeno . All'ora folita vo in Palazzo , conofeo ognuno , e ognuno conofee me; perciocché tutti fi fervono diMofchet- ta. Dico ognuno, che metta tavola , che degli altri nulla mi cale : quivi pianto il mio fquadro . S'io miro peravventura. uno di quelli montoni d'oro , gonfi di vento,m'inchino un miglio lontano; poi deliramente m'accolto , e con mille inchini gli dico:buon dì allaS.V.Illultrifs- Ed elio : Mofchetta mio, come fi fta ì Ed io : non poflb ftar fe non bene, ogni volta ch'ella mi tenga ìhfua buonagrazia , padron mio caro; e meglio ancora ftarò, quand'io abbia bevuto un tratto, chc_» n'ho bifogno. Vien meco a definare , foggiugne egli ; che a tuo modo rifarò» bere. Ed io , baciandogli il mantello riverentemente il ringrazioje poi m'avvi» con effolui, fempremai lusingandolo , e adulandolo: che chi non sa piaggiare , fi umor di fame . A quell'altro poi, clis fa dell'Orlando , e del maeftro di fchcr- ma : Signore , due gentiluomini fon venuti a contefa d'una certa guardia fan tattica ; io mi ci fono abbattuto , e ho<;!i accordati nel fapientilfimo parere delia. S.V. Illuftrifs. Ed egli intanto fi gonfia. Ed io lotto : ficchi-, Signor mio , fari forza, ch'ella fi degni di dare quella fen- tenza . Mi piglia per la cappa, e mi conduce acafa:doy'icmoftranàogli uncol- po, ch'io mi fo..o fognato, il fo far tomboli , e menar le mani, che pare un paz- E. * zo. i ATTO zo . Ed iofogghigno : o buono, o bravo; non è uomo che Jafapefle trovare.E poi a'circunfUnti mi volgo , e dico in guifa ch'egli fentir mi poffa : tutto'l Regno di Spagna non ba'l più bravo cavalierdi co(:iii. Intanto fi porta in tavola ; ed io, fenz' altro invito , come canina mofea , m'attacco, e meno le numi molto meglio di lui: perciocché quivi ho io una botta, che è troppo franca . Quell'altro vanerello , profumatuzzo , fpezzacuor di tutte le donne , Cubito clic mi vede , mi chiama a se . Jo, che so'l giuoco , gli dico: o Signore , avefie mille ducati chi parlava di voi jtamane.E dove,Mofchet- ta mio ì B irta mo. Dimmi di grazia, chi e'fu . Ed io nell'orecchio : la più bella rì- g Imi ila di tutta Padova , ah , ah, ah. E quivi il pongo in dolcezza, e intanto vo accomp-gnaiuìòlo ucafa. Dovegiunti, mi dice : caro Mofclictta, non mi tacere chi fu la bella giovane , che è sì vaga di mentovarmi. Ed io: farebbe troppo lunga la ftoria ; à meglio , che prima noi definiamo. Dimmi almeno quel,che di- cca . Che voi fit te il più bel giovane» che con due occhi veder fi pofla.Ob,quÌ- ' vi non può dirfi com'egli fi ringalluzzì ; e come ,datafi unaftropicciatella alle-» tempie, va tutto infucchio. Ed io addot- fo : voi la fate moiir , voi la fate , quella meichina . Quivi comanda Cubito» che fi porti malvagia, bifcottelli , e altre «alantei le . Vien poi madonna faiita e venerabil vivanda ,odorofa , fumante: oimè ■) che mi pare d'averla in bocca. Egli mi vuqle apprelfo, e tutti ibuou boc- SECONDO. ^ bocconi foti di Mofchetta : perciocché egli iì pafee dell'aria d'un belvifo,e pen- fa a quel ch'io «li ho detto ; e io meno le mani e'1 dente, come una macina. Dopo definare torno a cafa:;l padron vecchio , perchè gli pare che mangi poco ; il giovane , perchè gli arreco buone novelle, mi veggono volentieri. E cosi vivo allegramente, e mi procaccio le buone fpefe ; alla barba di mille feimuniti colli torti. Jlri.ln fotti tu fe' cima d'uomo . Ma dimmi per vita tua : quelle nozze farannoiì elleno ? Mo. Come fe fi faranno ! E che bella roba ho ' io perciò condotta di villa. yAn. E quel bel giovane {offrirà' d'accoftarfi a quella femmina mezza fracida i Mo. Non fon mica fracidi tanti bei ducati, che porterà in quella cafa, co'quili avrà ben modo di trovarne di belle e di fapo- rite , e di goderfele allegramente. /iti. Sarà dunque venuta la tua ventura, Mofchetta, di fatollarti a tuo modo. Mo. A mio modo no, ma quanto più fi potrà: penfate pure, ch'io men ò lejmani, come un piffero . Io maeltro di cafa, io fcalco, jo difpenfiero,iofopraccuoco,io credenziere , io tutto : perchè il vecchio non vorrà tante macine no per cafa. Io vi lafcio p;nfare , fe Mofchetta faprà fare buon lavorio . Oh , perchè non ho io mille bocche ! natura traditora, un fol palato a mille appetiti, eh ì Quella è la volta ch'io vò provarmi, fe miveniffe mai fitto di mangiar quelle trecento e tante fiate, che quello Itrolago dille . E 3 Ah, ?♦ ATTO iAn. Ah , ah , ah . Tu fe' ben sì valente, che puoi fperarlo.Ma ecco'l tuo padronc,vè. Addio , Mofchetta. Mo. Addio. An. Tu Arai frefco, povero Flavio: male nuove ti recherò io per certo. Mo, Non poteva venir più a tempo. SCENA VI. Moschetta. Tatrhk . Mo. T*\ Io vi fulvi i padrone : io fon qui. Ta. U E fai, ch'io mi credeva che tu funi alle Molucche , cotanto hai tu penfato a tornarci. E perchè non venirti tu jeri? Son pur tre giorni,che te n'andaltijiniin- gardaccio. Mo. Perché,prima il mal tempo . Ta. Non andar più innanzi, che fenz'altro io so la feconda. Mo. Forfè anche no . Ta. Il maltempo la prima . e la poltroneria la feconda : anzi pur quella è la prima . Oh,quanto ti fa egli Piitorìlo infingardo.' Mo. Sta ben per Dio . E fe quello inringar- daccio non fi folle trattenuto jeri alla-» villa, vifareite voi avvedutola valentia dìqual altro avelie potuto guarentir il voitro pollajo ! Ta. Si ,ehJ Mo. Quello è il merito di cotanta fatica! Ta. E che fatica è Hata la tua , valentuomo s prender i polli , riporli nella Mia , fargli condurre a barca , e dormendo lafciarfi portar al fiume, eh ? Grande imprefa per certo hai fatta 1 La- SECONDO. Mo. Lavorar tutto'l giorno , vcgghiar tutta la notte, fudare,trafelarc,conibatter con le beftie,perfalvar il voitro po!lajo:que- fte fono Rate le imprefe mie , Signor si. Ta. E perchè ì ftarò pur a vedere che gran miracoli fien quelti . Mo. Perchè'l martorello .... Ta. Che di tu di martorello ì Mo. La pace è fatta . Che dico , eh ! bifo- gna dire quel ch'egli ha fatto; e quel che ho 7 proveduto io ch'e'non faccia. Ta. Nel mio pollajo ì Mo. No : l'avrà fatto nel mio . Ta. Cacafangue ! la cofava daddovero . Mo. O che bella menzogna ! Ta. Or dimmi come fta'l fatto ? Mo. Giunfi jer l'altro a fera, colle voftrcj commeflioni ; e perche i polli non fi po- tevan prendere , fe non fa fera o la mattina per tempo , la Caftalda pensò , che folle meglio lafciaili n'pofar quella notte : la mattina feguente , entrati nel pollajo , per levar quelli , che comanda la liita, noi vi trovammo due de' maggiori e de' più vecchi capponi, che vi fof- fero . Ta. Morti ì Mo. Che morti ! anzi pur lacerati, per sì fatta maniera , che v'era appena l'avanzo de' pie , dell'olla , delle penne , e del becco . Ta. O beltia maladetta ! un pajo , eh ? guardarti poi ben,Mofchetta , di non errare? io vò dire,che fofle lhito un folo,c li fof- fon paruti due : fai ì Mo- Come s'io'l vidi bene ! L'un fu leflfo , e l'altro arroltito. Pur troppo il vedemmo noi ATTO noi bene ; perciocché v'erano quattro piedi e due becchi : e poi tanti ve ne mancavano al numero. Ta. O roba di Patrizio, come vai tu ! non ho pur uno voluto mangiarne mai, per con- ferrare intero quel bel pollajo,e una bc- ltia fe gli ha mangiati. Ma , Mofchetta, e'bifognn,;he fieno flati due beltie,avcn- done guaiti due : il mafchio e la femmina . Mo. Credo anch'io. E cos'i, Mofchetta, tu fe* una belìia . Ta. Or feguita, Mofchetta. Mo. Veduto quefto , ci rifolvemmo di corre il malfattore fui frodo,e liberarne il pollaio . Ta. O ben fatto , ben fatto ! Mo. E tutta quella notte abbiam fatta la fen- tinella , tìnattanto ch'egli entrò nel pol- lajo. Ob,com'era egli grande! Come prima e' vi fu , mi diedi a turar il pertugio: fapetc quello della Caltulda, che rifpon- dc in cucina ? Ta. Si, intendo. Entrava per quello , eh ì Mo. Per quello appunto . Avendolo ben tu- rato,ficche non potelie più ritornarfene; entrammo ambedue infieme,c gli fummo addoiìo, menando l'uno e l'altro colpi di fchiena , io con un fodo palo , ed ella con una pertica : che avrclte detto , co- Itoro fanno a gara , a chi me' fi dimena. Ultimamente menammo tanto , che refi ò morta . O che valente donna è colei ! Non crediate che alla prima morirle, no: tornammo a quel trafluljo ben tre fiate. Per Dio, che un alino, padrone , non farebbe duratg alla gran fatica, che ho fot- SECONDO. y 7 t'ìo quelta notte. Or non mi dite maipiìi infingardo . Va. O Mofchetta mio caro, quant'obbligato ti fono per sì buon'opra. E'le gli avrebbe mangiati tutti. Hai tu pofcia turata ben quella buca ì Mo. Se folle qui la Caftalda , ne potrefle_» chieder a lei : che miglior teltimonio darvene non potrei ; sì è ella ben radicata ? Va. Ordinimi: hai condotto la roba fai va? Mo. La roba ora può efi'er al Baflanello : che quand'io la lafciai, partiva la barca ancora . SCENA VII. Vìjìofi:o . Tatrìzh . Mofchetta. Vi. 5? Cco Mofchetta ; ma c'è mio padre. Va. d Con efit dunque non fe'venuto ì Mo. Le robe appena fi fon potute condurre» per mane air. nto di piena . Vi. Io vò ltar a udire . Mo. O Pao.rone,che bella roba! voi vi farete un onor mirabile . Vi. Parla de' polli, che ha condotto, sì. Va. Ho fempre fatta proferitone d'aver in_j cafa mia belle beitie . Mo. Cominciando da te. Va. Che dì tu ì Mo. Dico,cominciando da me. Vi. O che ribaldo ! Mo. Oh,come voglio sfamarmi perlina volta . Ma perchè l'ora è tarda, farà meglio ch'io vada per la bolletta, e faccia con- durla roba. Sì, 58 ATTO Va. Sì, tu dì bene. Va via; mentre vo io a fornir la lite in Palazzo . Mo. O giornata felice,che mangeràMofchet- ta un'oca e una porchetta . Va. O Mofchetta, Mofchetta : e pur meglio, ch'eflì la facciano queita fpefa. Mo. Chiamatemi voi ì Va. Sì : hai tu la Ulta de' polli ì Mo. Eccola. Va. Or va con efla a cafa il Collaterale : fai tu quel Cipriotto , che Ita all'arena ? Mo. Come s'io'l so ! O che cuoco mirabile : non andate più innanzi, che fenz'altro v'ho intefo. Ch'io inoltri aquelfuo cuoco la lilla , e sì gli dica da parte vo- ftra. Va. Che cianci tu di cuoco? Va, dico, a cafa il Coli iterale, e truova quel Aio maeltro di cafa , e digli. ... Mo. Che volete voi far di maeftro di cafa ì non vi fervirò io meglio di lui ? Va. Tu farnetichi nel vero . Che umori fono cotefti tuoi ì che maeftro di cafa vuoi tu far ignorante l Egli è un uomo grande , di pelo tra biondo e bigio, ricciuto : fai ? Mo. Quanto a quello io lo conofeo pur troppo • Va. Digli,c!ie fon venute quelle robe, ch'i» gli promifì ; e fe le vuole, mi mandi prilli i danari del collo, fecondo l'accordo fatto , e poi a cafa fe le conduca ; acciocché egli faccia la fpefa della condotta : ha' tu intefo ? Mo. Quale robe : quelle cinque facca di gra- no e fette di lana , che ho condotte in- fieme co' polli i Che SECONDO. n Vii. Che grano,che lana,vai tu fognando, ba« lordo dico i polli di quella Ulta. •pi, O quella sì, ch'il' da ridere ! Mo. Di quella lilla ? Go- itanza eifer quella, che mi chiamava. Ti. Goltanza ! O ben mio : e dove era ella? Mo. Sapete voi quel terrazzo , ch'è fopra il tetto , dove già due dì fono voi la vedette, che /tendeva il bucato ì Ti. Fin là su, eh l che faceva ? Mo, Si faceva biondi i capegli, che per quanto ititeli già dalia Lena, quella è quanta comodità gli ha dato Lurco , il patrigno fuo. O Piftofilo, fe quelle fila d'oro averte vedute j quel bianco feno , quelle» candide braccia poco meno che ignude, s'e'/i può, ancora dopo la morte . Ricevete SECONDO. <5 7 vete voi quefte lagrime , ultimo dono , e miferabile del cuor mio:e fe degna non fono (lata d'amorofa mercede, fatemi degna almeno di cortefe compafiìone. Non la negate a quella mifera ferva , che né dolor , nè fortuna , nè lontananza , nè paterno rigore , nò qual altra fi voglia potenza umana avrà mai forza di fepa- rare , o viva , o morta , da voi. Ti. Non più pianto, Goftanza, non più querele . Tofolo ho da lìagnar quelle lagrime, io folo dafaldar le noftre ferite: oggi farò vedervi,s'io v'amo. Sprezzerò le minacce del padre,romperò il freno della modeftia, non temerò di pericolo : sforzerò , involerò , penetrerò quelle mura; o domattina nel cammino vi rapirò: nè farà imprefa, ch'io non ardifea. Non vò patti con la fortuna no,no:o tutto mifero , o tutto lieto . Tra la vita e la morti, non cerco mezzo : 0 io v'avrò, ) • io morrò . SCENA X. Grillo folo . CHe fo io?lo ftar inutilmente in tempo di cotanto bifogno , non mi par bene: debb'io andare , o reftare ? Par che mi dicà il cuore, che quella povera donna abbia di me bifogno : e pur mi pefa di lafciare la cafa fola. Che fo ? voglio andare , il Palazzo ò vicino : quel birro non può andar di fopra , ch'io ho eh ai- fa b porta della fcala: non farò molto indugio. Lafciami andare fin colafsù . AT- 68 ATTO I I Ir SCENA PRIMA. Mica. Grillo. Hi. /~\ Grillo , tu ci venirti pur tanto a V-/ tempo : Dio ti fpirò . Gr. E fapete, ch'io (tetti per non venire 1 2yj. Guai a nohegli s'era impuntato di mandarci (oimè , che'l cuore mi trema .incora ) a levare Caffandra allotta allotta di cafa. Gr. E perchè cosi fubito ? che gli era entrato nel capo ì Perchè il dottore è ftato come la rana ; la quale o falta ofta: dianzi non volle fare , e oggi ha voluto ftraffare . Gr. Sapeva ben io, che a far l'altare le s\ fatte ranocchia,non ci voleva altro ch'el boccoli d'oro . 2Sjj. Nel difender la caufa gli frappò della_* bocca non so che d'ingiultizia : buondì , il Vicario collerico di natura, che s'era di già fcoperto parziali/lìmo di Patrizio, e fapeva in cofcienza fna , che faceva in- ghiitizia j fentendo rimproverarlalì, fieramente adirato , il cacciò via . E non folo non volle a me , che umilmente nel Supplicava , e piagneva, conceder la richieda fofpenfione ; ma fò di più chiamare fubito il Cavaliere , per ordinargli, che ìmmantenente ce la levaffe di cafa. Grillo mio , i'non ebbi mai la maggiore angofeia di quella ; nè credo , che la mor. ■ T E R Z 0> 6? morte porla cfler piìi dolorofa . Gr. Mirate furia da pazzo! che cojpa avevate voi, anzi pur la giuftizia , dell'altrui fallo ? E forfè clic non fi tien un gran fa- vio ! in fatti, chi non sa regger se fte/fo, non è atto a regger altrui : e i gran favi per lo più fanno le gran pazzie . 'bit. E tu com'hai poi fatto a'ncantarlo ? Gr. Con uno feudo, che Io piantai'n mano a Scatollino: ed elfo fu , che trattenne il Cavaliere , acciò non andalfe ; e poi entrato fubito in camera , cominciò a dire delle folite fue novelle , e feppe sì ben fare, che mife il Vicario in fuccnio, e ottenne la grazia , che s-'éfeguifea il primo comandamento: ciocche per tut- • foggi Caffandra non ci fia tolta. 2\J7. Cosi dunque fi lafcia egli aggirare a un cinciglione , com'è colui l Gr. O fta beneri buffbni,i ruffiani, i parafati, gli adulatori, gli fpioni, e fimil gente « fon gl'idoli de'padroni : quelli i ben veduti , gli accarezzati, i favoriti, i premiati ; alla barba di quanti feimuniti , goffi , e sgraziati virtuofi ftentanoial mondo . 7S(z. Or che s'ha a fare , mefehini a noi ì Sei ore folo di tempo , eh l Gr. Hovvelo detto fin da principio , fuggire : a' cafi noltri non c'è altro rimedio . 3\{7. Oimè, Grillo: fuggire ! e dove ? e come? e quando ? Grillo , penfaci bene, ch'egli è un gran paffo . Gr. Senza pcricolo,MonnaNica,non fi fcam- pa di gran pericolo : voi avete a guftare uno di quefti due amari calici : o lanciare Svergognata Caffandra, o fuggir con 7» ATTO elfo. Qual volete voi prima? 3^/. Anzi morta , che fvergognata. Gt: Prendiamo dunque la fuga , e lafciatenc a me la cura: che s'altra via , che noi credo , men perigliofadi quella mi porta/Te innanzi la forte , aflicuratevi pure, ch'ioferberò il fuggire per l'ultima. Ma ditemi, credete voi, che CalTandra potrà fenza feonciarfi camminare inlin al Portello ? HI- Anzi credo , che elfendo ella ne' nove meli, quello moto, per far agevole il fuo parto,le gioverà. Or. Andate in cafa , e fatto un falle Ilo de' panni fuoi e de' voltri, riponetelo in un forziere;ch'io condurrò un facchino per elfo : prendete ancora que' pochi danarij e ori , che voi avete , e afpettatemi. Hì' Ma il birro ? Or. Poichè'l vino non l'ha innebbriato,l'i,i- nebbrieremo con l'oro: quelle canaglie fi lafciano aggirare per uno feudo , come altri vuole. Due paja che gli lì donino , farà veduta di dormire,infingendoli d'ef- fer ebbro , e lafceracci fare quel chc_f vorremo . Quattro feudi non gli vede in quattr'anni. Ma mi feordava del meglio : crediam noi, che Calandra voglia venire ? 'Ì^J. Se vorrà, dice ! Andrebbe in capo del mondo , per fuggire la fua vergogna e le nozze. Ofetu lafentillì. Mifera me_>, dice ella, avelie al men voluto ta mia disgrazia , che quelto parto , infeliciflimo tellimonio dell'amor mio , o foIfe flato maturo, avanti che feoperte le mie vergogne fi fonerò,© prima del tempo ufeen- T E R Z O. 7 t do nTaveffe quali vìpera uccifa ; ma vìva o morta , non ria mai vero , che altri mi pofl'egga, che tu , Flavio mio: nò per altro m'e cara la ricca eredità , che m'a- ftrfgne a prender marito Padovano , fé non per farti fìcuro, che fa'mìa fede non è vinta dall'oro . O vedi s'ella verrà . Or. Or via non perdete tempo . O nelle fue miferie felicifiima giovane ; fe tutte fof- fero di tal animo , che bel mondo ! del quale alla fin fine le donne fono il vero ornamento. O feifo nobile, o feffo caro, feffo gentile: quefta vita fenza te farebbe un inferno :tu riftoro defl'uman genere, tu fonte delle dolcezze, tu confolazion degli affanni, tu condimento delle allegrezze,^ finalmente nido d'amore.Don- ue,non donne,angeli dell;: terra. Ma vol- • ta carta 3 e fa che manchi foro la fede : diavofi incarnati , che ti vanno per cafa. SCENA IX ■ Mofchetta . Lurco . Grillo Mo. A Spetta almeno tutto dimane. Lu. t\ Quelli vodri dimani non arrivano mai : nò cotefto dimane farà niente più oggi di quel che fia quell'oggi , rifpetto a quel che fujeri: e così uno va dietro all'altro . Non ne vò più . Gr. Che domine hanno cofìor di traffico ? io vò ftar un poco a udirgli. Mo. Lineo , non poffa io veder altr'oggi, fe non verrà il dimane ch'io ti dico. Lu. So ben anch'io 3 che verrà. GranfegrctoJ ma 72 ATTO ma quello de' danari non farà già . Mo. Io dico quel de' danari. Lu. E io replico, che per le tue parole, e per quelle del tuo Piftofilo , ho mille occa- fioni perdute di far bene i fatti miei ; c che non voglio perder quell'altra. Danari e non parole voglion elfer , Mo- fchetta . Gr. Si eh ? comincio a'ntenderla. Mo. Fammi quello fervigio per vita tua. Lu. Per la vita tu mi feongiuri, eh ! Non fai tu, che la mia vita è l danajo ì Mo. Per la noilra antica amicizia . Lu. E perchè quella duri, non ti voglio far credito . Mo. Per l'amor di Dio. Lu. Per l'amore di dugento ducati Goflanza ti farà data . Mo. Tu fe'pur crudo : chi ti fece mai tale ? Lu. La povertà, fratello , che è più cruda di me. Mo. Deh , abbi compalfione a quel povero giovane , che fi muor per amore. Lu. Compafììone a me , che mi muojo di fame . E poi, che trefea è cotella voltra ? non so io , che Pilìofilo prende moglie i Mo. E qual è ella quella fua moglie ? Gr. O come a tempo ci fon venuto ! Lu. Oh , tu noi fai ! forfè che andremo lun- ge a cercarla.La figliuola di quella si ricca Greca, che mori un mefe fa , e abita in quellacafa . Mo. Si vede ben,che tu fc'male informato ; e che iìccome falli nel nome , falli ancora nel reito . Io t'intendo per diferezione . Ma odi , Lurco : tu vedrai prima il lupo congiugnerli con l'agneiia, che Piltotilo con colei. E per- terzo: 7J Lu. E perchè ? Mo. Perchè l'odia come la pelle, più della morte. Or. O quella è pur la gran nuova! non è tempo da ftarfi.Che mercati fono cotelli vo- ftri ì puoflì egli fapere ì Mo. O Grillo, tu giugni a tempo : ha'tu in- tefo ? La. Mofchetta , addio . Gr. Ove vai ì che creanza è cotefla tua , di volertene andare , fubito ch'io lìa_» giunto l Lu. In mezzo a due ribaldi, eh ! Gr. Oh, ci puoi llar per terzo tu, meglio del mondo . Mo. Che per terzo.'per primo,dico io. Afcol- ta , Grillo , fe tu lenti/fi mai la più fiera cofa: coltili ha una giumenta, ch'io vorrei comperare pel mio padrone; oggi non ho i danari, dimane prometto darglieli , e coilui è sì sfiducciato ,che non vuol credermi, e la vuol vender altrui. Lu. Se coltili avelie tanti danari, quanti ha dimani , già è buon pezzo che'l mercato farebbe fatto ; ma ho bifogno d'un oggi , e non di mille dimani. Parti onefto, ch'io non venda a chi mi paga la roba mia ? Gr. Quanto importa cotefto prezzo ì Mo. Dugento ducati importa . Gr. E un gran pagare : bifogna ch'ella lìa_, bella. Lu. Nevai più di trecento , e ho più d'uno che me gli dà. Gr. Vuo' tu fare a m : o fenno ì Lu. Secon .'o che cofa . Di mo. 9r. Piftofìlo ha il modo di dartene bendile Laldrojica. G mila 7 4 ATTO mila, non che divento. Lu. Credo che gli abbia, ma non per me : ma egli non ha voglia , no certo. Gr. O fagliene tu venire . Lu. E come ? Gr. Lafciagliele cavalcare una voIta,e Inva- ghiraftene di maniera , che trecento te ne darà . Lu. O vedi , che ho dato in buono ! Gr. E perché no ? i giovani fon voglioloiì. Lu. Dilli ben io,ch'era in mezzo a due feiau- rati . Addio. Gr. Fermati un poco , non tanta fretta no. Mo. Caro Lurco , dove fu mai , che fi facclTe mercato fenza qualche dilazione ì L». I mercati delle donne non fi fanno con credito . Mo. Perchè no ? Lu. Perciocché quella è una merce,che porta a chi la compera pentimento : ficchè quel prezzo, che non hai tratto dall'appetito , indarno è , che tu fperi di trarlo mai dalla fede. Gr. Egli è tri/to coltilidaddovero . Lu. Orsii,bifogna ch'io v'apra il foglio.Hol- lapromefla a chi caparra me n'ha già da- ta.Forfe vi penfavate,che un anno a vo- fira polla la voleilì tenere ? fiete cortefi certo ! avete un bel garbo da far incetta di donne \ Mo. Tu l'hai promefla ? Lu. Promeffa si ; e perchè ? Mo. Tu te ne pentirai, credilo a me . Lu. Gnaffe . E per non avermene a pentire , oggi la vò condurre a Vincgia. (Jr. Orsù , Lurco , non t'adirare , vien qua . Non bifogna attizzarlo 3 Moschetta . Gre- TERZO. 7 ; Lu. Credi tu dì farmi paura ì ora io vo... Gr. Non ti partire di grazia , Lurco ; e parla con e/fomeco,che colliri è uno (cerno . Mo. Se quello ò vero , tu Hai frefco, Pirofilo. Gr. Afcoita, Lurco . E troppo malagevole cofa a un figliuolo di famiglia, e figliuolo di padre avaro, il trovare dugento ducati così in un fubito . Lu. Tuparlicontradite,poveruomo.Quaii- to è maggior la faticavamo meno io t'h« a credere . Gr. Daratti un mallevadore. La. Non vò piatire . Gr. Daratti un pegno . Lu. Non fon Ebbreo . Grillo , quelle fon» parole vane ; m'accorgerò ben io, fe Pirofilo n'avrà voglia : per amor tuo fon contento d'afpettar per tutt'oggì ; domattina su l'alba la fentenza è data, Statti condio . Gr. Afcoita ; fermati un poco . Lu. Pur troppo mi fon fermato . Gr. Afpettaci almeno in cafa . Lu. Sì,quafi io non abbia altra faccenda che quella . Addio. Gr. Mofchetta, tu la'ntendi: fenza danari abbiam perduta la caufa . Ma il mio cafo è in peggior termine aifai del tuo : tu, non guadagnando , non perdi nulla ; ma fe oggi quella povera giovane civicn_» tolta , cosi inferma , com'ellaè, fenza alcun fallo la mifera fi morrà . Mo. Che dunque anch'ella non confente alle nozze ì Gr. Quello non so; ma so bene,che non vorrebbe venirti in cafa: e che noi facciamo G a ogni 7 6 ATTO ogni cofa , perchè ella non ci venga , e non ci ila tolta. Ti par egli onelta cofa i Mo. To , to ; cotefto non fapev'io : ed è ben daddovero un gran punto. Grillo , poiché amenduni camminiamo ad un fine , ajutianci per vita tua : alleghiamoci in- fieme , per trovar modo , io d'acquiftar una donna, tu per non perder la tua. SCENA III. Tìfiojìle. Mofchetta. Grillo. Ti, Q Bandito a tua polla , purch'io goda la tj mia Gollanza, purch'io poffegga_» l'anima mia . O lagrime preziofe , o l'angue del cuor mio , ch'io t'abbandoni ! ch'io ti vegga in altre mani, che in quelle ! Al primo colpo taglia una gamba a quel manigoldo , e tutto a un tempo raddoppia il colpo fopra alcun altro,che feco folle : merligli in terra, becco su la mia vita. O cuor'mio. Mo. Se quella, che tagliate, è una torta j un buon pezzo per me di grazia. "Pi- O Mofchetta , a tempo ti truovo. Mo. Voi fate un gran menar di mani. Vi, Fratello , tu fai bene , che quel trillo di Lurco. Tirati in qua,che colui non c'intenda . Mo. Npn dubitate , ch'è noftro amico: e non mi replicate parola, che quanto dir mi volete , tutto so . Gr. Pirofilo , non vi guardate da me , ch'io fon de' voftri, nientemeno di quello che fia Mofchetta : poiché, per quanto mi par d'intendere, la mia padrona e voi v'ac- terzo: 77 v'accordate meglio del mondo. Voi non volete lei, ed ella molto men voi : non già per poco merito voftro ; ma perchè, avendo intefo dell' avarizia grande di voftro padre , famofa per tutta Padova , lì morrebbe più tofto,ch'entrarvi in cafa. Mo. Che vi difs'io .* Ti. O Mofchetta , dice egli il vero coltili, o s'infinge ? Gr. Ancor non mi crede ! Me. Come fe dice ! non ha forfè ragione ? Ella ci morrebbe di fame la poveretta. Ti. O come a tempo ! De' efier bravo , che ha la fpada : affé che farà buono per aiutarci a rapir Goftanza. Mo. Rapir Goftanza ! parliamo d'altro. Ti.' Che hai paura della pancia, poltrone t Mo. Piùtofto della fchiena , che è calamita del remo : che quanto alla pancia , non ha ella paura d'altro,che di voftro padre, adirvi la verità. Ti. Come hai tu nome ? Gr. Grillo al voftro fervigio . Ti. Grillo, fe quefto è vero, mi dai la miglior nuova del mondo. Gr. Come s'è vero! Io vi farò conofeere, che men di voi non bramo la rovina di quelle nozze. JW/ chiome! ofeno, o braccia,o mani, o tergo maravigliofo ! Ma ecco Grillo , "o come a tempo ! O Grillo . Gr. Chi mi chiama ? O fii tu il mal venuto: si tolto non ti voleva già io. Zf. Volgiti in qua, che fon io . Gr. O fletè voi, Melfer Zenobio mìo caro . Che cofa gli dirò io ì Ze. Appunto di te cercava, per teco le mie rare avventure comunicare . Gr. Io vi ho da dare la miglior nuova , che mai 8z ATTO mai avefte a' dì voltri : o che nuova , o che nuova rara , che nuova miracolosa ! E (tato agevole il cominciare , a finirla ti voglio. Ze. Ed io ne reco a te una maggiore affai della tua. Gr. E imponìbile : quefta è regina di tutte te altre nuove. Non so andare più innanzi io . Ze. Vuoi tu contender meco di nuove, fe te- fìè ho veduto Goltanza mia. Gr. Sii, la voltra a petto alla mia non vai nulla , no certo. Ze. Dunque dimmi la tua. Gr. Il tutto Zia ch'io la fappia. Io credo certo , che Meffer Domeneddio mi v'abbia mandato innanzi per voltro bene : o che nuova , o che nuova! Ze. O che nuova, o che nuova ! o dillami una volta , in nome di Dio . Gr. S'io non vi ritrovava, guai a voi: peniate, io v'ho cercato tutt'oggi. E } a cerco tutt'ora, e trovar non la porlo. Ze. Se quella è quanta nuova mi fai tu dare, fruftra t'ho ritrovato. Gr. Per mia fè, ch'io la tengo. Che volete giucare , che la mia di gran lunga è maggiore affai della voltra? Non dite voi, che avete veduta Goltanza ; dove fu co- tefto* Ze. Là fopra'l tetto , che quivi s'afeiugava i capegli: o aurei capegli ! Gr. O gran diavolo lafsù non la voleva già io : anzi pur sì, ella ci va di brocca. Ze. Ma che penfi tu ? Gr. O , o , o , la mia fenza dubbio avanza la voltra. Voi avete afapere,che Goltanza voftra..., Onuo- TERZO. »j Ze. O nuova miracolofa , poiché comincia dalla mia cara fuaviola. Or. E innamorata di maltiera, che fpafima . Ze. Oh , quello infin a qui non ni'è nuovo . Or. E dico innamorata di Piltofilo, figliuolo di Mefler Patrizio degli Orli , che Ita in quella cafa . Fin qui non è menzogna . Conofcetelo voi ì Ze. Hui, hui, Grillo mio facetiffimo , così fai pruova di martellarmi ? _Ma troppo bene so io , che Goltanza mi ama peritamente : e poi non lafcerebbe un par mio , perfona virile , uomo d'ingegno » poeta illultre , per un ragazzo , com'è colui. Or. Dunque credete voi , ch'io dicamenzo- _ gne. . *e. Di grazia , non mi far di quelle paure , ch'io fono per natura sì delicato di fpi- riti, ch'ogni picciola mozione d'animo mi perturba. Or. MelTer Zenobio, mi duole d'avervelo a dire ; ma io mi orlerò di farvi toccar con mano ciò ch'io vi dico . Ze. Oimè, dunque non beffi . E dunque vero, che Goltanza mia per altri mi abbia pollo in non cale } Or. Non so di cale: io vi dico, chè la cofa fta pur così. Io ho'l vento in poppa. Ze. Val ium & mutabile femper fontina. E quella è la buona nuova che tu mi dui, eh ! Or. Ho voluto prima darvi la rea ; perché la buona , ch'io fon per darvi , è tanto eccellente, che l'allegrezza avrebbe potuto uccidervi. Ma voglio ,che le voftre armi medefime vi convincano : che credete 84 ATTO dete voi, che facefle Goftanza fopra quel tetto , dove voi dite d'averla veduta ? Ze. Per brama divedermi, avrei creduto io, prima ch'io ti parlafli . Gr. O pover uomo , come moftrate bene di non aver pratica delle donne . Credete voi, che un folo amor le contentino ì e' ci fono di quelle, che fanno de' loro amanti le lifte tanto lunghe , vedete, per poterfene ricordare ; tanti n'hanno elleno . Sapete quello , che vi faceva , e che vi ha fatte: volendola fuo patrigno con- dur domattina a Vinegia, ha concertato di tirarli oggi in cafa Piitofilo traveltito da burattino. Ze. E quelle fono buone novelle ? O infelice Afcalafo , o funefto e importuno bu- bone ! Gr. Glie domine cinguetta egli ! mi dice villania certo. Ze. Ma che fai tu di cotefto ? Gr. Tirala, Grillo, fta in cervello. Lurco patrigno fuo me l'ha detto , il quale fi è trovato in luogo , dove ha potuto fen- tirlo: e perchè molto di me fi fida, mi ha pregato , ch'io voglia elfer con efi'o- lui > e dargli un carico di buone bafto- nate. Ze. A i giovanetti,com'egli è ancora tenero, non conviene il baflone : il fuo vero ga- ftigo farebbe la mia feutica . O come i{ fervire'io bene . Ma in qual abito ha egli divifato di traveftirfi l Gr. Da burattino . Ze. Guata tu,s'egli ha vifo di fapere abburattare ! che per quello efercizio potrebbe ftar molt'anni ancora fotto il maeftro . Con Gr. Con una barba pofticcia s'aveapenf . o di contraffarli. Ma per tornar a! propofì- to: io che so quanto vo'fìute accefo dell'amor di Goitanza , ho cosi meco di- fcorfo, che, quell'abito voi prendendo , potrete troppo bene e comodamente, in vece di Pilotilo , andar in cafa, e godere . Zt. Per e/lerci ricevuto con un pezzo di legno? oh, quefto non farò io. E cos't,Grit- lo , le tue buone novelle fi rifolvono in male buffe. Gr. Non vifmarrite, che non c'è male alcuno; perciocché io, bramofo di fervirvi, ho fatto confapevole Lurco dell' amor voftro. Ze. Oimè , che hai tu fatto , Grillo, che hai tu fatto! perii, perii ,• proltituta è la mia dignità . Gr. Oimè , oimé , voi fletè pure impaziente : lafciatemi finire , e poi doletevi , fe vi parrà d'averne cagione . E perchè Pirofilo avea promeno di dare per prezzo di Goftanza dugento ducati a Lurco;poichè egli non ha potuto trovarli mai ', ho in nome voltro data io la parola a Lurco,ed egli fene contenta . Sicché, sborfndoyli vo'il danajo , vi lafcerà con quell'abito, in vece di h'/torilo , entrar in cafa . Z(, Grillo,a dirti il vero, non vò più di que- fte tue buone nuove: io fon chiaro . Come dugento ducati? non cmo t.'nti pceni- tere, no , no, nequaquam, minimè, mef- fer no . Gr. Dove andate, Meffer Zenobio ? non vi partite , che non fapete ancora tutta la ftoria , ha. Uro fica. H Di 8(5 ATTO Ze. Di quella,ch'io so,mi bafta: troppo n'ho intefo. Gr. Voi adombrate come cavallo . Afcolta- tcmi, e vedrete,che l'ombre vi fcmbrano montagne. Ze. Ombre chiami tu dugento ducati ? Gr. Forfè che non gli avete i Per quel ch'io veggio , non liete innamorato, no certo: fe i danari follerò fangue , vi fvenereile. Ze. Innamorato fon ben io, Grillomia il mio amor non vai tanto . Gr. Orsù, non voglio più tenervi in affanno. Se avelli trovato modo di farvi aver Go- ftaaza per niente , che ne direfte ì Ze. Oli, oh, io direi, che tu folli valentuomo terquequaterque. Gr. Mcffcr Zenobio , lafciatevi governar a chi vi vuol bene : io fo più ftima di voi, e della grazia voflra , che di quanti ruf- tà, ni può r.vcr il mondo . Vorrc/le dimeno , clic Gì ilio , amico voftro di tanto tempo , penfaffe inai d'ingannarvi ? Dio me ne guardi. Or afcoltatemi , ch'io vò condurrà in braccio di quella tenera-» mammofeita, con tanta agevolezza, che ftupirete . Ze. O Grillo mio lepidiffimo e filavi/fimo» fe cotelto è vero,tu mi farai,uh, uh, uh » tutto tutto andar in dolcitudine liquefatto . Gr. S'io'lfarò, dite! mo , mo il vedrete. Io voglio , che,prefo l'abito , come dianzi v'ho divifato , quando farete per entrar in cafa di Lurco , abbiate due moccichini , che Grillo ve gli darà , tanto fmih infra di loro, che l'un dall'altro non li conolca: nell'uno voglio^ che riponiate d"- ter z o: s 7 (lugento di quc'roftri si be'ducati d'oro, fapete,chegù voi mimortraftc a Vinegia: nell'altro ^altrettanti pezzi d'ottone.» Campatisi vagamente, che pajon monete d'oro forbito . lo farò quivi con effovoi, e dirò a Lurco , che per ficurezza e cautela voftra , è molto ben il dovere , che non gli diate i danari, prima che non abbiate il voll.ro fin ottenuto : dovendogli badare , che voi gli abbiate ficuri in ta- fca. £ cosi gli molterrete il moccichino dell'oro, annoverando iducati, c poi riponendolo,dopo'l fatto gli darete quel degli ottoni, intendete ; che per elfer tanto fimili, l'accetterà fenz'altro per quel dell'oro . Che vi par di quello trovato , non è egli di tutta botta i Ma dimmi, Grillo : come vuoi tu , che Goftanza non mi conofea, ancorché io fi a travefh'to ? W. Non potrà ella no ; perciocché voi avete a condurvi con elfolei in una camera ti buio , nella quale hapenfato di ricever l'amante . E poi badate pur a faro, e non a parlare. Come volete ,che vi conofea ? %t. Sta bene . O mirabile aftuzia ! non ere do , che quel Davo Terenziuno trovarle mai la piìi bella. Ma quando fi farà egli poi avveduto della menzogna , che fia di me, non mi potrebbe egli far qualche feorno ? Che feorno volete voi che vi facciaJPer chiamarvi in giudicio , nulla farebbe, mancandogli i teftimoni: offendervi nella vita , fene guarderà bene ; e avrà anche di grazia a ftar cheto, quand'egli H » fap-° tS ATTO fappia , che Grillo lìa per difendervi : guai a lui. Ze. O Grillo mio , quanto ti fon io grandemente ubbligato. Or. Or non badate , su . Provedetevi quanta prima degli abiti , ch'io v'ho detto , da burattino, .e travestitevi col cavalletto eftaccio, a bell'ordine, apparecchiando i danari; e non avendo voi gli ottoni, li darò io, che gli ho ipiu begli del mondo , e fopra il tutto una barba poftic- cia , acciocché Goftanza non fofpettaf- fe, ufcendo voi di metafora: poiché così Piftoiìlo ha concertato di dover fare: intendete ? Optumè : e so dove avere ogni cofa, da un burattino , che Ila nella medefìma_> cafa dove Ho io. Tu porta il refto, fai, Grillo. Gr. Sì; ma afpettatemi voi in cafa, che quando ne farà il tempo verrò per voi. 2f« Così farò. yr» o poveruomo, fe altro felino non impari tu da'tuoi libri, vendigli pure* Non ho io fatta una bella'mprefa ì sì certo . Ma la fciocchezza dell'uccellato affai mi fcema del pregio . Or voltimene a trovar Lurco, per avvifarlo del fatto,e di quel- Io che reità a fare ; e poi farò provi/ione d'una fantina , da metter fotto al pedante, in vece della Goftanza, nella camera ofeura, perche non polla conofcerla . SCE- TERZO. 8j> SCENA V. Lui-co. Grillo. Mofcbttta. Lt4. TP Uno ho intefo , e fta bene . La. E purché vengano i danari, fate quel elle vi piace . Ma tu mi hai ben narrata la più bella novella, che mai udiffi . Gr. Ah , ah , ah . Mo. Tu non potevi giugner più a tempo , Grillo . Gr. Ridete meco parvità voftra , ch'io ho da raccontarvi la più folenne beffa del mondo . Addio Grillo : tu non ti degni più , eli ! So che tu peni a falciarti veder io. Gr. Se ogni volta,ch'io ftarò molto a vederti, t'apporterò il guadagno, ch'or t'arreco , potrefti ben contentarti di non vedermi in capo degli anni. Mo. Dimmi di grazia:avreffu mai dal pedante tratti i danari ? Gr. Si,e con sr bello artificio,che non è uomo al mondo , che fel penfaffe . Mo. O Grillo re degli uomini. Lurco,quefti fono i danari , che teftè ti dicea. Lu. Guardate pure , feiaurati , di non volere cavar i granchi con l'altrui mani, e fare la be ffa a me ; che'l difegno non vi riu- feirà : intendete ? Gr. Lurco, non dubitare, ch'io ti farò il partito tanto fìcurojche potrai dire d'averli in nano : afcolta come . tm, E meglio, che per iftrada tu mei vada dicendo . H 3 Per- ?o ATTO Gr. Perché , dove vuo' tu e/fere ? L». A cafa il notajo ; il quale vò far venire, prima che altro fegua , affinechè Go- ftanza conferita , che'l teftamento di fua madre fia aperto , e faccia infieme la rinunzia dì quelle robe,cheda lei mi fon» itate promelfe : e non iltà molto di qui lontano. Gr. Andianne. Ma odi cofa che 'mporta : b.i- fognerebbe , per far la beffa al pedante , trovar una fantina d'amore . Sapreftene tu alcuna,che folfepronta? A sì buona derrata aveffitno noi la vitella , come avremo la vacca: ma non fe' tu da ciò così buono, come fon io? vr. Meffcr no : tu fe'il poeta de'chiaffi. E poi bifogira, ch'io torni qua, per condurre il pedante : non dir altro , che quefto & tuo proprio lincio , Mofchetta . "Me. La Zoppina ti piacerebbe ? Lv. E troppo vecchia: la Lofchetta affai più, Mo. Dio guardi ,un unguento da cancheri ! Gr. E l'altre che fon elleno? per Dio sì, ch'é gentile e accorta molto . Ma. Orsù , rjorcmancherannoci no . Hacci fa Gibetta , laTruffina , la Guinzajetta , la Bruna, l'Uncina, laVolpuccia, laSa- docca , la Zanchetta , e mill'altre , che ora non mi ricordo .. Gr. So, che n'hai il regiftro io . Afcolta : Infognerebbe che fuife limile di perfona-» alla tua Goftanza , fai Lurco . Lu. Hol'la trovata io . Ma. Dì ma. L'K Loretta. Mo.. Non potrebb'effere pili il cafo; ed è tutta mia : e Ila per buona forte qui di dietro T H R Z O. tro al Palazzo. Sarà ottima: tantopiÈt elicci profefiionc di ftai' fempre pulita . Andiamo. Cr. Andiamo, Lurco; ch'io verrò poi a cafa, per informar Monna Nica del tutto,e in- fegnarle quel che de' dire a Me/Ter Patrizio » scena vr. "Patrizio . Flavio in abito di vie dico. Te. T T Oi fiete venuto a tempo, Mefier So- V fronio, e per me, che ho bifogno di voi , e per voi, che larga ricompenfa riceverete delle voftre fatichete voi farete quel valentuomo , che mi promette Meifer Antonio . F/. Signor mio, non sofare belle parole; I'o - pera farà quella , che giultatnente e con; modeftia mi loderà . Va. Or afcoltatemiifto oggi per condur nuora, la quale Ita in quella cafa, che vedete colà. Fi. Girne. 7*17. Sofpiratc. *7, Sofpiro per l'acerba memoria , che ora in me rinnovate . Ebbi nuora anch'io, ma poco mi giovò averla,che il mio figliuolo unico ,uh , uh , uh . Va* Povcruomo:mi fa compaflìone. Monili, eh ? Pi. In capo al mefe , lìgnor si. Va. Gran colpo percerto . Ma quello , che non ha rimedio , fi vuol portar in pazienza . Troppo voi dite vero . Or feguìte. Io 91 ATTO Tu. Io vi diceva , ch'ella Ita in quella cafa : e perchè mi vieti detto , ch'ella e inferma d'un male poco men ch'incurabile ; procuro difapere fe cosi è , e fe coiti- penfo alcuno per guarirla trovar fi piti') . Me/Ter Antonio mi ha detto maraviglie della voftra fufficienza; fe vi balta fife l'animo difanarla, io vi donerei unpajo de' più begli, e de' migliori, e più Rabboccanti ducati ch'io abbia in caffa . FI. Oh , è troppo gran prefente cotelto ! Ta. Ma io so fpender, e largamente , quando n'è tempo , vi so dir io . F/. Oh , fi vede , e di che forte. Ma i pari voltri non fi fervon per danari; io vi voglio fervile per cortefia . Ta. O fiate voi benedetto.Così fatti dovreb- bono elfer i medici eccellenti , fenza_» avarizia , fenza tenacità : vizio fra tutti gli altri il più abboininevole. Dio lodato tempre fie tu , non fon gi.i tocco di tal pefte . Ora a'fatti, eccellente Meffer So- fronio:la prima cofa ch'io vorrei fapere, fc'J fuo male é incurabile . FI. Di quello non vi date penfiero : non è male alcuno apprelfo di me incurabile . Quanti poco men che cadaveri, abbandonati dagli altri medici , ho io allapri- ftinafanita ritornati ? f nzi in quello più ch'altrove s'efercita l'arte mia : febbri » doglie , catarri ; mali ordinari e triviali» non me ne degno . Iofano etici, tifici» mattinatici. \ Ta. Anche i matti ? il- Signore si. Ta. o che valentuomo ! VI. I paraplitici, i parpatetici , gli orpelati, gli idropici. O que- T E R Z O.^ 9 i Pa. O quello appunto è'1 mule di quella giovane . Fi. Certo . "Pa. Cos'i da tutti vien detto . Ph Se quello è, io ve la do guarita in un_, mele. "Po. p pure dicono , che cotefto è un male incurabile . Fh A qualche medico da dozzina ; ma non a me , che fui difcepolo di quel famoib Zaffarielk , fulmine degl'ignoranti, che non fanno quel che fi pefeano in medicina . "P*' Sì, eh ? O che valentuomo ! Fi. Q^elii miferi Itracurati comanderebbo- no immantenente , che quella giovane non beeffe . Vedete voife la'ntendono : e io vò ch'ella bea quant'ella può , e del migliore e più gencrofo vino che abbia . E chi non sa , che s'ella ha lete , bifogna darle da bere ì Oltrechè'l vin potente caccia quell'umor freddo e umido,che la gonfia. Ma non de* elfer idropifia , voi vedrete . Va. L'ho detto anch'io . O che valentuomo ! In fatti chi vuol farli eccellente , non uccelli alle borfe. Ma onde avviene, che nel curare l'idropifia sì grandemente^ s'ingannano i noftri medici l FI, Perchè non fono fìfolafì,fìgnor no:e non hanno penetrato nelle vifeere della potente natura , come ho fatt'io . Dice il grande Ippocarfo nel terzo de' Raffìa- nifmi quella bella fentenza : CMiod fapoi nurut. "P&. Parla dunque della mia nuora , eh? Ff. Parla 3 Signore sì. E vuol dircene quello , che 5>4 ATTO che le sa buono , Io gatta; e che'f buono non è cattivo: videlicet, che s'ella gii ita del dolce, il dolce conceder le fi de'. 7?a. E da che nafce quel gonfiamento, fe non è idropisia? Dite di grazia,che per quanto mi pare , voi fapete ogni cofa , fa- pete . FI. Io vi dirò. Galieno nel primo delle Me- tamorfofi , paragrafo terzo , dice , che due cofe fono di ciò potiflìmc le cagioni : l'ima è la natura, e l'altra il naturale.Quetto è ben altro,chefpecchiarfì in un orinale ; ordinar quattro pillole e un critteo: vanità folite di coloro, che vanno oggidì mendicando più torto , che medicando , e non fanno covelle . Il naturale adunque e la natura cagionano il gonfiamento : ambidue fono forti , fono terribili, come quelli che s'empiono d'impetuofì vapori, procedenti dalla fu- pereffenziale qualifìcazion degli alimenti : paflati prima per la circonlocuzione di tutti i cieli, per gli altifìimi finfìì,e re- fluffi di tutte quante le ttelle , per la in- di/Tolubile labilità de' pianeti : tirando, ricevendo , fpinfendo , sforzando , corrompendo , e alla fin penetrando in concentrazione viicerium, mediante la quadratura del circolo rtraccapotico e artro- labico. Ta. O che valentuomo ! Percerto,ch'io mai- più non ho fentito sì alte , e nuove cofe, e concetti in bocca de' nofiri medici. FI. La natura nel concavo della Luna prende fua forza , c genera tanta copia di flauti, che bene fpeifo fi fentono fonar di foprs edifotto. Il naturale poi altresì dalla cir- TERZO. 9? circunfltienza del Sole , girando è montato nei carro perpendiculo di Fetonte , e Iia Vtaeif e Marte per attendente , riceve tuttala fuapoiianza ; permodoché, mediante l'afriifazion di Mercurio , s'indura tanto , e s'ingrofla , per la multipli- cit.i de' vapori ignicoli, ch'egli genera , che niun altro umore del corpo umano gli può re fi ile re. O che valentuomo ! So che la'ntende io. Or quelli due paronimi tanto grandi ri-- cercano dentro e fuori tutta l'incorpo- ratura dell'uomo : e quando un membro, e quando un altro , fecondo la compjef- fione di ciafeheduno , e buona e cattiva, grandemente travagliano.E così,leparati l'uno dall'altra , cagionano di gravillìme malattie; ma fe peravventura s'incontrano., e a guifa di montoni, che cozzino , tutte le forze loro sfogano ne' ven - tiicoli della pancia , fanno quel gonfiamento , che non è idropifia no , ma una malfa d'amori genitali, che bilogna ri- folycre co' rimedi, che foli da quello voftro fcrvidore fono conofeiuti . E tal m'immagino , che Ila quella , che travaglia la vo.tr.i nuora:la quale in poco meno d'un mele vi do guarita. Ta. O fi a lodato xJio,e la voftra virtù ! quanto vorreNche Pillola lo foffe flato prefen- te a quello diicorfò:ma voglio che parli con eiì'ovoi , pcrch'egli rclli chiaro del vero .Or uditemi, Eccellentiffimo Mef- ferSofronio: oggi fpero d'aver in cafa la giovane; come prima fia giunta , cosi fu- bito manderò per voi : intendete ? *A Ma avvertite;, che non bifognaper niente $6 ATTO te muoverla da quel luogo, dove ella è , fignorno: perciocché quegli umoraz.ii fon tanto fieri,che tutti fi metterebbono in moto , e la potrebbono folFocare . Ta. E tanto breve il cammino , che portandola ben coperta , alterazione di forte alcuna non fentirà. FI. Signor no , vi dico , a patto alcuno no» è da muoverla : so quello ch'io vi dico , altramente non me ne voglio impacciare , e vel protetto , no , no . Ta. E un gran fatto cotelto . Orsù , poiché cosi configliate, cosi faremo . F/.*Benefta: e credetemi, che altramente non fi può fare . Ma s'io dovrò andare in quella cafa, a me non balta l'animo d'entrarvi lenza il vofìro comandamento . Ta. Sì, sì, fon io padrone della fanciulla; Ia- feiate a me la cura di quello . Tornate- vene a cafa Melfer Antonio , e quivi at- tendetcmijche come ne fia il tempo,ver- rò per voi. FI. Cosi fuó . Mi raccomando alla Signorìa voltra. Ta. Addio . Ma i miei libri, Melfere, cotefto non m'infegnano certo . O fana , o inferma , o viva , o morta , so ben io che in cafa la vò ftafera. Io vò tornar in Palazzo , per intendere , fe altro ci reità-» a fare: poi condurrò Piitohlo al medico» acciocché relti ben perfuafo , che'l male di qut.Ha gioVane non è, com'egli crede, infanabile; e fi rechi perciò a fare più agevolmente la volontà mia. SCE- terzo; j7 SCENA VII. Cenobio fok. L'InefpIebilc defiderio, ch'é in me, dì trovarmi con la mia dolce Gostanza, ini fa ora si impaziente, che fecondo i'ordine del mio Grillo non ho potuto più lungamente afpettarc; temendo non qualche impedimento fi frapponga, coinè fi dice , inter os Se oifam. E poi non vedeva l'ora di levarmi di fcuoI,i,e(iendo triveftito di quello modo ; perocché dice Nafone : Non bene conveniunt, nec in una fede morantur , majeltas, Se amor. Talche,avendo nella cattedra magiurale deporta la mia toga virile, quanto primi fono ufeito di cafa : tantopiù ch'io portava pericolo d'efTer veduto da alcuno de' miei fcolari ; i quali ancorach'io abbia licenziati , «e retta però fempre alcuno qui dintorno , per bifogno chcj hanno elfi di me e io di loro. Dch,Grillo mio , perchè vai tu cotanto procrarti- nando ì farelti tu mai pentito di farmi quefto fervigio ? o tu Goftanza , avrerti forfè fotto altra forma fatto venire a te Pirofilo ? Ahtraditora, tu mi hai pur ingannato: ma farai tu ora , mehercule, la'ngannata; che, credendo di ricevere il tuo Piftofilo , riceverai Zenobio , clic fotto quelli candidi panni , quali novello Giove , fotto le piume d'un bianchif- fimo cigno, fen viene a te fua Leda. Augurio date non già meritato; poichè per un leviihmo ragazzetto lafci colui, La Idropica. i c ] lC ?8 ATTO che altro dì e notte non penfa , die di farti co'fuoi verfi immortalc.Intanto a te mi volgo, o Dea de'teneri amori : fe de' pur meritar il Aio premio, l'avere già tante volte con verfi elegantiflimi la tua deità celebrata , e con dottiflima elucubrazione nel mio famofo fuggefto , condotto fuor del trojano incendio , e delle pugne latine, il tuo grande Enea. Vieni> benigno nume, e per le fiamme amorofe ficmi tu ancora previa: fcendi tu ne'miei lombi, cqueltotuo tirone all'infueta paleftra rendi così robufto , che po/Ta_» avere picniflìma vittoria della fpergiura c rubellante nemica fua. Ch'io ti prometto , o nominimi divumque voluptas, di confecrarti una votiva tabella di cento venuitiflìmi endecafìllabi. Ne ti sdegnare^ Diva,che per l'addietro io t'abbia difprezzata, e la tua dolce cura poft- ^bita , abufando l'ignito Itimolo del tuo figlio , il quale non ebbe mai potere di penetrare ne'miei precordi ; perchè fu fempre infiituto de'più eccellenti e chiari profeflori della tanta oggidì celebrata ciclopedia , di fempre poitergarc le tue lascivie. SCENA Vili. Grillo . Zctwbìo. Gr. /"^ Erto quello è il pedante ; avea pan- V-/ ra di non venir a tempo . O poveruomo ! Mefifer Zcnobio . Zs. O Grillo,come mi hai fatto ftare un pezzo efl tabun.lo e dolente ì Perchè sì tardi fe' tu venuto ì Tar- TERZO. 99 Or. Tardo non fono flato io, ma voi tropp* follecito : bench'io vi fctlfl > che J'eifer diligente, è proprio degli amanti. Avete: voi i danari ? Zf. Eccogli. Or. E io vi arreco quegli,che vi ho promeflì: vedete come fon begli, lucidi , pajon^ d'oro . Zf. Or dove fono i moccichini ? Or. Sono qui ; datemi vo'i danari. Zc. O come fono eleganti : dono di qualche tua favorita, eh ì Or. Credete di effer voi folo innamorato ? Or prendete . Quello bifogna flrigner ben bene , acciocché egli volendolo sgruppare j vi dia tempo di potervi recar in falvo. Or vedete, non è già una differenza al mondo tra un gruppo e l'altro : chi non s'ingannerebbe ! z e> O che beffa folenne ! G r, sì per mia fé, la vedrete. Riponetelo dunque nella tafea a man delira; acciocché nell'ufeire l'abbiate affai più pronto, per dare a Lurco : e tenete in mano quello dell'oro, finché Lurco l'abbia veduto; poi riponetelo nella tafea fini- llra : ma guardate di non errare, e chi egli non fen'avvegga , intendete? Mi ceco Lurco , ritirianci un poco, per far pruova, fc vi conofee in quell'abito . I » SCE- ioo ATTO SCENA IX. Lurco. Grillo. Zcnobio,' Lti.. | L nc>n aver trovato in cafa quello no- J t:.jo non mi lucia far prò la felice riufcita de' miei difegni ; perciocché di due cofe, ch'io defiderava , l'ima che fono i danari", pollo dir d'aver nella borfa; ma l'altra non mi dà il cuore di poter fare , avanti ch'ella fi parta . E benché io abbia lafciato ordine acafafua, che cornato , fubito venga col teflamento di Maddalena , è nondimeno si corto il termine , che dubito affai, non tarda fu per cfter lafìu venuta. Che farò dunque? Giinda , Lurco , quel che tu fai , che_» s'ella t'efee di cafa , fofpircrai. Ma che vo io facendomi paura con l'ombra mia ! fe avelli a fare con Patrizio fuo padre * ragionevolmente potrei temerejma trattandoli con fanciullo- innamorato , che dubbio o che fofpetto aver fene de' i E poi non ardirebbono mai , nè l'un , nò l'altro di negar quello , che tante volte mi han promeifo ; temendo ,e con molta ragione , ch'io non ifcopriflì tutto lo'n- ganno . Ma non è quello Grillo ì sì per mia fe , e "ha feco il tordo , che ha dato nella ragna . O burattino mio gentilizi-; mo , vuomi tu abburattare unfacco di farina ì Gr. So che di fubito l'hai feoperto io . Lu. Ti par quella prefenza da poterli nafeon- dere i In ogni tempo , e in qualfivogl'' 1 abito, fi fa conofeer troppo bene per «jud ch'egli e. O Lur- TERZO. ior Zt. O Lurco , la tua Goftanza , da quel primo dì ch'io la vidi, mi conciò di tal forte , che mi fa fmaniare e infanire, come tu vedi. Lu. Tutto quello ,che fanno gl'Innamorati , per ottener il fin loro, non può ftarfe non bene. O quanti ce ne fono de'fa- trapi, che fanno peggio di voi ! Gr• Lurco, quelli fono i dugento ducati > che ti ha recati Me/Ter Zenobio,fecondo la prometta che ti fu da me fatta in fu» nome : ma perchè egli ha voto in così fatte mercatanzie di non pagare avanti tratto , e non già certo perchè di te non fi fidi ; vorrebbe , che tu ti contenta/lì di lanciarlo godere , avantichè ti delfe i danari : elfo te gli inoltrerà e novererà , primachè entri nello (leccato ; tenendogli appreifo di se;e poi non ufei- rà di cafa tua , che profumati te gli darà. Lu. Come vi pare ; purché io fia ficuro d'avergli, o prima o dappoiché m'importa? non so io , che fono in mano d'uomini dabbene ! 2f. Eccogli dunque, vè, in tante dobble d'oro : ti so dir io , che fono de' fini. E di qui puoi conofeere , fe fono innamorato ben bene , dando a te in un'ora fola lutto quello, che ho guadagnato in tanti anni. Lu. Melfer Zenobio mio venerando , begli fono i voftri ducati, e più bel fiete voi . O , quelli fono innamorati da farne conto j alla barba di certi bricconcelli falliti , che non ifpenderebbono un picciolo. Ma farà meglio, che entriamo in cafa a noverargli fotto'l portico ; dove diro io« ATTO poi quello che avete a fare, per ingannar Goftanza : e non v'increfca d'aipettar cosi un poco , perchè non è ancor l'ora, ch'ella ha data a PidofiIo,intendete. Anzi ir neceifario , che voi vi trattenghiatc in una camera terrena,ch'è dalla parte di dietro, perfino che Goltanza,credendoit ch'io non fia in cafa , venga nel luogo con Piltofilo concertato : che come prima ci farà giunta , verrò per voi ; e concludendovi a lei, in cambio di Piltofilo t farete ricevuto pur voi : fapete ì Ze.. A te ila comandare , Lurco mio bene > Lurco mio refrigerio ., Gr. Entrate pur voi,che non v'ho che far io:e vi de'ben ballare, ch'io vi abbia condotto al campo. Ze. I prse, fequar: che e/Tendo in quclti panni , non ho ora a tenere il mio grado ; e però va pur innanzi.. SCENA X. Loretta, . Moffetta., Le, /"> Ome io mi maritarli poi, e come V.^ reftaffi vedova, e quale folTe, e prima e dappoi , della mia vita il tenore, fe crede/lì d'aver tempo abaflanza, appieno ti conterei , con tanto tuo gufto r quanto forfè abbi fentito mai altra cofa . Me. Anzi quefio ciCervirà per trattenimento; poiciiè per non elfer ancora aperto l'ufcio di Lurco-, ci bifogna afpettar qui di fuora „ finche aprendolo, ne dia legno d'entrare, E però', di pur, Loretta, quanto tu vuoi , che mi farà cariamo di fen- T E R Z O. ioj fentire la Moria della tua vita , che non può effer, fe non bella. Lo. Vorrei, Mofchetta , che lamia lingua fapeife cosi ben dire le mie prodezze , com'io le feppi ben fare ; che per mia fé vedrefti un ritratto di femmina si forbita , e di maeitra tanto eccellente , che pari o fimigliante nè Roma , nè Vinegia , nè Napoli mai non l'ebbe : e finalmente quali dovrebbero eifer tutte le donne, ah, ah, ah. Mo.. Oh,oh, fi vede bene dove fe' fiata a mef- fa ftamani, tanto fe' tu allegra , e cianci fuor del tuo folito . Lo. Io credo, che al nafeer mio s'accoppiaf- fero. tutti gl'influflì , che hanno virtù di produrre in donna animo tenaciflìmo in corpo liberaliffimo . Nacqui di madre Spagnuola,e di padre Napoletano . Mo. Lega di finimmo argento ! Lo. E nacqui nella città di Vinegia , dove , dopo le mine del Regno di Napoli , ambigue fi ritraflero , per fuggir l'ira d'un certo Maftro di campo , che voleva far impiccar mio padre, per gran fomma di danari, che aveva in quella guerra truffati . Non ti faprei già dire com'egli da Vinegia paflafle poi a Vicenza , perciocché io tanto era bambina allotta , che sppena me ne ricordo . Io cominciai fin dalle fafee a dar indizio del mio valore , e prima , per quel ch'io credo , imparai di mentire che di parlare , eprimad'in- ~ gannare che di conofeere. Per Dio , che d'altra tempra non ti vo- . leva oggi, Loretta mia faporita . Crefcerui'io pofeia di mano'n mano , e ve- 104 ATTO venuta in età di fett'anni, fui più vana, che non fono l'altre di fedici : lo fpec- chio era il mio nafpo , il pettine la conocchia : non l'ago da cucire , ma gli fpilletti per adattarmi la velie , per conciarmi le trecce , facevano il mio lavorio : in cambio della tela e del lino , la pezzuola, il bambagetto. I ricci, le bionde, i belletti erano infornala gli efer- cizi delle mie mani, i penfieri della mia vita. Mo. Quello è un gran principio ! Lo. Nonafpettai d'efler giunta a' dodici an- ni,ch'io cominciai a far all'amore,e fen- z'altra maeltra , ti so dir io , che feppi far il meftiere . Talché, vedendo mia madre (perchè già la fua macina faceva più crufea affai che farina) la buona piega della mia vita, pensò di rinverdire» nella mia gio/anezza le fue palfate prodezze ; e avendomi fatte imparare le fette arti liberali, aperfe cafa a tutta Vicenza , cominciando a tener trebbi d'ogni forte : io fempre in mezzo di tutti. Or penfa tu , Mofchetta, fe, avend'io sì largo campo d'efercitarmi , itti fei perfetta . Se quivi li giucava , er'io capo del giuoco , nò mai pcrdeajfe fi teneva d'alcuna cofa propofito,er'io fempre il zim- bel di tutti ; chi motteggiava di qua, chi pizzicava di là : c'n fomma, non andò guari, ch'io perdei quanta vergogna-» avea,ìn luogo della quale entrò la fchie- ra delle virtù cortigiane . Mo. O furor divino , quanto puoi tu ! cortei .confefia a me oggi non ricercata quello, che non direbbe al confelforo : checon- fefforo T E R Z O. r 0? felibro ! anzi quello,che non le farebbon dire le funi della colla . Lo. Beato chi potea avere un mio favoru£- 2o:e più mi valeva un naltro di feta,o un mendico aneli in d'oro , o velo , o altra chiappoleria , ch'io donarli , che Pufurc non vagliono degli Ebbrei. ™o.. Ma come facevi poi tu a trattenere tanti rivali ? Lo. Come ! quefta fu l'arte . Lo sguardo folo reggeva a voglia fin quella greggia : il pianto ebbi si pronto, la faccia cosi mutabile , le parole , le maniere , e l'animo sifubito a trasformarli, che quel inoltro marino : come lo chiamino quelli cica- Ioni poeti l non ebbe tante ne si fubite facce mai. Io difpenfai Sf gentilmente le grazie mie, adoperando fecondo il b infogno deliramente il r.ifbjo , ch'io feci fempre parer leggiero , per grande ch'egli fi foiié , ogni male . I troppo arditi con le repulfe fi reprimevano , i ti- midi con le mani s'aflicuravano , gli ap- paflionati d'un occulto fofpiro , i difpe- rati di veri/imili promefle,ma però falfe, li foccorrevano . Le finte lagrime furono la tortura degli avari , F adulazione de'vani. La gelofia mantenn'io fempre tra loro afperfa leggermente , per confervare , e condire , a ufo di fale, pia torto che d'unguento da cancheri, comeufanodi fare oggidì quelle femplicì femmine, che non fanno fare il meltiere. Soprattutto era in quella cafa una regola generale , che a tutti i ricchi fi dava indifferentemente ricapito,i poveri ftavan di fuori : i bei giovani fi pafeevan di vanità, io<5 ATTO nìtà, i poeti fi accettavano per traditilo della brigata ; i quali però m'erano in tanta noja caduti,che non poteva vedergli più. Mo. E chi domin potrebbe tollerare pratiche sì nojofe ì Colpo colpo ti sfoderano qualche frottola,e come fanguifughe ti s* attaccano e ti feccan le orecchie : guai a colui,chc digiuno di lor tra piedi. £ come fono agevoli a cadere nel pecoreccio ! e fene ubbriacano , più che non hai fatto tu fhmattina , Loretta. Lo, Quelle furono l'arti mie : e con quello alterare, quando d'orza , e quando di poggia, feorfi il pelago della mia giovanezza, ahi , con troppo sfortuiitto fucce.'ib ; perciocché venuta al tempo e alla pruova di maritarmi, trovai che tale mi vagheggiò per amante , che per moglie qual viperam'abborriva. Talché fui coltretta d' accompagnarmi a quel vecchio, che poco fa ti diceva ; il qual avelie più tolto fofferenza d'efler governato , che cura di governarmi : poiché folo fra tanti drudi avea ballato l'animo a lui difpofarmi. Ben è vero, che egli vi durò poco, e moriffi . "Me. Appena mille giovani, non che un vecchio folo vi farebbe durato . Lo. E'1 buon pecorone mi lafciò anche tanto , che fe folli Hata favia > beata me . Ma pofeiach'io rellai vedova, e ch'io mi vidi in una tale ampiezza di vitadciolta dalla cura materna e dall'ubbidienza del marito , reina mi parve d'elTere ; e penfai che'l mondo non doverle nò mancare, nènuocere, nè notarmi giammai. Or TERZO. tof quivi,quel ch'io fucefiì, che vita fiiflela mia,com'io mi fcaprìcciaffi a mio modo, troppo lunga novella farebbe da raccontarti . Ma per venite al fine, ti dirò folo, che per gaftigo delle paffete mie vanità , volle il cielo , ch'io m'intrigarli d'amore ( quel che a di miei non m'avvenne* maipiù J con un rompicollo , che facendo dime quel mede /imo , che avca_» già fatt'io di mill'dltri , in men d'un anno mi confumò tutta quella facilità, che m'avea ìafeiato il marito mio : e per ultima mia ruina fene fuggi, portandomi via mille ducati, che farebbono futi fo- ftegno del viver mio.E quelli fono quelli , che teflè ti diceva avere anche fpe- ranzadi ricovrare . Nè altro il manigoldo mi lafciò di se fte/fo, che pianto,pen- timento, e dolore , e cosi fino e gran mal francefe , che per cinque anni fono Hata nel letto. Mo. Buon di : a te quella , pedante ! Lo. Talché ridotta in efirema miferia , s'io ho voluto vivere,m'e convenuto andare a Vinegia , dove tu prima mi conofcefli, a vendere il corpo mio bene fpefTo per un marcello , dove già unfolmio sguardo valfe un teforo . Mo. Con tal fine m'hai tu fatto cos'i dolce di- feorfo parer amaro . Povere femmine , fe voi fapefte confervar le voftre ricchezze , beate voi ! Ma è tempo che tu ten vada , Loretta, che veggio aperto l'ufeio di Lurco . Quando ti piace . Va deliro ,'vè; e avvertifei di tener bene a mente il nome di Pillolìlo, fai: c come ioS ATTO me prima farai sbrigata di quella belila » vientcne via ; acciocchì.' egli perniala forte non ti vedette : e io me n'andrò a trovare il padrone . Rimbeccami il conti ;ippunto;hai (u f-.tto per inodo,che quel cordovano non sAccolga della banda-» sbalìta } Lo. A Siena fon andata, e bolla meffa In campagna con una lenza fratenga . Ufo. Cakti dunque nel coleo, e portati bene, f::i ; che monel frattanto andrà a canzonar col grimo. ATTO 1 Vr SCENA PRIMA, ì^ha foia* Lodato Dio, che abbiamo pur trovato fcampo a sì gran pericolo ; C benché dovendo io intervenire a tal fatto , lacofa non é /icura , che fopra me alla line tutto il male non fi riveriìjnien- teuincno è pur meglio aver danno che vergogna : tantopiù che Cafiandra , perdendo quella , non perde la fu.t ventura . E cosi avrem coperto e prolungato il fuo parto ; il quale purché non venga-» in luce, poco mi curo di tutto'l reuO . Non fa prò io dir a fuo padre , che Piii.0- filo , d'altra femmina invaghito , l'odiava, l'abborriva , non la voleva ì E che l a povera figlino la temeva di non morire in cafadi'quel vecchio tenace ì Ho ,no, purché la noltra barca fi falvi da queito feo- QJJ ARTO. tot fcogIio,non mancheranno porti da r ico- Trare. Ma ecco a tempo Mefler Patr izio. SCENA II. Tatrizio. Mofchctta . Hjca. ?0. f \ Mofchetta mio caro, quanto obbli- gato ti fono ; poiché le tue parole hanno potuto quello con Pirofilo adoperare , che a me, il quale pur gli fon padre,è irato SÌ malagevole,ed era perav- ventura imponibile d'ottenere. ^io. Padrone , non è fempre ben fatto , nè fi vuol in tutte le cofe , né con tutti metter mano alla forza ; maflìmamente nel dar moglie a' figliuoli, co'quali, fe troppo fi tira l'arco , e' lì rompe. Se io con le piacevolezze non l'avelli acquietato , o egli non l'avrebbe mai prefa , o guai a voi, che gliel'avefte condotta in cafa ; e mifera lei, che non moglie, mafehiava farebbe fiata. *^ a ' Ma non è quefta Nica ? Ormai s'appreffi il tempo di dar Caffandra . Monna Nica, che fate voi qui di fuori ì Vi andate forfè immaginando qualche nuova chimera, per negarmi la nuora mia fate pretto , _ che la giornata fpira. *Ì'> Mefi'er Patrizio, non fu mai cofa al mondo , che , fenzaaver contrailo , perfetta, far fi'poteffe : nè colui forte o robufto chiamar fi può , che molte volte al paragone non fia venuto,e fatta pruova del fuo valore prima non abbia . Se io fin da quel primo dì, che mi facefte inftanz» d'aver Caffandra, ve l'avelli ceduta, noa La Idropica. K avre- *»« ATTO avrefte già voi per ottenerla tentato il mezzo della Giuflizia; che però folo » efìend'io donna foreftiera , mal pratica > e gelofa di lei, che amo come figliuola, e come tale fummi raccomandata , era folo baltevole a giuflifìcare appreflb il padre di lei nel guardarla ,nel cuftodirla il debito mio . Se fin qui dunque ve l'ho negata , non è flato difetto d'animo in- tereffato o mal difpolto verfo di voi; ma più tofto un acuto e latente ftimolo, che v'aveffe a render tanto follecito, e aguzzarvi sì fattamente lo'ngegno , a trovar ogni modo potàbile per averla;che la ne- ceffità del concederla foffe per oneftare la caufa mia . Or che la voftra inftanza > mediante la'nduftria mia , lì è già fatta , com'io voleva , aperta e ragionevole-» forza 3 non folo non intendo di più contendere ; ma vengo ad offerirvi Calandra , più voftra ora , che mia: la quale come nuora amorevole farà pronta di entrarvi in cafa 5 e ubbidirvi ad ogni vo- ftro piacere. T". Col battone fi caftigsno i pazzi , Mo- fchetta, fai. Monna Nica, ficcome negar non poffo , che 1' oftinazione voftra non mi fia fiata di gran travaglio cagione, e per dirvi il vero , non fenza molto fofpetto ancora di qualche voftro inte- Tcflc ; così ora confeffo, che quefta lare» dimoftrazione , che voi mi f5te , o fìa di bontà , o fia di paura , che io non vò ora cercar più innanzi , ha fcancellato > a me tutto quél mal talento,che con molta ragione contra voi avea conceputo; E vi prometto di farvi da quinci innanzi cono- QHU ARTO. in conofcere , che io non so meno (cordarmi i difpiaceri emendati, che vendicarmi de'ricevutì. In fede di che , quefta_# mano vi fia certi/fimo pegno. Andate a porre in ordine la fanciulla , che quanto prima voglio che venga a cafa ; uien- trechè Piftofilo fi truova in queita buona difpofizione : fai, Mofchetta ì ™o. Sì , sì , è ben fatto , che talora non lì . penti/Te, ah, ah, ah. *v". Ma non crediate già , che co' fuoi piedi pofl'a far ella quelto ancorché poco viaggio ; ficcome quella, che ordinariamente non fi muove del letto: e in particolare, non bifogna che vegga l'aria; che fo- pra ogni altro difordine , quefto , come più deteftabile , ci hanno Tempre tutti i medici proibito : e quel eh' è peggio, quanto più fi travaglia , tanto più le dà noja un certo fubitano accidente , chc_# fpeflìflìme volte, e non fenza pencolo della vita, fieramente l'affale. J 5 *, La faremo portare sì ben coperta , e si comoda, che nè l'aria, nè'l moto non potrà nuocerle . Or mi fovviene, che quel Valente medico mi prediffe il pericolo, che portava nel moto. Abbiamo in cafa noi una feggìa, che fece far appunto fuo padre per quefto effetto, quando la conducemmo,accomodata affai maeftrevolmente a ufo di trabacca , per potervi adattar fopra o drappo , o lenzuolo , o altra cofa fimi le ; ed è sì bene all'ordine , che ad ogni noitro talento potremfervircene . Anzi , per dirvi tutto , ho già frtto che la fanciulla s'è mef- la all'ordine; al meglio ch'ella hapotu- K * to, il» ATTO to, e altro non afpetta ,fe non ch'io vada per efia. T*. Or non perdete tempo. 2^/. Comandate di grazia a quello voflro fante, che ci venga a por mano; perciocché non balla un folo a portarla. Tu. Si, sì, va via, Mofchetta. "Mq. Sapea ben io , che fenza me non fi poteva far quella fella : fe fi tratta/Te d'andar a tavola, Mofchetta ci farebbe per nulla. Te. Se !a paura della pena non ti aveffe fatto rifolvere, indarno avrei potuto afpet- tare , che dirittura d'animo ti moverle . JE per dirti, forella, fon vecchio anch'io» ma mi fono contentato di crederti cote- ita tua fìmulata buona cofcicnza, poiché *ulla m'importa . Holla io fatta divenir tnanfueta ! così fifa. Or, come prima Caffandra mi farà in cafa, farò ogni ceda, perchè Piltofilo fi trattenga con effolei» nè la lafci, finché , fatto venir il prete, folennemc/. j la fpofi . E mentre che elfi itaranno inficine , farò condurr' a cafa le robe; acciocché non andalfero per mala forte in commenda : e quel notajo appunto , che mi dié copia del teitamento di Madonna Ginevra , mi diede ancora-» quella dello 'aventario .Io l'ho pur vinta : infatti non bifogna cozzare con_» quella teda : ingannar me eh ! bifog" 2 ben che Zìa cima d'uomo. Che dirà ora quella femmina maladetta di mogliarrra, che tuttodì mi rimbrotta, tuttodì mi rim- provera,ch'io non so far i fatti miei punto punto? e che mi lafcio uccellar da quello e da quello, e che quella pratica non QJJ ARTO. tt| , non mi farebbe mairiufcita? Mandala^,' jeri a bello ftudio alla villa, perchè non mi ftefie a'ntronar il cervello.Ma eccogli, SCENA III. Grillo. Mochetta. Tatrizìo. Ì^Jca. Cajfandra. Tragualcia. Cr. T7 A deliramente, Mofchetta,: che crc- V di tu di portare ? Mo. O vigliacco , portala* tu così fodo . Non vedi,che non puoi reggerla falle braccia. 2^'. Eh, per l'amor di Dio , non v'affrettate tanto : accordatevi nel portarla foave- mente , e guardate di non la fcuotere, ch'io temo. Cr. Oh, gli è coftui, che cammina troppo. Mo. II difetto Ita nelle tue braccia , e non_* nelle mia gambe, fai Grillo i Tr. O Me/fere , è egli di voftro confentimen- to, ch'ella fi levi di quella cafa i ^tf. Si,si; Iafciala pur condurre. 2^'. Che vuoi tu ora dir , manigoldo , chc_» quafi m'hai fatta rinnegar la pazienza ? Tr. Avete voi a riprendermi, perchèfo il debito mio ? "Pa. Dio vi falvi, figliuola mia; io fon il fuo- cero voftro: come vi fentite voi bene- i Caf. Non troppo , padre mio caro. *Pa. E che volete far di quella ampolla, che avete in mano, Monna Nica ì ty. Quello è un rimedio^ mirabile al fuò tanto pericolofo e fubitano accidente, e trovollo un eccellente medico Raugeo. Se quello non folfe llato, mifera lei. vr. Or è il tempo. K j Oimè, ii4 ATTO Caf. Oimè,oimè,Monna Nica,ajutatemi,ch'io fon morta. T{ì. O sfortunata me . Non dubitare,figliuola mia, no. Gr. Sia maladetto: non vel dìfs'io ? Entra fubito in quefta cafa , fa torto su . O radice del cuor mio.Ci fon donne in_* quefta cafa ì un poco di fuoco , pretto . State di fuori voi, uomini. Tu. Quefto è un gran male percerto! Mo. Padrone , non dubitate ; voi vedrete» come prima quefta fanciulla fia in cafa_» voftra , farà guarita . Scaldate voi di grazia quel panno, mentre io fcaldo l'unguento , e venite fubito . Uh, uh, poverina : non dubitare , figliuola mia, non dubitare. T?a. E come adopera ella quel liquor cosi raro ì Gr. Le n'unge il ventre , e gli pon fopra una pezza di lino calda ; e fubito torna in se. Ora ella de'efler in agonia. "Pa. Quefto è un mirabilfegreto ! Or. Se ciò non forte ltato, non farebbe viva » queft'ora : è fatto di mufchio, d'ambra, e di balfamo; cofa preziofiflìma. "Po- E che male è cotefto fuo, caro Grillo ? f>t. Che so io ! dicono i medici , ch*é flato una certa cofa penetrativa ,che gonfia-» la matrice : una carnofìtà , no , una ven- tofa, che so io ! Ta. Sì, sì, t'intendo . Tu vuoi dire una forte ventofità della matrice : quel medie» me lo difle : Un flato sì, un flato. Or. Fu Flavio, e non un flato, ah, ah, ah. J^J. Su figliuola mia , su , da valente donna l Entrate voi a levarla : non udite , eh I che QJJ ARTO. rtf che con l'ajuto di Dio le fon tornati gli fpiriti. «e. Andiam, Grillo , ch'ella ci chiama. Gr. Andiamo. *Po. Oh , come ha fatto prefto ! fe quella ampolla fi perdeffe, guai a lei. A quante infermità è fottopofto quello noftro cor- ^ paccio ! Tr - Padrone , ho io a far più nulla per voi I •P*. No , no, fratello, va pure. * r > E chi mi paga ì "Po. Non accade far più parole, che di te fo- no foddisfattiflìmo. *r. Che danza è cotella voftra ì il tutto fta , Che fia io di voi. SCENA IV. Hùa. Tatrizìo. Grillo. Traguahia. H'- (~\ che fatiche , Mefler Patrizio Ife'l V/ darle marito non la guarifce , fon difperata io della falute fua . Ma vi SO dire , che a lei ancora vengono i fudori della morte; voi la vedrete talmente infocata nel volto, che ftupirete: perciocché que'vapori sì terribili di matrice le Vanno al capo , e la infiamman di fuori, mortificandola però dentro . Vi parrà fana e gagliarda più di noi altri . Ma gran ventura è fiata , che quell'ufcio fia Itato aperto. "Po. Sì in verità . Orsù andiamo . TV. Padrone,datemi la mia mercede, e finiamola . Cr. Non gli date nulla 5 ch'egli ha bevuto pili che non vale. No» ti6 ATTO Ta. Non tengo quelli conti io, ftlamo fr«- fchi : va pure pe'fatti tuoi. Tr. Vi fo fapere , che vò effer pagato. Or. Vuoi tu ch'io t'infegni un bel paflb : oh» levati di qua , fe non che le tue braccia tei fapran dire, fe tu m'afpetti. Tr. Voi mi pagherete , fe faràgiulHzia in_# quella terra , bricconi, fvergognati. Ta. Ma il medico che m'afpetta : che 'mpor- ta.'non ho per ora più bifogno di lui,poi- che Piltofilo fi contenta . Ci configlie- remo poi egli ed io, fe l'abbiamo a chiamare o no. COlui, che fu il primiero a fpor la vita alle temperie del mire , aveva ben il petto d'acciajo: io per me, poichè'l Cielo m'ha campato da morte, per non tentar maipiù quel moltro sì terribile e sì fpayentevole , torró anzi a non vedere maipiù Raugia, ancorché mia patria , e-» vivere in quelle parti il rimanente della mia vita . Non credo , che mi fi levi mai- più del capo il travaglio e lo ftordimen- to del mare . Ma chi faprà infognarmi la cafadi quella Nica , govenutrice della-» figliuola del padron mio ì SCENA V. Radìcchio foto. set- QJJ ARTO ti? SCENA VJ. Moschetta, Grillo. ~Hìca, Hadicebio. Mo, T A nave è giunta in porto . Quello JL* è il guadagno che tu hai fatto , ava- rone : non ti difs' io, che altamente mi farei vendicato ? Grillo , ftatti condio! è forza eh' io vada a bere un tratto , eh* io mi muojo di fete. 6r. Va pur,Mofchetta, che. fra poco ti feguo anch'io. Mo. Tanto farò . Gr, Ma chi è cofluì veflito da Levantino ? Hjt. Coftoro forfè me ne fapranno dar indrizzo . O valentuomo , fapreftimi tu infegnare dove abiti una Monna Nica_» Raugea ì Or. Che ci Va, Monna Nica, che coftui è fante di Flavio , il quale per buon rifpetto avrà voluto mandar innanzi coltui?Dim- mi di grazia , chi ti ha inviato qua : un Raugeo ì fy. Mai sì: per imparar la cafa di detta Nica; che da Vinegia fiamo giunti mezz' ora fa. Or. o lodato Dio , e'verrà pure una volta ! Quella è la donna, che vai cercando. "Hj- O felice giornata! Or venga che mal fi voglia , di nulla più non tem'io . E dove è egli , valentuomo ì Ri?. In fala di Palazzo, che quivi appunto m' afpetta. Or. Or va volando, e menalo in quella cafa, fai ; che quivi Caffandra fua troverà. Ma va tolto di grazia. Taa- uS ATTO I{a. Tanto farò. Or. Voi, Monna Nica, portatene la novella a Calfandra , e poi tornate a cafa a preparar Iattanza per Flavio , mentre io vo in piazza a provedergli dà cena : e poi mi fermerò alla Camatta,dove abbiamo a ritrovarci Mofchetta ed io : intendete ? 2^J, Intendo . Quefto fi può ben dire un_»' giorno di primavera , or turbato, or fe- reno. Ma fia lodato Dio , poichè'l migliore ha pur vinto. SCENA VII. Loretta fola. TUttc monete d'oro : o felice Loretta ! Opover uomo, so ch'hai pagato caro il tuo fallo io:e quanto a me,benché tutta ne Ila dolente , e pefta della perfona, al licuro te la perdono . O che be'pezzi d* oro ! Mentre egli faceva le doppie , e io rubava le dobble. O ventura, o giornata felice ! chi crederebbe mai, che per un nulla ave/Ti da un pidocchioso , come colìui, tratta sì ricca paga ! quando da_» quelli miferi cortigiani, tutti veftiti di feta e d'oro,non ho mai guadagnato piìid un fallito mocenico o marcello : e forfe- chè non fono folleciti ! Or vò andarmene a cafa , e tolto il meglio ch'io abbia» tirar alla volta di Vinegia , e godermi col mio dolciflìmoTaccola allegramente quella ventura. SCE- QJJ ARTO n> SCENA Vili. "frljca fola. CHc tefor di San Marco , che cafni del Gran Turco ! per mia fede io le avef- fi arrecato guant' oro , e quante gemme portano, o fiano mai per portar le flotte Indiane , non credo che si allegra fofle_» mai ftata : fe partoriva in quel punto, non fentìva dolore . O quanto bene , o quanto amore! o quanto giubila, o quanto è lieta ! Or vo ire a dar un poco di buon affetto alla cafa , e preparare la_# ftanza a Flavio , e poi tornerò a Calandra; la quale , come fi faccia bujo , condurremo Cubito a caCa. SCENA IX. Lurco. Ztnohio. L», T T Oi potete appena reggervi in piedi: V ° che valentuomo ! Ze. O infelice Tantalo, o cornu fine copia, o copia fine cornu ! Lu- Che cofa v'è incontrata ì che male avete, Melfer Zenobio ì Ze. O Lurco, vox faucibus ha:ret. Lu. Qualche difgrazia gli farà certo avvenuta con quella volpe maliziofa di Loretta . Ma faprollo da lei : or voglio attender a quello che'mporta più . Lurco, vò andarmi a ripoiare : pigliai danari, e fatti condio . Ltl - Andate pure 5 Mcflcr Zenobio. Ma ditemi, ti» ATTO mi>fon ben cileno tutte buone d'oro di pefo , eh , quelle dobble i Ze. Deus bencvertat: fono quelle medefi- me, ch'io ti diedi teftè: addio . Lu. O Metter Zenobio , non vi partite sì torto , no . Ze. Lafciami andare, caro fratello . Lu. Oh , querto non è oro; mi pare ottone a me : che ne dite ì Ze. Perii. Come ottone ! è quell'oro mede- fimo, che teftè ti moftrai : riconofcilo al moccichino, sì certo . Lu. Non vi partite, vi dico , che non voglio ottone per oro io. Vò fare di collut quel che fa la gatta del topo . Che vorrà ciier quefto, Melfer Zenobio , farebbonfi eglino mai trasformati ? Zc. Salva res eli. Per Dio, ch'Edipo fé', non Lurco. Lu. E cotelti miracoli s'ufan poi ì Ze. Come fe s' ufano ! non hai tu lette le-» Metamorfofi ? leggile , e vedrai cofe-> molto più ftupende dì quelle . Piglia da me 1' efempio : chi direbbe , ch'io folli ora Zenobio ! e pur fon delfo . Lu. Per Dio , ch'ella mi entra ! s'egli è vero quel che voi dite : e io credo a un par voftrojfhe fapete ogni cofa. Ze. Oh fta bene : lafciami andare ; che wC' come io tornerò Zenobio , così elfi toX' neranno altresì elegantilfime dobbl c d' oro . . Lu. O com'è fcaltro ! Sapete quello , che V' vò dire : la voltra tafea de'avere una s ' fatta virtù : proviamo un poco, fe quel 1 altra aveiìe forza di farle ritornar d'oro. Ze. Deh, lafciami ti priego,e abbimi compal- fionc» qjj arto: ih /ione , Lurco , che io fon tutto molle: vuoi tu ch'io muoja ? Lu. Lafciatemi provare {blamente, fe quefto giova. Eh, non far, Lurco , che la mia tafca non pui avere una tal virtù . Non ci mettete la mano voi, che tutta_» potreftc ben levarle la forza : lafciate far a me. ■Zf. Heu, heu. Lu. Che cofa avete, che vi duole ? Tifi vedrai bene. Lu. Levate voi la mano di qui,dico, e Iafc fate ch'io vi ponga la mia, fe volete, e poi anche fe non volete . Z(. Nec mihi, nec tibi. Lu. Quefta non è quella dell'oro. Ze. Ne quell'altra , ch'é peggio , Lu. Che dite voi ì Oh, queita sì farebbe da regiftrare, che l'uccellato fofs'io . Zc. Hai tu ora provato affai ì lafciami dunque andare. Lu. Eh fermati, fe non vuoi , ch'Io ti lafci andar fui moftaccio una mano , che ti tragga i denti di bocca . 2e. A un par mio , Lurco ì Ah fcelus indi- gnum ! Tu mi hai a trovar dugento ducati ; fai? E ti dico fui faldo , fe io crederli di fpo- gliarti tutto da capo a piedi. Zf. Ali Lurco , niiferere, miferere , che fono ftato ingannato anch'io. Ingannato fon io , ribaldo : a quéfto modo eh ? Io vò condurti a Mofchctta , il quale ha detto d'effere alla Camatta : e fappi certo,che un di voi m'ha a pagare, fcellerati, ghiottoni. La Idropica. L Deh, tu ATTO Ze. Deh,Lurco,lafciami almen mutar di pa«- ni , eh'io mi fento propiamente andar in deliquio. Lu. Va là , manigoldo : e quella pigliati per caparra. Ze, Oimè , l'orto maertro, oimé. SCENA X. Bernardo. Radicchio. Be, T N fomma , quand'io vo bene fra me 1 medefimo difeorrendo delle cote, del mondo , trovo che la prudenza umana è più torto una cotale prerogativa ufurpa- ta dagli uomini , che quella certa regola del governo , che altri vanamente pretende : imperocché tanti ibn gli accidenti, che s'attraverfanoje quali fempre i difegni noftri interrompono, che rt può fempre o temere da faccenda ben consigliata rìufcìtà infelice, o fperare da-» mal guidata imprefa profpero fine . Talché polliamo fermamente concludere ) the altra più fìcura prudenza aver noti polliamo , che una falda rettitudine d« cofeienza, e fermo proponimento di t}" cevere ogni fortuna , o buona o rea eh ella fi a , con animo ben comporto : ' a * feiando poi la cura nel relto a clii meglio ciinoi la'ntende,e di li su ci governa. Quand'io mandai Ca/Tandra mia figlili 0 " la t,ui , per fanarfi , tutti gli amici e p a 7 renti miei di cosi fatta deliberazione i" 1 biafìmavano : allegando il crmmin nia-* Ia$srvole , laftagione pericolofa, l'infc r ' njicj grave , e molte altre oppoiiz' 0 " 1 » / QJJ A R T O. tzj ? alle quali fe io, come forfè richiedeva il dovere, aveffi preitate orecchie , CafTan- dra mia non farebbe ora nò tanto ricca, nè sì ben maritata, nè forfè viva. E certo è flato voler di Dio , che così preffo al luogo, dove ella nacque, abbia trovato sì buono e si onorato partito. Ma_» dimmi,qual è la cafadi Calfandra. Rg. Quella mi fu inoltrata da un fervidore , fecondochè mi parve , di cafa propria. Ber. Entriamo dunque. ^f. Ella appunto fi trova aperta. SCENA XI. "Patrìzio [ola. Plftofilo è flato appunto come quel follatore , il quale prima che s'inducelfe a fonare,fu neceffario che gli s'accordaf- fe la cetra, poi fonò tanto, che per farlo tacere bifognò rompergliela Cullate/la. Chi vide mai cervello più di lui oilinato nell'odiar quella giovane , che certo , fe, io m'aveffi lafciato vincer dalla difpe- razione", avrei dato nel pazzo ! Ora è cola da non credere,come egli le fa vezzi : direfti ch'egli ne folfe lfcato lungr- mente invaghito. Subito che fu in cafa, ferraronfi in una camera, dove ancor fono : edeflend'io (tato all'ufcio origliando , hogli fentiti fonar a doppio , ti so dir io . Tanti ri fi , tante trcfche , e tante moine , che in buona fé , m'hanno fatto mezzo mezzo rifentire , così vecchio com'io mi fono . Ma ella è una belliflì- ma giovane^ ha più tolto vifo da far in- L z fer- ii4 ATTO fermo altrui, che d'effer Inferma ella.' Certamente,fePiftofilo l'averle da principio vediita , avrebbe quel medefimc» fatto, che ora fa . Per me non credo che altro medico ci bifogni, Piftofìlo l'ha, guarita . Ho pur condotto in fine la bel- la'mprefa : io fon pur tanto contento, e che la cofa mi fia sì ben riufcita , e che la giovane mi fia in cafa , e che Pillofìlo fe la goda ben foddisfatto: or fon fìcuro, or fon fuori d'ogni pericolo : infomma io l'ho faputa condurre da valentuomo. O feliciffimo giorno ! io fcoppio dell' allegrezza . Voglio mandar una giuftina di pane all'Orfanelle : cappita , bifogna nell'allegrezze ricordarli della limoiìna» e largamente come fo io . Ma fin qui non ho fatto nulla ; e di quefta favola , che cominciò da tragedia, non manca fe non fare l'ultimo atto: bifogna che i danari vengano a cafa. Farò domattina-» fare il mandato a nome di Piftofìlo e di Caffandra;e fubito me n'andrò a Vinegia» a levar del banco i ventimila ducati . Ma quello è un poco mobile ,fe'l valor delle robe non avanzaffe la quantità della lilla: la voglio un poco trafeorrere, prima eh' io vada a riconofcerlé dentro . SCE- QJJ ARTO. INSCENA xir. Bernardo. Radicchio. "Patrizio. Bc. TP Anta inftan^a mi faceva Meffer Pa-. I. trizio di quelle nozze , e tanta fol- lecitudine ne moitrava, ch'io mi credeva di trovar Caffandra già gravida , non che fpofa ; e trovola ancor in cafa fola, male in affetto , e per quel che poffo vedere , tanto malinconofa , e poco mena che ftupida , ch'io non so quello che me ne debbia penfare , fe non ch'ella di que- fte nozze lia malcontenta . Ta. Fin qui fon quafi tutte ftracci e fto- viglie. Be. All'entrar mio nella camera, parve che sbigottite. Vedeftila tu , Radicchio ì Ha. Io era di dietro a voi,e non potei avvertirlo : ma forfè il fangùe per l'allegrezza di vedervi le fi commoffe. Bf. Abbracciola poi , e le chiedo com'eIla_» fta : ed eff.i appena che mi rifponda , e si confufamente ancora , die non la'ntef] : pareva che non fapeffe formar parola . Io torno a domandarla , s'è pur ancora fpofata , e perchè è cosi fola , e di m ila voglia , e dove è Nica : ed ella ad ogni cola mi rifponde sì freddamente , che_» ho potuto a gran fatica trame cofi dì certo . Quanti) mi maraviglio, che Nica fìa fuor ili cafa ; dalla quale fenza alcun dubbio avrei potuto rinvenir di ciò la_» certezza . Tu va, Radicchio,alla dogana, e libera le robe. \a. Tahw farò. L J Val ii« ;a T T O Ta. Val pììi la carta, che la fcrittura : pur non farà fe non bene di farle condurre* a cafa. Ma chi è coltui veftito da fore- f! iero l Ha villa di Levantino, e d'uom di conto. Be . In quelli contorni bifogna che abbia la_» ftanza fua, per quello ch'egli mi fcriffe, che flava dalla cafa di mia forella poco lontano . Ecco chi forfè faprà infegnar- lami. O gentiluomo , fapreftemi voi dire dove abiti Me/Ter Patrizio degli Orli l Ta. Perchè.'vorrelte voi forfè alloggiare con elfo lui ì Be. Forfè che sì, Ta. Guarda un poco chi mi viene a {turbare in tempo di nozze ! E chi liete voi? che cofa avete da trattare con effolui ì Be. Di quello non vi pigliate penfiero voi ; ma folo, fe vi piace, infognatemi la fu» cafa. Ta. Fa buono animo , che quel forfè moltra che non è rifoluto . A dirvi il vero , fon io Patrizio degli Orli ; ma fon un poco impedito. Voi liete Meffer Patrizio ì Ta. sì, fe vi piace . Be. O Meffer Patrizio, come ha forza ctftraf- formarci l'età ! poiché levata ogni memoria delle noftre prime fembianze» ri* voi avete me ravvifato , nè io voi : e p" r iìam lungamente Itati compagni, e polio dir, fratelli cari e amorevoli inlìenie . 1° fon Bernardo Cattari. Ta. Voi liete Meffer Bernardo ? O dolciffim» e da me fommamente amato e desiderato Meffer Bernardo, l'arrivo vollro mancava alla confolazione di quello giorno . Per- QUARTO. 117 Perdonatemi, io vi prego, fe, non cono- fcendovi, fui tardo a palefarmivi. Mcf- fer Bernardo mio caro , quanto vi vegg* io volentieri. Credo bene di parer tanto diverfo a voi, quanto voi fìete paruto a me , da quell'età sì frefca , nella quale ci godevamo si dolcemente . £f. Il tempo vola,Meffer Patrizio, e sì di na- fcofto, che non ce n'avvegglamo, (e non quando fi viene a così fatti paragoni , o de'noftri figliuoli ,che crefcendo ci dati licenza, o di noi medefimi, ricordandoci del paffato . Mi contento io nondimeno di quella mia vecchiezza , c ringrazio Dio che mi abbia prefervato,a vedere in sìftretta e sì defiderabile parentela terminar la noftra amicizia: parendomi, che più felicemente io non potefii chiuder il corfo della mia vita , che con l'acquifto di quelle benedette nozze . "Po. Se voi,che'l fangue e la roba vollra dato mi avete,ftimate sì gran ventura i'eflem in parentado meco legato ; quanto la_» debbo più llimar io, che ho donna sì ricca e sì onorata ricevuta da voi ! Ma non mi fcrivefte voi dianzi , che per effer allotta Rettore della vollra città, nonv* era lecito di partire ì Ef. Ho finito l'ufizio , il qual non dura fe_» non un mefe, e fubito fon venuto : e farei fiato anche qui molto prima,fe'l vento non mi aveffe impedito. "Pa. Avete dunque travagliato in mare , eh ì E di tal forte,che fi amo fiati per affogare. Noiufcimmo del porto con un Levante aliai ben gagliardo, che buon viaggio ci prometteva ; ma non sì tofto paffammo i no- ttS ATTO no/hi Pettini, che cefsò, e in fua vece-»' forfè un Maeftro, il quale,ancorchéfoffe contrario , non era però sì: fiero , che ci toglieife il prender porto in Lefina,dove iremmo duo di, finché vento migliore ci richiamarle al cammino . Il terzo giorno , invitati da un piacevol Sirocco , facemmo vela; ma tanto folo durò , quanto noi potemmo ricoverare nel* porto di Sebenico . L'altro di noi fcorremmo pur fino a Zara ; e di là , non fenza qualche./ • fperanza di miglior tempo, ci aliicuram- mo di palfar il Quarnaro : ma non sito- ito fummo a mezzo del golfo, che fi fco- perfe una Tramontana cosi terribile, che rifpignendoci in alto mare , ci fracafsò 1' antenna, e difarmocci gran parte della-» fponda finiltra. Noi ci sforzammo un pezzo di ftare forti, ma finalmente vinti dalla tempe/ta , lafciando la gomona per occhio , ci mettemmo a vele balfe fcor- rendo, finché piacque alla bontà d'Iddio, che/coperto il porto d'Ancona,pigliam- mo terra ; ma tanto afflitti, che i nocchieri medefimi non potevano regger più.Quinci pofcia partimmo felicemente» e in una fola velata fummo quella mattina nello fpuntar dell'alba a Vinegia. T'a. E dunque bene , che noi andiamo a dar la buona fera allafpofa, e poi vi riposate; che dovete ell'er molto itanco. Be, Facciamo come vi piace . Ta, Andiamo . Be. Andiamo . Va. Bifogna che voi ventiliate perdici che quelta é la mia caia. Be. Per di qua ì Per Q_U ARTO. iz 9 Ta. Per di qua sì, ch'ai volger di quel canto /? va verfo la porta . Se. Non avete voi detto, che andiamo a dar la buona fera alla fpofa ì Po. Si , le vi piace . Se. oh, fe volete la fpofa, ci bifogna entrar qui. TV. Come colli ! Dio m'ajuti. Se. In quefta cafa, dove poco fa l'ho veduta, e parlato ancor con elfoki . Pa. Eh, Me/Ter Bernardo, voi v'ingannate. Se. Sarà forfè una cafa medelima , ancorché fuori pajono due . Pa. Voftra figliuola è in cafa mia; e Iafciàla teli è col Aio fpofo : e so certo che indi non è partita . Se. Caro Meffer Patrizio,io fon ben vecchio, ma ho pur eziandio tanto di memoria c di villa , quanto mi balta a riconofeer la mia figliuola.Io vi dico,che l'ho teftè veduta^ lafciata in quefta cafa,e fon entrato per quefta porta:credete che fia pazzo J Pa. In quella cafa i Se. In quefta. Ta. Eli, voi liete in errore. Qui fta un cotale Viniziano . Se. Qualche polla è qui fotto. Pa. Venite meco in cafa ; che fe non ve la moltro , dite che non fon io. St. Venite voi meco in quefta ; che fe non ve la moftro, fpacciatemi per pazzo . "Po. Dio voglia ch'egli non fia . Oimè, Meffer Bernardo, voi mi volete far difperar, volete. E sì gran cofa l'entrar in cafa_» con elfomeco ! £ f. Orsù,io fon contento di foddisfarvi. Andate là , ch'io vi feguo . Ma Dio voglia clic n'ufeiamo tutti d'accordo. AT- ATTO Vr SCENA PRIMA. Lurco . Zcnobìo. %M, VT O, no,ribaldi, vi ghignerò ben io» .JLNl fen/a corrervi dietro,- per Dio che fempre non vi varrà iLnafcondei vi e 1° sfuggire: e crederete d'aver fatta la truffa a me , e avretela pur fatta a voi lteffi« Io feoprirò Je volìre malvagità di tal forte , che mille ne potrelte ben pagar de'ducati, e non aver involato a me i dugento . E tu , manigoldo, porterai la pena per tutti ; ftanne ficuro v Zt, Ah Lurco, non far più ftrazio di me; che troppo ho io patito fenza mia colpa • Sieti almeno raccomandata la mia exifti- mazione : dammi una dozzina di ballo- nate , e lafciami andare. Lu. Avrai l'uno e l'altro, non dubitare: pen- fa pure, che fopra te vò fare le mie ven* dette. Zir. O d'un alpellre fcopulo più rigido .' Lu. Qui itarai tu prigione , Anch'io riabbia » miei danari. Io vò trovare Me/Ter Patrizio, e tutta da capo a piedi gli vò contare la ribalderia di coHoro : e poi faremo ragion inficine. SCE- qjj i n T o; SCENA II. Bernardo. Tatrìzh. Lurco. Bf. T O vi dico, Mefler Patrizio, che quella X non è la mia figliuola ;c maraviglio- mi ben di voi, che abbiate dato ad intendere di potermi cosi palefemente ingannare , quali che fia un fanciullo, o privo in tutto di fenno . Ta, E io vi replico, Mefler Bernardo , che_» queita giovane ho per voltra figliuola ricevutada Mica governatrice di ìei , e_» per tale la tengo io , e tienla Pirofilo mio figliuolo; intendete ? E fe vo'in quella guila volerle avermi data una donna, fenza danari, Mete in grandiflimo errore, Me/Ter Bernardo : che c' è giuftizia in_* quella terra , vi so dir io . Bf. E fe vi penfafte voi di rubar ventimila-» ducati alla mia figliuola, col fuppofto ó* un'altra femmina , v'inganncreltc ben di gran lunga. Io mi credeva , venendo in qua, d'elìermi allontanato da'Turchij ma e'mi pare d'eflerci infìn agli occhi ,_alle vanie che ci trovo. E fe qui è giuftizia,e' ci bifogna , vi so dir io ; ma ella ci fari mal per voi. "Po. Ma che tante parole , Mefler Bernardo ! andiamo fpeditamentc dove fi chiarirono gli oftinati. Chi domin e coflui, che fa parole con_» Mefler Patrizio ì e s'io non erro , parla eziandio della medefima cofa : Ila chi lì Voglia. £f » Io non intendo di venir fubito alla Giti, ili- r 3 * ATTO ftizìa , prima che non abbia ancor io irt- tcfo da'miei di cafa come Ita il fatto . Lu. MeH'er Patrizio , fermatevi : prima ch'io vi dica altro ,o rendetemi Goftanza mia figlialtra , eh' avete in cafa , o datemi i dugento ducati, che promeflì e pattoviti mi ha per lei Piltofilo voltro figliuolo. Va. Starà pur a vedere novello intrigo! Che cianci tu di dugento ducati \ per amor di Dio non mi far arrabbiare più di qu^ ch'io mi fia. Lu. Eh pover uomo, come ficte voi uccellato! e forfechè non vi date a'ntendere ài veder ogni pulce, che vifalta per cafa-j> e non vedete gli elefanti, che vi cal- pcltano . l 3 a. E quali fon cotefti elefanti ? Lu. Que'duo'fcellerati di Piflofilo e di Mo- fchetta. Vi fanno le commedie in cafa-» sì bene ; e hannovi condotta Gòftanz* mia figliaftra, in vece di quella Raugea. J3f • Ecco Patrizio, non vi difs'io, che quella non è la mia figliuola CalTandra ì lodato Iddio,che fiam pur chiari,qual di noi abbia il torto . Ta. Tu dei eifer ubbriaco : o che ambiduo vi ficte accordati per farmi dar l'anima a Sa- tanalfo. E come può egli eflèr cotelto? Li/, (Quando voi lafacefte condurre dalla fu* cala alla voltra,e pafsù dinanzi alla n»»» vi ricordate voi di quelfubito fvenim en ' to , di quel dolore , di quello fpafinio » di quell'ampolla , di quell'unguento , & quelle furberie ? allotta GoltanZa mia--', fu mena nella feggia , e fuvvi in vece o» quell'altra portata in cafa, la quale è ri- mafa poi nella mia . E così ve l'hanno cac- Q_U I N T O. r J? cacciata,Mell'er Patrizio.Non vi pare che fien fantini da porre una fpofaal letto? "Pa. E poflibile , Lurco , che ciò fia vero ì O fcellerati ! Bf. Parmi egli che coterie fieno ribalderie-» delle fine ! forca, forca. fa. O traditori , come può effer tanta audacia, e tanta sfacciataggine in un garzone di diciott'anni ! che quanto a quel trilto di Mofchettanon me ne maraviglio. E a che fine ciò hanno fatto ì Perchè Pirofilo era guaito dell'una , e_» non voleva fentir dell'altra . fa, O Patrizio infenfato ! quello era il male : di qui nacque il fuo prima non voler moglie ; poi la finta mutazione , e i tanti vezzi che faceva alla fpofa . Affaffini, io ve ne pagherò . Lu. Quel trillo di Mofchetta,cagion del tutto , merita mille paja di forche ; ficcome quegli che ha fatto torre a un povero pedante dugento ducati, promettendogli a me per lo prezzo di mia figlialtra;e hagli rubati all'uno e all'altro . ** e ' Ma dimmi, valentuomo , perchè accon- fent'i Caflandra a quello baratto ì a ' Come perchè ! vel dirò io. Per ubbidire a quella fua malvagia governatrice, che fufempre contraria alla conclufio- ne di quelle nozze . Me fifer Bernardo , fe quello è vero, voi avete una gran ragione : né io faprei dir altro , fe non dolermi della mia mala fortuna ; benché quello che non s'è fatto , potrà pur farli di nuovo , piacendo a voi : perchè Pittori- Io, acciocché Tappiate , non ha fpofata_» colei ; fa qual, pagandoli a coltui dugen- La Idropica. M to IH ATTO to ducati, kverommi di cafa. E fe Pirofilo vorrà elfer mio figliuolo , bifogncri che Tuna lafci, e l'altra fi tolga. Lu, Truova pur i danari,babbo mio; clic Pirofilo non vorrà egli lafciarla , ti so dir io. Va. E tu , fcellerato , non ti vergogni a vender l'oncltà della tua quantunque figlia- lira ì alla Giullizia ti vò far caltigare. Lu. Che vender l'oneltà ! Goftanza è moglie di Piltofilo, acciocché Tappiate: che lenza quello non mi farebbe ufeita di cafa; «ed egli, fe non le folfe marito , l'avrebbe mai potìeduta. T,a, Melfer Bernardo, lafciate pur dir co/lui» ch'egli mente. Le. Meller Patrizio, quantunque coltili men- tilfe , non vorrei però dar mia figliuola a garzone di sì cattivi coftumi : cae s'egfi è perduto dietro a una trifhirella a quel modo , farebbe un porla nel purgatorio • Vò entrar in cafa , e porle quello ferro alla gola : fero]la ben confelfar io . Andiamo» Lurco, ti priego , menami in cafa t,ua ; ch'io fon il padre di quella mifera • Lu, Siete venuto a tempo : enttate pure. Vò .chiuder il pedante in una camcra,accioc- chè in queiti romori non mi fcappalfe • Tc_, Ó povero Patrizio , or è ben tempo che tu t'impicchi : non mi darai in cafa un ora,ribalda»Ma ecco la cagione di tutto I fatiti ecco la manigolda. SCE- QJJINTO. ijj SCENA III. l^Jca. Tatrizio, 'Hi- T O non avrò già più quel vecchio alle 1 fpalle. Ta. U manigoldo ci avrai ben tolto , femmina fcellerata. 'Hj- Uh , povera me , hammi fentita ! Io non parlava di voi, Meffer Patrizio , non in verità. "P a - Di te parlo ben io , ribalda. WJ- Potens in terra , una parola fola mi fa ribalda ! Caro Me/Ter Patrizio , quando eziandio ave/lì detto di voi, meriterebbe quello che ho fatto in fervigio vo- flro , che m'avcfte a dir villania ? Ma ditemi, che fa Calfandra ì io vò venire a_» ftare un poco con effolei . Ta. CafTandra eh, traditora ! 3\7. Haccenepiù delle villanie ? che domine avete in capo ? Ta. Saprefli metter una fpofa al letto , eh, manigolda ? TS(j. Dio m'aiti . Ta. Giuochi di mano,traveggole, una donna per un'altra; fapreftel fare, eh ? 3^f. Io non v'intendo,Melì'er Patrizio; riè so penfare che novità fien coterie. Ta. No eh ! fegge , trabacche, fvenìmenti, dolori, boìfoli, empialtri : fapete orsi-» quel che fi fieno ? ■fyj. Oimè, fon morta . Ta. Perverfa e maladetta femmina che tu . fe ' •' Sapete quello ch'io vi vò dire , Meffer M » Pa- ij<5 ATTO Patrìzio : non pretendo nulla da voi, né de'fervigi fattivi non ho fperato mai tanto, vedete; fìcchè ora con un voftro goffo pretefto ve ne vogliate affolvere:Mef- ferno , mai no ! "Pa. Non ti dar già pen/ìero , che avrai delle tue fcelleraggini una si fatta mercede , che tutto'l tempo di tua vita n'avrai memoria . 2v^'. Io fon donna dabbene io , al difpetto voftro , fapete. 'Pa. Vè fronte di sfacciata, vè : hai anche ardire ì "Hi. Ho ardire , e perchè ? Andate a fmaltir il vino vecchio: voi mi farefte dire. Va. Se domattina io non ti fo frullare, fe non ti fo metter in berlina , e fe con quelle mani non ti ci fo morire a furia di falli • Io voglio che mi diate , vecchio pazzo . Ta. E io non ti trarrò gli occhi ? 2\(\ State ne'volili termini, che per Santa Nafiffa vi pelerò la barba . Tei, Non vò perder più tempo col fatto tuo i farottele ben coilar care io, manigolda . Vò prima cavarmi colei di cafa , e poi. m< O povera Nica , tu fc'fpedita. Chi p" d eflcr mai flato quel traditore , che ha-» feopcrto il frodo ? è flato certo quel medico, che ci ha egli a fianchi tenuto Tempre per ifpia : hollo ben detto io t mefehina me , uh , uh . Sarò io quella > che porterà la pena per tutti. Che debbo fare ? fuggire . Troverò Grillo alia Camatta , che mi provegga di qualcl^ luogo da recarmici in falvo ; che mi P ar iempre aver i birri alle fpallc . SCE- QJJ I N T O. I?7 SCENA IV. Tatrizie. Vìflofila. Ta. K Vrà dunque ardimento una sfaccia- l\ tei hi, di volermi itar in cafa al mio marcio difpetto.'Trarrottene d'un modo, che tu nolpenfi : dal manigoldo ti farò Itrafcinare, non che da'birri. Ti. Signor padre. Ta. Che Signor padre ! E tu ancora, vitupc- rofo , che fe'cagione di tutto'I male, mi pagherai la pena della fua colpa, non meno che della tua . Ti. Fate ciò che vi piace , che da me farete fempre ubbidito . Ma io vi fupplico , che vipiacciadi dar intanto luogo alla collera , eh' io polfa dirvi quattro parole . Ta. Più di venti n'ha' dette tu fin a qui ; e potevi anche tacerle . Di su . Ti. Che cagione avete voi di doIervi,pcrchè ora colei non abbia voluto ì Ta. Tu mi faretti : che cagione dice ! Non ne vò più , no , no. Ti, Deh, per l'amor di Dio , lafciatemt finire , e poi fia fatta la volontà voltra . Voi l'avete voluta cacciar di cafa : che poteva ella far altro per onor fuo, che refi- ftere , e contraltare , per non effere fulla pubblica Itrada vituperata ì paghiamoci di ragione . Che poteva ella far altro i fe in cafa non la volete , Ita bene , liete padrone ; ma fatela ufeire in modo, che non faccia correre il vicinato,con vituperio di lei e noltro , che fora il peggio . M 3 Echi i;3 ATTO Ta. E chi n'e cagione , fe non tu folo , eli ? di su ,sfacciato , chi a' è cagione ? Ti. Io , Signor padre , che male ho fatto ? Ta. Vedi infoiente , vedi. Ancora hai fronte di dirmi in faccia , che male ho fatto? Condurmi in cafa . Ti. Io l'ho condotta ì Io ch'era in camera-» mia ì Non me l'avete data voi, Signor padre ? Ta. C>uefta no , fcellerato : ma tu sfacciatamente ingannandomi, te l'hai tolta. Ti. Come ch'io me l'ho toltalNon mi comandale voi, che quella moglie io prenJcf- fi, che in cafa mi avelie oggi condotta ì Or elii n'e fiato il condottiere , chi me l'ha mena in camera , fe non voi ì Te, Ve pure , ve , con che fronte gli bafta l'animo di difendere una s) fatta menzo- fina-' . Tu Voi potete dire qualche vi piace : ma fe voi liete /tato ingannato da altri,che colpa ne ha Piltorìlo.'doletevi di coloro che l'han condotta, e non di me ; che quel!» ho mandato ad effetto , che mi fu da voi comandato. Che femmina fapeva io eh' ellafu/fe ì Informatevi s'io n'ho colpa > e non credete sì tolto a Lurco ; di cui non ha la città di Padova, nò di Vine- gia inlìeme , il più infame ghiottone , i* più infoiente ribaldo . Ta. A te , a te , fui tuo vifo , su quella succiata fronte il farò dire ; a te si, "U- diam pure. SCE- QJJ I N T O. 139 SCENA V. Lurco . Bernardo . Tatrizio. Tificfilo. Lu. n On un fanciullo Io da darmi a inten- vJ dere Je novelle , ah! Be. Non so di novelle io : tu l'hai'ntefa tu cosi bene ,come ho ratt'io . Lu. Non so quello che abbia intefo ; che non m'importa : so bene , che fe non mi levate cortei di cafa , non vi varranno i giuochi di terta , non per Dio . Di grazia non afpettate ch'io ve la facci» {aitar in iftrada . Ta. Eccolo appunto , vè : fui tuo mortacelo tei dirà egli si bene . O Lurco . Lu. Mancherebbe quell'altra alle mie buone venture, che cortei mi faceffe figliuoli in cafa. "Pa. Figliuoli in cafa ! E di cui parli tu ? Lu. Della figliuola di quell'uomo , che con fue favole fene vorrebbe fgravare. "Pa. E Calfandra voftra figliuola, che de'efler mia nuora , è gravida , Me/Ter Bernardo S jBf. Cosi fofs'ella morta, com'è ben vero. Ta. Miracoli , miracoli ! "Pi. Gravida , eh ! O giudicio di Dio ! quello era ben altro fallo che'l cambio > anzi fallo farebbe flato , fe non fi foffe cambiata . Lu. Orsù , Signori , non moltiplichiamo in parole : l'uno mi lievi la figliuola di cafa , e l'altro mi numeri il pattuito danaro per la figlialtra mia , eh' egli ha avuta . 7? a. La tua figliallra ti farà refa , non dubitare . Gran i4o *A T T O Lu. Gran merci ! Or ch'ella e un'altra cofa, me la volete render,ah! buon avvilo per- certo . Chi ha tagliato il mellone , l'ha a pagare , Me/Ter Patrizio : intendetemi voi i Bc. Afcoltate , MelTer Patrizio : voi non fa- pete dove Ha il punto . Il levar di caia a coliui Calandra non vuol dir nulla , ch'io faprei farlo anch'io , nella cafa medefìma rimettendola , ond'ellaò ufei- ta ; halli a vedere , di cui ella ha da ef- fere . Ti. Che penferefte voi dunque , di darla a me ? parliam pur d'altro : a me , eh ? Be. Non ho voluto dircotefto, Piitofilo . Io dico , che s'ha a vedere , s'ella è figliuola mia , o figliaftra di Lu reo . Ta. Io non intendo ancor quello enigma . -L». Signor si , perchè ora ch'egli la truova gravida, vorrebbe fcaricarfene,e forbirli dal vifo la fua vergogna, con farle dire > ch'ella e la mia figliaftra , e Goltanza la fua figliuola. Chimere raugee peravven- tura ! •Bf. A bell'agio , fratello . Voi fapete , Mef- fer Patrizio, che teftò mi condiiflì hi cafa cofìui, dove Calfandraè fiata furtivamente condotta , per intender da lei» qual cagione l'abbia moffa a conlentir al cambio , che fi fece di lei : e'n pochi falti prefi la fiera ; perciocché ella , vinta dalla paura, non mifeppe negar il vero , e confeflommi fubito , che per non ifeoprire la fua pregnezza , a ciò commettere s'era indotta . Ta. Or intendo le menzogne e arti di Nic a » e mezzo gliele perdono . QJJ I N T O. T+ , Be. Immaginatevi com'io reftaflì dolente , e tanto attonito , che non mi fovvenm: pur di richiederla , di cui gravida ella folle. Io credo certo,che fe tale non fof- fe fiata, viva non mi farebbe ufcita di mano : e non so anche quello ch'io m' avelli fatto , fe nongiugneva colini, che da farle mal mi ritenne. Or udite , che qui Ita il punto . Lu. lo vi lafcio dire le vofire favole ; dirò poi ancor io le mie vere ragioni in poche paiole. Be. Io 1' avea di già lafciata , e flava in capo della fcala , per venirmene a ballo ; quando colici feguendomi, inltantemen- te fi diede a fupplicarmi,ch'io l'alcoltaf- 11. Io mi rivolli :ed ella, gittatamifi con molte lagrime a piedi, a cosi dire s'incominciò . Melfer Bernardo , pofciachè io nè per lo fallo ardifco , nè per natura pollo chiamarvi padre ; confolatevi, che le giuftiflìma cagione vi ho data di dolervi di me , or voglio , che la medelima ancora abbiate di fommamente lodar- venc . 2 } a. Che domin può eficr quello ! > Be. Udite pure . Lu. Udite s'r, sì, chc'l Boccaccio non fece mai la più bella. Be. Seguitò ella dicendo . Quando voi mandale a Vinegia , per levar la vollra figliuola , Maddalena mia vera madre cosi mi dine : Calandra , quel Raugeo, che ha mandato per te, non è tuo padre, come infin a qui ho cercato fempre d farti credere; la tua compagna Caffan- dra, la quale da qui avanti voglio chiamar i 4 i ATTO mar Goftanza , è la vera figliuola fin, tu la mia . Tu te n'andrai colà , e farai ben maritata ; ricordati ch'io ti fon madre, fovvieni , che potrai farlo , con onefto colore alla vecchiezza e povertà mia. Ma guarda di mai non lo fcoprire a perdona, per molto confidi nte ch'ella ti fof- fe, che tu farefti la tua rovina e la mia . Lu. Como può efler , ch'una fanciulla fappia ordire una sì fatta menzogna .'femmine, eh ! hanno'l diavolo addouo . Be. Io nondimeno (dice ella; vedendo di potervi ora ricompenlare la vergogna fattavi in caia , col palefarvi la voitra vera figliuola , ho anzi eletto di perdere una silicea eredità ,chenafeondervi il vero: acciocché conofeiate , che fe poco pudica fui, non fon però sì malvagia , eh' io la voglia rubar a voftra figliuola. Lu. Col pugnale alla gola, l'avete coftretta voi a trovare quefte pure menzogne. Che ci va,che s'io mi reco nel medeiìmo modo addofib alla mia GoftanZa , la farò dire tutto'l rovefeio ? Va. A quello modo tutte al luogo loro tor- nerebòono l'offa. Ti. Eterno Dio , fa tu , che fare il puoi, che quelle cofe fìcn vere. Lu. Maddalena mogliama fu una donna dabbene , e non avrebbe fatte quefte ribalderie , Meffer no . Be. Tu dunque folli marito di Maddalena, che la mia figliuola allevò ? ( Lu. Fui di lei fecondo marito ; e però G°* rtanzaèfigliaftra mia. Be. Oh , tu dovrefti pur fapere di q» elto cambio . Non QJJItJTO. t 4? Lu. Non so di cambio io ; che quando mi maritai, altra figliuola non avca Maddalena mia , clic Goflanza . Ti. Il cambio fu forfè fatto al tempo del Aio primo manto ; poiché coflui dice d'ef- fere flato il fecondo . Bi. Io le domando poi : che fai tu di Goflan- za ì Edeilafubito mi rifponde : noi ci fìamo riconofciutc , quund' ella entrò nella feggia , e fu portata in mia vece 3 cafa Meffer Patrizio . Ti, Il medcfimo ha detto GofìanZa a me , Signor sì. Lu. Teilimonj* di Montefalco ! Ta. Ma , Lurco , non accade a farfene beffe; che fe Goflanza foffe vera figliuola di Meffer Bernardo , tu non avrefti che far in lei : e vi dico , che comincio a crederne qualche cofa . Lu. Che crederne qualche cofa ! vi penfatc voi dunque di levarmi con voftre favole mia figliaflra, e con le fole e mentite parole d'una fanciulla , che le ha dette a forza di minacce , traimi del mio pof- feffo . Sapete che ì non mi lafciatc andar alla Giufiizia, che vi fvergogncrò . Bench'io mi rido di cotefli voftri vani con- certijperciocchè io,fenza forza alcuna di fchiena, col teflamento folo di Maddalena , che Goflanza nomina per fua figliuola , vi chiarirò . "PI. Non potrebb'effere , che per figliuola la nominafìe , e tuttavia non foffe ? Lu. Umbè , noi vedremo a cui farà per dare la Giuftizia fede maggiore , e qual fari più valevole , o'I voftro verifìmiie , o la mia carta. Signor dottore fatto di nuovo. 144 r A T T O vo . Io vò trovar il notajo,che dovrebbe pur elìer qui, fecondo l'ordine dato. Apparecchiate intanto i danari , Signor dottore. E voi altri trovate cofa per onor voitro , che abbia un pò più di garbo , che non ha quella; ne ci perdete tempo , che all'aprirli del teftamento fìete ipediti : io vel dico per carità , che ho comparsone de'calì voftri, sì per mia fé. SCENA VI. Tìflofi',0 . Bernardo. Tatrizio . Ti. T 7 Edi arrogante , che lì fa anche lecl- V to di beffarci ! Bc. Piacelfe a Dio , che cosi folte vera la cofa , com'io temo ben del contrario ; dubito molto , che colei s'abbia tìnta quella chimera , per mitigar il mio giu- ftiflìmo fdegno ; poiché quanto al perder 1' eredità della zia, Dio sa quant' ella fene curi, e fe non ama meglio d' elTere a colui , benché povero, maritata, di cui é gravida, che effer moglie ricca d'un altro . Le femmine incapricciate maggiori cofe di quelle fogliono fare. Ta. La cofa parlava bene ; ma temo grandemente del teftamento . Ti. Non li potrebbe egli o contraddirgli ■> °. negarlo? Stiam fàldi noi fulle parole di quella giovane , e diciamo di non voler laperc di teftamento . Bi. Non gioverà : e ci bifognerebbe andar alla Giultizia, e niente altro ne fluirebbe , QJJ INTO. * 4 ; be, Che maggiormente fcoprir le noltrc vergogne . Ti. Afuapolta: voglio andarmene in cafa a guardar Goftan^a. Ho fuggite le nozze dell'una, qualchecofa farà dell'altra: chi vorrà trarlami dalle braccia, farà conto con Tolte. SCENA V I r. IS^jtajo. Lurco. Bernardo. "Patrizio, 'Ho. 1 O vi dirò : il Collegio noftro ha fat- L to un notajo , e non ho potuto prima fpedirmi ; ma io veniva diritto a voi, fecondo l'ordine dato . L e anche il voftro vantaggio i Be. Dite pur, Sere . 'h(o. Se voi avete oppenionc , che in q" c ' t0 teftamento lì a alcuna cofa , che vi P re ~ giudichi, ['ascoltarla non vi può nu° ce * re j anzi più tolto , avendola udita , P 0 ' trete meglio confieliarc lecofe voltre- ° E pe- QJJ I N T O. 147 E perù lafciatelo aprire , che quelto £ un atto privato e non pubblico . Be. Dice il vero , Me/Ter Patrizio ; e però afcoltiamo quel che contiene . Ta. Afcoltiamolo : ma non voglio già io Ia- feiar di fargli un protefto . Odi, Lurco, e udite voi, Sere. Noi proteftiamo di non acconfentire a qualfivoglia cola , che fìa in quel teftamento di pregiudizio alle noftre vive e buone ragioni . Gran fenno certo , gran protefto, Me/Ter Patrizio , è cotefto ! Oh , voi mi riufei- te un eccellente dottore 3 mi riufcitc> cappita ! ah, ah, ah . "Pà. Tu ridi ! fon elle cofe da rider quelle ? Lu. E chi non riderebbe J Orsù a'fatti, che così caldo caldo il voftro protefto vi vò rimettere, perché'l ferbiate infra le cofe voftre più preziofe. Ity. Ora effendo venuto il tempo d'aprir quello teftamento , per l'autorità concedutami dalla teftatrice , e dell'età della giovane , della quale ho fede apprefio di me ; io l'apro a inltanza qui di Lurco, erede in parte, com'ella dille , della fud- detta Maddalena fua moglie. Invocato prius altiflìmi nomine . Perciocché hu- manum eli peccare , diabolicum perfe- verare , angelicum emendare . Strali», principio di teftamento ! Strano principio ? quali voi non fàppìa- te , che tutti i teftamenti fono per letto tera ' ■•v?. Monna Maddalena , venuta a morte, ha eletto me Alberto da Verona . * a > Hollo io conofeiuto quello procuratole ; era, uom molto reiigiofo } e, portale N 2 co- i 4 8 ATTO conofcìuto da ognuno . JBi. Ha più vifo di predica che dì teftafnentO fin qui. 2\£o. Ora procuratore, e ftio compare ; per porre in carta le infrafcritte parole da, lei dettate . Cu. Or attendete , che quello è'1 punto. O Pittori lo , dove liete ? quella a voi: liete fuggito, eh ì Or feguite, Mefler No- frio. 2S£fl. Io confetto d'avere con ifperanza di guadagno , ma fcellcratamente cambiatala figliuola di Meffer Bernardo Cattari Raugeo ( oimè , che cofa è quella ! ) al 3uale mandai la mia Calfandra , in vece ella Aia, quando egli mandò per lei a .Vinegia . E perchè Dio mi abbia a perdonare il mio peccato , ho voluto rivelare quella verità , con una fcrittura_» fimilc a quella: pregando voi,Signor Alberto mio compare , che la vogliate far avere a Mefler Bernardo fuo padre fin a Raugia . Io lafcio poi erede mio uni- verlale Caflandra mia legittima e vera figliuola, che ora fi truova nelle man» del fuddetto Mefler Bernardo a Raugia; Lu. O laccio , o laccio , afpettami pur 3 eh io vengo. Tu, Ove va egli con tanta furia colti»» a'mpiccariì ? Ha gittato il cappello U> terra : è difperato ben daddovero - O gran cafo, o gran cafo ! , O miracolo delia bontà di Dio ; il q" a ' c non ha patito la dannazione d'un'anu" 3 » la perdita d'una figliuola, esinotab»e inganno ! . fl Bc$ O itupeudifiimo caio, nel quale *° " w* QJJ I N T O 7 49 so ben dire quel che ammirare lì'debbia più , o la grandezza del fallo , e'nfietne del pentimento di Maddalena, o laco- ftanza e fede di colici , nella quale ha potuto più amore e'1 vero , che l'avarizia di ventimila ducati ! Ta. Oh , tu fe'qui ! io credeva che tu ti foni andato a'mpiccare io. Lu. Lafciatemi un pò veder quella carta . He. O Caffandra figliuola mia, non ha potuto lo'uganno altrui privarti di me , nòdi quel bene , ch'apparecchiato t'aveail cielo. Ta. Quello è bene il più nuovo cafo , che lì fentilfe mai : e credo certo,che chi met- telfeinfieme tutte le llorie , non troverebbe tal cofa. Lu, Egli è quello in effetto : che pofluii ef- fer arfe quante femmine ha'l mondo, acciocché fene fpenga il mal feme . Dovrò io dunque prender coftei, c farle rabbiofamente le fpefe ? Venture che mi corrono dietro ! Ma per Dio tu t'inganni ; va pur a trovar il tuo drudo , eh* 10 non ho pane da dare alle tue pari io. 'He. Non dubitare no , ch'io mi obbligo , così piacendo a lei , di condurla a Raiigia . Gentiluomini, io me n'andrò , ferban- do il teltamento apprefio di me tra l'altre mie fcritture , a beneficio di chiunque v'abbia interelie : facendovi anche fapere , che le robe lafciatemi in ferbo dalla tentatrice fono in mia cafa fané e falve a requilìzion dell'erede. Rallegrandomi con tutti voi delle voltre coa^ iolazioni. 11 malanno clic Dio ti dia. Se quelle r "- N 3 no «f* ATTO no eonfolazioni per me, ne poffi aver tu altrettante.Ma mi confolo,che il pedante è nelle mie forze, dalle quali non fi ricatterà già egli fenza pagarmi. Signori,' poiché la fortuna mi ha condotto a quello termine , abbiatemi compaflìone, e fìatemi cortefi in tante voftre eonfolazioni dì qualche ajuto. Be. Or va , ch'io fon contento donarti i du- gento ducati, ch'hai perduti. Lu. O fiate voi benedetto , padron mio caro , padron mio generofo . Io vò veder fe truovo Mofchetta. Ta. E noi, Melfer Bernardo , è ben che ce n'andiamo in cafa a confortare i noltri fpofi , raccontando lor tutto*! fatto . Be. Facciamo come vi piace. Ma vorrei pure faper di Nica. "Pa. Oh , non può ftare a comparire effa ancora , quand'ella fappia , che i romori fien racchetati. Be, Andiamo , che torneremo poi a cer* carne. 5 C E N A VIIL Grillo. Flavio. TSIJca. Lifca. Or. k Ffé, che non mi fcapperai qucft<* t\ volta . FI. Eh , per l'amor di Dio. Gr. Tenetel, Monna Nica , vo'ancora, tenete! forte , che non ci fugga . FI. Ah , Monna Nica . Che Monna Nica , fpione ! tu fai ben i» mio nome sì : t o quello, perché tu'I f*| • Dalli, Grillo , ch'egli è flato cagion* QJJ I N T O. tu dì tutto'l male quello ribaldo; egli ci ha fcoperti. Fi. Scopertolo! foprache ? deh, lafciate- mi,che non v'ho fatto mai difpiacere . Gr. Fermati, fe non ch'io ti pianto quello palìerino nel feno ; fai ì vecchio , non mi far adirare. Li. A tempo mi fono affacciata , vè . FI, A un povero foreltiero s' ufano quelli termini ,eh ? Gr. Agli fpioni tuoi pari sì , e molto peggio ancora di quello. Lì. Vò ben effer a quella trefca ancor io sì.' Gr. O come a tempo tu ci venirli. Tiello ancor tu , Lifca , tiello ben fermo , vè. Lì. Afpettate pure , ch'io mi fciolga quello cintolino di gamba. FI. Orsù , eccomi , non vò fuggire : che volete dame,che v'ho fatto? prego Dio, che mi faccia morire , fe mai v'offefi ch'io fappia. Eccomi a voftri piedi. 7s(J. Che vuoi tu far, pazza ? Li. Afferrarlo così nel collo, vedete . Gr. Non tirar; vuoi tu affogarlo ? FI. Mifero me } uh , uh : io vi domando mi- fericordia . Gr. Che mifericordia, ladrone ! tu ci hai rovinati . Non può effere ltato altri che tu, il quale andavi fpiando tutto quello che facevamo . Fi. Se quello è vero . Gr. Spione , traditore , io non vò mancarti di fede : promih* di pelargli il mento, non vò mentire . Io te la vò pelar quel-; la barba , sì bene. £/• Ahi , ahi . Gr, Tenetegli voi le mani, O Dio ATTO TI. O Dìo , oimè. Gr. Tutta a un tratto te l'ho fterpata. O manigoldo , la barba pollicela , eh ì TI. Io vi dimando la vita . 2Sf/. Fermati, Grillo , fermati . O mefchìnà me , che vegg'io ! nonfe'tu Flavio ? TI. Ah , Monna Nica , pur troppo io fono . Hi- O fìgliuol mio dolce , flgliuol mio caro, perdonami delle ofFefe , eh' io t'ho fatte , perdonami, cuor mio : leva su . Li. Uh, che bel giovane ! fui par la gran be- IHa a non aprirgli la porta. Gr. Miracoli ! è quello Flavio , Monna Nica?_ HI- Sì , Grillo , sì . E come vai tu in quelli abiti feonofeiuto ì perchè non ti feopri- re fubito a noi ì Gr. Vi domando perdono anch'io Flavio : che fe v'avelli conofeiuto , Dio guardi. Ti. Perdono a tutti , purché a me non mi fi* nieghi una grazia. HJ. Chiedi , che ogni cofa è tua . Fi. Anche Caffandra ? Hi. Pur quella è tua più che mai. FI. Oh , fc quello avelli faputo , Flavio fe' lice ! Li. Madonna , anch'io vorrei far la pace : io l'ho fchernito , ben fapete . HJ- Sì, è dovere . Ma voglio fare la buona pace , fapete . Hj- E qual è cotelta tua buona pace i Li. La pace di Marcone . Hi- E che fai tu di Marcone ? Li. Ben fapete, che la'mparai da uno , che mi diceva , ch'ell'era sì buona cofa. Gr. Si eh ì buono avvifo . Hi. Non mandalli tu , Flavio , un tuo fante innanzi due ore la i Io, QJJ I N T o ni FI. Io ì Madonna no . Mi guardava da voi' , per queflo andava io cosi fconofciuto . 2y7. Dio tei perdoni : e perchè , di cui temevi ? FI. A bell'agio lo'ntenderete . ìiì. Di cui fu dunque il fante , che venne , Grillo ? Gr. Che so io ; che trafecolo afentire e veder sì flrani accidenti. 2S(j. Orsù , andiamo a trovar Caflandra. O novella ! FI. Andiamo , clic ho bifogno di ripof.ire ; di sì fanta ragione m'avete pelto. Poveretto ; andiamo . Turefta, Grillo, e ricordati d'aver cura , ch'io non vada prigione ; che ci verrefti tu ancora , fai. Gr. Lafciate'l penfiero a me : fopra la mia parola fletè tornata , con quella Yita fa- rovvi feudo . FI. Come prigione ! e perchè ? Saprai tutta la ftoria : andiam pure . Gr. Queflo povero giovane dovea certo temere , a quel che ne dice , d'efler caduto in odio a Caflandra, come avviene per lo più delle donne , le quali col mutar di fortuna cangiano amore . Io pagherei del fangue à non l'avere sì maltrattato ; ma fotto que'panni chi l'avrebbe creduto Flavio ? Io Ito pur apenfare chido- min può eflere flato quel Raugeo , che mandò il fante : a me parve pur che di- cefle, ch'era di Flavio , o che fogno. SCE- »J4 ATTO SCENA IX. 'Patrizio. Grillo. Bernardo 2 •pa. f"\ Quanto fono allegri qne* noftri V-/ fpofi, Mcffer Bernardo : fi può dir più ì Or. Bernardo , eh ! Be. Non vidi tal cofamai d'allegrezza : Dio gli benedica. Ta. Santa deliberazione che fu la voflra , a venir in qua. Be. E fapcte, ch'io fletti su quello di non venire ì Gr. Che sì, che quefto é il padre di Calandra ì fta pur a vedere . Ta. In quale intrigo fenza la perfona voftra mi fare'io trovato : e chi l'avrebbe mai fviluppato , fe non fol voi quefto gruppo ? fie. Io non credetti già io mai d'incontrarmi in sì fatti accidenti, quand'io partì' da Raugia . Gr. Raugia ! buondì : quefto fu il Raugeo ■, che mandò il fante, vè. Noi liam disfatti. fa. Confiderate di grazia maraviglia di ca- fo : puofli egli fare maggior inganno , ni più enorme ribalderia di quella, eh» fiata ordita contra di noi ì cambiataci a voi già la figliuola, e a me oggi la nuora. Gr. L'un cambio intendo, ma l'altro no . "Pa. Dall'altra parte fi poteva egli far cambio ai più giudo , nè più fanto , nò p'^ opportuno , nè più neceflario di quefto » mediante il quale a voi è fiata reftituita quella figliuola, chela malvagità della ba- QJJ I N T O. ty ? balia v'avea rubata , e a me quella nuora , che guittamente m^fi doveva ì Gii, To , to, ecco nuovo accidente ! O giornata piena di maraviglia! ma fpero ancora di gioja. He. Mefler Patrizio, io'l dicca pur tefté : quella nollra prudenza vede sì poco lun- ge , ch'io non so quello che dir ne debbia . Se non s'apriva oggi quel teflamen- to di Maddalena, col quale s'è manife- ftato lo'nganno , non farebbe egli lenza alcun fallofeguito il matrimonio della fuppofita . Or lafcio penfar a voi quanti fcandalì ne potevan fuccedere. Gr. Quel teitamento, nel quale Lurco fpera- va tanto, vi-. O che ferito , o che fento! lìe. Ma dove è Nica, che non la veggio ì Ta. La povera femmina non fi de'attentare di comparirvi avanti,or che la gravidez- Za di quella giovane, cheticn pervo- ftrafigliuola, avete fcoperta . E'n verità, che ftante l'error feguito , il quale* d'altra maniera corregger non fi poteva, che occultandolo , non arebbe ella potuto più faviamente portarfi . Ond'ella è non folo fcufabile , ma commendabile ancora. £f. Di lei non cerco per mal veruno , in verità ; ma per fa pere corte Ita il fatto . E però venga pure 3 ch'io la vedrò volentieri . Gr. o fia lodato Dio ! Va. O quanto bene, Meffer Bernardo ! Andiamo dunque a confortar quella giovane ; la quale, fe condurrete a Raugia, come dianzi voi prometterle , farà opera «erto di carità. tj<5 ATTO Gr. Or e tempo . Signori, non m' abbiatfl per importuno , fe interrompo i voftrì ragionamenti ; perciocché non intenda di dirvi altro , che cofa di voitro comodo . Be. Chi è cottili, Metter Patrizio ? Ta. Quelli è Grillo , che flanella mede/Ima a fa con Nica vollra , eferviva la buona memoria di Madonna Ginevra vollra forella. Be. Che d'i tu , valentuomo ? Gr. Io giunfi teflè di piazza , e flava per entrarmene in cala, quando mi parve udire la Signoria vollra dir non so che di condurre la mia padrona a Raugia . Be. Qu ii è la tua padrona l Gr. Caflandia, che fu nipote di Madonna-» Ginevra. Re. Eè , che vuoi dire ? Gr. Io vù dire , che fe io crederli di poter impetrar una fola grazia da voi, la fatica di tal condotta vi leverei. Be. Secondo che grazia. Io certo , fe fare oneflamente il poterli , affai volentieri di cotal imbarazzo mi fgraverei. Dimmi dunque , che grazia è cotefta, epo 1 vedremo fe ci polliamo accordare . Gr. La grazia è quella , che voi vi contentiate di perdonare a Flavio . Be. Che mi ha fatto in cafa quel difonore > cotello è troppo , fratello . Gr. Altro difonore non vi ha egli fatto al' 3 fine, che di ceiatamente venirci, benché quello eziandio non è indegno di fcufa. Del reflo Calandra crafuafp 0 " , fj- > prima che la toccalfe . Le. A me coterie ciance non fi danno ad n\- ten- Q_U IN T O; Ttf tender, fratello. Ta. Orsù . Meifer Bernardo , nelle comuni nolhe allegrezze , farebbe troppo ctif- d/cevole cofa , che altri folTe lieto , e altri dolente . JBf. Oh , egli non è qui, e però non può effer partecipe delle noltre eonfolazioni. Ta. Sarà ben la fua fpofa partecipe, e dolente dello sdegno , che inoltrate verfo di lui. Orsù , Mell'er Bernardo , per amor mio, voglio che voi gli perdoniate : noa dite altro. 3ie. A Rangia prometto di perdonargli. Or. E non qui ì Be. O, fe e'non c'è . Gr, E fe e'ci folfc , e vel domandarle ? 'Pa. Su allegramente , Meifer Bernardo , non ci penfate : non gli perdonerefte ? si, si. Di grazia non cel negate più lungamente . Ut. Orsù, vi dico , che s'e'ci folfe , c mi chiedeiie perdono, l'impetrerebbe. Or. Or Flavio è in quella cafa, e chiede- , ravvi umilmente mille perdoni, 2 5 tf. Di tu vero ì G K Veriffimo. "Pa. E quando venne ? Or, Tutto faprete. Io vo a darne la nuova a Flavio. Pc. All'ai dunque fìa confolata Caffandra,fen- za l'opera mia . Se Flavio verrà in cafa voltra , Meifer Patrizio , e chiederammi il perdono,per amor voitro noi negherò. ì-a Idropica, o SUI:- A T T O S C E N A X. Mochetta, laureo . Tatrfaio. Berne/rio. Mo. T Ureo, tu fe'a nulla, fe credi dì trar- JL> glimidalle mani. Lu. E perchè? fon eglino tuoi ? Mo. Ecco'] padrone , ohe ne fia'J giudice. O Signori , di grazia contentatevi d' afcoltarci. Tei. Oh , oh , buone pezze ! A quell'ora tu torni, eh ? Be. Chi è colui, che ci chiama, Meffer Patrizio ì Ta. Egli e un mio fante, o furfante , come volete. Mo. Primieramente io mi rallegro delle V0- ftre confolazioni, Signori , e delle maraviglie , che Lurco mi ha telte raccontate : nè vi chieggo perdono , perciocché io pretendo anzi di meritare groffa mercede ; eflendo io fiato autore di quel cambio , che vi ha fatto venir in luce del vero.Ma che difs'io cambio ! cambio farebbe flato, fe altrimenti fatto fi folle» perciocché io con la mia'nduftria vi h° cucila giovane mefla in cafa, che legittima voitra nuora doveva ciicre . Ne di tal beneficio altra mercede intendo di confeguire , fe non che ifcoltiate le i» 16 ragioni, e mi facciate giuftizia . Ta. Con chi l'hai tu ì Mo. Con coteftui . Ta. Non faprei dire, qual di voi foflé V c & 1 abbattuto. _ Mo. Ut il vedremo. Quelli fono idug c0C du- QUINTO. r,-p ducati, che proniife il pedante a coitili. fa. Memoria nobilillìma delle voftre ribalderie ! Mo. Per lo prezzo della fìgliafìra. E per ingannar il pedante , gli fu mena in camera un'altra femmina , acciocché* con effa in vece di Goitanza fi traltuilalfe . Va. O ghiottoni ! Mo. Ora , mentre il pedante flava filile dolcezze , la ladroncella gli tralTe della talea i danari, che dovevan elfer pagati a Lurco . Be. Ah, ah, ah: o che trefea folcnne ! E così ella gì' ingannò amenduni. Mo. Or fe io non l'avelli trovata , e toltogli ì danari , la ribalda fe gli farebbe portati via ; nè cortili tra già egli per riavergli maipiù : che s'ella folle giunta a Vinegia, dov'era incamminata , cercala tu. Di quelli dunque , come di cofa fenZa fpe- ranza alcuna da lui perduta, e da me con fatica gran.liflìma guadagnata , intendo d'elfer giudo e legìttimo pofleffore . E per tale, vi prie^o, che dichiarare voi mi vogliate . "Pa. A quelto che dì tu , Lurco ? Lu. Io dico primieramente , non elfer vero, che coftuis'inducelfe a fare il cambio per carità ; fecelo per vendetta , non avendo la Signoria voltra voluto empiergli il ventre d'alcune robe, che e'conduue di villa. "P fette , otto , nove , diece . Mo. Non credo,che ce ne manchi pur lin0. Hi. Doveva effer anch'egli innamorato il P dante, eh i s{< . QJU T N T o: r*t Mo. Signor sì : fe voi vederle che ceffo , che mollacelo , che figura d'innamorato 5 ne ftupirefle . Ri. O pover uomo ! egli fonava , e altri faceva la danza. Ta. Tutti ci fono appunto . scena xr. 'Lurco. Zenobio. Tatrizio. Bernardo. La, \T On abbiate vergogna , Meffer lo Ze. O Lurco , che cofa mi fai tu fare ! il mio decoro è proftituto . La. Bifogna ben che venghiate , fe volete i volili danari. Ze. I miei danari, eh ì tu mi beffi. Lu. No certo. Ze. Chi me gli tolfe , Goltanza \ per farmi una beffa ,eh i Vengo, vengo. L.u. Signori, ecce . Ze. Non vi maravigliate , gentiluomini, dì veder un par mio in queiti panni ; perciocché: Omnia vincit Amor . Ricordatevi , che una femmina fece filare quel domntor de'moftri terribile. Be. Quello è un pedante ì mi par un burattino a me . Mo. Meffer Zenobio, che abito è cotefto ? O pover uomo ; il troppo ftudio gli ha levato il cervello ! T*. Orsù , pazzarone , lafcialo Ilare . Mef- fere, ceco i voitri danari : imparate di attendere a'vollri fanciulli , e lafciate ftar le femmine , che non fanno pe'pari Mofchetta. voitri. O ma- tft ATTO Zi. O manus verè airca : quàtn ego reveren- ter & meritò te deofculor. Tibi veri» undequaque praeltantiffime vir patritie ex patritia verè genite gente, quamquam ingenioli mei vires . Et. Melfer Patrizio , io so come fon fatti queiti pedanti, quando danno nel pecoreccio . E' ci terrà quel poco qui a_» difagio. Zi. Quamquam , dico , ingenioli mei vires. Ta. Non v'affaticate , Mclier Zenobio ; eh* io fono aliai ficuro dell' eloquenza e gratitudine voitra. Zi. Deh , Signore, lanciatemi fare il debito mio . Quamquam ingenioli mei vires. Lu. B'non sa andar più innanzi, per quel ch'io veggio . Credo che farà molto meglio , Melier Zenobio , che voi facciate un di que'voftri belliflinu fonetti in laude della fua Signoria. Zi. Gredi tu , Lurco . Ta. Si dice il vero^ A me certo farà piìi caro , Meffer Zenobio . Zi. Con la coda , eh ì Lu. Sì , con la coda. Zt. Poiché cosi vi piace , farollo eleganti/limo. Valete . Ta. In buon'ora , MelTer Zenobio . Se Lurco non ce ne liberava , guai a noi . _ , He. Lurco, vienrene meco in cafa, ch'io 11 farò la polizza de'dugento ducati; i qu 3- li frinito avrai fui banco de'Quirini a Vinegìa. Lu. E io di nuovo ve ne rendo grazie infinite , padron mio caro e dabbene . Ta. E tu , Mofchetta , poiché quel Ciprio" 0 non mi ha mandati i danari di quelle robe, I N T O. ì6j be , die dianzi conducefti dì villa^ va per effe alla barca , e falle portar a cafa, che c'è ben tanto ancora di giorno , che potrai farlo : perciocché voglio, che noi facciamo domandafTera un folennif- limo convito, infieme con ambedue le fpofe e gli fpofi ; e che tu porli fato Darti a tuo modo , Andiamo , Meffer Bernardo . Mo. O quello sì, ch'è un miracolo il più ftu- pendo di quanti oggi n'abbiam veduti. O Mofchetta felice ! Spettatori, il refto delle noftre allegrezze fi faran dentro : ballivi di fapere , che la favo/a nofìra ci abbia fatti tutti contenti . E fe voi fletè cosi contenti e di lei e di noi, datecene', vi preghiamo , il voftro cortefiflìmo, c lieto fegno . Il FINE.