^ "l 'W I ARIDOSIO » COMMEDIA DEL SIGNOR LORENIINO DE'. MEDICI. -t^wa^if. • i-fX 41 fi $0 INTERLOCUTORI. MARCANTONIO vecchio. MONA LUCREZIA fua moglie. LUCIDO fervo. TIBERIO giovane. LIVIA Schiava del Ruffo . RUFFO . CESARE giovane. ERMINIO figliuolo adottivo di Marcantonio ARIDOSIO vecchio fratello di Marcantonio MONACA. SER JACOMO prete. SUOR MARIETTA. MONA PASQUINA ferva. Ì'AULINO ragazzo . MESSERE ALFONSO vecchio. ERIGA fervo . PRO* PROLOGO E voi avrete pazienzia , farete fpettatori_ di una nuova commedia, intitolata Arido- fi a, da Aridofio detta. Arido- fio chiamato > per eflere piìi arido che ia pomice : della_, quale vi conforto a non curarvi di faper l'autore,perchè egli è un certo- omicciatto, che non è neffun di voi,che veg- gendolo , non l'aveffe a noja , penfando che egli abbia fatto una commedia. Dicono ch'egli è di fpirito ; io per me noi credo: e quando ei feppe, che io veniva a farvi l'argomento, m'impuofe, che io vi faccflì una imbafcia- ta a tutti , che fe voi loderete quefta fua_» commedia , farete catifa , ch'ei ne abbia a fare dell'altre ; onde vi prega che voi la bia- fimate , acciò li tegliate quella fatica. Vedete che cervello è quelto : gli altri lì affaticano in comporre , chieggono e pregano di e/Ter lodati, e quando e'non hanno altro rimedio , fi lodano da loro , e colini domanda di effer biafimato ; e quello dice che fa fole* per non fare come i poeti : e a mio giudizi» ha mille ragioni, perchè ha più vifo d'ogni altra cola che di poeta » Per ora voi avete in- tefo di luì tutto quello che fene può dire ; retta che voi ftìate a vedere quella fin comi media , e alla fine lo foddìsfacciate : poiché non vi ha a collare altro che parole. L'ar«o- A A 1 mento 4 mento va in iftampa, perché il mondo é flato 'tinpre adwi modo , ed egli dice che non è pomftile a trovare più cofe nuove : ficchi Infogna facciate con le vecchie , e quando cliie fono migliori delle nuove : le monete, le fpade, le Sculture, le galline , edevvi chi «lire die ieÀonne vecchie fono come le galline . Però non abbiate a sdegno fe altre» volte avendo villo venire in ifeena un giovane innamorato » un vecchio avaro , un fervo che lo inganni, e fimi] cofe , delle quali non può ufeire chi vuol fare commedie, di nuovo li vedrete: ed io per non vi faflidire con l'argomento , che lungo farebbe , me ne tornerò tirento , e dirò d'avervclo recitato , e voi fe flarete attenti, caverete il fubbietto da Mona Lucrezia e Marcantonio, marito e moglie, che di qua vengono : addio. bene fene trovafle, molte volte ATTO ATTO PRIMO r SCENA PRIMA. Marcaatofiiojt Mena Lucrezia f'ua mogli:. Mar. Sftffijh^SWff E rt0 c > com 'i° ho detto, che la maggior parte de'coftumi de'giovani, o buoni o cattivi che fìano , procedono da i padri e madri loro, o d: quelli che in luogo di pad re o dì madre li cuftodiicono , Lue. Egli è vero che i padri o Fattori o i mac- ftri lo polfono fare, ma le madri no; per- che fendo donne, in quello come nelle altre cole dei mondo hanno pochilli- ma parte . Mar.E pur talvolta fi fono villi efempj io.* contrario , che le donne più abbiano potuto ne'figliuoli, che i padri, e non folamente ne'ngliuo!i,ma ancora ne'mariti loroje per non avere a cercare efem- pio più diicofto , ti dei ricordare come Aridolio mio fratello e io fumino allevati in un medefimo tempo , e da i me- defimi padre e madre , e nel medefimo tempo pigliammo moglie , della quale egli ha avuto Tiberio , Erminio e Caf- fandra , e noi ancora neflimo . D'allora in qua eifo cominciò a diventare avaro » e. a pofporre ogni piacere e ogni onore allo accomulare , tantoché egli è ridurlo tBefthiaOi come vedi ; ioj Dio grazia, a J( mi 6 ATTO mi fono mantenuto con quello Itile dì vivere , che da mio padre mi fu lafciato: e di quella mutazione non fi può allegare altre ragioni , e non fi può penfarej che fia flato altro che la moglie , [a quale tu fai quanto era mefehina , perfida e dappoca; e mai non ebbe Aridofio la_» maggior vcntura,che quando ella fi morì, benché aluipareffe di fare grandiUima perdita, perchè di già s'era accomodato a'fuoi coftumi. Lue. O infelici donne,le qualì,a detto voflro, fon caufa di tutti i mali ; e folo allora fanno felici e avventurate le cafe, quando inefpettatamente fi muojono. Mar.H che vuoi tu che fìa flato caufa di tanta mutazione , e che di liberale l'abbia fatto miferifiimo } perche infin' a quello tempo fui com'era viffuto : pero io ringrazio la forte , che più prelto a lui che a me abbia mandato tanto male ; la quale nelle cofe del mondo può il tutto: che io mi ricordo noftro padre più volte dubitare , fe a me o a lui te o tei doveva dare. Poi fi rifolvette in modo , che io m'ho da lodare grandemente , ed egli da dolere , e febbene effo ha avuto tre figliuoli , che certo è gran felicità, ed io nell'uno; egli volentieri ci ha dato Erminio fuo minore, e noi lo legniamo , e come fe fatto l'aveffimo , lo amiamo , e più forfi, perchè nè tu nè io di lui abbiamo avuto quelti faftidj, che de'putti piccoli fi hanno. Lue. Non dite così, che quelli non fon faftidj , ma fecondo che iopenfo fon cure da far paffare i faftidj : pure io ringrazio Iddio» |pMpNH3lfR> P RIMO. 7 Iddìo , che dappoiché, non gli !• piaciuto che io abbia figliuoli, ha fatto che ci liamo imbattuti in un giovane , qual'è Erminio , al quale febben noi abbiamo a lafciare larobanoftra, e nella fede fui € al fuo governo ci abbiamo a rimettere quando piìi vecchi faremo,fe l'amor non mi inganna, mi pare di potere da, lui fpe- rare ogni bene : ma io ho paura, Marcantonio mio, che tu non gli lafci troppo la briglia in fui collo, e che por a tua porta non lo pofla ritenere, perchè tu lo iafei fenza penfieri e. di ftudj e di faccende , folo attende a cavai li, a cani, r» all'amore ; onde mi dubito , che pa(lat > quelto fervore della fua gioventù, fort fi abbia a pentire di avere invano concimato il tempo , e forfi fi dorrà di te, che non gli provvederti quando potevi. Zdar.lo mi maraviglio affai edite e di tutti quelli, che penfano , che i figliuoli fi pollano ritrarre dalle loro inclinazioni o con buffe o cou minacce,* perchè fappi certo, che fe io volellì ad Erminio proibire tutti i fuoi piaceri, farei peggio; ma bifogna col concedergli una cola , che importi poco , e che a lui fia a cuore , proibirgliene un'altra, che importi affai: e cosi avvezzarlo , ch'ei m'obbedifca_» non per paura, ma per amore ; perch4 quelli che fanno bene per paura , lo fanno tanto , quanto e'penfano che fi pof- fano rifapere; quando penfano di far mail , nafeofamente lo fanno. Guarda Tiberio , come fuo padre gli h3 le mani in capo continuamente , lo tiene in vili u_» con laforella, perchè nonifpenda, e A 4 per- * ATTO pettlìè non pratichi nella città, dove dice che fon molte comodità di far male; nientedimanco fon poche notti, ch'ei non venga in Firenze , e pur quefta ho intefo che ci ó flato, e ha meflo mezzo a romore quefta città , per avere una_» fchiava del Ruffo qui vicino a noi, e fa delL altre cofe molto peggiori di Erminio ; perchè gli è ncce(fario che lagìo- ventù abbia il luogo fuo . Se adunque quefto i giovani hanno a fare , quanto 4 meglio avvezzargli che non s'abbiano a vergognare da i padri, ma da loro ìfteffi, faccenda cofe brutte ! Penfa però Ari- dolio , per tenerlo in villa, che-noa voglia fpendere e far le cofe da giovane t io so che e" fa e l'uno e l'altro fenza ri- tpeifto , e'quel buono uomo con-ogni e- ilrema miferiaattende a cumulare, lavo-, ra ind ilo alla terra di fua mano ; e s'e'fa- pefle che venilfe la notte in Firenze , O clic egli CoendiBc pure un foldo , fi darebbe al diavolo.E cosi vivono tutti mal contenti, infino a quella povera figliuola , la quale è già grande da marito , che édifperata; perche per non fi avere il padre a Cavare di mano la dote , non le vuol dar marito , e trovali contanti in un borfotto duemila ducati, li quali porta ti di far venir voglia agli uomini di quelle cofe , che fono più difficili ad ottenerli . Io non credo che in Firenze lìa donna alcuna , che non avelie di grazia far piacere ad Erminio , ed egli s'ir innamorato di cortei, la quale non che polla godere, ma bifognache con mille rispetti le parli, ed enne guaito, fracido, morto, che altro non penfa e non parla, che la Fiammetta. Mtfr.Éì parla da se di quello . Lu. Adelfo mi manda a vedere quel ch'ella fa , com'ella Ita * e.raccomandaiì a lei : e ogni giorno ho queita gita per amor di Dio e de'fervi fuoi . Mar.Lo vò chiamare , avanti che pigli altro viaggio . Lucido , o. Lucido. Lu. Chi mi chiama è Marcantonio: che domandate ? Mar.Che è d'Erminio } che jerfera non torna a cena ì Lu. Cenò e dormi con Tiberio in cafa Ari- dolio. Mar.V. tu dove vai, a portare qualche jmba- feiata al monirtero ì Lu. Che fapete voi di moniltcro? Mtfr.Sonne quello che tu . Lu. A dirvi il vero, mi mandava a vedere fe ella voleva niente. Mar.ln verità > che Erminio in quello mi fa torto; perchè tu fai fe io lo compiaccio, C piì* PRIMO. ii epiùprefto Io ajuto nelle lue voglie e ne'fuoi amori , che fono in qualche parte ragionevoli, ina quello ha troppo del difonelto:ei Coverebbe pure aver rifletto all'onor fuo e mio ; perché il carico è dato a me, che lolafcio fare: ei pare che a Firenze ci manchino le donne da cavarli le lue voglie , che lì abbia andare infino ne i moniitcri ! La. logli ho detto quello più volte , ed egli parte fel cognolee ; ma voi fapete, Marcantonio , cìie l'amor non ha legge, ed è gran tempo, che le cominciò a voler bene , ed ella è una bellillima tìgliuola_, , nobile c virtuofa , che forfè , fe voi la Vedete, gli avrelle più compallìone che non l'avete : e fiate certo , che prima faria polhbile far diventar'Erminio un* altro uomo , che fargli lalfare quello a- more:e vovvi dire più avanti, che l'animo fuo farebbe di pigliarla per moglie. Mar-Oh mai piti fenti'dire che le monache lì pigliaffcro per moglie ! Lu. Oh la non è monaca,chc ella non è ancor velata, e non vorrebbe eifere, ma la fera s'ella crcpalle ; perche ella ha una buona eredita , e le monache l'hanno adocchiata : e febbeneella mettelfe l'ali, mai potrebbe ufeir del moniltero , tal guardia le fanno . Mur.Bè, non effendo monaca,è cofapiù efeu- fabile ; ma dimmi, di chi è ella figliuola, e buonaeredità dì tu ì Lu. Ella è de i Ridolfì, e non ha nè padre riè madre , e le monache fon fue tutrici, e ha boniflìma eredità, fecondo ch'io intendo | e altro non vi so dire. A 6 Bada is ATTO 2Vfi7?-.Bafta quello : conforta pure Erminio da levarli da quella imprefa, che non è nè utile nè onorevole , e s'egli ha voglia di moglie , e delle belle e delie ricche non gli mancheranno. Lu. Gli mancheri quella , che Copra tutte l'altre derìderà. Mar.lo m'avvederòfe tu arai fatto feco il debito tuo . Lu. Lo farò per obbedirvi,non perch'io fpe- ri di far frutto . Mar.lo voglio andare fino in piazza , fa co- m'io torno fia in ordine i l delinare. Lu. Sarà fatto . O che padre dabbene è quello ! io credo che s'ei poteife, che di fua mano la caverebbe del monillero per metterla a canto a Erminio. Oh s'ei ia- peffelapena che porta per collei , n'avrebbe più di lui difpiacere : che'l poveretto teme di non vituperare lei,il monillero , e se a un tratto ; perchè ella è di lui gravida , e sì vicina al parto , che ogni giorno ogni ora è la iua , e modo non lì può trovare o di cavarla o farla-* partorire fcgretamente , nè via che gli ci polla ritrovar più luogo , e in fomma bilbgna bei la. Ed Erminio mi dice, ch'io penli e eh' io ripenli, e'bilbgnava che penfall'e egli alarlo in modo che non ferie avelie a pentire ; ma guallando s'impara : e ringnizii Iddio che non ha a fare con un padre come è Aridofìo . Ma or ch'io mi ricordo , Tiberio dee clfcrc ancor., oui intorno a Ruffo , e non fi ricorda di tornare in vii la; e fe fuo padrc_» «'avvede che non vi lìa , ti otterà qu ìg- giu per iitoruire tutti quanti. Ecco appunto PRIMO. punto dì qua Tiberio , che par che pen- fi ad ogni altra cofa, che all'andartene in villa. SCENA IH. Tiberio, Livia, ^fo , e Lucido. Tib. O Azferommi io mai, anima mia , di ve- 3 derti, e parlarti, e toccarti? Li. Se tu non ti fazii reiteri da te ; perch'io fon tua e femprc farò . Cotcito non dir tu,che mia fe'e non fua, allora ch'egli m'avrà dato i danari, fua farai . Tib. O uomo nato per farmi morire. Hu, Uomo nato per farmi morire fe'tu ; perchè non mi dando i miei danari, mi fai morire , che quella è la mia polfeflione c la mia bottega, fenza la quale viverej non polfo. Tib. Io ti darò , s'hai pazienza , quel che tu vuoi : ma lalfami un pò ltare in pace. l{ft. Allora farai tu fua ; ma in quelto mentre ce ne andremo a cafa : vieni, Livia. Li. Tiberio, io mi ti raccomando. Lu. Guarda , fe fa fare l'arte quelto fcanna» uomini I Tib. Oh non penfar d'avcr'a ufarc tanta prc» funzione. JUj. Vorrò vedere chi mi vieterà, che del mio non pofla fare a mio modo . Tib. lo intendo di pagarti,avanti che ti parta da me. Jltf, Oh da che reità ì 7 ih. Provveggo il relto de'danari. 8^, Oh, oh > io uo frefeo, fe s'iwaao ancora 14 ATTO ra a provvedere i danarhdomattina verrà per ella uno , che m'ha dato l'arra. Lu. Io non polfo pi Ci patire queito alfaliino : può fare Iddio che tuparli s'rarrogante- inente con un giovane dabbene ! I{u. Che direftu , s'io non gline volelTi vendere l Lu. O guarda, Ruffo , che non ci venga voglia d'averla per forza e fenza danari, che tu fai bene che i tuoi pari non hanno ragione con gli uomini dabbene. Tib. Afcolta , Lucido : quand'io voleiii fare cotelto , che potrei, egli avrebbe caula di dolerli ; maio lo voglio pagare lino a un quattrino . I{u. Se quello folfe , noi non avremmo a di- fputare. Tib. Tu hai d' aver da me cinquanta feudi , non e cosi fy- Si, fetu vuoi Livia. Tib. Mezzi te li do adelfo, e il refto domane. Io gli voglio tutti ora che n'ho bifo- gno . Tib.io non credo che inaiai mondo folle il più arrogante poltrone di coltui. Hg. Tiberio, abbi pazienza , chi ha bifoguo fa così. Lu. Comportalo fino a ftafera . J{u. Non polfo. Li. Eh 3 Rufto, per amor mio. R^t. L'hai trovato , appunto per amor tuo! Tib. Orsù, Rurfo,io ti prometto da vero gentiluomo , che ftafera a ventiquattro ore avrai i tuoi danari. l{u. Chi m'aliicura ? Tib. Non t'ho io detto, che mezzi te li darò adelfo t e mezzi ftafera ì Dì P R I M O. i - f Di quelli d'adeflb farò io fecuro quando) dati me li avrai, ma di quell'altri* Tib. La mia fede . 1\u. D'ogni altra cofa fonoavvezzo aliare alla fede , che de'danari. Tib. S'io non te li pollo dare . K^t. Non dico che tu me li dia ; ma che tu mi lafli andare con cortei. Lu. E non s'ha egli a credere a un'uomo dabbene per due ore venticinque ducati i I{f<. Infine io fono invecchiato in quefta_# ufanza. Tib. Afcolta, io ti do adelfo quelli venticinque , fe ftafera non ti do il refto , vattene a mio padre, che è in villa , e dilli la cofa com'ellafta, e fe ti vien bene , dilli com'io te l'ho tolta per forza(ch'io vorrei innanzi la febbre,ch'egli avelfe a fapere niente di quefto ) e richiedegli Livia ; egli fubito verrà quaggiù , e ren- derattela, tu fai com'egli ò fatto : fe tu la rihai, i venticinque feudi fian tuoi , gran fatto non è,ch'ellanon farà peggiorata venticinque feudi: e così farai lecu- ro o d'elfere pagato intutto , o d'avere Livia e venticinque feudi vantaggio ; che vuoi i J^«. A quefto fon'io contento ; ma non voglio afpettare pitiche intìno a venti ore. Tib. Sino a quanto tu vuoi, purché tu mi ti levi dinanzi : to annoveragli. Ru. Gli annoverai poco fa ; ma non ti doler di me , che fe i danari non vengono , io farò con tuo padre quanto fumo rimarti d'accordo. Tib. Vani con Dio in malora, fa quel che ti i& A T T O J(^. Addio-. Li. Oh, e'mi s'e levata una macina di fui cuore. Tib. E a me di.su l'anima . Or ti poflb guardare e toccare, lenza che Ruifo mi tiri dall'altro canto . L». AI trovar'»' danari ti voglio. Tib. Qualche cofafari , Lucido ; fe ftpen- faue tanto alle cole , non fi farebbe, mai nulla : io so che tu m'ajuterai, e pernierai a qualche modo che noi li troviamo. Lu, Io penferò pur troppo ; ma il calo farebbe a penfare a qualche eofa clic riufcil- fe: ma dimmi, tu non ti ricordi di tornati re in villa, come penfì tu farla con tuo padre. ? e s'ei s'avvede, che tu fii venato in Firenze , a tante brighe ci mancherà quella, avere a placare quella beltia_j, e in unniedefuno tempo avcr'a trovare vcnticiiiquc.lcudii e che tanto è polli- bile a far l'uno c l'altro, quanto tener'il Ruffo , clie pallino le venti ore non vadi a gridare a tuo padre , e dicali che tu 1' hai sforzato , e toltoli colici : e la prima cofa te la torrà,c daragliene,e tu te n'andrai bene , fe non ti caccerà via. Tib. Potrà egli mai fare ch'io non mi lìa goduto Livia mia ì Lu. E'potrà ben fare che tu non la goda mai più. Tib. Starò pur feco- tin pezzo : chi gode un tratto non iftenta Tempre . Lucido, io mi ti raccomando, perifa tu qualche co- fa , che ovvii a tanti mali . Noi intanto ce n'andremo qui in cafa,c afpetteremo Erminio , che ci ha detto di venir'a degnare con cflonoi» SCE- f R I M O. rjr SCENA IV, Lucido fola . Gli è ben vero clie non è cofa , che faccia più impazzar gli uomini, che lo a- more.Tiberio è cosi favio giovane quanto fia in quella città , e adefloaccecato, non vede quello fi faccia , perchè na- feofamentedi villa e venuto.e non fi cu* ra che lo fappia fuo-padre ; e tanto è la rabbia di quel vecchio , ch'io credo la direderà , s'ei sa che (la venuto, c a che fare: perchè nè maggior mifero nò mag- gior'ipocrito fu mai, e non vuol che Tiberio guardi non che tocefù una don-* na : eìui d'un fàntu vantaggio oltre a quello gli ha impegnato se e gli amici fuoi per far venticinque feudi, e più oltre n' ha promelfo venticinque altri a venti ore ; cofa che s'ei non.gH rtffeut , non lo può olfervarc in alcun modo : c parli d'aver penfatoad ogni cofa, quando dice ch'io vi penfi ; mafe non follfc Erminio , che ini ha comandato ch'i» ferva Tiberio come lui proprio , io ea« trerrei appunto in quello 1 iberinto : per Dio la cofa torna bene , le fatiche e le brighe tocchino a me, e i piaceri a loro. Ma ceco di qua Erminio , che mi ha a fare un cappello, perch'io non ho fatta!» fna ambasciata ; dirò d'averla fatta , e te rifpofte fon tutte ad un modo : che Ha bene , e che fi raccomanda a luì. Ma ei vien parlando > voglio intendere quel ch'ei dice. SCE- »f ATTO SCENA V. Erminio giovane , Lucido fervo. Er. He peggior cofa mi poteva egli m- V-i tervenire , forte crudele! non credo ch'egli accada, in cento anni ad uno, che alla prima volta ingravidi una_» donna. Lu. Forfè che parla o penfa mai ad altro. Er. Ma quel che più m'affligge, è eh'io m» dubito , che per il gran dolor della vergogna la fi faccia qualche male . O Dio, tu folo puoi fare, ch'ella lo faccia fegre- tamente. Lu. Dio non ha altra faccenda, che far la guardadonna alla Fiammetta. JEr. Almanco non gli volefs'io tanto bene ; e pur quand'io poterli non gliene volere , gliene vorrei in ogni modo : quel dì, ch'io non ho nuove di lei, viver noiL_» polfo . E ancora Lucido non è venuto , ed è due ore ch'io lo mandai . Lu. Quinto più Ito , peggio è ; che le bugie o ora o poi gli ho da dire ..Buon di, padrone . Er. Tu mi tratti fempre a quello modorquel- l'àmbafciate, che tu fai ch'io difidero di faper prima che l'altre , tu indugi a farmele faper più che tutte l'altre. Lu. Voifapete pur com'clfe fon fatte^innau- zi ch'elle comparivano alla ruota, e che abbian finita la rifpofta, gli è fera: dipoi' - voftro padre , Tiberio , e'1 Ruffo , al ritornare m'hanno tenuto qui a bada tre ore. Tutta- PRIMO. i 9 Er. Tuttavia hai ragion tu , ed io il torto ; ma indugia un poco più a dirmi com'el- ta ita . Lu. Io ve lo farò dir'a Tiberio , guanto noi fiati itati a combatter col Ruffo» Er. Dimmi in malora com'ella Ha. Lu, E che ad un modo . Er. Non t'ha ella detto, che tu mi dica cofa alcuna l Lu. Si raccomanda a voi. Er. E non altro ì Lu, Non altro. Er. Como Ita ella di malavoglia ì Lu. AI folito . Er. Quelle fon molto afciutte rifpofteV Lu. Io ve le do come l'ha date a me . Er. DilTet'ella ch'io l'andaflì a vedere S Lu. Ella non m'ha detto altro. Er. O Dio , la poverina debb'effer fuor di se. Lu. Fuor di te fe'tu. Er. Ch'ho io a far , Lucido ? Lu, Adelfo avete a definare , e poi perderemo a quel che s'ha a fare : io vi ricordo che il darfi tanto difpiacere delle cofe , non ferve ad altro che a farci male. Er. Io non poffo far' altro :tu hai bel dir tu, che non ci hai paflìon nifl'una. Lu. Dunque credete voi, che le voftre paf- fioni non fieno paffione ancora a me? io vi giuro che tutta quella notte non ho ir, ai dormito , per penfare a qualche via, che vi liberi da tanta moleftia e vi contenti : e ancora non mi difpero di poter trovar qualche cofa di buono . Er. Dio il voleffe . Lu. Andiamo a definare, che Tiberio vi a- fpetta. E io ATTO fr. E dov'è Tiberio ì Lu. La dentro con la fua bracciata : e fate conto che adeflo fono a'ferri. Er. O infelice me : lui che non ha comodità niii'una , e ch'ha un padre sì ritroib , fenza danari, fenza pratiche , fi gode i fuoi amori, e a me eh' ho tutte qaeite cofe , ogni uompropizio , mi mancano con la fperanza inficine di averli più a godere. Laflfatela aderto pattare , e definate in pace , poi penfcremo a qualche cofa : voi fapete che la fortuna ajuta i giovani. Et: Tu hai una gran cura che quello defmar non fi freddi: per l'amor di Dio va c ordina , io fon qui innanzi all'ufcio , chiamami . £«■ Qiiefto inibirti ittrpò pia. JBr. Io vo. meco mede.ì no fpefifo pcnfan.l'», che nell'a nor fia di q'tsfte due più infelice condizione : o l'amor fenza e/fer'a- < mato , o amando ed effendo amato, e de- fnlerando una medefima cofa, elfer proibito da'muri, da'ferri, e porte , e guardie ; com'iò provo con la Fiammetta mia , la qual so che non ha altro defide-* rio , che ritrovali meco : c alfine io mi rifolvo , che la mia è più infelice forte ; perche non o-ftante che ci fia il contento di faper d'effer'imato da chi io amo > egli étantoil difpiacere,quando io confiderò , che fra lei e me non è che ci proibifea i noftri difidcrj, che tanto di ferro , eh' io refto morto , e vammi af- fimigliando a Tantalo ; il quale ftando in continua fete , co' labbri tocca un rivo d'acqua frefea > nè perciò ne man- P R I M O. xi dò mal giù una goccia : e così /landò io in contino©'dc/ìderio di ritrovarmi con Fiammetta mia , me gli accorto tante , che ogni pò più farei contento , nò perciò toccar ne baciar la poffo.Oh almanco fo/Te fiata la comparazione rimile intutto , che casi, come Tantalo mai l'acqua Jia gultato , io mai lei avelli guftata, che addio avrei molto minor difpiacere. Vedi a quel ch'io fon condotto ,z difìdera- re di non aver fatto quel che divìderai far pria, pitiche di vivere, non per levar intutto, ma per ifcemar'il mio dolore. Lu, Venite a veder, Erminio , fe volete ridere . Er. Che cofa mi farà ridere? .bifogna ben che fia da ridere. Lu. Tiberio éLivia cT»eiranno nelletto , e * fanno k maggior bravate , che voi fen- tiflì mai: lui vuole ammazzar fuo padre, fe torna di villa , lei 11 Ruffo, come verrà per il refto de'danari, e così infuriati, diconlepiù belle cole del mondo; ma vi prometto che fi furieranno, fe fanno a quello modo. Ma venite dentro, ch'ogni cofa è in ordine . •Er. Se fono inietto, non fi voglion* ei levare ì Lu. Voglion definar » cenar'e dormir iu E lor favi. ATTO ATTO II T SCENA PRIMA. Ce far e giovane , e fot Lucido fervo, Ce. C ' Non ch'altro amore non ho che il fuo: ed anche cofa clic importa dcbb'cHere , che non ,mi farebbe afpettar qui indarno. Ma- matto ch'io fono,anche mi vo appiccando , quali com'io non fapem" , qual lieno le novelle de'fervi : trovan certi lor'ar- zigogolifoiìitici, che ha uro apparenza di veri , e poi non reggono al martello ; ma l'udirlo che mi mioce?femprc è buono afcoltare aliai pareri , quando in te è rimelfala elezione. Ecco ch'egli è tornato molto prello , e tutto fottofopra , fecondochè mi pare al volto . L». Guarda , s'io fàpeva come la cofa avea andare! O povero Tiberio, ti converrà penfare ad altro che a traftullarti con Livia, Ce. Tu fe'tornato sì preflo ì /Iricofo. B Non ATTO Lu. None tanto predo che non Infognale più : io ti fo intendere che Aridono e in Firenze . Ce, Volevi tudir'altro che quello ? Lu. Si} ma io ho più fretta adeiì'o che dianzi. Cs. Tu hai molte gran faccende . Lu. Tiberio , o Tiberio , o Erminio , ufeite un pò qua. Ce. Che fretta è quelta : mi voglio tirar'in quello canto , e Itar' a vedere che cola ella è. SCENA ir. Tiberio > Lucido , Erminio , e Cefare da parte. Tib. Hi mi chiama ? Lu. VJ Non tidifs'io che tuo padre verrebbe ì Tib. Mio padre ? Lu. Tuo padre viene , e farà adclTo adeffo qui. Tib. Mio padre ? Ln. Tuo padre. Uh. E chi l'ha villo ? La. Io con quell'ocelli. Tib. Ed egliha vilto tt ì Lu. Non , ch'ero difcollo . Tib. Io fon rovinato , oh Lucido. T.r. Come abbiamo a fare \ Tib. Dico che fon rovinato , Lucido, fe non m'ajuti. L'.\ Che vuoi ch'io faccia? Tib. Qinl cofa di buono , Lucido mio . Lu. Facckn fevarc quel letto e quella tavola^ Jafcian la cala com'ellaitava prima, e man- SECONDO. 2 7 e mandian via collei . Tib. Cortei , e perchè ? Lu. Vuoi tu che tuo padre la tniovi qua? Tib. Dove vuoi tu ch'io la mandi così fola? Lu. Dov'ella è ufa altare; e tu per un'altra via vattene in villa. Tib, Cosi (calzo ì Eh , Lucido , truova un'altro modo , ch'io non abbia a partirmi da Livia mia. Lu. Lo farò , fe trovi un modo che tuo padre non venga qui : fe noi avellimo il tempo lungo e follimo tutti d'accordo , diffidi farebbe trovar rimedio a quello difordine: oh penfa,elfendo mal d'accordo e lenza tempo . Er. Tu fai fopra le fpalle tue : fe tuo padre ti trova qui, comepenfi tu ch'eH'abbia_» andare ? Lu. Io mi maraviglio ch'egli ftìa tanto , per- ch'egli era gii dentro alla porta : è ben vero che va appoggiandoli , e par chc_* porti i frafeoni. Tib. Non farebbe meglio , ch'io mi rinchiuderli con Livia in una di quelle camere, e non gli rifpòndeilì mai? Er, O bel dileguo ! non vorrebbe egli veder chi vi folfe ì Tib. Gli avrebbe forfè paura ad entrar lì. Lu. Orsù, io v'intendo, ltate di buon'animo, ch'io ho ritrovato un rimedio , col quale , filandovi nel letto , medicherò tutti quelli mali: vattene tu dentro con Livia: voi, Erminio, rimanete fuori. Er, E che buona penfata è Hata quella! Ma chiudete quella porta col dmviftèf- lo e con la llanga , e fate conto che non lia nilluno in quella cafa, e s'egli che feuto ! che cofa è quella , B 3 co- jo ATTO come piena di diavoli*? L»: Non gli avete Tentiti ì •Ari'.Si ho . Ln. E fentirete dell'altre volte . Ari. E chi l'ha indiavolata , Lucido ì Lu. Quello non so io . Ari. Ahimé , che mi ruberanno ciocch' io v'ho . Lu. Se non rubano i ragliateli. *AriN\ fon pur gli ufei, le fineltrc , e l'altre malicrizie. Lu. Avete ragione , non mi ricordava di quefto. Ari. Me ne ricordav'io , che tocca a me. Ce. Ancor non intend'iti queita mataffa . Lu. Oh, voi tremate: non abbiate patir*, che non vi faranno altro male , fe non che* voi non potrete tifar la cafa voitra. vii /.Qucilo ti par niente ! e s'egli ìtndaflono r-nche in vi!!.. ì Ln. EilogneixLbe che nvcfll pazfi nzfa. «✓tfW.Bclla diferezion la loro , a tor la roba d'altri : almanco ne pagartin la pigione : ina percjtielta croce, che s'io doverti metterci fuoco , ch'io ne gli vò cavare . Lu. Voi gli giunterete : non vi Ihnn'eglino dentro per piacere . t^ri.Tì) dì anche il vero , c la cafa arderebbe orch'io ripenfo : io gli vorrei pur'am- m azza re. Lu. Se vifentono , vi iranno qualche male fclierzo ; ei gettati qui fpeiio tegoli, pietre , e ciocché trovano. utfr&Oh ,e'mi debbon guaftar tutta la cafa ! Lu. Penfàte che non la racconciano : ecco un tegolo } difcoltiunci, che noi non ab* biam SECONDO. ji biam qualche fallata. QatUi cafagettatigiù tegoli, d'. Io comincio a intender lo'nganno . Jfri.Oht Lucido, io ho gran paura. L i. E voi avete ragione . Ari. Poflbn'eglino trar qui ? Lu. Melfer no. Ari, Òuant'èche cominciò quella maledizione , ch'io non ho mai faputo niente l Lu, Non lo so : ma due notti fono ch'io ci palfai, che faceano un romore, che parca ch^ rovinafle allora il cielo. *Ari, Non dir tanto, che mi fai paura. Lu. Certe volte dicoo quelli vicini, che fuo- n ino e che cantano , ma più la notte , e la maggior parte del tempo fi Hanno queti. Ce. Quelta èia più bella cofa ch'io vedelfi mai. i/fr/.Come ho io a fare ? non e bene mandarvi fntt che gli ammazzili tutti i Lu. Parlate baffo di fìmil cofe . •*07.Tu dì il vero. Lu. E che volete voi che gli ammazzi ? bi- fogna menarci preti, (rati, reliquie, e far comandar loro che lene vadano . Ari. E anderannofene ì L«. RifoUltamente. Jifri.Vì potrian ritornar dell'altre volte ? Lu. Cote/lo si. «-"fW.Ed io non iftarò a cotefto rifehio ; ctis ti prometto ,che come n efeano, Cubito la vò vendere , s'io ladovclii dar per manco due fiorini ch'ella non mi Ita. Lu. L'avranno peggiorata più di venticinque gli fpiriti. "fff.O Dio 3 non me lo ricordare } che mi s' A 4 ag- jz ATTO agghiaccia ilfangue : io non Iio però mai fatto cofa , ch'io meriti quefto ; ma per li peccati dì Tiberio m'intervien_» tutto . Dov'è egli quel ribaldo? Lu. Voi lo tenete in villa, e domandatene me che Ito in Firenze . sAri.Lo debbi ben fapere, che tu ed Erminio me lo fviate. Lu. Guarda a quel che coltili Ita a penfare , par ch'egli abbia la cafa piena d'angeli, _ non di diavoli. ytfr/.Penfà , pèhfa, che i mali portamenti di Tiberio mi fan crepar'il cuore . Oimè, Lucido, di grazia nontidifeoftar da_» me. Lucilio fi [purga, e là fanno remore. Lu. Oh , voi non dovrelti volermi appreflb, _ che vi fvio il figliuolo. drt. Egli è un modo di dire : so ben che s'ei non voleflè , non lo forerebbe perfona ; maa cofa, a cofa , ch'io voglio prima cavarmi quelli diavoli di cafa , e poi faremo conto infiemeradelfo me ne voglio andar'a cafa Marcantonio, e conffgliar- mi quel ch'io debba fare. Ma che facc'io della borfa i Lu. Che dite voi di borfa ? «^WiNulla , nulla. Lu. Fgli è forfì là in cafa quella borfa , dove avete voi duemila ducati ? •^fr/.E dove ho io duemila docati ? duemila rìafchi : hai trovato l'uomo che abbia duemila ducati. Ma avviati, Lucido, che io verrò a bell'agio. Ce. Vedi fe niega d'aver danari l'avarone. Lu. Venite pure a voftra comodità 3 che non m'increfee l'afpettare. Va SECONDO. jj Ari. Va pin e alle faccende tue , Lucido. Lu. Per mia fé ch'io non ho che fare. -Ari.lo fono impacciato . Vattene , Lucido , ch'io llarò un pezzo. Lu. Io me n'anderò , poiché voi volete elfer folo. Jo ho paura che quelto vecchio non ci voglia far qualche tradimento ; ma io so pure che non è da tanto : me ne voglio andare a trovare Erminio, e farlo morire delle rifa . _ *4W.Mi voglio ritirare in qua , orche io fon folo. ODio, io fon pur difgraziato : potevami egli accadere cofa peggiore , che aver la cafa piena di diavoli, accau- fach'io non poteflì riporre quelli danari ! Che ho io mai a far di quella borfa ì fé io la porto meco , e che Marcantonio la vegga , io fon rovinato : e dove la_j pollo io laflare , ch'ella non miltia a pericolo ? Ce. Quefta potrebbe elfere la mia ventura. «/#7.Ma dappoiché nelfuno mi vede, farà meglio , che io la metta quaggiù in quello fondo, lotto quella laura, dove altre volte l'ho niella , c fidatamente fempre ce l'ho ritrovata . O fogna dabbene , quanto ti fon'io obbligato. Ce. Obbligato le farò io , le ve la metti. Ari. Ma s'ella folfe trovata, una volta paga fempre : e fe io la porto anche meco , non va ella a pericolo d'eflèr rubata,ve- dutami ì alcerto che è quali quel me- delimo ; perchè- come fi sa , che un mio pari abbia ducati, fubito gli e fatto di- fegno addo ilo . Ce. Nella fogna ila meglio . dri. Che maladetti fiate voi, diavoli,che non B 5 mi 34 ATTO mi la/Tate por la boria in cafa mia . Ma mefchino a me fc mi fentono . Che farò* di qua e di là fon duri partiti: pure è meglio nafconderla ; e dappoiché la forte dell'altre volte me l'ha falcata , me la_j falvcrà anco adell'o; ma non ti laliar trovare , borfa mia , anima mia, fpcranza mia. Ce. DiavoI, che ce la metta mai pi li. Ari. Clie farò ì orsù mettianla : ma prima mi voglio guardare molto ben dattorno di qua e di là . O Dio mi par che fino a'iaflì abbian gli occhi da vedermi e la lingua di ridirlo . Fogna mia, io miti raccomando . Orsù mettianla giù col nome x di San Crefri: iti mauus tua^DowiriCiCQM- vitnAoJpirttuiu vicum. Ce. Lll'è tanto gran cofa , ch'io non la credo , s'io non la tocco . Ari. Adello vò vedere fe ci ci pare : niente a fé} ma fe qualcuno ci avelie a picchiare fopra , gli verrebbe fori! voglia di vede- cre ciocché fotto ci folle : bifogna che io ci dia fpelio di volta , e che io non ci iafei fermar perfona . Adelfo voglio andare dov'io aveva detto, e trovare qualche tfpediente per cavar color di cafa : me n'andrò di qua, ch'io non voglio paf- faf loro apprello. Ce. Quella è pur gran cofa, e fe io non fo gno , che mi par pure di elfere dello , quello è quel di, che ha a por fine alle..» mie miferie : ma che afpetto , che qualcuno venga qui ad impedirmi ? voglio anch'io veder s'io fon vilto ; edachi? O fogna fanta, che mi fai felice . O guarda s'io ho tiovato altro che un fuoco* Voi SECO N D 0. 3? Voi /late pur meglio in man mìa : e fori! ch'i o gli ho a fciorre della moneta, tutti d'oro fono . O fortuna , quefta è troppo gran mutazione ; perchè dove io era disperato di aver mai a veder Caiiàndia_j mia , in un punto me l'hai data in mano. jMa per farli maggior difpetto , voglio rimetter nella borfa de'fafli,acciocch'el- la gli paja piena lìnch* ei non la tocca , e racconciar che non ci paja niente . O Dio perchè non ho io un capeftro da_» metterci drcnto : ma io non mi vò lallar vincer d' allegrezza ; perchè dicono , ch'egli è cosi prudenza faper fopporta- re una felicità, come una avverfità: bench'io ila certo di non aver mai aver la maggiore ; che febben un'altra di dieci mila n'avelfe trovato, non mi varrebbo- no quanto queiti. Ma ecco non so chi > non vò che mi veda qua : ogni cofa Ita bene, e non ci par niente. SCENA IV. L». N Lucido, e Aridojto. On yì date impaccio del prete , dabbene , che non potrelte trovar meglio , e il maggior cacciudiavoli non è ia Tofcana. Ari, Io ho fcarico l'animo dappoiché la la- Itra Ita bene . ~Lu. Che dite voi ì Ari. Dico che mi fi leverà dell' animo una gran briga , fe quelli diavoli fi njandan via ; ma io ti ricordo , Lucido , che io B 6 fon 3<5 ATTO fon povero , e oltre al danno , che m' hanno fatto in cafa, non vorrei avere a pagare a quello prete un'occhio d'uomo. La, Non dubitate, ch*egli èperfona, che darebbe contento quando non gli delle niente. Ari. Io farò bene a coteflo mo. lo ; ma come gli manderà egli via, s'egli hanno ferrato gir ufei e Te fìnefire f L». Con orazioni e feongiuri, li quali entrano per tutto, benché li a no ferrati gli ul'ci c le fineftre . Art. Ufciranno eglino per l'ufeio o per le fi- neftre ? Ltf. Bella domanda \ polfono ufeir donde vogliono ; ma bifogna che facciano un fe- gno , pel quale voi conosciate , che ne «ano inciti. Ma avviatevi verfo San Lorenzo , dov'è quel prete mio amico , ed io vengo dietro , e mcnererefo qui fubi- to,e c:.vercnne le mani. Intanto domanderò Erminio mio padrone 3 che vien di m qua, fe vuol nulla . Art. Andiamo inficine , Lucido . L». Avviatevi', ch'io vengo a de Ab; Ari, No ; io ti voglio afpettare . Lu. Guarda che vecchio pazzo é quello, dianzi valle cfl'er folo , adelfo a mio di- fpetto vuol ch'io vada feco . Lo domanderò pur fe vuol' niente , SCENA V. Ervifnio , e detti ; L». T 7 Oi volete niente , padrone ? Er. V <-> Lucido 3 sì voglio , afcolta. Anda- SECONDO. j 7 L«. Andate dov'io v'ho detto. Ari.lo mi ripofo intanto,e non ho fretta,e ho paura andar folo . Della borfa ho paura. Lu. fate voi. Che comandate , Erminio? Er. E' fi penfa a' cari d* ognuno , e a' miei niente. Lu. Peniate ch'io procuri i fatti d'altri, e i voltri fi gettino dietro alle lpalle? /iri. Quello bisbigliare intorno alla borfa non mi piace. Lu. Non vi difs'io , ch'aveva trovato epuri un modo itariotte, pel mule voi vi po- treite contentare ì /Ivi. Che aveva egli trovato ì _ Er. Si ; ma non mi avendo poi detto altro , penfai che folle niente . Lu. lo ho penfato che voi entriate in un forziere , e fingendo di voler man lar panni e altre robe, vi facciate portare tìn'in_» cella fua . /Sri. Oh , e'mi batte il cuore ; ma s'io veggio chinarli o far'atto nell'uno , io griderò. Er. Orsù finifei . I"». Poi ufeir del forziere. Er. E poi ì Lu. Sono flato per dt'rvelo , Er. Tu hai penfato ad ogni altra cola, che a quella ch'io voleva che tu penfaliì. Ari. O boria mia , che pagherei e averti in feno . f-U, Io mi penfo , che il defiderio degl'innamorati fia il ritrovai fi con la dama ; nè penfo che voi {periate, ch'ella vi doni mille feudi. Ari. Mefchino a me : che dic'egli di mille feudi ? grido ? Er. Non ho io detto , che defidercrci che Ci tra- 3 8 ATTO trova/Te un modo , pel quale ella poteffe iiftir del moniitero, per tanto che par- tariffe ì Lu. Ho iutefo : quello ancora fi potrà pen- fare ; ma farà più diificil cola . Padrone, togliete il guanto che vi è cafeato. Ari, OiBaè , che mi rubano , o traditori, o ladri. > Er. Glie grida fon quelle ? Ari. La laltra ila bur bene . Lu. Che avete voi, Aridofio ? Ari. No , nulla ; aveva paura . Lu. Che dicevate voi di ladri ì Ari. Aveva paura, che i diavoli non mi ru- balicro in cafa . Er. Voi farete impazzar quello vecchio. Lu. Io vorrei volentieri eh' ei crepaffe , a ch'é e'buono ? Ari. Quanto vQgliam noi Ilare ? Lu. Ar.ello vengo : non abbiate paura quando ficte meco. Er. Dove avete voi andare ? Lu. A trovare un prete , che voglia fare in modo che noi gli caviam di mano venticinque feudi, che s' hanno a dare a Ruflo . Er. Come farai ? Lu. Lo faprete . Er. Va adunque; perche m'ò s'i grato quel i che tu fai per Tiberio , come le tu lo fa- cefiì per me ; e non tifeordar poi del fatto mio. Lu. Mi maraviglio di voi. Ari. Andianne , Lucido . Lu. Io ne vengo . Volete voi altro ? Er. No . Io vo.,lio andare inlino al monaflc- rio . Addio , Aridofio . Chi / SECONDO. 3<> Art. Chi é quello ] Lu. E Erminio. Ari. O addio , Erminio , io non t'aveva co- nofciuto. Er. Mi raccomando a voi. Egli è in collera meco , perchì' penfa che io gli (Vii Tiberio j c ha fatto villa di non mi cono- fcere . tu. Che guardate voi, che non ne venite? Ari, No , nulla , no : va pur la. Er. E poi non me ne curo , egli è un' uomo da nonio volere nè per amico né per padre . Ma che reito io di non buifare alla ruota? tic, toc. SCENA VI. Monaca alla ruota , Zr mìnio , e poi Suor Marietta. Mon. A Ve Marta . Er, l\ Io vorrei che voi mi chiamarle la Fiammetta. MoK.ElPè malata grave ,e non vuol che nef- fun la viliti : non soft io mi le potrò lare l'imbafciata. Er. Fatetene in ogni modo; e fe non può venire , dite che mandi la maeitra. Maw.Orsù , io vo . Er. Egli è ben vero quel che fi dice, che chi un pajo di guanti logora intorno a quelle grate , ce ne logora anche fei dozzine Tquantevolte ho io annoverati quelli ferri,e considerati quali fi dirtienino,qua- li fieno impiombati , c quai no , e so in qua! vano fi può metter la mano a chm- s occhi. Chi 40 ATTO S.M.Chi m'ha fatto chiamare ? O Erminio , che c'ir ì Er. Male , Suor Manetta mia , poiché Ia_» Fiammetta ha male. S.M.EÌl'hà avuto si gran difpiacere di non ti poter venire a parlare , che non lo poteva aver maggiore : e non è venuta_» , perchè le monache non le vedano il corpo groifo, non già clic le doglie la arringati tanto , ch'ella non folle potuta venire . Er. Che ha doglie , eh ì S.M.Oh ella potrebbe ad ognora fare il bambino . Er. Mefchino a me . i'.M.La poverina fi affligge tanto, che io non pento mai ch'ella lo conduca a bene , e hammi detto, che io ti dica da fua parte, che tu vada a trovare madonna Gollan- za fua zia , e che le faccia fcrivere una lettera alla Priora, per la quale la ricerchi , che dia licenza alla Fiammetta di farri portare a medicare a cafa fua. Er. Oh , la Priora non Io farà . S.M.Kh, fopr ;la fede d'una donna dabbene fua zia , e in un cafo com' è cuelto , sì bene ; perchè pel monalterio lì credei ch'ella itia per morire : s'ella folle monaca non direi io così, ma alle non velate rjti ilche volta fi è conceifo. Er. Il tentar non nuoce . ■S'.MF.ilIo in ogni modo , fallo , figlino! mioj e levaci cosi fatta pena dal cuore. £r. Io la vorrei poter levare col proprio fangue ; perchè io la leverei a voi e a me a un tratto , J.M,Quanto più prelto fai queft'opera , Erminio SECONDO. 41 mìnio mio , tanto è meglio . Er. Io andrò ade fio , fe vi pare . S.M.Va, che la paura mia è, ch'ella non par- turifca itafera. £7-. Dio ci ajuti. S.M.Oh , tu l'hai detto . Chi ha fede in lui non può far male. Er. Io vo a far que/ta faccenda. SM.S'r, ma non dir'alla fua zia , ch'ella fia gravida. Er. Oh , voi dite legrancofe : s'ella ha a andare a cafa fua, non s'ha ella a vedere. S.M.Oh , tu dì il vero , io non aveva penfato a cotefto ; ma come faretti noi ? Er. Bifogna dirgliene. S.M.¥:\ tu : digliene in modo onefto . Er. Lafl'ate fare a me : volete altro ì .S'.M.Afcolta : chi manderai tu che la porti? Er. Oh, voi pcnfate troppo là : bifogna prima aver la licenza. S.M.EIla s'averà. Er. Dio il voglia. Raccomandatemi alla_ji Fiammetta , e ditele che non pianga , e non s'affligga; poiché il piangere e lo affligger/! altro non fa y che farle male : e tenetela confortata , che noi troveremo ben qualche modo che fi confoli. S.M.Così farò : ella mi dille bene , che io te la raccomandarli tanto tanto. Er. E'farebbe come raccomandare me a me medefìmo , Suor Marietta mia. S.fl/.Afcolta : mandaci un poco di trebbiano da fciacquarle la bocca. Er. Così farò : fc vi manca altro fatemelo fi .pere . S.M.Voi -remino rifpofta di quella cofa pretto. *r. Io vo là adeflo. Va 4* ATTO S.M.Va faftO , che Dio ti benedica. £r. Io fon certo , che quella novella non ha a fare ne/fini buono effetto ; perche io credo , che la Priora darebbe licenzia primi a tutte iCaltre monache chea lei : pur proverò per foddisfare loro. Queiia i la pia certa. ATTO Illr SCENA PRIMA. L addo , e poi Tiberio. Lu. T Nfinei danari fanno ogni cola : quan- 1 d'io ebbi contato al prete ciocché io voleva da lui, fubito fi cominciò a fare fcrupolo , dicendo che quello era un'uccellare la religione ; e poi quand'io gli promilì dui feudi , e'rimutò la cofa ,cotl dire die fe io lo faceva a fine di bene., e p:r rimettere d'accordo il padre e il figliuolo , che f irebbe ogni cofa : ficchi bifogn i giuntarlo pia dui feudi, che gì' intétéffi hanno a correre l'opra di lui quella volta. Ma dappoiché ho acconcia la cofa del prete, mi bifogna aguzzare lo 'ngegno , come io abbia a fare il diavolo : e che voglio io anco penfare? Come io non fappia qu into fia la feioc- eher'zn de'vecchi, e maflìme del noftro ! i putti f irebbono oggidì lor credere che gli afini volallerore quefto è il bello che, parendogli di elfer favj, vogliono confi,-. gliar'altri, avendo i medefimi necelììtà di clìer configliuti ; e provavo quelto con TERZO. 4? con dire , clic fanno afilli meno errori che i giovani : egli è ben vero clic fanno manco cofe . Ma che bado io d'entrare in cafa, avanti che Aridofio e'1 prete arrivino qui ! Tic toc , tic (oc . O di cafa, o là,, aprite, volete voi ch'io vi rovini quella porta? O colioro fon morti o affordati. Tic toc , tic toc . Tiberio, apri ch'io fon Lucido. TU, A quello modo sì : tu non ti dei ricorda- " re , ch'io ti aveva prometto di la/far minar la porta, prima che aprire a nell'uno? tu P« Dio , che fe tu oflervi agli altri quel ' che tu prometti, come tu hai oifervato quefto a me , che tu ti puoi pareggiare ailo'mperadorc. Bcn'lwti tu cavate le tue voglie ? Tib. Non f..'i tu che il defiderio delle cofe bel- le non fi eiiingue mai ? Ln. Io o otia tuo'padre ; entra drcnto . Tìb. Che vien'egli a far qua l . Lu. Non verri dentro , non dubitare. SCENA II. /Qridcfio, Serjarpwo , e Lucido che farla per ij'piriti. /Ir. T O fon venuto innanzi per vedere fe la J laltra Ila bene; ch'io non pollo vivere fe ad ogni poco non gli do un'occhiata : ma poiché non fi vede nell'uno , voglio rivedere anche una volta la boria cosi di fuori. O laura , tu non fe'pefo delle mie braccia ,• appunto nel modo ch'io la mellì fi ritruóva,nè la voglio toccare altrimenti. O fogna mia dolce, fer- bamcl' 44 ATTO bamel'anco un'ora: benché noi abbiamo ad efler qui in luogo , che io ti vedrò fempre . Maecco il prete, che m'averì viito chinato : per mia fè , che mi bisogna trovare un ! fcufa . S.Ja. Aridofio mi dille, che farebbe qui,c non ce lo vedo. Ar. Ah , ah , io l'ho trovato . Ser Jacomo , mi era chinato per ricorre un l'aliò. SJa.Voi liete qua , io non v'avea vnio : che (lite voi di [alio Ar. Dacché non m'uvea villo , la rivolterò in qualche bel palio . Dico che fon venuto palio , palio. SJa.Voi avete fatto bene per noti vi ribaldare , che voi fiate a cotelto modo fcio- rinato. Ar. Che volete voi far di quel lume? S.Ja.Ey,U é buono a mille cofe. Ar. Dite a che ? S.Ja.A far lume , ad accendere il fuoco , e altre faccende . /ir. Eh , voi non m'intendete : dico s'egli è buon per gli fpiriti. S.Ja. Fer;.',li fpiriti egli è pelTnno e dolorofo. Ar. Oh , perché l'avete voi portato ? SJe.Pcv dar loro il malanno elamalapaf- qua . Ar. Ah , ah , io v'ho intefo : voi parlate^» troppo acutamente . Che cofa avete voi in quella fecchia ì S.Ja. Acqua. Ar. Pure per gli fpiriti ? S.Ja.Oh , voi mi domandate delle gran cofe. Ar. Non vi maravigliate , che io non ho mai vino fcongiui are i diavoli. S.JaMon ifb'amo più u perder tempo, avviamoci ia là. Oh TERZO. 4 f Ar. Oh quanto ci abbiamo noi accodare alla cafa f S.Ja. Accanto alia porta. Ar. Non gii io ; ch'io non vò venir tanto ?a !;ì. S.Ja.Oh, perchè ? Ar. Perchè iranno giù tegoli, mattoni:oimè, ciie mi gùaftano tutta la mia cafa . S./<7.Non dubitate , che mentre liete meco non vi faranno difpiacere ncfi'uno. Ar. Promettetemelo voi ì ' S.Ja.S) prometto. Ar. Alzate la rè . S./rf,Per quella croce . Accoltianci adunque: qui ita bene. Ar. O Dio , non potrete voi far quella cofa lenza me ? S.Ja.BH'ogni che il padron della cafa Ma prc- • fente , c ho bifogno che m'aiutate in affai cofe. Pigliate quella candela in mano . Vedi uomo da tener candele , pare un moccolo in un candiglieri. Tenetela un pò pia ritta , che io non voglio che mi ardiate la barba per quello. Ar. Cercate come mi batte il cuore. S.Ja.ìo ve 1 credo fenza giurare ; che quelte cofe fanno cosi ; ma non abbiate paura mentre avete cotelto lume in mano : accollatevi più in qua , più ancora , un pò più . Orsù inginocchiatevi. Che vi guardate voi di clrieto ì Tenete li quena_» candela come voi l'avete a tenere : voi mi parete balordo , che non badate voi fl quello ch'avete a fare l Ar. E s'io ho paura. S.J(7.A quello non è rimedio. Diteli Pr.ternD- itro e l'Avemaria , che io comincio a ^congiurare. Ave- 4« ATTO Ar, Ayernarla. &/tf.Ditela piano , che non mi diate impaccio . Ar. Oh , non mi fentiranno . •J'./ff.Balta che fentanO me. liane tua Tenelo- pclento tihi mitìit, V 'ixes. m'thì re- Jeribas, cttamen ipfi veni . Ar. Parlate in vulgare: che non vidcono intendere in latino. SJa.Sv.iì il meglio . O di cafa > o fpiriti ma- | ladetti, io vi comando da parte di Ari- dofio , che voi ufeiate di colta. Ar Dite purdavoltra. òja. Attendete a dire l'Avemaria, e lattate feongkirare a me . Io vi comando da_# parte mia , che fon prete , che ideiate di coiti • fanno remore. Ar. Non pia , non piìi, Ser Jacomo. Ò.Ja.O volete che n'elicano o no : a qucft'al- tro feongiuro gli caccio via. Io vi co- i mando da parte di San Giutto, che voi vi ! partiate di cotelta cala . Lu. Noi non ci vogliamo partire . S.Ja. Vedi che rifpondelte . Ar. Oh , mi li raccapricciano tutti i capelli. S./'/.Cotelta candela farà prima logora , che noi abbiamo Imito l'opere : tenetela su. lo vi comando , fpiiiti maligni, da parte di ja. i Ar. Oh , non vi adirate per quello : io ilari tanto , quanto voi vorrete. SJ'J.ìo vi comando da parte di Santa Criftia- ! na, che voi ufeiate di colli. I t*. Noiiifciremo , noi tifare ni o . S./<7.()r vedi , che la intendere : che fógno darete voi, pel quale noi polliamo co- noicere , che ne fiate ulciti? Rovineremo quelta cafa. Ar. No , no , ftlanfi più prelto dentro. i'./tf.Non ci piace quello fegno ; fatecene un' altro. Lu, Caveremo quell'anello di dito ad Ari- dolio . Ar, Soa de'maladettì: io ho i guanti, m'hanno villo l'anello; non voglio cotello > che non me lo r>.ndcrebbono poi mai più . ■S.J«.Nè quello ci piace : un'altro bifogna. Entreremo addolio ad Aridolio . A,. Addolio a me ! io me ne maraviglio . S.Ja.Voi non avete turato tutt'i luoghi ap- Quinto, fe volederò, vi entrerebbono ad- dolio per tutta la pedona ; Manondubitate , che fenza mia licenza non li parti- rebbono di li. State su ritto, e ripigliate Ja candela : e vedete , un di quelli Pegni vi bifogna pigliare , eleggete qu..l vi piace . Ar. Nell'uno non me ne piace : fatevene dare un'altro . Sjfl.lo non gli pollo coltringere a dare più tìie tré legni. Non 4» ATTO /ir. Non fene poffono eglino andare fenza dar fegni i SJa. E 'di ranno d'andarfene , e non fen'ande- ranno. /4r. Stianvifi : c'verràforfi loro anoja. j'.Jtf.Voi fietepur femplice, che a porta d'un' anello,che vai dieci feudi, vogliate perdere una cafa , che ne vai cinquecento, /Ir, Dicci feudi? e'mi lìa bene in più di trenta , ed è l'antichità noltra. S./tf.Adunquc non yolptc yoi che fi partano : 10 l'ho in tei a . /Ir. Io voglio , ma . Sja.Wnon fi può far'altro,vi dico. /Ir, Bcu'io voglio che fi obblighino a rifarmi tutt'i danni,che m'hanno fatto in cafa, S.]a. (Quello è ben ragionevole , e laffatene 11 carico a me . /Ir. Faranno eglino male ame , cavandomelo di dito ^ £./.4.Niente. Ar. Non fi potrebbe metterlo in dito a voi? S.Jtf.No , che bifogna , che fia cavato d'un d'un dito della yoftra mano, \Ar. Io non vorrei , che mi fgrafKaffero : come potremmo noi fare ? J'Jtf.Potrcbben' tagliare la mano , e gittarla là, ch,e lo cavaffero alor bell'agio^ *Àr, Coteftapazzia non farò io ; ma mi chiuderò ben gli occhi per non li vedere. «SJ.tf.Afpettate , io vi legherò quelta berretta dinanzi agli occhi, che voi non vede- rete ne fentirete nulla . \Ar. Graffierannomi le mani ? S,]a. Appunto : Itate voi avollro modo? /Ir. Melfcr si. S,l.a, Tenete la candela da quell'altra mano. Ur TERZO. 4$ nza Ar. Orbene. S./fl.Chiamogli io ? de- Ar, Fate voi. S./tf.Noi fiamo contenti, che voi caviate l'anello ad Aridofio , promettendoci {"opra 'un' la fede voftra di rifare tutti i danni, che >cr- coftà entro voi avefte fatti. to, Lu. Cosi promettiamo. •en- SJa. Venite dunque via, e non gli fate ne mal nò paura . Non vi difcoftate , Aridofio , no : e non temete , che io fon con voi : dite pure il Qui habitat, e ftate di buona voglia. Spirito,cavaprefto evatti con Dio. Ar. Io ho paura che facciate com' il Gon- irnu nella. fa» S.Ja.Voi penfate affai ragionevolmente : fta- :ene te fopra di voi, e andiamo in cafa a ribenedirla con queit'acqua ; ma non vi me- levate la berretta dagli occhi , che fono' ancor qui i ntorno . Ar. Dite loro , che fene vadano affatto . voi? .S.J(7.Sen'andranno bane : venite pure in cafa. i'un Ar. Menatemi, ch'io non percuota ifl qual- cofa. co- S.Ja. Attaccatevi a me . aria SCENA III. hiu- Lucido, Tiberio, e Livia, etti Lu. f> He vi feci ? .de- Tìfr, \^ Quel che io non penfai ma ; : fetu fapeflì il difpiacere ch'io aveva, quando fentiva la voce di Aridofio, aveva (i più paura di lui , che ei di nei, mi tremavano le «inocchia, che io non potevo, va ftare ritto. Jr *4rtdcfts. C Oh jo ATTO Lu. Oh grandifgrazia la tua,chc non ti fteffe ritto. Ttb. Adelfo sì che mi place il parlare; ma allora ti prometto che non ne aveva voglia . Lu. E che avevi paura, quando Lucido era preferite ? Tìb. E quelto era quanto conforto aveva. Lh. E io, Lucido, benché l'obbligo mio nulla rilievi, pure obbligata ti fono , quan- t'elier polla donna ad uomo . Lu. Obbligata hai tu daeifere a cortili, che ti ha liberata dalle mani di sì fatto Ruffo , e dipoi non t'ha fatto dispiacere nef- funo ch'io fòppia. Lh. Dove l'obbligo è sì grande , che le parole non baflino a lignificarlo, è meglio tacerli ,• afpettando Toccatone di dimo- ftrarlo con fatti. Tìb. E'non lo farebbe appena il cielo , che non folli quella nobile figliuola , che fi ftima . Lu. E'farà buono a non'perder tempo ; perchè credo , che liano preifo a venti ore, e'1 Ruffo verrà prima d'un'ora a richiedere i danari che non ci ha promelfo . Credi che io caverò quindici feudi di quello rubino ? Tìb. Io l'ho feinpre fentito flimare trenta. Lu. Torneranno appunto; perchè fen'ha a dare due al prete , e tre che avanzano faranno del povero Lucido. Ttb. Egli è ragionevole. Lu. Jo voglio adeflò andarlo a vendere , che il Ruffo non é uomo da voler gioje. Tìb. E noi che farem , Lucido ì Lu. Andatevene in cafa Marcantonio, tanto- TERZO. yt che la cofa del Ruffo lìa affettata: poi ve ne potrete andare in villa,e cortei fi potrà Itare in cafa quel tuo amico lì vicino , e a tuo padre farà poca fatica a dare ad intendere, che tu lìa flato fempre Jafsù . Tìb. Se ti pare. tu. Sì j togliete le chiavi delta camera terrena d'Erminio , e ferratevi dentro ; io> aiufcrò a fare quella faccenda. Ma udite, ch'io fento aprir la porta , andatevene ài qua,ed entrate per l'ufcio di dricto. SCENA IV. Ser Jacomo, e Aridojio. Sja.X 7 Enite ficuramente , che fono Iti af- V fatto. Ar. Affatto , affatto l i'./(7.Come v'ho io a dire? Ar. Ringraziato lìa Iddio: a Ogni modo e'do- vevano effere un monte di poltroni, a llarfi tutto'l dì nel letto a voltolareregli avevano ancor mezza la tavola apparecchiata „ Ma che farò io dì quel letto , dì quelle tavole, e di quelle maiTerizìe,che v'hanno portate ì Dio me ne guardi eh* io adoperali! cofe di diavoli. ■S.Jtf.Mandatemele a me , che fon ciurmato. Ar, E voi toccherefte mai quelle cofe ì egli è meglio ch'io le faccia vendere. S.Jtf.Avea trovato l'uomo. Ar. Mi pagheranno tutti i danni, che m'hanno fatto in cafa,e non avrò da andar die* tro a lor promeffe. S-Ja.l che danni v'hanno ei fatto? C a Rot- j» ATTO Ar. Rotta una pentola , arfa una granata , e delle legna, credo; ch'io non mi ricordo appunto quanti pezzi egli erano. S.Jd.Voi liete valente a tenere a mente i pezzi delle legna. Ar. Chi è povero bifogna che faccia cosi. S.Ja.E a me non fi vien niente della mia fatica ì Ar. Oh , Lucido m'aveva detto, che non volevate nulla . S.Jtf.Egli è il vero ch'io di dì , che non voleva altro , fe non quello che piaceva a voi. Ar. Oh così fanno gli uomini dabbene: veni- tevene Ilare a cena meco per quello a- more . SJtf.Cotefto non farò io , che non vò morir di fame . Ar. Che dite voi ? SJff.Dico che vi verrò molto volentieri, che ho mia gran fame . Ar. O Ser Jacomo , ogni troppo Ila per nuocere: c'vi farà un colombo, che jeri tol- fi di bocca alla faina, e del finocchio : non vi balta ì SJrf.Si, sì ; o gli è roba d'avanzo . Ar. Oh, voi nonfapete il ben ch'io vi voglio ì vi giuro per quella croce , che fe io non averti dato quél rubino agli fpi- riti, che io ve lo donerei ; e alla fè , me ne fa peggio per amor mio , che per volilo . S.]a.lo l'ho per ricevuto. Ar. Lo fo perchè voi veggiate , ch'io non fon mifero come fon tenuto : ma andatevi con Dio , nonifiatepiù adifagio, a rivederci itafera. TERZO. yj S.Ja. Addio adunque. Ar. Mi raccomando . Oh che fa , fapere ufa- re quattro parole a tempo . Ma che indugio più a cavar la mia borfa , e rìpor- Ia , per poter trovar Tiberio ? accioc- ch'io gli faccia patir la pena di quanti peccati egli fece mai a'fuoi di. Ma ecco appunto uno che vien di qua, che m{ guaita il mio difegno : afpetterò che lìa pa/fato . ticinque ducati, volevano con una doppia tirarne cinque de'miei ! dr. Che dice egli di ducati ? X'f. Farò quello ch'io promifì loro, me n'an- derò ad Aridofio , che intendo è in Firenze , e dorrommi con lui, e fon certo che mi farà render Livia o pagare il reflo de'danari. *4r. Che diavolo dice di me e dì danari ? Dio m'ajuti. Va P 0 ' tu e crCl ^' a ps r f° na fenza pegno; noi farò mai : ma di quello ne fono io più fedirò , che s'io avelli il pegno ; anzi mi par d'aver guadagnato quei venticinque ducati, e febbene ella ha perduta la verginità , neffun non sa in quante acque lì pefea. Coltui mi intorbida la fantafia, c non iri- * tendo ogni cofa . tf< Il cafo farebbe , ch'ella fuffe figliuola di SCENA V. B^ffo , e Jtrìiofto. O ti so dire ch'avevano trovato il corrivo, dove m'hanno a dare ven- C J chi *4 ATTO chi s'è detto : bench'io n'ho perduta h fperanza. Ma non so fe quello che io vedo là è Aridofio o un che lo fomigli: egli è pur delio; a tempo per mìa fè v'ho ricognofciuto. '*Ar. perchè ? che vuoi tu dirmi ? ^«/".Cofa giufta e ragionevole . «^r. Che non lo d'i ì Rgf. Quefta mattina Tiberio voftro figliuolo venne a cafa mia ,dove è Itato più volte per voler comprar da me una fanciulla, ch'io ho allevata da puttina , molto bella . *yfr. Tu dì Tiberio ? Rj'j. Tiberio dico io . **K Mio figliuolo ? fytf. Penfo Zìa voltro figliuolo , fua madre nff fapeva il certo ; ma lavatemi dire . Egli; fino allora non aveva avuto comodità dii far'altro , ch'andarla a vedere al moni- fiero , dov'ell'era , perchè non avea da darmi un foldo ; ma quefta mattina venne con animo deliberato d'averla a o- gnimodo: e fatta ch'egli me l'ebbe condurre a cafa mia , cominciò a pregarmi » ch'io gliene deffi r dicendo , che ftafera mi darebbe i danari io che fapeva come le cofe vanno delle promelfe, non voleva ftar faldo a modo niuno : finalmente » quando ei vide, che per amore non la poteva avere , fi voltò alla forza, e ca^ vommela di cafa. \Ar. Oimè , che fento io ! J\uf. State pure a udire . E perchè io gli andava dietro,dolendomi e rammaricandomi di sì gran torto , ei mi diife, ch'io a- vellì pazienza fin'a ftafera , che mi pa' ghe- TERZO. yy ita h gherebbe venticinque ducati, come più he io volte gii avea detto che ne voleva. u'gli : iAr. Dov'è egli, che io voglio ammazzare? v'ho J^uf. Adeflb ch'io andava pur per vedere fc mi voleva pagare ( non ch'io n'averli molta fperanza ) l'ho lattato che mi voleva giuntare con un rubino falfo, e darmi ad intendere che valeva trenta ducanolo ti, e dee valere fei carlini : ond'io venite dendomi a fimil partito,e fapendo quan- ulla, to voi fletè uomo dabbene , e quan- i bel- to vi difpiacciono le cofe mal fatte ; fon venuto a voi, pregandovi, che almanco mi facciate rendere lamiafchiava. Se vi piacerà poi donarmi qualcofa per quello ch'ella fia peggiorata, avendo perduta re ne Ja verginità, itarà a voi e alla diicrizion Egli voftra. ita di Ha fatto qae/ló lo feiagurato , ah ! ioni- fyf. Penfate voi, fono ftatj rinchhifi foli in :a da cafa voftra forfifei ore. ven-l «SO*. In cafa mia ì a o- %/. In cafa voftra. con- dr. E chi te l'ha ditto ? nni, ì^uf. Io so che ci vidi ordinare il défìnare , e ifera haimoci definato Erminio ed egli. omc \A>\ Qual'è la mia cafa ■ole- t{nf. Quella li. nte » vir. Io non so fe tu vuoi la baja del fitto mio, )ii la So che in cafa mia non può eifere flato. : ca- l{uf m E perchè ì iAr. Come perchè ? l'è fiata fpiritata, e non v'è ltato ne (fimo un pezzo fa. i an- ìi^if. Spiritata ! mi piacque : io so che v'ho nào- vifto altro che fpiriti. io a- v{ rt Tu dei aver cambiato l'ufciomon fon'io i pa- * che mi fon trovato a cavargli ? ie- C 4 Orsù %6 ATTO Rgf. Orsù , ila come voi volete , purché mi facciate rendere o la miafchiava, o venticinque ducati. '\Ar. Ch'io ti dia venticinque ducati ? io non gli ho , quando te li volerli dare ; mala {chiava ti prometto io ben che riaverai, c fc farà poffibile , come gliene de/ti : e Io voglio conciare in modo che ne verrà compaflionc a te che t'ha ofFefo. Ma dove lo potrò io trovare? I\l*f. Fatel dire a Lucido , che ne tiene il governo , che era adeffo in piazza , che mi 1 voleva dar quel rubino, che v'ho ditto, per pagamento. Ar. QjKil Lucido dì tu \ J{ttf. Il medefimo che voi. /Ir. Lucido d'Erminio ? Huf. Quello sì. Jtr. E che rubin ti voleva dare ? Hjtf. Un rubino in tavola : io credo che fufle fallo , avea affai bella moftra , legato all'antica , fcantonato un poco da una_» banda : dice che è antico di cafa voftra. '/Ir. Io non so s'io fogno o s'io fon dello , alle cofe che tu mi dì. Dove dice egli averlo avuto ì l{jtf. Io non so tante cofe . Jìr. A' fegni e'par quello; ma come può effer deffo ? io non mi fido intutto di co- ftui, perchè dice molte cofe , che non poflòno Ilare. fSCE- TERZO. SCENA VI. Lucido, e*detti. Lu. Uarda fe gli è cafeato appunto II Vj prefente su l'ufeio . I{r- 6o ATTO cuore ì mifero me , dove vad'io > dove fono , a chi dico ì Mi raccomando , mi raccomando , ch'io fon morto : infegna- temi chi m'ha rubato la vita mia , l'anima mia. Avelli io almanco un capeltro da impiccarmi: ella 'f. Averli io mi coltello che mi ammazze- 1 ' ■L». Jo vò vedere fe dice il vero. Che volete voi far del coltello, Aridofio ì eccolo . Ar. Chifc'tu ? L». Son Lucido ; non mi vedete. Ar, Tu m'hai rubati i miei danari, ladroncello , rendemeli qua. L». Io non so quello che mi vogliate dire, Ar. Io so ben che mi fono itati tolti. l-;t. Chi ve gli ha tolti ì SCENA Vili. Lucido , e detta. S: TERZO. 61 \Ar. Se Io non gli tniovo , fon deliberato A' ammazzarmi. , Lu. Eh > non tanto male , Aridofio . I %Ar. Non tanto male! due mila ducati ho perduti . L«. Venite adelfo a mangiare , e poi li farete bandire o in pergamo o all'altare , gli troverete a ogni modo . Ar. Ho voglia appunto di mangiare : bifogna ch'io gli trovi, o ch'io muoja. X»». Levianci di qui. >Ar. Dove vuoi ch'io vada , a gli Otto? Lu. Buono. *Ar. A far pigliare ognuno ? Lu. Meglio. Qualche modo troverem noi : non dubitate. %4r. Aimè ch'io non polfo fpiccare l'un piedi dall'altro . Oimè la mia borfa. In. Eh , voi l'avete, e volete la baja del fatto mio. Ar. Si vota, sì vota. O borfa mia, tu eri pur piena . Lucido, ajutami, ch'io non mi reggo ritto. Lu. Oh voi liete a quello modo digiuno . Ar, Io dico che è la boria. O boria mia , O borfa mia : oime, ATTO 6z ATTO IVr SCENA PRIMA. Erminio , e Ce far e. Er. X\ Ove diavolo flavi tu , ch'io non ti YJ vidi ì Ce. In luogo ch'io vedeva lui, ed ei non vedeva me : e guardoli attorno più di cento volte . Er. Oche bella feda! Ce. Belliflimaper me. Er. Certo che tu hai avuto una gran ventura: non perche abbia guadagnato duemila ducati, che volendo far V ufiziodel- l'uom dabbene , fe'tenuto a reltituirli ; ma dico che non ci poteva accadere co- fa più opportuna , a farti conseguire il tuo derìderlo di aver Caffandra , di quella, e in quello modo . Perchè s'ei fa- peffe che tuavefiì iiuoi danari, non (1 queterebbe mai, fino a tanto chenon_» gli riavene : dove che a quello modo lo farem confentir a tutti quegli accordi » che vorrem noi,rivolendoli. Ce. E'non lo sa altri che Marcantonio, Lucido , e tu : però avvertifcili che tacciano . Er. Lo farò; ed ecco appunto di qua mio padre . La (faci di grazia un poco foli. Ci, Così farò . Intanto andrò a riveder quei danari, che non fon riporti a mio modo» Addio. SCE- QJJ ARTO. SCENA ir. Marcantonio , ed Erminio. Mar. P Rminio mi di/fe di effer qui. Er. Ci V'ho ubbidito , padre mio. Mar.Oh , bene hai fatto . Er. Che volete comandarmi ? Mar.Tn fai che fempre > bench'io poterli comandarti , ti ho pregato , nò ade/To voglio cominciare; ma ti voglio avvertire. Er. O, Dio vogtia, chefiacofa ch'io la po/fa fare, acciocch'elia non cauri in me difubbidienza. Mar. Tu ti («'immaginato , credo, quello eh* io ti vò dire , in modo parli. Er. Penfo mi vogliate dire della mia monaca. Mar. L'hai trovata . Er. Nella qual cofa,cognofco , padre mio , di errare grandemente , e dall'altra banda m' avvedo di non poter fare altro ; perchè quanto mi era facile fui principio il non commettere quello errore , tanto ade/To mi è difficile anzi imponibile il rimediarci, in tanti lacci mi trovo efler'inviluppato : ficchè altra deliberazione non (pero e non voglio che_» la morte . Perchè , come pofs'io non a- mar chi mi ama ! non defiderar chi me defidera fopra tutte le cofe del mondo ! e maflìmamente non elfendo donna al mondo , nè mai, credo , nè farà , chc_» con lei di bellezza e di gentilezza fi pof- fa paragonare . Però, padre mio, vi prego che'non vogliate opporvi alle mìe^. *4 ATTO ardenti fiamme , le quali e Impo/ìbi'Ie , che da altra cofa, che dal benefizio del tempo pollano effere eltinte : in tutte le altre cole i voltri comandamenti,i voflri prieghi,mi faranno leggi fermiffime ma in quello , che non é in forza mia l'ubbidirvi , non vedo modo di potervi contentare . -Msr.FigJiuolo mio , io ti ho percerto gran comparsone, perchè ho provato anch'io che cofa è l'elfcre innamorato ; niente- dimanco mi parrebbe di mancare dell'of- fizio di buon padre , s'io non ti diceffi il parer mio in quello . Tu fai che non è nell'uno, per federato ch'ei li fia, al quale non fia odiofo l'ufare con monachi- ; lafliamo Ilare il peccato, che fi commette apprelib Iddio , che è grandillìmo ; e diciamo , che non è cofa che difpiaccia più alla maggior parte degli uomini, che quando fi vede qua alcuno , che cerca_* in qualche cofa particulaie farli differente dagli altri : ficchè quando tu non l'avelli mai a far per altro , quello dove- rebbe effere poffente a fartene dillorre , per non ti provocare lo sdegno di Dio e degli uomini. Laffo Ilare ancora che s'ingiuria chi v'ha le figliuole e le forel- le , e che fi ci porta mille pericoli, andandovi . Però , figliuol mio, muta que- ffo tuo amore in un più ragionevole, del quale tu polla ottenere il defidcrato fine, fenza tanti pericoli : perche , grazia di Dio , non e figliuola in Firenze , che i fuoi non te la dell'ero volentieri. Di- fpuonti adunque a voler tor moglie, e a darmi quello contento } che oramai n'e te ni- QJJ ARTO. 6 efe'/tato cali- QJ T ARTO. 6 7 caufa dì molti difordfni, ch'egli ha fatti. Mar.Oh , non mi dir villania , che io non ti parlerò più. Ar. Tu ed Erminio ne liete Itati caufa. Er. Buon per lui fe fi fulfe configliato meco. Ar. Ma faccia egli : s'io ritrovo i miei danari , gli larferò tanto la briglia in fui col. Io , che gli putirà . Mjt.II cafo è a trovargli tu furti pazzo a metter duemila ducati in una fogna. Ar. Ognuno è favio dopo il fatto , da me in fuori che fon fempre pazzo , fempre fto mal contento , e duro fatica e (lento pel maggior nemico , ch'io abbia al mondo; che patifco,fin'a Lucido mi venga asbef- farc , e danni ad intendere che lacafa_» mia è fpiritata , e cosi farmi tenere uno feiocco per tutto Firenze , fin'a cavarmi l'anel di dito . Mar.Di quello do io il torto a te, che lia flato si femplice > che l'abbia creduto : e fe egli avea bifogno di venticinque ducati, e tu non glieli volevi dare , come aveva egli a fare } Ar. Venticinque ducati ! io non voglio eh' egli abbia unfoldo : della roba mia ne voglio effer padron'io finch'i'viva , poi quando morrò la 1 tiferò a un'altro . Er. Egli averà pur quelli a tuo difpetto. Ar. Ma infine, quand'io m'arricordo de'miel danari, io efeo di cervello, e per la pena non poflb ftar ritto . Io voglio ora_, andare a farli bandire : benché quelli mi pajono pan caldi. Mar.Va. via , non perder tempo. non odi, fciagu- rato : o là. SCENA V. T attimo , e' detti. "Pan. Q Ignore. Er. \j Sempre vuoi ch'io t'abbia a chiamar cento volte: è gran cofa quella ! Va trova quattro fiafchi di trebbiano , e portateli fra voi du'alla Fiammetta. ^«.Signor sì. Er. Andate pretto , ch'io de/ìdero la rifpo- fta , che importa affai. Tan.BL' , io anderò pur'adagio, ch'io ho trottato tutto il di. Er. Io v'afpetto in cafa. M.'P.OìmL- , l*è pur'una mala cofa l'effer ferva ; orch'io fono fianca morta , mi con- vien'andare a Santa Sufanna , e poi forfè ci avrò a ritornare, e così fo ogni giorno : almanco fi faceffe egli la felta di San Saturno , come fi faceva al tempo antico , che concedeva, che per otto dì le QJ-T ARTO. „ r ferve e 1 fervi'dori diventavano padroni, ed e/lì ferve efervidori : a me toccherebbe ad efler Mona Lucrezia, e vorrei flarquegli otto dì fempre nel Ietto eoa qualche mio innamorato . Ito.Mona Pafquina , togliete quelli fiafchì. M.7 3 .Non hai tu le mani ! 'Pau.E i piedi ho . M.P.Potrai tu dunque andare a portargliene io ho altro da fare : non ti dille il padrone che gli portarli tu ? | ^«.Madonna no : ma che li portaflimo fra noi due. j M.V.Ìo ti so dire che tu fe'cima: orsù portane tre , e io ne porterò uno , che fon_» vecchia. I 'Ptf«.E'non ne farà altro: io gli ho portati fin qui ; portategli fin là voi, e così fra noi due gli avrem portati. 2H7 J .Alla croce di Dio , che fe tu non gli porti , io ti farò dar delle riaffilate, e dirò, che tu non gli abbia volluti portare, per andare a giucare . Tau.F. io dirò quel che voi mi facefte l'altra notte , quando dormì'con voi. M.V.E che ti feci , ladroncello i 'Patt.Che. mi toccavate voi ? 2Vf.7\Levamiti dinanzi, feiagurato, che porli arrabbiare. "Pau.Oh porta i fiafchì da te , fcanfarda . Ai.P.Va poi e fidati di quelli morbetti ; e'ri- dicono ogni cofa: io m'era meffa bene,ti so dire : c pur bifogna qualche volta_t traftullarfi . Ma lafiami andare a portar quelle cofe, che fon badata pur troppo , innanzi che quelti, che vengono di qua, che pajonofmarnti, mi dimandili ia_i lira- 7* ATTO itrada , e mi tengano anche un pezzo a parole. SCENA vr. Mejfer /ìlfonfo , e Briga fervo, M./4.T O poteva fare fenza mandarti innati- 1 zi, poiché tu hai bifogno di guida: come fi chiama la Itrada dove Ita S ■Br. Non lo so. 2H/7.Ed egli come ha nome ? Br, Non me ne ricordo . M./f.Tu fe'beniffimo informato adunque! Br. Io gli ho parlato , e fono flato in cafa fua : ma Firenze non è fatta come Tortona ; che come io volto una Ilrada_», fon bell'e fmarrito . "M.A.Tw hai pur parlato a quella, che dicono e/fer la mia figlinola ? Br. Molle parlato , e dicono che è delfa ai- certo ; e di quello fiate ficuro . M./f.Hala tu villa ì Br. Io non l'ho villa ; ma colui mi ha dati i fogni, e dice che fcmpre è chiamata Livia , che è bianca , ha gli occhi neri , e belle carni, e quel contralfegno della_» margine appreflb l'occhio , che non può fallire . Oltra di quello dice , che mai non ricorda altri che Me/fer Alfonfo. M./4.0 Dio , quella è una gran grazia ! E af- fermotti d'averla fempre tenuta in mo- nalterio ì Er.Dice che non l'ha quali mai villa : ma mi parve mal contento. ft/.//.Uec aver paura, ch'io non Io paghi a fno modo ; ma s'io gli dovellì dar mezzo lo ilato t QUARTO. ti ftato mio , lo vò foddisfare, s'io ritrovo effer vero che l'abbia tenuta nel modo che dice. Or va preflo,e vedi fe-tu'J trovi ; che mi par mili'anni di vederla e abbracciarla . Sr. Afpettatemi, ch'io tornerò a voi, s'io non mi fmarrilco . M./i.Se. Dio mi dà grazia , eh* io ritrovi la mia unica figliuola , che abbia falvo l'onore , fìccome la perfona , mi reputo felice . Diffidi cofa mi pare , che effondo gii di quindici anni, e in man di per- fone, che fan più conto del guadagno che d'altra cofa, l'abbiano volfuta mantenere tanto vergine. Dall'altro canto, s'ella è fiata In un monaflerio , come fi dice , e'faria facile , che da donna dabbene fi foffe allevata, e cos'i mantenuta: ma in qualunque modo fi fia , io rendo grazie a Dio,che si lungo tempo fe l'abbia prefervata fuor di cafa fua , perchè io abbia aver quello contento,in ricom- penfa del dolore , ch'io ebbi quando la mi fu tolta di braccio . Br. Signore , io ho ritrovato la cafa , ed è qui preflb . M./f.E un miracolo : ed egli è in cafa ì Ur. E là che v'afpetta. Andiamo . SCENA VII. MonaVafquina , e Marcantonio. fa.P.T O voglio laffar'andar via coloro, che 1 Erminio impazzarà dell'allegrezza , di aver avuto un i\ bel figliuolo : dico-i no le monache che l'avrà per male ; io viriJopo, D non 74 ATTO non l'intendo quella cofa : gli domanderò pur la camicia per la buona nuova . O gli è d'una monaca j e'si fìa : io credo che elle mi dicono a quel modo per invidia, e fanno un romore, un cicalio per quel monaiterio , che p;,jono uno feia- me di pecchie . Ma che indugio io d'an- j dare a dirlo ad Erminio ì O ecco di qua Marcantonio ; non so s'io mi glielo dica. M7?-.Quel!a mi par Mona Pafquina. M.7 J .Ma elle mi diiiòno , ch'io non lo dicef- fì fe non ad Erminio. Mar.Mona Pafquina. M.V.Che farò ? a fapcr l'ha. Mtfr.Sicte forda ? M.'P.Oh , io vcl dirò poi. 2l4ar.JChe mi dirai i M.P.C'ne Erminio. Mar.Che ha fatto Erminio f M7 J .l !n figliuolo . Mar."E di chi ? M.P.DcUa Aia monaca. Mar.Sh col malanno che Dio li dia : fon belle cofe quelle ! M.T.Oh , Marcantonio , perdonatemi : elle mi avevano ditto,ch'io non dicefli nuli»' Mv.Orsù vattene in cafa , cicalaccia , e f* che tu non parli con perfona . M.T.Oh , ad Erminio i Mar. A lui manco . M.P.Bifogna pur che provvegga la balia } £ l'altre cofe . MtfnProvvederò ben'io a quel che occorre. M.P.Se mi vede , bifogna pur ch'io gli die* qualche cofa . Mar.Uoa ti laflar vedere. Oh, QJJ ARTO. „ Jf.jP.Oh, vedi, ch'io non gii potrò dimandar la mancia. Mar.O Erminio, tu mi potevi pur dir ch'ella fu/Te gravida, e non vituperare te e il monarterio . Orsù a i rimedj; io farei fiato troppo felice , s*io non avelli avuti quelta briga : ma bifogna penfare che i giovani facciano talora de'difordini. Io voglio andar qua in chiefa a parlar eoa la Priora , e intenderò i particolari della cola ; per poter pigliare poi quei ri- :ef- medj, che migliori parranno. ATTO Vr SCENA PRIMA. Mejfer Aridofo , f' ito//. \*r. f> Hi è li ? V-/ Amici. *Ar. Chi viene a di/turbare i miei lamenti? Arido/io , buone nuove . *Ar. Che è trovati ? J(a^ Trovata è: i fegni tutti fi rifcontrano. Jtr. O ringraziato ria Iddio : io ho paura di non mi venir manco per l'allegrezza. I{rif. Vedete voi che farà ciocché voi vorrete . *Ar. Penfal tu fé mi è grato. E chi l'avea? fyf. Oh , non fapete, che io l'aveva io? Ar. Non io: ma che facevi tu delle cofe mie? Hr'. Son contento. Mar. Dipoi, che tu laflì torre a Tiberio una mogh'e,che «li dà femila feudi di dote.- */fr. Di quello io ho da pregar voi. Come femila ducati/ e chi farà più ricco di lui ì iWar.Egli è da Tortona . Che non dica poi, io noi fapeva. Ai: Sia ila cala del diavolo.Scmila ducati,chl Mar.E Tiberio è contento di darti della fua dote mille feudi, i quali tu dia per dote a Cef ire ; acciocché non ti abbia a cavare danari di mano. Ar. Quelli mi pajono ben troppo , a dirti il vero, Ti I Q_U I N T O. 8 P Mar.Tl pajon troppi, e oggi n'hai guadagnati ottomila. /Ir. Come ottomila ? Mar.Damih ne hai trovati tu , e femila Tiberio . fir. Orsù fa tu , Marcantonio. Mar .Voglio che glieli dia ad ogni modo. £,\ Noi faremo adunque due par di nozze a un tratto. Marr.Noi ne faremo pur fin'in trejche in quella fera ho dato moglie ad Erminio . t /y. E chi ì Mar.Te lo diro per la via . /Ir, Buon prò ti faccia , Erminio. Et: E a voi, che avete guadagnato oggi tanti ducati. Mar. Andiamo adelfo dentro a concludere affatto quelli parentadi » e a darne notizia a'nollri parenti, che fon tutti in ca- fa mia. ÌEV. Fate che fi mandi per Caffandra. /ir. Ella ci farà domattina a buon'ora, e fa- rolla venire acafatua , dove lì potrai! far tutte e tre le para delle nozze; perchè la mia è tanto difagiata flanza, che non vi lì potrebbe nè ballare ne far cofii buona. Mar.lo t'ho intefo ; farem quello che tu vorrai . Andiam pur là adefiò . /Ir. Andiamo. Er. Voi.udite , ftafera non lì hanno a far le ,ioz2e , chc minca Caft'nndra e Fiammetta mia . Sicché pigliatevi per un ghiro- ne, e doman da fera venite, che fi farà allegra feita. IL FINE. IN l< I JK E JV & $ Apprcflb I Giunti ? M D C V.