301 (. V**s Der Universitàts-Bibliothek zu Bonn geschenkt voi) V)i.to Harrassowitz Leipzig e_--C'^^^e_^Q^z-7-z t e *z ^ALVATORE jbALOMONE ^ARINO In occasione delle bere auspicale nozze della S. V. III.ma con V egregia signorina Mariella Abhale, mi conceda che le presenti un fiore di poesia popolare, cioè una leggenda sulla (B. V. della Catena. Certamente il soggetto della leggenda mal si confà a lietezze nuziali, ma la S. V. accolga il povero dono come segno di schietta stima e di amicizia sincera. Modica Marzo 7878. Serafino Amabile-Guastella Il cullo della B. V. della Catena non è fervido, né universale, né aristocratico come quello dell'Immacolata, dell'Addolorata, del Carmine e via dicendo: non luminano , non processioni, non fuochi di artifizio, non pompa di a- raazi e di argenterie, non urli devotamenti feroci, non pugni, non ingiurie sozzissime, non colpi di bastone, dati e ricevuti nella lebbre dell' entusiasmo. Tutto al più una modesta novena, durante la quale il cappellano sbocconcella per nove giorni uno scampolino di predica, e poi il giorno della festa confessioni e comunioni in buon dato, una messa solenne, l'altare parato a festa, e un centinaio di candele. I voti stessi che le si offrono son di tenuità tale, che litiga con la miseria; non anelli, non orecchini, non collane di pregio; non vitelli, che, adorni di fettucce e coi» le corna indorate, vengati condotti trionfalmente in chiesa fra i fischi di gioia della plebaglia, come é uso per le feste dei nostri santi Patroni : ma gli oblatori non si slargano dalla limosina di una messa, da una coppia di candele, da un voto in cera, o della visita a piedi scalzi nel — () - santuario della Madonna, il giorno della sua resta, La chiesa istessa si e posta quasi a bilico dell'apparente non curanza del popolo ; e non solo le ha negato un ufficio proprio, od alcuno di quei privilegi profusi ad altri titoli della Santa Vergine, ma ne ha confinata la festa alla terza domenica di agosto, dalla quale per altro è continuamente spostata per dar luogo a qualche Santo, decorato dell' a- ristocratico privilegio di duplice maggiore , anziché del plebeo ne ni/'duplice. Però se il culto n'é povero, l'intimo sentimento é vivissimi!, limitato, com'è, quasi esclusivamente alle donne, che l'invocano come a santa ausiliatrice dei parti. Ho veduti, a dir vero, pochi quadri di Maria della Catena, ma i pochi che ho visti son con istola color violetto, e con pepi" rosso vivo, o di altro colore smagliante ; sul destro braccio il bambino, nella mano sinistra una catena spezzala. Da principio il titolo .Iella Catena servi probabilmente a significare il simbolo sensibile della Grazia, che viene in aiuto al peccatore per isciogliere i sozzi vincoli del peccato: solve vincla kris, come si legge a piedi dello statue e dei quadri; ma siccome a lungo andare le asti-azioni si materializzano nel concetto del volgo, il simbolo morale andò a smarrirsi, e la Madonna venne ardentemente invocata ad infrangere le catene materiali dei condannati, e sopratutto a liberare le incinte dai pericoli di un parto lento e difficile. Il lettore non arricci il naso a vedere che la Madonna, - 7 - nel concetto plebeo, sia quasi divenuta un quissimile di quei nostri Don Rodrighi, i quali sino a mezzo secolo fa, si recavano a gloria strappare dalle grinte della Giustizia i ladri, gli assassini e i falsari. La plebe non ha torto, e, a considerarla com' ó, la sua stolta persuasione è logica conseguenza d'idee e di abitudini, in gran parte pagane, talune dolle quali sono rimaste inalterate sin oggi, altre furono modificate dal cristianesimo nella sola apparenza, appunto come un vecchio edilizio, al quale si dia una spalmata di bianco. Oltre che la Chièsa con gli asili ecclesiastici avca innoculata la credenza, che il patrocinio verso i colpevoli fosse un privilegio, e in certo modo un dovere, oltre che la dottrina sui predestinati ribadia nel volgo lo sconfortante domina pagano del fatalismo, le nozioni del Bene e del Male, incerte presso ogni altra plebe di Kuropa, sono forse a peggior partito fra noi, imperocché sul vecchio strato della sensualità e delle superstizioni pagane si filtrò a goccia a goccia il fanatismo dell'Islam, la solidarietà cristiana, l'intolleranza del santo ufficio, miste all'ironia, al buon senso, e alla diffidenza; proprie dell'indole nostra. Che razza di miscuglio so ne sia. manipolato, lascio che lo considerino i facili panegiristi del popolo; ma certo non se ne avvantaggio d buon costume, nò il sentimento religioso, né la bdnVivénza civile. Il Siciliano, per chi noi sappia, è stato ed e tuttora fatalista invincibile, tale da disgradarne gli odierni Santoni della Mecca, e }.;li antichi custodi dei polli sacri, ('rodo egli è vero, die la religione e l'educazione valgono a dare il fermo alla cancrena morale, ma crede parimenti die nò runa nè l'altra sian valevoli a sottrarlo all'inesorabilità del Destino, il quale, su por giù,rassomiglia al gran niente descritto dal nostro Meli: Nudu, cruda, spirutu, orca e scuntenti. Ecco qui: un povero diavolo farà di tutto per conservar si galantuomo, ma ha fatto i conti senza l'oste, cioè senza il Destino, il quale all'impazzata l' ha registrato invece nel libro dei falsarii, o dei ladri, o di ogni altra schiumatura sociale; e in quel caso addio fave! non c'è santo che tenga! bisogna che il galantuomo Unisca ladro, omicida o falsario, lì hi destimi ca la ciama'. come dice il volgo con persuasione profonda. Egli è vero che una siffatta credenza fa a calci con i donimi cristiani, e ad un'anima timorata fa l'effetto del diavolo che vada a riposo entro un' acqua santiera: ma il popolino non se ne dà per intoso, e s'in- guscia nelle sue convinzioni, come uno scolastico in una siepe di sillogismi. Nò si creda che agli occhi suoi il delitto non sia sempre delitto: Oibò! non è si stolto; ma chi lo commise è un disgraziato che merita compassione. Chó colpa ci ha avuto t Fu distinu che l'appi ri pass ari ! E da qui che la commiserazione plebea si formula in una filza di proverbi, nei quali si svolge il sentimento della solidarietà umana. Un tale assassina un altro 1 udrai ripetere a coro: —Lu maortu è muorili; ora n'ha duri aiuta - 9 — a In rfni.'—Vn ladro svaligia le casse governative? Uomini e donne sono unanimi nel sentenziare : Cu' rrobba a lu lire, nun arrobba a nudila!— -Un briccone spargo il disonore in una famiglia onorata? Le comari si stringono un po'nelle spalle, e poi: tuonai ò cacciaturi; lu Unta (M male) è di cui si lassa 'ngannari. Un quidam e chiamato (falla leggo a deporre in giudìzio contro Un colpevole 1 11 malioso gli batterà la spalla, e con piglio catoniano: Pipai (acqua in bocca!) L'uomu ca nun ari omertà ( 1 ) nun è uomu! la spigolistra gli suggerirà invece con untuosa e- Bortazione: Badai ìu parrinu eùtnmoggia ( il prete copre) lu calici, e nui n'hàmu a cummiggiari l'unii ceti l'autvu! E dato il caso che il quidam sveli in tutto od in parte (pie! che ne sa intorno al colpevole, sarà un coro di rimbrotti e d'ingiurie, che tutte convergeranno in quella di cucuzzaru! sozzo traslato desunto dall'osservazione che la zucca sta poco tempo in corpo di chi la mangia. Per qualsivoglia azione malvagia il popolino ha un proverbio, un apoftegma, un apologo, se non altro una frase, che valga a sminuire, o a compatire il delitto. Ma non ó solamente il Destino, che agisca alla scalmanata, è ben peggio la Giustizia sociale, la qualo , come crede ostinatamente la plebe, parteggia pei ricchi a via d' insidie , di tranelli, di parzialità sfacciatissime. È gala so di cinque condanne su la minutaglia del popolo, la minutaglia non creda elio quattro sicn dovute a corruzioni, a vendette, alla proverbiale sentenza che lupo non mangia carne di i < — 10 — lupo. Un villano è costretto a pagare in forza di un atto esecutivo? china il capo in aria di rassegnazione forzata, e prorompe in un proverbio stillante, lìele e diffidenza feroce:— Si sa! lupoviru nun ha uocci (cioè non sa leggere). Una Megera è condannata perchè vomitò ingiurie soz- zissime contro una gentildonna? — Si sa/ la liggi i riechi si la Janna a so' muoru (a lor modo). Un artigiano perde iti Appello?— Si sai tu povera nun è 'ntisol—Vn mascalzone commette un delitto, e n'è debitamente punito V — Si sa/ la /'urea è fatta ppi la poviru! E gli astanti sclamare tutti a coro: Ci currissi 'na Giuslùzia.'/ ma 'na Giu,stUzia!t..Qv dunque la Madonna, che tempera in certo modo il De- fi stino, e a favore dei poveri disfà le magagno sociali, nell'opinione de) volgo è simbolo di giustizia vera, e di misericordia infinita: né parrà strano, coinè è sembrato a taluni, che i facinorosi più celebri da Salta le citi al Ca- I praio ne invochino il patrocinio, ne indossino lo scapolare, le facciano offerta di messe e di corderie, e, implacabili COI potenti, sian larghi di sussidii alla più minuta parte del popolo. Perù il culto schietto e intimamente profondo, che si professa alla B. V. della Catena, è delle donno incinte, che l'invocano a santa soccorritrice dei parti : ma quel celeste aiuto, essendo di sua natura purissimo, ha infiltrato nelle femminucce di Modica la stramba persuasione che le donne impuro non debbano assistere al pano, perché in caso contrario il bambino sdegnerà uscir dall'alvo ma- terno, e la Madonna sarà sorda alle supplicazioni dellade- vota. Quella dunque fra lo amiche o comari, che abbia un po' di macchia sulla coscienza, non osa offrire i proprii servigi, esc l'osa n'è dispensata con quelle parole mozze, e con quei velenosi motteggi che causticano peggio della pietra infernale. Ai primi conati del parto, le femminucce assistenti, quelle, s'intende, passate attraverso il vaglio dell'inquisizione donnesca, si danno a sciorinare la fascia, entro la quale sarà avvolto il neonato; ma si badi voli! si badi a ripiegare il pannolino in uno dei lombi, perché altrimenti il bambino non cscirà a luce, o, se esce, soffrirà di scleroma. ( 1 ) Se il parto è penoso la Modicaua fa recarsi la catena argentea della Madonna, e se la posa sul ventre invocando il santo aiuto con ardentissima lodi'. Per altro il patrocinio della B.V. si estende lino alla nascila del bimbo: ma da quel momento la popolana ili Mollica, da vera manichea, dopo essersi propiziata la santa Madre di Dio, tenta propiziarsi gli Spiriti familiari, cioè quelle terribili Padrone de casa, dello quali non c' e donna plebea che inforsi l'esistenza, o non paventi il misterioso potere. Appena dunque il bambino ha emesso il primo vagito, la più anziana fra le assistenti colloca sul tavolino o sul coperchio della cassa novo fave nere, e lo dispone a foggia di cuneo, borbottando tra i denti: ( 3 ) Favi, fauzzi, C'hannu muri li 'uccuzzil.. E bbiuiti ccu lu sub, Ca la menza é priparata; E facièmmuci anuri A lu fìggili, e a la fìggiata! 0 con ciò s'intende scongiurare il pericolo elio le Padrone rechino malefi/.io al neonato e alla puerpera. Talune altre popolane, e son le più, han più fede in un aspo, che si collochi sopra il letto, purché su quell'aspo si appuntino due stecchetti di canna, congegnati a foggia di croco. E veda il lettore come la superstizione la vinca su la più elementare dottrina. Le case dei nostri poveri son difficilmente prive di un crocifisso, venuto dai luoghi santi, a quanto essi dicono, e benedetto in Roma dal Papa: crocifìsso, che fa bella mostra di sé, pendendo fra 1' abitino della Madonna del Carmine, e un ramo di ulivo ; e pure la popolana ha più fedo ih quella crocina di canna, valevole, corno dice, a discacciare le misteriose Padrone, che non in tutti i crocifissi, abbiano anche il privilegio della indulgenza plenaria. Se il neonato ò un maschio, l'acqua con la quale si lava la prima volta dovrà buttarsi nella vie; soiio il letto o sotto il forno se il neonato è una femmina: e le nostre donnicciuole, che in fatto di sottigliezze darebber di gambetto ai più irti casisti, ti sciorinano una brava ragione, dicendoti che la femmina é mestieri che se ne stia a casa, e che il maschio si guadagni il pane in questa parto e in quell'altra.Che più? La placenta è misteriosamente sacra alle prefate Padrone, e guai qualora si gitti prima che venga mescolata a sale ed a mollica di pane: lo disgrazie pioverebbero come graguuola sulla maledetta famiglia. Toccando ora della leggenda poetica, che vede per la prima volta la luce, è dessa veramente Iattura di popolo, o simile a molte altre nostre leggende, è stata modificata dalla collettività popolare'/ A chi veda un po' netto , non riesce ignoto, che le nostre leggende religioso e morali, chiamato storie dal volgo, possano dividersi in due distintissime classi. L'una, indubitatamonte opera di analfabeti, è esuberantissima nella parte narrativa, povera nella dialogica,senza ordine,scnz'impoto, senza movimento drammatico, ma non pertanto potente di semplicità e di candore; con immagini comuni, ma sposso di spigliatezza arditissima; con ripetizioni stucchevoli, con linguaggio poco vario di parole e di modi, ma spesso di efficacia intraducibile; eoa verso ora sguaiato, or puerile, or falso nel numero, nella rima e nell'assonanza, ma non pertanto di tal fluido e maraviglioso congegno, da formare la disperazione dei poeti accademici. L'altra classo di leggende, certamente modificate dal popolo, ma non fattura originaria di popolo, ha più varietà, maggior forza drammatica, meno ripetizioni, meno lungherie, più corretto le immagini, più ripulito il verso, più ordinata la stanza: ma i minori diletti sono a spese della schiettezza, dell'efficacia, dell'espansione sincera, della spontanietà, del pensiero. Or mi sembra che questa leggenda della B.V. della Catena sia da aggregarsi più a questa che a quell'altra classe , non - 14 - solo perdili splende dei pregi della poesia semiculta, ma maggiormente per la scelta dell' ottonario , metro ignoto nei componimenti del volgo, non cliè per certi legami del pensiero, difficilmente adoperati dai poeti genuinamente plebei, e pel congegno poetico, che non si smarrisce entro i laberinti della fantasia disordinata, o che ne scappa a ogni tratto.I ritornelli stessi, sebbene so ne facciascia- laoquo nelle nostre fiabe popolari, sono ornamento estraneo all'indole della poesia rustica siciliana; ma se ve ne ha qualche esempio nelle nostro leggende di origino semiculta, non son messi li per vezzo come nei canti popolari francesi, spagnuoli e dell'Italia settentrionale, ma son quasi congegno per ribadire nella mente di chi ascolta la parte meravigliosa e soprannaturale del racconto. Dall' altra parte però, dato che la leggenda sia opera di non inculto poeta, mi sembra che le modificazioni del popolo siano state tante e siffatte da rimpolpare lo scheletro della poesia originaria, come può deteggersi dalla nuda fluidità del verso, dall' impeto della narrazione condensato nella potente semplicità della frase, c dalla forza del sentimento religioso, che è vita e sangue dellafantasia popolana, avvezza a buttar via gli accessorii, e slanciarsi ad audaci trapassi. Né posso dir nulla di serio circa l'antichità della leggenda. La lingua è quel di più vivo, che suona oggidi sullo labbra del popolo, ma non sarebbe valevo! ragione per limitarne la nascita ad apoca più o meno moderna. Niuno — 18 - ignora come il popolo modifichi continuamente i suoi versi c li rammorbidisca, e butti quel tanto, che più non ó com preso dà esso, e lo rimpolpi con idee, con costrutti, con locuzioni {mi confacevoli alla sua odierna parlata. Egli ò vero che nella leggenda c'ò un ricordo , che sembra potersi riferire a San Pier Celestino, ma ce n'è un'altro, che probàbilmente risalo ad epoca più remota: pure nò l'uno ne 1' altro son tali da escludere la possibilità di una fattura relativamentemoderna,come avvenne peraltro Storii{ *) nostre, nello quali varii accenni a costumi antichi, vennero poetati, perchè tuttora vivi nella tradizione vulgare. In tanta incortezza mi astengo dal profferire sentenza, e lascio che altri l'illustri. C*ò na cnòsia cummicina Ri Maria ri la Catina. E cci jia 'na parturienti, Alla missa si nni jia; Gei dicia ddivotamenti, Mentri l'ostia si spincia: Matri Santa ri l'Urienti, (5) Scatinati stu 'nnuzzenti: Cristalèisu, Patinnuostru, Nun è miu, eh' è figgiu vuostru! Mentri prèa, ni chidd'ura Cci scumpuonnu li dulura. La ddivota si nn'ha giutu, E la casa s'ha ciuiutu (chiuso): — 18 — Ma vacanti ò la so' casa, Nun cc'ò fasci, e mancu naca; E cci veni lu rispiettu Mentri conza lu so licttu. 'Na Signura cci cumpari: Rapi, Uggia, 'un dubbitari, Ga ti puortu cutri e fasci Ppi lu rrcri (figlio) ca ti nasci. Prima ar idda arrizzitlau, *> 7 Pui lu figgiu cci 'nfasciau: —0 Signura, e bbui cu' siti Ga sii ràzii. mi fa ci ti ? —Vuoi sapiri cu' suga' iu? Spìa a cbissu ca nasciu! —Un bammìnu nalu l'ora, Nun pò aviri la parola. —Figgia mia, nun dubbitari, Cciu' ca chissà Din pò ffari. —Matri mia, nun dubbitati (§) — 19 — Assistutu m 5 ha Maria: Gcu la santa Tinnitati Ha bbinùtu 'ncumpagnia. La Signura si n'annau, E lu spusu ci mannau: •—Sti sciannàchi (collane), stìfasciuna, Cu' ti retti, spusa mia ? —Mi l'ha ddatu 'na Signura, Quom' un suli stralucìa. Vuoi sapillu, spusu miu? Spia a chissu ca nasciu. —Un bamminu natu r'orn Nun pò aviri la parola. —Spusu miu, min dubbitari, Cciù ca chissu Diu pò Ilari. —Patri miu, nun dubbi tati, Assistutu m'ha Maria: Ccu la Santa Tirnitati Ha bbinutu 'ncumpagnia. — 20 — l'restu, prcstu mi vattiali, Ca tri ggiorna aiu a campari: A li pieri ri Maria, Pui m'aviti a burricàri (seppellire). A lu Papa Gilicchinu (7), N'anciliddu ci cumpari: Prestu, mintiti 'ncaminu. Ga n'armuzza s'ha battiari. E lu Papa rimitieddu Si piggiau lu vastunieddu; L'uoggiu santu si purtau, E in tri ggiorna cci gicau. —Bomminuta, Papa Santu..... —Diu ti sarvi, figgiu miu! —Lu purtastru l'uoggiu santu? Prestu vuoggiu lu vattìu (battesimo). —Figgiu miu, ma ppi battiari Cc'è bisuognu la cummari. La Gran Matri cumpariu: — 21 — —La Cummari sugnu iu! —Matri Santa 'Mmaculata, Sugnu 'nnignu ri valliari: Prestu, prcstu na paggiata, (8) Ga mi vuoggiu prificari. « • • • Lu vattiau cu li so maini, E cci misi Mariahu; 'N'ura duoppu pui nutria. Ni li vrazza ri Maria. E ricitamu na sarvirriggìna, Gcu fervuri a Maria ri la Catina. NOTE Ho raccolta questa leggenda dalla bocca di una vecchia contadina di Chiaramente, Giovanna Jannizzotto intesa generalmente col nomignolo di Papa Giuvanna. (1) Omertà e nell'etimologia c nel significato corrisponde alla parola Virtus nel primitivo senso latino , cioè governo di sé stesso, e quale si addice ad uomo. Primi canoni dell'Omertà sono non deporre contr» i rei, e farsi giustizia con le proprie mani. (2) Le superstizioni che si riferiscono ai parti, son proprio della plebe di Modica, e più del rione della Vignazza, e quasi tutte mi furon riferite dall' egregia ostetrica signora Costanza Aurea. (3) Le favo fin da remotissimo tempo eran riputate lugubri, e per ciò usate nelle cerimonie dei morti. L'uso di scacciare i Lemuri merce un'offerta di fave è descritta da Ovidio nel V dei Fasti. Ecco taluni versi: Cumque manus puras fontana perluit undas Vertitur, et nigras accipit oro fahas. Avcrsusquc jacit; sed dum jacit, linee ego mitto, His, inquit, redimo meque, meosque fabis. (4) Ritengo che le più antiche poesie rimasteci non sorpassino il secolo XV; e che delle anteriori a quell'epoca appena se ne conservi qualche distico, o qualche verso staccato, inserto in poesie o nuove o rimpastate dall' antico , frammenti che son facilmente riconoscibili. Nello stupendo studio di A. D'Ancona—La poesia popolare italiana-Livorno-F. Vigo 1878— 6 questo uno dei pochi puntó non toccati. (5) È tradizione in Sicilia che una gran copia di statue e di quadri sacri ci siano venuti dall' Oriente, i più antichi ai tempi degl'Iconoclasti, i più recenti ai tempi delle Crociate. In Modica esiste tuttora una Chiesetta sotto il titolo di Maria di V Urenti. (G) 11 bambino che parla ha riscontro in molto leggende, specialmente in quella di Donna Lombarda,, contentata dottamente dal Nigra. (7) Gilicckinu e probabile scorrezione di Celestino o Gilistrinu come dicosi in Chiaramonte, e forse è riferibile a Celestino V, cho poco giù è detto rimitieddu. (8) Paggiata è la fiamma che si ottiene accendendo qualche fascio di paglia. Corrispondo noi la parola e nel significato al latino Pallila, di cui parla Varrone: Palilia tam privata quam \publica sunt apud rust/cos, et congestis cum fmnu stipulis , ignem magnum transiliunt, his palilibus se expiari credentes. Del resto la credenza che il fuoco purifichi è di antichità preistorica, e la religione ebraica l'ammette* come domina , come può vedersi nel capo VI d' Isaia. L'uso di saltare fra i falò è tuttora vivo in Sicilia. Rocco Pirri nella Sicilia sacra asserisce che il titolo della Catena derivò alla Madonna dal fatto che tre malfattori in Palermo, mentre andavano a morto invocarono il soccorso della B. V., la quale spezzò miracolosamente lo loro catene. Il popolo gridò al prodigio, e Re Martino concesse loro la grazia. Tale è la tradizione che corre anche in Modica. Checché ne sia della leggenda, il titolo della Catema parrai debba risalire molto innanzi dei tempi di Re Martino e della Regina Maria, come cercherò di provare nel secondo volume dei canti popolari del Circondario di Modica. Molte e preziose notizie intorno al culto della Catena mi ha favorito il caro e illustre amico Giuseppe Pi tré, ma non potei giovarmene perché il presento lavoro era già sotto i torchi. MODICA TIPOGRAFIA ACHILLK SECAGNO 1878.