LETTERATURA POPOLARE DI NOTO CANTI POPOLARI DI NOTO STUDII E RACCOLTA I>[ CORRADO A VOLTO NOTO UFF. TIP. DI FR. ZAMMIT 1875. K ^17 *y ALI A VENERATA MEMORIA DEL DOTTOR SOFIA MIO BENEFATTORE E A COLORO DEI MIEI CONCITTADINI CHE DÒPO LA MORTE DI MIO PADRI' VENNERO IN MIO SOCCORSO QUESTO PRIMO LAVORO A DIMOSTRAZIONE D'ANIMO GRATO DEDICO s'ir ,"?u * trdmk IURTE I. a ÉP« $f Cv^v- r\ A. ■ / /Vw~ I -T + ' STUDIO COMPARATIVO DEL SOTTODIALETTO 1)1 NOTO COLLA LINGUA ITALIANA. 11 sottodialetto ili Noto possiede molte forme per le quali differisce dal Siciliano. Siccome esso scorre nella bocca d'un bel quinto della popolazione siciliana, e siccome i Cauli qui annessi sono scritti come mi furono dedali; così ho creduto opportuno far precedere un succinto studio che mostri il rapporto fra l'italiano e questo idioma. Per la stessa ragione ho voluto raccogliere in un breve lessico le voci di questo sottodialetto, le quali meriterebbero di venir registrate nel Dizionario siciliano del Traina. 1 vocaboli del Noticìano sono per sè slessi di nessun conto; ma innegabilmente sono i frammenti del linguaggio parlato, sui monti dell'Aria, sono la polvere cosmica della primitiva formazione delle lingue. Ci sarà qualche dotto cultore della scienza del linguaggio che li analizzerà e vi troverà» forse, rapporti inaspettati con altre lingue. Una sola voce,scom- posta nei suoi elementi costitutivi da' sommi chimici della linguistica, basterà ad illuminare t un periodo di storia, a colmane una laguna nella filologia. Raccomando il mio povero lavoro alla indulgenza benevola dei dotti. F.sso è il prodotto d'un dilettante. Senza superba ostentazione di modestia, io misuro colla mente la enorme distanza ebe mi separa da loro, e al pensarlo mi sento rimpicciolire. Mi conforta il sapere che costoro, ricchi che ne bau d'avanzo, non han le gretterie dei mezzani, e sogliono essere liberali e larghi di compatimenti. Suoni clic prendono le vocali. § 1. — a in principio di parola qualche volta diventa ja: jautu, j ardiri, ecc. (alto, ardere). In molte parole l'a che porta l'accento, si cambia in e: Siminèriu, grcn, culenti, 1 a v a n n è r a ecc. (Seminario, grande, colante, lavandaia). Per lo stesso procedimento, forse, pel quale malns, trahea, graves, riparia, pri- marìtts ecc. diventarono in italiano trillo, treggia, greve, riviera, primiero. § 2. — H in principio di parola è netta c spiccata. Nel mezzo, se vi posa l'accento, prende, soventi fiate uh suono molle; qualche volta acquista un iato molto sensibile, e in alcune parole diventa un vero dittongo. Difficìlé è il determinare (piando la e prende queste varie gradazioni di pronunzia: si dittonga in Mièr- curi, mie ri cu, pieoura ecc. (Mercordì, modico, pecora); si conserva iti Venni ri, sèntiri ecc. ( Venerdì , sentire). Vi ecciti (vecchio) al femminile si pronunziuveccia.il numerale sei si pronunzia si ci; mentre che nel setti la e riman dura. Nell'alfabeto italiano manca il segno corrispondente al suono dolce che prende la e nelle parole V e n t u, p r i- senti, rcnti ecc. (vento, presente, dente). Quando si pronunziasse vientu, prisienti, rienti, non si renderebbe la fonica di Noto. Molte parole latine che in italiano hanno per epentesi mutata la e in io, qui son rimaste come nel latino: foli, petra, meli, queti ecc. La o che porta accento nella voce primitiva, diventa |, allorché nella parola derivata racconto passa sopra un'altra vocale: fersa, fir- s i ar i; pcs t i, 'mpislar i; me 1 i, amm i 1 a ( u CCC. (ferSQ, peste, miele). La e che nelle corrispondenti parole italiane non porta accento, qui, come in tutta Sicilia, si cambia ordinariamente in I. Non poche volte diventa u: purtusu, sucutari, tur- rinu ecc. (pertugio, seguitare, terreno) in sic. pirtusu, siquiùfre, tirrinu. Si cambia pure in t, quantunque vi posi l'accento, allorché era i nella parola latina: v i- yiri, dignu, firi, signu, pignu ecc. (libere, digntiSj signus ecc.). § 3. — La t diventa spesse fiate u, quando sopra essa non posi l'accento della parola : st ùputu, sùbùl u, 'ri n urd u n at u ecc. (stu- G pido, subito, ordinato. Presso gli antichi scrittori latini si riscontrano ugualmente ejéisìu- nto, dissupo, optumus. La t seguita da m tende nel processo fonetico di questo dialetto a cambiarsi in «». Còsi il lat. iaoitius e gli arcaici inìbisari, imbattiti, in ver (Cfr. vita del B. Corrado), sono adesso divenuti ammizzi, ammlzzari, amivi attiri, ani mèri (iiv-mm; V. § 11). 8 4.—Sovènte la o in principio di parola si mula in a: arni ri, affisa',' agghiettu (orto- re, offesa, oggetto). In fine di paròla diventa a, come in Inda Sicilia; però, si Fa osservare che alcuni paesi i quali parlano il sottodialetto di Noto, conservano spesso la 0 finale. Nel mezzo la n, se era u nella parola Ialina, e molto più se vi si trovava in posizione: cruci., (ila, mugoli ieri, sùrfuru, unii a ecc. (erucóm, gìtta> malici', sulphur, unda). Molte volle la o che costituisce la sillaba Ionica, si dittonga e diventa no: muorili, ruos- su ecc. (morto, grosso). § 5.— La ii in qualche parola si sopprime, in qualche altra si aggiunge: rumenta, vu- razzu ecc. (giumenta, braccio). .Suoni che prendono l<- consonanti (sono disposte secondo l'ordine conni ne e senza riguardo alla classificazione suggerita dàlia loro natura). § G.— La l» in principio o in mezzo di parola 7 passa qualche volta in c: vivili, frevi, tri- yuìu ecc. (bere, febbre, tribolo). La uu seguita da t, come nell'indole della lingua siciliana, qui diventa «gin quasi sempre: cagghia, rragghià, negghia, sug- ghiu ecc. gabbia, rabbia, nebbia, subbio). Rare volte rimane; ricordo fibbia, t abbi a. Osskiivazione — La voce dubbiu, registrata nei Vocabolari 'siciliani, non é fonologicamente del siciliano dialetto. Il popolino, dove solo può trovarsi la purezza del linguaggio, non ba questa voce. Esso ha invece dubita, li d ubi tu trovo pure nella Vita del I). Corrado. La Croi naca siciliana del ili'liellamnilu di Sichilia {Cod. San Giorgio Spinelli) ba dubilusu e non dubbiu su, conio in un allio testo stampalo si legge. Cfr. Di-Giovanni, Leti. Si- cil. V. II, pag. Gì). § 7.— La © si conserva;anche quando è dinanzi alle vocali dolci i ed e, essa giammai si muta nella corrispondente g. Non so perchè alcuni scrivono noli giano, mentre qui dicon noti ciano. Non mi sorprende che lo dicano gli altri Siciliani, dei quali alcuni dicon pure gitati, gitatinu, Sigilla, rVginu ecc. (per la stessa ragione onde d u c e m, a u c e 11 a, c e 1- sus ecc. diventarono doge, augello, gelso); ma coloro che parlano il sottodialetto di Noto e non mutai) mai la e in //, non han ragione di scriverlo. Cf. 8 io. Osskuvazioni;. — In Piazza, dove si parla un dialetto lombardo (in da olio secoli addietro, allorché le nozze di 8 Ruggiero e di suo figlio Irasaero buon immuro di Monfer- rini in Sicilia, l i ci si pronunzia giti, li notabile elio in Buccheri e Fella, comuni che parlano il Noliciano e dio sono molto distanti da Piazza, si dica ugualmente ijìu oer ci. Ce*, e anche e*, non rare volle diventa S3k azzaru, L ùzzi li {acciaro, Lucio). Nei sovente fa nz: pan za, e un za ri ecc. vw diventa sempre ei ; in Nolo dicono costantemente maccia, ciò vu, ci u.-sa ecc. (miechia, chiodo, chiuso). Paiono un'eccezione le voci cianchieri, bicchieri. Però non lo sono, quando si stia bene ad ascoltare i nostri contadini, i quali pronunziano ciankieri, hi kk ieri {macellaio, bicchiere). OssenvAZiONE. — In tutto il resto dell'Isola la clii si conserva. Solo ciocca {chioccia), a mia cognizione, ha il Palermitano e cianci ri {piàngere, sic. e,fiià h c11*i) quel di Catania, di voci foggiate secondo la Ionica del sottodialetto di Noto. X.— La <1 si cambia molte volte in v dolce: ronna, rormiri, canni ecc. {donna, dormire, caldo). i'I la stessa ragione eufonica per la quale i Latini da medidces fecero meridies. (Quint. Inst. orai.) Quando è in principio di voce ed è preceduta da ima parola accentata, oppure da un monosillabo forte, rimane sempre d.In questo dialetto sono monosillabi forti: su, chi, tri ecc. (se, che, tre). Sono monosillabi tenui: In, la, mi, ti, coi, si ecc. Ond'è 9 che si dice: su d ti marti vini ti, (se domani venite), ch'i d i à se h i c i faci f i ? (òhe diaseol fntet); la ronna, lu rirtarù ecc. (la donna,; il denaro). Soventi fiate la *1 divien i; specialmente tutte le volte che nelle corrispondenti parole latine fa t: batia, patedda, strata, spata, patri, ma tri ecc. La dd si conserva: addurmintari, addi ■/. 7. a r i (addormentami addi'à^are). § 9. La f non vien mutata. Fin, flu, come in tutta Sicilia, anche qui passa in scia e scia dolci; questo suono non ha segno corrispondente nell'alfabeto italiano. Gli scrittori siciliani preferiscono scrivere ci anima, eiafu, ci li mi (fiamma; fiato, fiutile)', e non seiamma, sciatti, sciumi; perchè in questo caso non avrebbero poi il segno per esprimere il suono sibilante di caseia, scinniri, sciai u ecc. (cassa,, scende/ •<>, scialo). § 10. — La K torna quasi sempre alla primitiva j : j ab bari, j addii, pajari, ajru ecc. (gabbare, gallo, pagare, agro). Osseiivazione. — Nella voce f i u r a (figura) parrebbe che la g venisse fognata; ma in sostanza essa é pronunziata fijura; e chi sia attento alla parlata dei contadini, se ne avvede subito. Quando la g non passa in j, diventa inevitabilmente c: cuvcrnu, sicrétu, ccusu, spi- 10 c a , curri d a 1 u, (governo, segreto, gelso, spiga, barellato sic. giirriddatu). «ti», ««', «I, «io, sin, qui si pronunzia glita, ghie, ghtij ghia, ghia, Non c'è parola clic sfugga a questa pegola: giallo, genio, giglio, giojo,, giusto qui si fan ghiarnu, ghieniu, ghiigghitì'» ghiqja, ghiustu. OssunvAZioNE.— Pure addirittura che l'avversione a pronunziale la y dentale dipenda da conformazione organica. La () costantemente gutturale costituisce uno dei caratteri più notevoli di questo sottodialelto, e trova un riscontro nelle voci italiane ghioca, agghiellivo, conghieltura. Appo i Latini essa mai non venia pronunziata dentale: nello slesso modo che negli Abbruzzi pi mette una sarrissi, tu Còrni tu o sarrìssitu, iddìi forra o sarrissi; nui 93 itti fòri-uniti o snrrìss jrnu, vui fòrruvu 0 sar l'ìssuv.u, iddi Còrni mi o s arri ss unii. Essa è al certo la fomia italiana /ora, ornai disusata e permessa soltanto in poesia. Che giova però al Noticiano di averlo intero, se egli adopera, indifferentemente forra e fussi ? ÒssEnvAziONÉ. — LNisò del condizionale e del presente nel soggiuntivo è min delle maggiori difficoltà clie deve superare un siciliano per parlare o scrivere l'italiano.] jfJn Wffritanfch del pYéseiile del sogg. lo fa sempre stare all'ella, affine di non adoperare avessi per abbia ecc. tìn ignoranza del condiz. lo obbliga a studiare l'azione di questo modo; perocché in siciliano un'idea possibile viene espressa con un tempo dell'indicativo. Sono comunissimi questi costruiti: nun crìrn ca veni; su iu n n n p a r r a v a, e u ' s a com u f i n i a ; su 1 u c i r- cli i r r ia , 1 u t r u v assi ; nun s a c c i u su parlassi; die in italiano verrebbero letteralmente tradotti rosi: voti creilo che viene; se io non parlava chi sa come finirà: se lo cercherei, io trovassi; non so se e' parlasse. E il siciliano volea dire: non credo che venga; se io non avessi pal laio, chi sa come sarebbe finito; se lo cercassi, lo troverei; non so se pal lerebbe. Senza tener conto del rarissimo uso del trapassato ri- moto e del futuro anteriore, dell'uso dell'ausiliare avere col (piale si coniugano attivi e intransitivi e lo slesso essere ( a ,j u s l a l u , a j u p a r t u t u ecc.), fermo l'attenzione del lettore sul concetto poco esatto clic i siciliani hanno dei tempi dei verbi. 11 presente è adoperalo invece del fuluro, il passato rimolo pel trapassalo prossimo. Quando dicono: vinistuvu, parlìslivu, qui s'intende: siete venuti, siete partili. Non si dico mai: Duma ni ci vi- 24 nirrò (domani terrò); ma ruma ni ci vicariti. Quel ciotto uomo che ò il Prof. Melodia, mio concittadino, ha comproso queste incertezze del nostro dialetto, e nella sua Grammatica, innanzi a ciascun tempo, ha mosso un avverbio che servisse a caratterizzare l'epoca della sua azione: oggi io amo, quando io amava, jeri amai, stamane ho avuto ecc. Questo valentuomo e benemerito delle Lettere e delle discipline didattiche per aver con perseveranza sostenuto che a ciascuna Provincia d'Italia fan mestieri libri speciali per l'insegnamento dell'Italiano. E siamo pienamente d'accordo. g 3S.—Malgrado l'avversione di accentare la parola, nella seconda persona plurale del co- mandativo si dice: purtà, tini, mustào moscia; apocope di partati, Uniti, mostrati. Nella 2" pgps, singolare fan pò, mù e tè. 8 39.— La uscita della 3 l persona pi. di tut ti i tempi è in unii: àmunu, amàunu, amara n li, amassimo, amirrìunu; sèntunu, sintiunu, sintìasurii, sintirrìiinu. Sono eccettuati il futuro, che in ambo le coniugazioni finisce in rannti, e il passato riinoto della 2' 1 che costantemente finisce in erti: finieru, sinticru. In gran parte di Sicilia dicono amami, cercanti; la nostra forma si avvicina più alla fiorentina, dove si fa amano,, ] cercano. § 40. — In Modica, Spaecaforuo, Rosoliui e in alcuni comuni dove è parlato lo stesso sot- fodialetto di Noto, la terza persona pi. del perfetto si fa finire in arra; o in erra, se 2r> appart iene alla 2 n : p i g g h i a r r u, f i n i e r r u. fi notevole negli stessi comuni la coniugazione del verbo notarile stare: Pres. ind. Staggititi o staju, stai, stapi; sta- pìmiij stupiti, stanti. Pcnd. ind. Stapìa, stapèutti, stapla; stapèti- rntt, stapèuvti, staplunu. Pass. rim. Stapii, stapisti, staplu; stapimmu; stapistrti, stapèrra. Fut. ani Stagghirrò, starmi, stapirrà; sta- pirrcmu, stapirriti, stapirrannti. Pcnd. sogg. Stupissi, stapissitu ecc. Cond. Stapirria, stapirriatu ecc. In Noto queste flessioni sono sparite; c'erano però un tempo; e il Canonico Pugliese, nelle sue ottave adopera staci a per stacci. Staci a vien da stapia, cf. 15. Il passato ri moto di v i r i r i (vedere) è vitti, viristi, vitti; vittimu, viristru, vìtti- ru. In Noto e in qualche altro comune si dice pure visti, vìstimu, vistifù. I Noticiani dicon vuoju (voglio), giammai adoperato nel Modicano; si dice pure, come dappertutto, v u o g g h i u. Voju adoperano pure i Latini della Valacchia, i quali l'usano frequenti volte per formare il futuro: voju cun- tà (canterò). La 3" pers. sing. del verbo dari fa desi; i contadini in certi luoghi dicon davi, come trovo nel noticiano scrittore sopracitato. Hagghiu (habeo, abjo, aggio) è più usato di 26 aju (ho). Però mi son afccorto che in Nolo afa si adopera por ordinario (piando è precesso dalla, negazione: min aju, non nn'àjU. Degno di noia è il gerùndio preceduto dalla in: 'n sennu,'n partennu ecc. (in essendo> in partendo). Nei verbi italiani elio han doppio participio, debole e forte, gti e(|iiivalenii nostri [preferiscono la forma debole: assulutu, non as- soltu, ci r ù tu non cessu, sprimùtu non espressu, rinnutu non resu, sipillutul ecc. ecc.; quantunque si preferisca la forma forte nei verbi o p pèndir e, v tri ri e qualche altro (appisu, vistu). Il verbo anomalo dovere qui dal basso popolo è ignorato, o usalo ben di rado. Io ho inteso invece adoperar il verbo avere seguito dalla particella conforme al modo italiano: bàli 'N'ari, hé 'ppartiri ecc. (dovete fare, debbo partire o ovete a Jave, ho a portiiv). Osservazione — Moltissime voci verbali che si trovano in italiano, mancano allo intero dialetto siciliano: argomento fecondo di studi per la storia e per la lingua nostra. Però quando io dico mancano, si sottintende che c'ó l'equivalente, il quale non mi è dato portare in questa rapida rassegna. Il Siciliano ha nel suo linguaggio armonioso e llessihile uno strumento clic rende le più lievi ombreggiature del sentimento e del pensiero; ed esprime con esso le più delirale sfumature di dubliio, di sorpresa, di speranza e di supposizione. Egli ha inoltre il vantaggio di far più calzante una frase, più ellicace una parola ac- 27 compagnandola con un geslo significativo, con un moviménto d'ocelli e di labbia elio sfugge a chi non è dell'isola Certi movimenti appai tengono, direi quasi, esclusivamente a certi popoli, che li tramandano costanteménltì insieme colle specialità fonetiche e col colore degli occhi e dei capelli. § 41. — Avverbi e modi avverbiali ohe appartengono specialmente a questo sol (odia li'ilo, sono i seguenti, di cui il significalo è nell'annesso vocabolario» Addcsi, addirora e arora, a fiat lamenti, appaccussì e appaccuddì, atto ma, assi s sì, iàutu, inno, manu manti, nca?, ogglti, pi sì e pi no, squasi. Giova notare che in Buccheri e Monterosso innanzi all'affermativo sì mettono la particella ria che lo rafforza: Na sì; a somiglianza delle forme italiane inaisi e mainò, e dell' antiquato madiesl. § 42;—Mancano al sottodialctto di Nolo gran parie delle congiunzioni composte colla par- particella che: perciocché, perocché; stantechè ecc. Adoperasi comunemente per tulli i significali pirchì, e all'uopo ghiacciti (giace!)/'). Notevoli: uro, uremmi, in certi luoghi vremmi o vremma (lat. idem: i=u, d=r)\ stanno per ancora, pare. Squas i, nel senso di cioè, intendo dire, corrispondente ai lai. nempe, scilicet. t= Su e suddu che in gran parie ili Sicilia, fan sì e sidd/t,(se, se egli; lai. si illc). % \:ì. — Alla preposizione avanti si fogna 28 la v e si fa ùnti. Addirora, o arorn, è usato spesso per circa c incirca. Notevole è a m m e- ri: verso, inverso {in ver; inviatimi). La forma nti (it. in, lat. intus) è ordinariamente adoperata nel singolare; n t a, comune a tutta l'isola, nel plurale quasi sempre. Fora viene soltanto usato per indicare in campagna, fuori delle mura. 'Ncianu sta per fuori. Onde ri 'ncianu, di fuori. % 43. — Esclamazioni di sorpresa, indegnazione sono: Beh !, Mbeh !, bah !, mbah ! (come f, Chef, Oh!). Di meraviglia: bih! (oh!). Per dolore fisico: ai ahi! (ahi!). Per dolore morale: am a r a iti i a !, m ischi- nedda miai Ordinariamente dicono p'u'^e: conni fazzu! comu ti etili? (Misercllo me! come faccio ora, che cosa dico ?). Di maledizione: arma mmarritta!, arma ri riavulul (anima maledetta, anima, di diavolo!). Di minaccia: squasi!, ah buonu! (Cfr. Voc.). IVimprecazione: Fuocu ri l'aria!, mala n n u e e u rt u ! (Fuoco dell'aria ! che ti venga il malanno e che ti venga presto). Puh! esclam. d'abbondanza; quasi ! di chi si sovviene; ammaniva,]a! di chi vuole scongiurare una disgrazia (a mare vada ! Dio ci liberi!); Din ca lu fi ci! è l'esclamazione delle incinte quando vedono alcun che di mo- 20 struoso o di meraviglioso. Chi chiama, dico: a b ni ! (« voi!, Olà!). ^ 44 — Le parole italiane che finiscono in abile, ebile, ibile, qui si fan terminare in a b n 1 i, ebuli, ibuli, (Cfr. §3.) Dcbuli, anziché dall'italiano debole, vien dal lai. debilis. Alcune parole che in italiano han la liscila in iea , qui prendono la desinenza in ìeala : i'urmìcula, ardì cui a (formica, ortica). Se la lingua italiana ha cambiato in aggio molte parole latine in aticus, qui son rarissime quelle che han conservato la terminazione In atico. Lo stesse parole stallatico, companatico che in italiano sfuggirono al processo fonetico che dovea trasformarle, qui si dicon staddagghiu e cumpanagghiu. Mancano le voci in evole. Le voci in aggine si mutano in dina: pur- pàina, v urrà ina ecc. {propaggine, borraggine). Le parole in ajo ed aja qui prendono la desinenza in ara ed ara: ghiara, tur nani, palummaru ecc. § 45. — Il suffisso ìsimu ai nomi campa- gnuòlu, viddanu, scarparu ed altri, serve a dinotare il ceto: campagnulìsimu, vid- danìsimu, scarparìsimu. Il suffisso Ioni fa acquistare a certi nomi un significato d'approssimazione: parmalò- ru, misalòru, annalòru, piralòru ecc. (lungo quasi un palmo, ecc. v. Voc. annesso). 30 I! suffisso izza-, attaccato a cèrti nomi, servo a rènderne astratto il significato: vintuliz- zu, pitrulizzù, scializzu, ecc. (Cfr. §24). Quando collo stesso suffisso si fa finire un participio passato, questo prende un senso di sprezzo e d'ironia che difficilmente può rendersi in italiano con la corrispondente eliì<■ ;t— eia: casa abbirsatizza, nnurdinatizza (casa messa male e senza ordine); vesti mi- sizza (vesta logora, sciupata). Del suffisso otta faccio notare vaddotta, ri ggh inotta, tìstolta (e. Vocab.). § 46. —Molti verbi comhicianti in p presentano la protasi, mettendo innanzi una, *>: s p i r- c i a r i, s p u b b r i c a r i (anche Filai, da pavere fece spaventare). Frequente lo innesto del prefisso » in molte voci, specie verbali, che cominciano da consonante, la quale viene raddoppiata: arrizze 11u, arriparu, atti-uvari, atturniari ecc. Per dolcezza eufonica si aggiunge spesso un a dinanzi a parole che cominciano per a: a uni ri, auceddu, auliva, auriccia, au ci di ri ecc. Rarissima l'afercsi. Molte parole latine che in italiano han subito questo mutamento, qui han conservato la prima sillaba: infutu, infanti ecc. (lat. infuliuSj infans). Non si fa mai l'apocope d'una vocale; si fa sovente d'una consonante: pi, nu ecc. (per 31 non). Ciò è conforme al genio delle lingue parlate da tempi immemorabili dalle plebi itali- lichc, come ci vien confermato da molle iscrizioni e da vari esempi di Ennio e di Varrone. La metatesi è frequente, specialmente dove, c'è la r. Molto più frequente in Avola e in Modica; nella prima si dice purditu (pud- di Iru, poledro); in ambedue si dire: bracclini, sagnu, luogou, pierzu ecc. (balcone , sangue , lungo> pie zzo). Non di rado occorre la geminazione: f r u m - mentii, camini sa, rimèddiu, ùttili ecc. Invece, qualche volta la doppia consonante delle parole italiane si scempia nel noticiano: còlira, scialaratu, catolieu, tnachir na ecc. VOCABOLI DEL SOTTODIALETTO DI NOTO I QUALI MANGANO W. SICILIANO. \o!ìi = Per quelli che semplicemente differiscono dal siciliano pel modo col quale si pronunziano, il lettore è rimandato al Vocabolario del Traina. A Abbaca e Obbàc li, sdì. Bari abbaca vale lasciar fare,dar comodità di fare (Lat. ob ago). Abbannàri, v. a. Mettere da banda, § Abbannàri la porla: socchiuderla, abbatterla. § In sign. neutro. cadere da una randa. Abbinirlchi! Sic. Binidkhi. Accapàri c ac- cabbari, v. a. Finire, terminare. Acca r p à r i, v. ». Si dice degli alberi che trapiantati attecchiscono. AVOLIO — CANTI POPOLARI. Accimalari, v. a. Ferire leggermente con arme da fuoco. Si dice ordinariamente della caccia colpita appena, quasi ferita in sulla cima delle ili. Part. accimalatu. Acqu alóni, ». m. Addetto alla distribuzione delle acque; fontaniere. Ad darò r a. V.Arora. Adderiàri, v. a. Allegrare, esilarare. Addò ria, 8. m. Allegrezza, sollevamento di spirito. Addèsi, e ad dosa, avo. L'anno venturo: pujrrò mi là ora , mila addesi: ne pagherò metà a 34 ora, mola l'anno venturo (dal lat. desidue, o da deses). A d d i e à v i s i, rifl. Soffrii' dispnea, infastidirsi. Addicaziòni, s.f. Dispnea, fastidio. Ad di muràri za, s. f. Tardanza, indugio. A d d i m u s c i à ri, v. a. Di mostra re. A dd i n t icàri, v. a. Afferrare, ghermire. A ddi vàri, v.a. Dare, procurare padrone. Addi v à risi, rifl. Prender padrone. Affattamenti. Affatto affatto. Affònnirji. Sic. Of- fenniri. A ffìsa. Sic. Olìisa. A l'I r i ii zàr i e affi* i n z à r i s i. Rabbrivi- dire, sentir ribrezzo. A ffri nz u, s.m. Ribrezzo. A ffu fari, v. a. Dire con violenza. Si dice pure, del soffiar che fa il gatto (pian lo si arronciglia per minacciare e porsi in difesa. IO adoperato sempre in sign. attivo (Dal lai. affnlio, in; a. i). A ffù tu, s.m. Parole violente. Il soffiar del gatto. Aggriz z.b v i, v, n. Raccapricciare. £ Furi aji* ffrizzari li earni: far venire la pelle d'oca. A g g v i z z ù il i ri f r i d (1 u . Brividi. Ah buon u...! Reticenza di chi si sorprende al vedere una cosa che non va pel verso. Che... ! Che du.nqu,e!?--. Allan z àr i, v.a. Ferire colle unghie (Lai. la- iùo\ a.r, a. I ì. A 1 la pn z zi) ri, v. a. Colpire con sostanze molli 0 dispregile. Si aUapazzi un corpo, quando gli si scaglia un pugno di fango o di sabbia, o (piando gli si spara coi piombini ( Lat, lapide* judo). A 11 u sci à vifVÀ. Trovare. Sii;. Astiati, Il no- ticiano si accosta più al lat. da cui la voce deriva (7apso^s):poicUè chi trova, si abbassa per raccattare. A I 1 i a z z à r i. Sicil. Alliga zzari, Alìiggh ià! u, afff. Lesto, che cammina, salta 0 opera con speditezza. A11 igii a ni ài, ii, agg. Che ha bel legname Si dice d'un hello e grande albero, e per melai', d'un uomo robusto. I/'. ossa, mi diceva un contadino, sono il legname dell'uomo. Ali una tu, agg. Così si dicono i pesci, quando la loro carne per incipiente putrefazione lia perduto la sua consistenza La putrefazione in questo caso sarebbe promossa dalla Lima. La scienza ha dato ragione a questa osservazione popolare. Si sa adesso die il faggio lunare possiede una potente proprietà atti ni ca decomponente. Al hip ari, v.a. Guastare. Prostituire. § Allupar!, In fiscuvsn: fare un bordello di grida (Dal lati htpor, arte', dep 1 ). Amarèddi, */ Pianta selvatica delle Croci fere, buona a mangiarsi: Sinapis incana (Sic. Lassimi). Amèddi, s.f. Nun vu- liri ameddi si dice di chi sfugge da una sfida o provocazione. VAslér amel- lus, chiamalo in Palermo Asteratlicu, è una pianta di cui fa decozione veniva adoperata nelle ferite. Ammaccunà vì,v.a. Ammassare alla rinfusa sostanze di poco conto; cosi: Ammaccuiiari fumeri, 35 gettar lo stallatico in un mucchio. Ammalar i à t u, aggi Malandato per malaria, cotto dalla terzana, infermiccio. Ammaruvàja! Esci, die si adopera per scongiurare una notizia funesta, o un pericolo: Vada a mare! Dio ce ne scam- Pi» Ammasàri , v. n. Sbalordire, sorprendersi, rimanere stordito per forte meraviglia (Dal lai. macio, as). A mmà 11 i r i, v.n. Ca- pitare. § Ammattitisi a unii pi davanti: rimproverarlo, maltrattarlo. Da imbattivi; cfr. § 3. dello studi comp. A m m i n azzùn i,.s.m. Minaccia; si usa pure nel senso di ■ rimprovero, lavata di capo. Amm intàri. Inventare. A mm i ràrisi. Guardarsi allo specchio. Vieri, forse, da mirarsi in (im am). Amm i /./ari, r a. Insegnare. Nella Vita di S. Corrado (Cfr.) c'è imbiza- ri, che adesso non si adopera. Lo slesso Ani ai izza- ri lui alquanto d'arcaismo. 36 Vich, credo, da vitio, às; a. I; e forse da una for- mà plebea invitto: viziare, come chi dicsse insegnar vizii; e poi fu adoperalo per insegnare assolutamente. A m mi zzi, avv. Malgrado. Si adopera sempre seguito dalla ea (clic). Am- mizzi ca riunì, ammizzi cà parrai (Dal lat. invile o invili nx). A m nvurrà ri, v. n. investirti gridando. Fig. Agire senza riflessione e con violenza, proprio dei villani e degli animali. Imbestialire ( Dal lat. plebeo Murra, as). A in ni use i uri. VMa- sciaci. A musciàru, avo. Alla rinfusa; si dice di sostanze etorogenee but- tale giù nel ciarpame (lat. misturimi; ms, quo vintila aqna miscetuf: i -u, Str-;c'). Anhac iàri, va. Bagnare, inondare con liquidi provenienti da sporcizie. An na Iòni, affff. Che lia un anno, o giù di li. Annurdinatu, agg. Ordinalo, ravviato, ben inesso. Kìii i. Avanti, innanzi. A pp ! Vóce dei cacciatori, colla quale si incitano i cani che essendo sulla passata della lepre, ghialtiscono. H apocope del lat. apage, o del greco à-ays ? Appaccussì. F.Pac- cussi. A ]) p i r i cu n à l'i. r.n. Camminare a passi brevi e celeri, come fan le pernici. Appli licù l'i, V.1I. Salire, arrampicare. § A/i- pvlicarisi: venire a zuffa colli' inani, proprio delle Ireccok e dei monelli. Da pulex, ÌCÌS si è fallo questo verbo che esprime l'alto del pulce che si arra ni pica. Ài'bau u, s.m. Pioppo: Populns nit/ra. § Ar- banu jancu: Popùius attui. A re i a, s.f. Pianta fluviatile: Tipha lati fidi a. A.rma 'rìnuccén- t i ! Esclam. di commise-' razione pei bambini. Arnia, ri riavalli! Edam, comunissinia dei contadini di Nolo, verso la persona contro cui sono in ira: anima di Demonio, brigante e peggio. A ròciulà; s.f. Specie di pianta: Poteriam api- 37 nomm (Sic. Pimpinedda spi n usa). Aròra e a<1ru, . afjff. Si dice di tulli i corpi a macchie bianche e nere, come son le ali della Cazzerà (Corvus Pica, L.) Carpari, v.a. Prendere, afferrare. § Dar addosso colle mani. C a r p à risi, rifl. Strapparsi i capelli per dolore o per disperazione. Carròcciulu. Sic. Carrocciu. Carr ucciul iàri, 40 p/1, Condurre in carroccio. § Carrueduliùrm, andare in carroccio. Case-i freddi, s. /". Specie di pianta: Tetrago* nobus purpureus (Sic.Tri- fogghiu a ciuci grandi). Caspitàna! Capperi! Cau rara, s.f. Donna di mal affare. Cau rarùn i, s. m. Pegg. di canraro. Cau san za, s.f. Cagione. § 'Ncausanza, a cagione. Ciappavana, s./. Specie di pianta: Cercis giliqitastrum (Sic. Te rei-riniti ). Ciapperedda, sf. Specie di pianta: Raiiun- culits ficaria (Sic. Orici-Ina di Judeii). Cciappèdda, s. f. . Pietra piatta. § Jucari é eciappeddi si dice in Nolo un giuoco che fanno i contadini lanciando delie pietre piatte verso un lecco clic porta sopra delle monete. Vince chi, rovesciato il lecco, ha la sua cciappèdda più vicina al danaro. Ce i a ppòl ! a, s.f. T. dei murifabbri. ì) quella pietra piatta, buona a murare. Cotta, s.f. Voce arcaici Legacela, attaccagnolo. Getta* sf. V. are. Sedia ( Lat. tede». Gfr. § 17). 0 iacea, s.f. Nel Mo- dicino si adopera per fenditura, screpolatura. Ciac e azza; s. f. Fenditura in una rupe, in un muro, nel terreno. Ciac cara, s.f. Fiaccola. Ci aita, s. f. Chiacchiera. Cianuòto, s. m. Che ha terre in piana. Ci arai il u, s.m. Cosi qui si chiamano cedi cerretani che maneggiano con familiarità un serpente; essi si vantano protetti da S. Paolo e fan gl'indovini per un soldo. Ciarènza, s/. Nausea, vomizione. § l'igghia- ri 'n ciarenza, prendere a nausea. Ciarùra, s. /. Chiarore. Ciaulùni,*.»». Verga da innestare.Probabilmente dal lat. Stolo, onis; o da una forma plebea SU-olo; cf. § 17. Ci ch'i (Ma, s.f. lucciola noja, affare di poco conto. Cicìdda,*/. Trottola con capitello. Cigna, s.f. Cinghia. C i lò n a, s.f. Cicaleccio, e anche frastuono di gente die parla o grida. Ciminùddu, s. m. Specie di pianta: Bnplc- urum protractum (Sicil. Pirfaliata), C i ò c c u 1 u, s.m. Cosi nel Modicano chiamano un pane grande. Ci ri ri si, rifl. Sottomettersi, umiliarsi. § Lagnarsi. Ciròpica e Cirò- bica, s.f. Propoli, pisso- ccro. Ci rùni, s. m. Sedia, sedione (v. are). Ciumistèddu, s.m. Questa voce non è un diminuitivo di citimi, ma una voce composta di dumi e di 8teddu; che vale secco. Realmente si chiamano ciumisteddi i torrentelli, ordinariamente asciutti. V. Stedda. Ciummàta, s. f. Schioppettata. Ciuncazzìa. Sic. Ciuncanzia. Ci uri tu, s. m. Prudore. Ci uri ri. Prurire. Còzz.a, s. f. Scorza, corteccia, pericarpio. Crapunàgghiu, *•»». Terreno scosceso, in- 41 coltivabile, buono solo al pascolo delle capre. Esso è ordinariamente caratterizzato dalla presenza della Donax tenax. L. (Sicil. Lia ma"). Cràvèlla, s.f; Puttana capricciosa, donna stravagante e di mal co- slume. Credo che venga da crava (voce del Piaz- zese), capra. forivi g g h i ò g - ghia, s.m. Vaglio grossolano, comunissimo in queste parti. Ha la forma di un canestro, ed è intessuto col culmo della li ama e colle foglie dell'ara». Esso per la povera gente serve da canestro e da vaglio, a fin di separare il grano dal loglio, donde gli è venuto il suo nome composto. In Noto c'è il costume, anche nelle classi agiate, di raccogliere il neonato fino all'espulsione della placenta, sopra un crivigghioggiu pieno di paglia e coperto da un pannolino. Si vuole in tal modo far alto di umiltà, e si fa la commemorazione delle povere condizioni in cui nacque il Redentore. Crisciunèddu,s.m. Specie di pianta: Anagal- 42 Hs arvensìa (sic.Cugghian- dreddu). Cu o e i a, s.f. Focaccia di crusca in cui si lascia un zin/.in di semola par* chè abbia un pò di coesione. Si mangia dai poverissimi e si dà ai cani. Cuccumèdda e Cu re uni e (Ida, s.f. Breve spazio, ordinariamente della figura d'un paralellogramma , difeso da muriceiuoli e ripieno di humus, per coltivarvi fiori o altro. C U1 i n t à ri, v.a. Bagnare da capo a piò. Vien da! verbale adenti (V. § 1), clic vai bulinalo fradicio. Pari. pass, culintalu. Cumpiata, s. f. Compassione. Cuncunàta, s. f. Convito fra amici. Bagordo. Cun.faldini., s. m. Specie di pianta: Dipsacus sylveslris ( Sic. Cicirimi- gna). Cuòrill, 8. in. Donnaccia, donna di mal affare, vecchia brutta. Cuojo. Cuònzu, affff. Si dice degli animali clic hanno la forma elegante, il corpo breve e la groppa rotonda; contrario di pizzuta (liat. comUis}. Cùzzu, s.m. Monta- gnuola. C u m m o g g h i a - e u i-cùpa, s.m. Specie di pianta: Jli/pericum cri- spina (Sic. Pirici) ccu foggili rizzuliddi.) Curcòpoe Kirco- pu, s.m. e Albicocco, albicocca. C iird i ari, v.a. Legare un animale con corda al piede, affinché non si dilunghi. CurrdgghjLu, s. m. Canale da acqua, fontana. § A curruiighiuni , fluente, in copia. 0 Dùbbitu, s. ni. Dubbio. Dul/bitùsu , agg. Dubbioso. Ddurbu, «.ni. Specie di albero clic fa sulle sponde dei fiumi: Piala- nus orientali^. D i s i p a r à r i s i. Di- vidersi, allontanarsi.] Dóvi ttu, agg. oppresso, sottomesso. Voce are. (Dal lat. deviclus). Erva-di-sita, s. f. Specie di iiiauta: Reseda luleola (Sic. Casciscia, o Erva mulinarci). F Fara, s.f. Aria bruciante clie vieti da un corpo icnescente. Fa rat a, s.f. Colpo d'aria calda, corrente d'aria infuocata. Fasulàru, agg. Piccolo quanto un fagiuolo. Fataciàri; v. a. Ammaliare. É l'atto col quale i Fati esercitano la loro potenza. F a t a c i ù n i, s. m. L'aura potente dei Fati. Si adopera col verbo jil- tari. Fattìzzu, apg. Fatto con poca cura. § Fattìzzu ri casa, scialacquatore. Fata, s.m. Essere soprannaturale, potente c benefico della mitologia popolare. § Vurria siri Fa/«,dicono in Noto quando si desidera far presto, o si chiede l'impossibile. Fauni, fauretta. 11 Traina porta Fauda e Faudetla. In una buona metà di Sicilia si pronunzia colla r. Favaràgghiiij s. vi. Bagolaro: tkltis Au- slralis (Sic. Milliccucchi). f.ì Ferma ri pirata. Orma. Figghjiazzùni, ». m. pegg. di Figgimi. Fi- gliuolaseio. Figghiazzunàzzu, s.m. pegg. e dispreg. di Figghh i. Figli uol ucc i accio. Ftj Cu-a (Sic. Filtra). Filar èra, s.f. Fi in. serie di cose che seguitano l'ima all'altra per la medesima dirittura. F i l à zza, s.f. Fesso sottile,' filiforme. Fi 1 a/./.rdda, s. f. Picciola fdazza. Filinùna, s.m. Fil di nona, fil di vespro. Le ore pom. dei giorni estivi. Fina ca. Finché. Fi nari, v. a. Finire, terminare. È difettivo. Fintizza, s.f. Finzione. Firiòtu, s. m. Chi traffica nelle fiere. Firsiàri, v. a. Tagliare o lacerare a strisce. Fora, prep. Qui si adopera sempre per campagna: Cd vieni fora? Vieni in campagna? Quando i Noticiani voglion dire fuori, adoperano 'n- cianu. F r a c c u, agg. Magro. Fra mi n i u , agg. Rosso vivo, rosso fiamma. 44 Fri se ina. (Si mi nari a) Maniera di seminare, spargendo il frumento lungo il solco lasciato dall'aratro. Fumaci a, s.f. Sollecitudine, fastidio. Furnaciàri, v. a. Dar sollecitudini penose. Portar fastidio. Fumaci arisi, rifl. Infastidire per sollecitudini. Fur rari, v. a. Lanciare (Frane, fourrer). ci Gghiòvi, s. m. Si dice di uomo che ha eccellenti qualilà: È lu Gghiòvi di l'ommini. § Eh... Gf/hiovi! satirizzando: Eh... nomo grande! Gghiucca, sf. Cappotto dei contadini, ordinariamente d' una lana grossolana, nera con cappuccio e maniche, lungo lìn sotto il ginocchio. Ggh i u g g h ì a n a, s.f. dosi si chiama l'acqua che gocciola dal letto, quando per copia di pioggia le tegole non son capaci a tenerla. Quella che gocciola da una tegola rotta, si chiama sliz 7 -a- na. Ggbiustisi, agg. Voce are. Giusto. Gnicu. V. Ncicu. Gnùria. V. Ngnu- ria. Gren. Grande. I Iana. Sic. Gana. la,rdinòri, s.m. Ortolano. Iardìnu, s.m. In Noto chiamali jardinu quel pezzo di terreno irriguo che si coltiva ad ortaglie. Iar sitili a, s.f. Scottatura. Iarsù ra, s.f. Arsura; sete ardente, patologica. latta, s.f. Gatta. I m c n t a, s.f.G\u menta. Imintùla, s.f. Giumenta di picciole forme. In cari ri, v. a. Raccomandare. Inno, avv. In Noto a chi si dà del tu, si risponde No; a chi si dà del voi, o quando si risponde a molti,si dice limò; Non- zìg nitri e Voscenza no a chi si dà del Signore o dell'Eccellenza. Ireu, 8. m. Specie di pianta: Melilotus. li Làiìisi, s.m. Lapis, matita. 45 Là cinti, s.m. Specie di pianta: Vitcx ar/nus-casini (Sic. lignu-castù). Làccùitni, s.m. Cosi vieti chiamata ogni sostanza animale bianca c mocci- fonne. Onde laccami vengono dette le secrezioni dell'epitelio portate via degli escrementi ; laccami quel liquido trasparente, secesso dalla membrana gastrica e mandato col vomito; taccuini è la secrezione alhuminoide delle gondole salivari, foriera del vomito; ecc. Lascia ri. Sic. Las- sari. _ Latina, agg. Tulio ciò che non è selvaggio. Le piante coltivate, gli animali domestici sono latini. Lattuchedda, s. f. Specie di pianta: Scorpia- ras vermicalala (Sic. Cudi di scurpiuni). La vanne ra, s. f. Lavandaja. Li ama, s.f. La foglia del Donax tenax. Lingu a-d i-v o i. Specie di pianta. Chiamati cosi non il Baglossam, ma VEchilim. In Palermo lo dicon Sacameli, c lo confondono alla loro volta col Cerinthe che chiamali pure Sacameli. Lì ti cu, agg. melatesi di liqaita, liquido. L u c i àn a , sj. Donna pettegolai § Pane cui si dà la forma d'una pupattola colle mani ai Ciancili. Luògtl ù, agg. Metatesi di ìliongw, lungo. Lupin n, s.m. Lupino. M Maccarruxi, s.m. Specie di pianta: Euphorbia (Sic. Camarruni). Maccàturi. Sicil. rauccaturi. Maccitèdda, s./. Picciolà rama; alberello. Mac cu ni, s.m». Ammasso di sostanze di poco conto. Magghìsl ri, s.m.Così vengono in Nolo chiamali i preti. Forse per somigliarli al Divin Maestro. Forse perchè un tempo essi soli insegnavano: erano i Maestri per antonomasia. Magna nè d d a , s.m. Pianerottolo di scala esterna. Può darsi che abbia preso questo nome, poiché le donne vi si assidono a lavorare con lo strumento di questo nome. Ma lab brìi su, agg. Sgarbato [malo per uso]. M & iò-gghi, s.m. Parola composta come ma- 40 lamio [mal-oggi], c ne Ita I» stesso significato. Man ci b il i. «^.Mangiabile. Cfr. St. comp. §§ i. M a n i à r i s i, tifi. Muoversi, sbrigarsi. Manicciòla, s. f. Manipolo, fascetto, manata di qualche cosa (Lat. ma- nieiohim). Man tasi nu, s. ni. Grembiule. Manu-manu. Subilo, sollecitamente. Margiòtu, sm. Chi abita in terreni paludosi (margi). M a r t i r ì a, s.m. Martedì. Masannò. Sicil.Ma- sinnò. Mascaredda, s. f. Specie di pianta: Sklerilis romana (Sic. Strigaredda spinusa). M a z z u I i n a, s. f. Specie di pianta: Daclgìis glomerata (Sic. Affoca ca- vaddi). Qui poi chiamati pure mazzulina tutte le specie del gcn. Phalaris. Mbal 1 ari, v.a. Ciaramellare. M hòc! Esclam. di chi s'indispettisce. Mie re uri ri a, s.m. Mercordi. Mignòtta. Mignatta. M i n e i à r r u , s. m. Arnese da trappolo. Legno a gomito di cui una estremità viene innestata nel centro della macina, e all'altra si attacca la bestia da tiro. Miluccùsu, agg. Glutinoso, viscoso. Misalòru, agg. Che ha un mese. Misi ruòssi. Mesi grossi. Cosi vengono chiamati i mesi estivi. Missaggli ièri, s. m. È propriamente colui che si presenta per proporre un matrimonio. M i s t è n t a, s.f. Così in Noto chiamano il modo di tenere quoti i fanciulli in un poslo, dipingendo loro coi colori piti vivi un dolce chiamalo mistenla, che verrà portato fra breve. § Davi mi- stenla, barcamenare, tener a bada. M m a r d i z z ù ni, s. ni. Bestemmia. 'MmuscTàri, v. a. Mostrare. Mpi\icignjàri, v. a. Infettare;comunicare morbi, insetti, ecc. Mpronti, agg. Visibile, esposto. Mpu 1 icàri. V. Ap- pulicari. § Mpuhcarisi, arrampicarsi. Mùoi uhi, tfffff. Frugolo, cirozzcvole. MujCÌulùni, s. m. (lavila die si riscontra nelle pietre di calcare con- ereztonuto, o dentro un unirò vecchio. Muffita, aqg. Pallido. Murticìgnu, agrj. Clic è lì per morire; si dice propr. degli animali ragionevoli e dei pulcini che trascinano le ali. Murtiddàru, agg. Si dice d'una varietà di melo granato che ha le foglie piccole come quelle de! mirto. Murtizzi» ri fami . Si dice d'un miserabile. Mutànza, s.f. Cambiamento. Mutùrm, s.m. Villano zotico che non sa dire due parole;"uomo che parla poco. IV No a? (Del Modica no) Parli sul serio? (Dal lat. inquio, ir, defect. 3.) NiCammarari, v. ». Qui si porla opinione che una giumenta coperta da un mulo diventi sterile, o alla men peg- 47 gio, clic dia il Celo morlo. (piando sarà gravida del cavallo (Dal lat. camma- ras, i; perchè il nato resta aggranchiato). N e ;i in ni a r a I a , affi. É la giumenta clic Lei" le, ragioni suesposte, la il telo morto. Ncapizzàri, v. n. Sopraggiungere.§ In sign. att. ncapizzàri la letta vale rimboccar le lenzuola pei lembi sotto le materasse. Da capiiiam, parte di veste muliebre clic si fermava sul petto e scrvia per coprirlo. Ne i à li u . Fuori. Ne i C à v i, v.n. Cadere nelle spine. Si dico specialmente di chi si mari- la c capila male, l'art, pass. Ncicatu, Dal lat. cnicas, piccola pianta spinosissimi), ricordala da Plinio e di Scribonio. In Nolo, frallanto, il cnicm, vien chiamalo spini jan- chi. Ne i c u, e anche Gni- cu, s.m, Esito sfortunato. Avìrinni In inala 'litica d'una cosa, vale non godersene. Nei n i rà r i, v.a. Penetrare. Bella voce, in fede mia. Una contadini! in questo inverno mi di- 48 cea: Slu /'ridda mi ncen- tra: Sento questo freddo nel midollo delle ossa. N c i n t r à r i s i, rifl. Dolersi, accorarsi. Ncugnàri, v. a. Spingere, gettare, lanciare. Ncugnari pitrati, ncu- fjnari Ugnali; lanciar pietre, dar bastonate. Nfànti, s. m. Così nel Trappeto si chiama colui che sta attorno al l'onte e sollecita la vettura a tirare. Nfìlacèusì, cS. m. Specie di pianta : Scali iosa colambaria ( Sic. Scabbiusa). N f r a c c ù t li , àgg. Dimagrito. Nglii r r i a, s.f. Stizza propria dei bambini e dei vecchi. Ngnìgnu, s.m. Giudizio, perspicacia. Ngnùria, s.f. Ingiuria. Ni ci uhi, agg. Magro e piccolo, assottigliato. È dimin. del plebeo latino iciiim. Nìula, s.f. Nuvola. Niulàto. Nuvolata. Nnceca, agg. Si dice alle ragazze chiacchierine e disutili, alle risicate c vivaci, e spesso ai giovani effeminati. Lai, ne- (jiiam {Quid est nequius aut. turpius effeminato viro? Gic. Verr. IV, 78. lu- venes nequam. facilesque puellw. Marz. 11, 15. Nnicchi-nnac- c h i ! Chi mùcchi urtacchi! Esci. Che dite mai ! Chi se ne occupai ecc. Lat. nico, is, n. 3; far segno colla mano. Imperocché quando questi Siciliani dicon chi mùcchi intacchi, fan colla mano un segno esprimente : Che mi importa! Nnuminàta, s. f. Fama, reputazione. Nostanti, Nonostante. Ntallòj, s. m. Dopopranzo (inta-l'oj; lat. Inter hodie). Faccio osservare che il contadino di Noto quando dice ogghi (oggi), non intende parlare che delle ore pomeridiane fino al tramonto. Ntraj ura, sf. Intestini, interiora. Ntraugghiàrisi, rifl. Incollorire. § Ntraugghiàrisi, adirarsi, macerarsi dentro. Da inter e ulluare, ammazzare; quasi ammazzarsi dentro. Ntravaccàri, v.n. Cavalcare, montare. 'Ntrugghiuliàri, r. 0, Attoreigliare; Icgnre con poca cnrn, cosi come vieti viene. Nudilii ò munnu. Persona incalcolabile. Nzàurràri, v.a. Imbratta re» Nz a il r e à I u. Inzaccherato. N z i m m u 1 à risi, r?'/Z. Riunirsi. Qui si dice propriamente dei coniugi che si rappaciano (lupo die sono Stati in dissidio. (Lat. insilimi). Nz i pur i, v.n. Entrare a capello (Dal lat. in- s/po, as; il /.ò I o, s.m. Cos'i in Nolo si chiama la mensola delle finestre ove si posano i vasi da fiori o altro. Davanzale ( Lat. p-odium, podio- him). t Ra n à I n . Sic. Ccanali!. Spicciari ni mi la. sballarle grosse. Ra n u ù v u. Di nuovo, nuovamente. Ranz ù n i, s.m. Acer, di Granza ( V.Sic ). È semola mollo grossolana. Rarugnàri, v. a. Ritagliare. Tagliare appello come chi taglia le tigne. Rasi a (Sic. Gròtta), Fari vasti ccu una: romperla con alcuno. Quando si fan orasti (cocci), si fa rottura. Rasimi, s.m. Piccolo coniglio (Lat. rasus, «, iim; dal pelo liscio che hanno i piccoli conigli). Retta, s. f. Debito. (Sic. Detta). R r o d d u, agg. Verde, vegeto. iì i au S à r i, v a. Legare i tralci della vile, acciocché non si sdraino sul terreno. ]{ i e a , s.f. Querela, cura, fastidio (Lai. ilint.cir). Rica la r i. Recitare, spiegare (Metatesi del lat. ile lì rare). Rìpula, a ri pul a o i ;i ri pu I a, s.f. Ragazza di bassa condizione, maliziosa. Probabilmente è parola composta, l'ora w, voce, arcaica latini, significava ragazza, serva. I Latini chiamavan Olìp'Ii i vh ri 0 all' i ggh ira ri, 0. a. Restituire. § In sign. neutro vale ritornare, Rripàgn u, s.M. dosi chiamano in Piana le dighe e i contrafforti per scongiurare le inondazioni del Tellaro. R r ipili a r i, v. a. Frodare, ingannare (Lai. pilo, as; a. 1). Rris-Jcòggh i ri,v.a. Raccogliere minutamente fra sostanze inutili, raccattare. § Riscogghiri aulivi, raccogliere le ulive cadute a terra, 0 falle cadere batacchiando l'albero, clic alla barbarie risponde gell.itvìo le ulive e una pai te dei suoi ra- mo'sceltl. l'art, pass, ri- 'ÉÓHflffhhitft. R r i S è 1111, 8.M- R*> giada; aura umida della notte. Può venire dal I st. resina; forse perché la rugiada delle foglie si ri- tenea che l'osse una escrezione della pianta. Ili' isì buia, s.f. Ri- sipola. Rrisinatu. V. Ar- risinatu. R,r \/.7. i c)an ù l il, " ,r {- Si dice delle piante intristite e vecchie. Incatorzolito. Proba hi I mei ite e, parola composta: lai. eri' ce-cànuta (e - —/.). I/erica, vecchia è un frutice Hi e può servire come, termin ì di paragone per le pianto malandate. Rri zzaredd i, p.tii. Specie di pianti: (iktflBii* lisplaiycarpos (Su'- PUloc- chi-di-cani ). R r u n è hiiifl, agg. Si dice, del Ime die non è Statò ben castrato, e a cui la torsione non atrofizzi) che un sol testicolo. Rrutulàru, agg. Che pesa un lìilolo ( V. Voc. Sic), o giù di lì. 8 S \. Sua (Presso gli antichi Latini si trova sani). Sa gnu, 8.m, Melatesi di san/in. sangue. Sai! t rifu i, s.ììì. Specie di pianta: Kailrophil- tkm lanatvm (Sic. Cardu- ìù-ch i-par-i-chinu-di-lili- nii). Sa 11 a ratu ! Esclam. di meraviglia e soddisfazione a vedere qualche bella cosa (Dio sia lodato!). S a v v i ù n i, s.m. Specie di pianta: Vhlomisfruticosa (Sic. Sarvia sarvag- gia ). Sala rè (1 (1 a, s. f. Specie di Timo ( Tinuts capitatile, L.)< Sali ru. V.Sataredda. Satràri, r.a. Saziare, fieni pi ce. Saùgghiu o Sa- v iì gghiu, offa, Così i nostri contadini chiamano le bcslie da sema che hanno il pelo fino. Lai. Sanhis. a. vm (Santità, Sà nii iis. sin ìfflÌQ, sa umili ia). Sa vanii, s.vi. Lenzuolo da minio. I Latini che dicevano sabanvm e w/i malli. § Sbrinzàrisi la mi- ritdtla. Rompersi il cervello, fiaccarsi il collo. Sbugghiàri, ». re. Svogliarsi, levarsi (Svig- ghiart, sbiggliiari , sbugghiàri (v=b, i=u). Sbu lazzùni, s. m. Il rumore che la il volatile, quando si leva per volare; o il breve volo dei Gallinacei. Spsicàri, v.a. Demolire, atterrare. Seagghiàtu, agg. Sfacciato. Se,a hi c ;» ri, ». re. Perdejj calore, perder l'orza, impoverire. S c a in m u z z ù n i. Sic. Seam lizzimi. Se a in pi à r i, ». ti. Gironzolare pei campi . proprio delle galline o di altri animali che vadano al pascolo. Divertirsi. S e a ni pi il, 8.01. Corna per la campagna. Diporto. Se;iu fCtrrà, s.f. Ira, sii zza. Se;i pizza ri, v. re. Scappare. Scapizzari ri li niann; cosi si dice (piando UH oggetto che si tiene appena, scappa. V. Nca- pizzuì'i. Scara. Radicale che esprime ragazzo, giovinetto, piccolo. Donde ne sou venute le seguenti voci coni poste: Scara-mucìuìu ( V.); scara-gghùtni, toro giovine; scara-na, piccola puttana ; scara-fiuù, piccolo ladro. Le voci italiane scara-muccia, scarabeo, scara-faggio, Scarificare non esprimono pure la idea di piccolo? s e ;i r a m ù c i u 1 £f, s.m. T. dispreg. die si dà ai ragazzi. V. Scara. Scarfiàri, n. ass. Diventili - rosso per insolazione o per dimora innanzi al fuoco (Lat. Cal- facio, is). Sciirparisimu, s. iti. Il ceto dei calzolai. Se ii t i i à pi, v.n. Cominciare. Nla Maia scafi/a il ii li frutta'. A maggio cominciano le frutta. Seau ra rtèd dà, s. f. Così si chiama la fiamma che viene al volto per rossore. Si usa col verbo nreiimari, salire: Cci ac- cianàti na scauranedda; divenne rosso. Scemi. Sic. Sferra. Se i;i, voce che si pone innunzi alla qualità della persona esfinta di cui si pària ma'e: Scià In iimiiii! Scià hi frali! Scià la cumpuril (Greco cv.'.à, qmhra, spellro. fantasima. Però inni é verisimile clic venga dal {jre- co. V. la Nola che segue I. Sciii lì zzu, agg. Scia- lo continualo, bagordo. S c i a v.ò r i u, agg. Scioperato. Sci! à ri. Sic. Sfilari. Se i In I a, $.f. Sii li» (a. Se il àzzi. Sic. Sfila zzi. Se i m p i c n r i, v. n. Inciampare, incespicare. S e i rrà ri. Sic. Sfir- rari, S c i u n n ù r i. Sic. Sfumiari. Se i u n h è r i u. Sic. Sl'unneriu. Se i unn u ràri, v.a. Sventrare, proprio delle fiere. Sciurnàri. Sic. Sfumai i. Seiurn,icàri, v. a. 'Vrovare cosa posta in luogo recondito,e trarnela li.ori. Sciurnicatùri, s. ììi. È quell'uccelletto clic è liscilo per la prima volta (fu] nido e fa la prova delle ali. Se i ii ri miài n, agg. Sfoi limalo. S e i ii i' ;i r i o a sciu- r ;'i r i, v. a. L'operazione eolla quale si separa mediante velo il fior di la- l'iti» dal cruschello. Sciuratùrji o lise i ii raì ù ra, s/. li (ioidi farina che cade dal velo. Quel che vi rimane, qui chiamali Semmatitri- na (V.). Sc ù rpu. Sic Sgorpu. Scrurìu, agg. Cosi veiigon chiamali i legumi di difficile coltura. Kou cottoio, crudele. Sene u zza ri, v. a. Rotolare, mandare a capo in giù. Scucuzzùiii, s.m. Caduta rotolando. Scùmmèrbiu, s.m. Trambusto.Prohahi [mente esprime quel tafferuglio clic nasce quando si sferzano (coiiverbcrare) molti animali. Scummèrbiùsu, agg. Che incita, che disturba. Scummirbiari, v. a. Incitare, stimolare. § Scvmmirbiarisi pi na cosa: affaticarsi attorno ad una cosa (Lat. converbero, as; a. 1). Se linci Cimi, s. m. Quella parte di cera fusa che si versa dalla ciotola e, massime in inverno, si rapprende sulla stessa candela. Scunchtmi ven- r>o gnu puri 1 , liciti i mocciconi delle candele. Scunzinfìri, ». a. Scuotere fortemente, sconquassa re. § Si dice che una fabbrica è scunzintiitQ, (|iiaìii]o per scossa di tre- rauoto, o per altro, essa è incrinala, e minaccia cadere. Se ii ppazzùn i, s.m. Scappellotto, urtone. Scuriti à vi,v a. Raccogliere il (lor flore. Stcur- mari l'ogghiu : raccoglier l'olio con una scodella, (piando galleggia sull'acqua,. SducuUàri. T'.Tu- culiari. Sd uffa ri. Sic. Stufiti ri. Si! Il ffu. Sic. Slllffu. S<1 ù / i ii, s.m. Dispetto, inimicizia'. Un passo di Terenzio nell'Eunuco fo re Libo credere che quella voce venga da iuiln/itr, arum: la amore Ìvbc omnia infuni rilift, injnrQ, suspiciones, inimiciticB, in- dulice. In vero chi sia in tregua è sempre pronto a riprendere l'offensiva. Sduziùsu, agg. Dispettoso. S,è mmat u,r \ n a, fi.f. l'i una crusca mi (tuta, hi Nulo la cuniyyliia ai dà ai cavalli, la setftNVt- turina alle galline, eoi ritii zi mi si fa la Cittxia, colla ronza la Vastedda, col resto si fa il pano § duri di seminai urina si dice satirizzando a noni di cattiva condotta (Dal pari. lai. scmalas; perchè è |a farina scemata dal fiore, e rimasta sul velo). Stràni u, agg. Disgregato, friabile (Lai. fragili a). S fh in m ÌCU, siisi. La parie laterale e pjù ristretta si del suolo della scarpa presso al tacco, sì della pianta del piede presso il calcagno, dal lato interno, dove il piede presenta una incavatura, fiosso. S f k m m i c u , agg. Mancante, incavalo. S fa rd i è ri. Sic.Sfar- dilteri. Sgarrlgghitf, s.m. Toro giovine. Sgu.a rdàri. Riguardare, guardar con insistenza. Sguardu, s.m. lino stormo d'uccelli che passi vola,ufi, si dice sgitardn. Siccàmi, s. f. Erbe secche, buone per pascolo; con terni, gei), vengono pure chiamale così le ri- stuppie. Sirtnàri.Sic Slngari. Sinnù. Sic. Singu. Siri, èssere. Smannarà ri, v. 11. Finire di aver mandra. Perdere ogni proprietà. Fallire. Smarci rìr i, v. n. Avvizzire, appassire. S11111 n u / z a r i, v. a. Provocare, inquietare, Smunuzzàrisi, tifi. Arrabbiarsi dentro. Spatulidda. Specie di pianta: Gladiolus (Sic. Gtìlldduzzi). Specciu miu! É una grazielta amorevole di cui è comunemente ri- liorita la lingua delle No- ticiane. Spicciàli. s.m. Specie di pianta: Tonlt/limii apulum (Sic. Tammurcd- di). Spinapùlici, s.m. Arbusto dioico : lluscus aculeatits, L. Pungitopo, Raschio. Sp in ni ri, v.n. Fare elemosina. s p i r d i m e n t u, s. m. Prestezza, celerità, sollecitudine. Sp raj a, s.f. Spiaggia. Sprajàri, v. a. Proprio del mare che getta i corpi leggieri sulla spiaggia. 57 Sprugghia rìs i, ri- fi. Far presto, allestirsi, sbrigarsi. Squasi ! Si adopera comeeschun. di minaccia; sicché...! -Quannu niscili, squasi..!?... Sicché., .quando ne uscite, 0 vi bullo fuori?-§ Si adopera come particella esplicativa e corrisponde ai lat. fiempe', scilicet; cioè, intendo dire. — Un omii liticata, squasi.... siccu, havi sem,- pri chi aoivi: Un uom delicato, intendo dire gra- cile.è sempre eagionevole- § Si adopera per signi li- care spieghiamoci, sptegn- galevi eee.-67u siiititi vici, squasi..? Che intendete dire? spiegatevi.-In tutte i casi è adoperato sempre con relicenza. Sta pi ri. Stare. Cf. § 29, Stud. comp. Sta Cicca, s.f. Tovagliuolo. Steddu, a.qtj. Voce di cui adesso si ignora il valore, ma della quale un tempo i Noticiani si servirono per indicare secco, asciutto. V.le forme composte: Virrìsteddtk, Ramisi ed- da, Ciumistedda. % Sledda è adoperato sastan ti va mente, e vale scheggia di legno buono per ardere. Vieu 58 dal hit. hasla, voce plebea che presso i Latini si yeti i- ficava ramila aridui. Vasi edda non è l'orse una parola composta, di cui la prima sia la radicale di pane o di farina, e l'altra esprima l'idea di a- scinlto, bruciato ? S ( i 11 n i r U ni à r i, v. a. Rompere nel tenero. Rovinare nel meglio. Abbai le re. Stizzicàri, v. ». Piovigginare. Stràscinu, s. m. Orma, pedata. S t ra t a ggh i à r i, v. a Ostacolare: stralagghia- ri li pam or min; attraversarne le operazioni. Strauliàri, V.a. Distendere, sternere, sper- dere. Dal lat. Stragulitm, coperta da letto, a sterilendo; donde ne vennero straluni e strages, SI ricazzùn i, s.m. È termine dei cacciatori, die serve a significare quel posto ove la cacciagione si è sollazzata, voltolandosi a terra, come BOglion l'are le pernici che vi lasciano qualche piuma. Strigghiu. agg. Si dice agli animali e, agli uomini di ventre raccolto. Strinciiri, v. u. Il cadere d' una bricca ( V. trinca), 0 di terra che si stacchi dallo scosceso. Smollare. S t ri n e ut a, ft ./'. ha roccia o la terra smottala, St imi hi)ari, rji. T. dei muri fabbri. Pareggiare grossamente la faccia d'un muro, e riempire i vani e i sollosquadri delle commessure ilei materiali,Riu- zal'fare, dirozzare. SI rubini (nel Medicano e a PalazzoloJ V. Strummu. St en in nienlii, tjn. Strumento. Strummiàri, v. n. Mandare odore forte. Nel Modicano Strubbari. Strummu, s.m. Odori 1 forte, grave. Afrore. Nel Modicano dicono Strubóu, S t u r n à risi. Lasciare un padrone, un impiego- Su e Su<1(1 ii, con//. Se e Se egli. Suc.cazzàru, agg. Si dice dei bambini che, slan sempre attaccati alle poppe. S il e a ni e 1 i, 8,m. Specie di pianta: Antirrhiiiutn ma)u8 (Sic.Cr©/.za-di-mor- tll ). In Palermo chiamali Sncameli il Ceiiulhe e YEchium. Suce,àru, s.m. Dolore intenso. § Adiri un suceàru a In cori; sanguinare il cuore. Sucillàri, v.a. Suggellare. Subì 11 u, s. m. Suggello. Sunèttu, s.m. Suonata, serenata. SUf Cièddu, s. m. Orecchimi Senza péhdeti- te (Voce adoperala in quel di Modica ). Glie derivi per analogia da Surcelhts, i, sorcoletto, innesto ? S u rdànià, s.f. Sordaggine. S urne àia o sur- rucètta, »/ Scarica di bastonate ( Dal lai. attrita, i; bustone). Melai', si din 1 pure surruculn d'acqua, scarica d'acqua. Sushi, g, ni. G usto, capriccio. Supra-sàl iru, s.m. Specie di pianta aromatica: Cuscuta europea (Sic. Ptìvigghiuni-di-linu). Surfalòrù, s. m. Specie di pianta: l'assonna hirsuta (Sic.Mufulena- pri-abbruciari-varchi). T Tavulieri, 8.m. Arnese da Murifabbro. Gior- 59 nello.Il giornello di questi muratori è senza spónde; Tagghiai ióciu, s. m. (l'aduno). Piatto piccolo. Tuscia. Sic. Tassi. Ti pifù, s. m. Còsi si chiama in Noto uno strato di calcare tenerissimo, appartenente al periodo pliocene. Toc u, ffl/7/7. Fermo, solido. § Melai", eccellente. Vieti dal lat. antico Unicum, sedia o scanno. In origine tòni avrebbe significalo ciò die adesso qui chiamali ec/p/w;trpneo d'albero di cui i contadini si servono in campagna per sedere. V. Tueuliari. Toppa, s.f. La ceppata della vile secca. Toscu, ami. Sfacciato. Tribòru, s.m. Triumvirato di birboni. Vien da Tripodes (p—b, d: r). Trinca, s. /. Bricca, roccia. T rum messa, s. /. Capitombolo. Trupplddàri, v. n. Andare per la scorciatoia. Truppèttu, s. m. Trottola. Tue céna, s.f. Largo scalone, comunissimo nelle cucine, nelle stalle, c dinanzi la porta in istra- co da, per posarvi qualche cosa 6 per dormirvi sopra, In Mineo sì dice Ticchi eiia. T u cu 1 i à ri, v. a. Smuovere. $ In senso metal', provocare. T u c u 1 i à r i s i. Il muoversi che l'anno i corpi posti in bilico. Dal movimento che fan le sedie ( Lat. aut. thocum I quando posano sopra un terreno ineguale. V. Tónti. Tu ni ma ri. Sic. Tum- mariàri. T uri) u (nel Modicario ). V. Ddurhu. Tu ni arisi. Prender padrone; impiegarsi. Turtàgna, s.f. Legacela fatta con i rami del hlstinco ( Pistaeea Len- tiscits, L.), o coi rampolli del Carrubo, affili di legare in un fàscio parecchie miniate di rami buoni per ardere (Dal lat. loiins; dappoiché sogliono essere attorcigliate). T use li izza, s.f. Sfrontatezza. U Uddu, agg. Si dice del bue e del montone stornili di corna (lat. plebeo nllito, (die valea inter- Jicio, decollo: quasi che si consideri come decapitala una lesta di ruminante senza corna). Utili H, «y/A Morbido. Uni i I iàr i, v.u. Ammorbidire. U ò in in ina, 8.29». Uomo. U v d u n àrn. Si?. Vurdinaru. Urò e Uròmmi, avv. Lo stesso, pure (Lat. idem | i ^ti, d=r.] Cf. St. comp. S 8? 8). Ùrtiggtùuni. V. Vurtigghiuni. U rtimèra (All'). Alla line, all'ultimo. Urti mi dd u. Vez- zagg. di urtimu. Ui'Vii, s. m. Avvallamento lungo il letto d'un fiume, che rende perciò hi acque profonde, Usciaru, 8.f». Specie di pianta: Catihamus tin- ctoriìis (Sic. Urlarli). U 8 ci g g h i 11 , «////. Si dà questo qualificativa agli alberelli rigogliosi e di tronco svelto, ai giovanetti di persona asciutta e snella. % V usDOTTAj */ Piccola valle, V a 1 a t i z z u • Sic. Maialimi. Va. ìi (••ài a, s../. T. ilei ni uri fabbri. Un pezzo di muro chi' può essere co- Btruito da uno o più uomini, allo quasi un metro. Y;i StèddfVj sf. Uni e un pano scuro faito con scinola grossa. Si mangia dalla povera gente. . Varili, s. m. È un piccolo adito nelle diandre, donde si fauno uscire, le pecore una ad una, per mungerlo. V. Vani. Varnànu, àgtg. Settimanale. Inoriti vanumi sono i giorni della settimana, esclusa la Domenica. Va ni, s.m. ("osi i nostri pastori chiamali l'adito pel (piale le pecore entrano nella Diandra (hai. vadim, i). VasCèddu, «.»». Arnia. Pine. Vascedda. Va va. ( .Mala vara )• Cattivo suggello. Viddanìsimu, s. ìli. Il ceto dei contadini braccianti. ViatrCini (A).Bocconi. Vintullzzu, s. m. Vento leggiero, incessante. Vìrminàca, «/.Specie, di pianta: Verbena of- ficinalis (Sic. Birbina). VIrria, «./. (Nel Moni dicano Viriti) Verga. V irrisi è (Ida, s. /. \T ' Verga secca. Vi Sina, s. f. Sic. Guisina. Serpe variegata e lunga, che dimora nei luoghi umidi. Natrice. \ r i s i I à r i, r. a. (del Modicano) agguatare, insidiare. Vorric a muòrtu, S.m. I>'Cellino. V i Z /, a, s.f. Specie, di pianta: Vida (Sic. Vizia ). Vucalòru, sin. Articolazione. Vuccagghiàri-, v. n. Boccheggiare, essere in lil di vita. Vuci. Fari mei mi unii vale sgridarlo. Vuràzzu, S.m. Braccio. V'urti gg li i uni, «• m. Vortice. Vurzèttu, s.m. Sic. Vu ritetta. VUSU, 8 in. Il culmo della Liama ( Donax tc- nax L.). Vuzzarèddu, s. m. Gelone e pedignone. V r u c c u 1 i è r i e Bruecùlièri,«. m. Asse quadrata, con manico centrale per di sotto. Sparviere : arnese da muri- fabbro, che il muratore tiene con la mano sini- 62 stra, mentre colla cazzuola ne va adoperando le poche mestolate di calcina ivi poste. Z Zaffu, s.m. Sbirro. Xoccu. Ciò che. Zozzu, susL Così si chiama il caslrato,cresciu- to in casa c addestrato a seguire il padrone. Zzu. Voce che si mette dinanzi al nome dei contadini braccianti: Zzu Pauln ecc. Nel nome delle donne si pone dietro: Paul-uzza.In antiche scritture si trova Ucchis Pau- lus, d'onde per aferesi ne è venuto Zzu (cc'p=zz). *o* 6G V, La fonica e là sintassi costituiscono dappoi** tutto l'indole e la individualità d'ogni lingua. In lingue del medesimo céppo, coinè son le neolatine IVa loro, la Sintassi non lui differenze tanto notabili e così precise da potersi offrirò coni ■ carattere essenziale d'una disiin/.ione etnografica. Le leggiere sfumature svaniscono, (piando si confronti la sintassi dei dialètti di ciascun ramo. Ond'è che mi fermo sitila fonica soltanto, comi' quella che meno risente la influenza del tempo e dei rime-colamenti. Quantunque tuttora l'anatomia non abbia conseguitò il desiderio di Griffim, di pittore, cioè, attribuire a caratteri esteriori del laringe la tendenza ad adoperare certi suoni, pure è indubitato che certi nessi sono speciali ad aliami popoli; i quali li possedono organicamente e li tramandano invariati alle loro generazioni-, (-'erte, gutturali non possono pronunziarsi che con difficoltà da aliarne razze, le quali pronunziano dal canto loro difficilissime sibilanti. Una invasione straniera può importare molte voci in una lingua, può disturbare per poco il procedimento fonetico, ma non mutarne, l'organismo c modificarne la struttura tonica. Greci e Saraceni, i soli stranieri stati fra noi che non appartenessero al ramò latino, ebbero contatto largo e di lunga durata con questo popolo; eppure non ci lasciarono che poché voci 67 assimilate nel gran torrente della circolazione dialettale e pronunziate secondo il genio della nostra fonica. Ma ammesso pure che i due terzi di questo dialetto risultino di voci greche o saracene, si potrà dire per ciò che il siciliano è un dialetto greco o arabo? La pno- matologia non costituisce la lingua; anche la inglese ha nel suo vocabolario un maggior numero di voci a radicale Ialina che non a. radicale 1 tedesca; tuttavia essa è una lingua essenzialmente scandinava, E noto perciò che i suoni elementari sono pressoché immutabili in ogni lingua, e si tramandano in un popolo come il colore dei capelli e degli occhi, come alcune speciali contrazioni muscolari elicsi fissano in certe famiglie e si propagano organicamente; onde vediamo un piemontese dir no muovendo il capo da destra a sinistra, e un siciliano alzando vivacemente la testa. Anche le parole dan pruove abbondanti di loro vitalità. Mi prendo la licenza d'un esempio. In Sicilia è comune un giuoco che vien detto Suvalèri dai Noticiani e da' Calanesi, dagli altri Siciliani Sioalìri. Uno della comitiva presenta ad un altro il pugno nel quale abbia messo delle avellane, dei bagolari, o altro; e dice: Suoalfiri? Colui che è stato richiesto risponde: Chi mante/li? E il primo di rimando: Qliantu lonzi? — L'altro deve indovinare (inalile avellane c'è nel pugno. Se indovina, \ineo 68 e le prende; so dice cinque ed eràrio òtto, deve rifai- tre; eco. E desso un giuoco porlalo dal Romani, i duali lo dicevano in questo modo: Si àotèr'isi —• Quid fcnèt? — Quantum làtet — Quintine ecc. Il popolo siciliano ignora il significato della voce Saoalcri o Sira.leri, e l'adopera mécéàrìfcàmehte; allo stesso modo che gìuoca allo Stopiij senza che abbia coscienza del valore di questa voce; ignorando Ché è ini giuoco portatoci dagli Inglési, è che si dice stojfu ogni qua! volta chi ha fatto eòi dadi iti un certo nuhiero di gittaté un puntò fallo nella prima, vuol dire basici. Però,se questo popolo della parola Siwaleri non ne còmprendé ora il significato, dovea comprènderlo cbn certezza al tempo in cui fu introdotto in Sicilia dai legionari romani. Esso dovea sapere clic su calmi o si calóri significava; Se colessi, o se #itot\ o nori sò se corresti. Perchè la condizio- òale del Noticianò e del Calane.se è SU} degli altri Siciliani è Si. E il NbticfaWo dice Indora Sa-caleri, perchè (in da. quei tempi egli adopera la forma, Sa; mentre gli altri Siciliani adoperano 81, c dicono perciò, come dicevano allora, Si-valeri. li Su per Si in quésto sottodialetto potrebbe parére che avesse, rapportò colla tendenza che vi si trova, a cambiare la ^atonica In «; e potrebbe perciò attribuirsi ad un postérioré mutamento fonetico. Ma io son convinto che esso è, organicamenté di questa forma, perchè il Noli- 69 ciano cambia la i in u, quando su essa non posi l'accento. E la voce are, o ttrèmmi, che vien dal lat. idem (?W=«, d~>'), prese la u, perchè dal modo col quale vien dai Noticiani pronunziato, ne arguisco che dovea essere dai Latini pronunziato idem; in questo caso la i, non portando l'accento della parola, venne trasformata in u. Si vedrà in seguito che molte altre forme lian potuto valicare spazi di tempo molto più remoli dell'epoca romana. Se son potute arrivare incolumi fino a noi, perchè dubitare della vitalità dei suoni elementari, che debbono, naturalmente, resistere con più forte istinto di conservazione? II. I caratteri fonetici più rilevanti di questo sotlodialello sono: 1" la pronunzia dentale della eh da vanii alle vocali dolci; 2" la mancanza della g palatale; 3° i nessi gua, guc, gai pronunziali oa, te, vi. II difetto dei suoni cititi, chie, Chi, cìtio, citta, che si fanno invece eia, ce, ci, ciò, eia, non si sperimenta solo in Nolo. In Italia, Piemontesi, Lombardi e Veneti dlcon l imitò, ciav, eiod ecc., come i Noticiani dicono damavi, ciati, dota (chiamare, chiave, chiodo); e in Sicilia alcuni comuni, popolali di Lombardi (in dai l( n pi di Ruggiero il Normanno, posseggono ■fiff .Hil 70 pure questa particolarità fonetica. Fa sorpresa l'udir parlare i Siciliani di Piazza coll'accento lombardo, dopo otto secoli di contatto immediato cogli altri isolani che li circondano da vicino; come fa sorpresa l'accento toscano dei Retii, Etruschi ricoverati in quelle Alpi, quando il 358 a.C, da una discesa di Galli fu loro tagliata la ritirata oltre il Po e l'Appennino. È una conferma della stabilità della fonica e dell'importanza della linguistica applicata alla storia dei popoli. La e dentale di questi 200 m. Siciliani non ha rapporto alcuno colla fonica dei Piazzesi, venuti testé nell'isola; riè con quella dei Gallo-Celti, di cui la storia non accenna nessuna migrazione in Sicilia. Le numerose relazioni ouomatologiche e fonetiche del Noticiano colla lingua Ialina, persuadono invece a cercar in questa le origini della e dentale. Difatti, chi dà un'occhiata ai Lessici latini, si Convincerà che quel popolo non dovea avere- la eh come si pronunzia da una gran parte degl'Italiani quando è posta davanti alla ì. La si frova in tutte le voci di origine greca. Il suono della % non appartiene a laringi latine; epperò Inde le voci italiane e siciliane che han la e col suono gutturale e che dal Noti- ciano vengon pronunziai) 1 , colla e dentale, nelle Corrispondenti pai-ole latine non hanno la e gutturale (chi, qui; chiaro, clahis; orecchia, auricula ecc.). Brachium, cuhai'iduaia } at'chiepi- 71 $CQpU$, Cliios, Qyrrachium dovevano essere pronunziati dai Romani, braciai)), celidonia* arpiepiscopuSj Ciò o Scio,, Pyrrapciamj e in questo modo son passale nella lingua italiana, conformemente alla fonica di questo sot- todiàletto. La Yoce occhi, otùm* spècie di Reo rammentata da Plinio (XII; 8, 18.) si pronunziava Qcci, come dal Porcellini apparisce ( Verba improb. et expulsa). Cosi Chilo, cognome della gente Flaminia, in alcune monete si trova scritto Ci/o, come venia pronunziato. Celo e Chilo vien pure da taluni letto il cognome d'uri'altrà gente Romana, la Magia. Tutto induce a credere clic il segno grafico eh posto dinanzi a. vocali dolci, dovea dai Latini pronunziarsi r'.Non c'è scrittore antico siciliano, sia esso di Noto, o no, che non abbia osservato la ortografia di scrivere eh iwiic le volte clic volesse significar c' (Sichilia* pachi* cruchi ecc.). Essi scrivevano al cerio secondo la ortografia, dei Latini (1). Verrebbe provato adunque clic questa genie possiede la e dentale, dove gli altri Italiani (1) Se il chiar. Vigo avesse conosciuto il soltodialeito di Nolo, non avrebbe dello (fog.23) che la ki per chi e lo zo ftr ciò, i.'inlo comuni ne' nostri scrittori antichi, fossero imperfezioni ortografiche di chi volca dottoreggiare. Lo zo è lultora vivo nella parlala di questi popoli, e il hi per chi cn una necessita ortografica; slantcchc il nesso chi veniva lotto c\ n han la e gutturale, non già per parentela immediata coi Lombardi, come i Piazzcsi, ma per consanguineità coi Latini. Clic questi fossero un ramo della estesa ed antichissima famiglia celtica da molti è ritenuto, e quel che ho detto di sopra lo confermerebbe. È stato constatato inoltre, ed è oramai fuori di dubbio, che i Latini, come questo popolo, non pronunziavano la g palatale, la quale fu introdotta nella lingua latina intorno al VI secolo. Le parole italiane agghietticOj conghiet- tiii'a e qualche altra son foggiate secondo la fonica latina e noticiana. Io mi dispenso di cercar prove par questo. Credo superfluo ugualmente dimostrare che è dubbio ancora se i Latini avessero i suoni gucij gite, gai propri dell'alfabeto teutonico (w). E tutte le voci italiane o siciliane che hanno il nesso gu, in Noto si pronunziano invariabilmente colla v: guastare, guado, agguagliare-; oastaré, vara, aoalari' (lai. tastare, valium, acquare). in. Quantunque le sole parole non costituiscano una lingua, è purtuttavia innegabile ch'esse fan parte integrale dell'organismo d'essa. Molte pnrole l'aii fede d'una invasione non solo, ma flnanco del passaggio d'un popolo. Da una sola \oce si può, come dall'apoftsi d'un osso 73 paleontologico, ricostruire un fallo storico e presentarlo nella sua interezza. Ninno vorrà dubitare che nei vocaboli che il Noticiano possiede di proprio e che non divide cogli altri isolani, ci siano i cocci archeologici della, antica lingua latina, di ([nella prisca lingua parlata dai Siculi sulla rive del Tevere, chissà da, (pianti anni pria che in Sicilia valicassero. Così toppa' che Quintiliano chiama aniico e da non usarsi per la sua remota arcaicità (Inèt. Oftlt. VI), formava parte del linguaggio parlalo dai Noliciani nel Lazio. Essi bau la voce allappavi (Cf. Voc. annesso), testimonio evidente della latinità di queste popolazioni, che può servirti a spingere ad un tempo mollo più l'i- moto l'epoca nella quale i Siculi si spiccarmi dal Lazio. Là parola tocurh, voci 1 primitiva che trovi* un riscontro in rtó/s;, è, viva nel noticiano pel verbo toéulìctrì o taculiari, e pelFaggettivo loca (Cf. il Vocali.). È desso uno de' vocaboli di incontrastabile, antichità, e fra gli autori Ialini si legge solo in Plauto. Froda presso i Noliciani vale corpo di consistenza poltigliosa, di forma quasi circolare, come tutti i corpi allo sialo molle lasciali a, sé sfessi. È senza, dubbio la, voce Ialina, Fioco*, feccia di oino o specialmente del ciao c*pr<;**o dalle ri/airco, la, (piale per la, sua consistenza e per la, forma che prende allorché è l'alia cadere, rappresenta a capello ciò 71 che il Noticiano esprime dicendo froda. Co- testa parola era reputata antichissima anche dagli scrittori Romani; ed è condannata dallo stesso Gellio, grammatico molto tenero per gli arcaismi: antiquoì dìetionis nimis studiosus, et a priscis durisque scriptoribus nimiam ejus oratio eolorem traxit (Cf. Forc). Qui non dicon più sarus per bastone; eppure è rimasto suraeata per colpo di bastone. Su- rus è voce primitiva del latino; il grammatico Festo fa testimonianza che era adoperato da Ennio (Cf. Forc alla voce Surus). Questi popoli non chiaman più eapitium quella parte di veste muliebre che si fermava sul petto e scrvia per coprire strettamente il petto delle antiche donne latine. Eppure è rimasto neapizzari nel senso di fermare i lembi d'una roba. Nncammarari, adoperato per significare la disposizione che han le giumente di dare il feto morto e aggranchiato, rimonta pure al tempo in cui qui chiamavasi cammarus il granchio. Lo Cnico, che in Noto dicono Ncicu per metatesi, e Gniea per la stessa ragione onde i Latini dicevan C/ieus e Gticus, è una pianta comune in queste campagne. II eh. Giuseppe Bianca, illustre scienziato avolese, di cui la rara modestia non ha reso la celebrità proporzionata alla profonda dottrina, l'ha determinata per lo Cnieus SijriacaSj barba gregarie et co- 75 piose òréseenàj kleoque ob oalidas bracteàram satncts p®rinatoribiu vaiti 1 , infesta. Questi popoli non Io chiamali più con quel nome latino; essi lo danno il home siciliano di Spiai- janehi o di Galenciu. Quando vennero nella isola, però, essi possedevano con certezza la figura 'ncicari per esprimere cader /ielle spine, capitar male. 11 verbo è rimasto, la voce radicale latina fu sostituita dalla parola degli indigeni. Il làcana ( Vitex agnas castus), del quale per la lunghezza e flessibilità dei rami i nostri contadini si servono a fin di legare erbe in mazzo, ha evidente relazione col lat. lachanum, i. È essa una delle tante voci che, trasformatesi, bau perduto il vero significato e han solo conservato quello che dava loro il tropo, l'an- tifrasi, o l'analogia. Come si può vedere pia' coanei'berai'e, lapsare, lupari, pantices, stra- giduin, iadutiae, 'propere, pessulllSj pulpitas, rastiSj eommeare, ecc. donde ne vennero scuni- mirbiari e sewnmerbia, al lasciar i, allupa ri, sbanticàri, straaliàri, sdazia, propria, pisulu, parpa, rasuni, ricumtafi ecc. Cf.Voc.annesso. L'erica, di cui nella flora di queste contrade si ha un rappresentante neir£Wm peduncu- laris, non vien più chiamata col nome che le si dava nel Lazio. Chissà da quanto tempo la si chiama Ianni/itala! Ma una voce è qui, a far testimonianza ch'essa da questi popoli un tempo venia significata col suo nome la- 70 tino. Razieaiuitu è un aggettivo che si dà alle piante incatorzolite e malandate. Decisamente esso è parola composta: erice-eanuta (0'=//.); non potea scegliersi immagine più significativa di quella che dà Y erica vecchia, per esprimere stentato e intristito. Anche il participio scemato non fa parte del • sottodialetto di Noto. Però di sematus è rimasto semmatttrina (la m spesso si duplica come in frummcntu, cammira ecc. Cf. § 42). La voce sahariani, o saoanunij che qui integralmente si conserva, ha acquistato presso i Siculi un significato funebre che non avea presso i Latini, dai quali si adoperava per indicare pes.sa, tovagliuolo, sciugatoio. Trasparisce così un costume mortuario dei nostri padri, i quali dovean servirsi della medesima tovaglia che avea asciugato il sudore dello ammalato, per avvolgerne il cadavere. Quantunque nessuno esempio s' incontra presso gli scrittori latini del verbo obago (age- re ob aliquem reni), la voce obbùca di questo sottodialetto fa sospettare ch'esso dovea esistere nel linguaggio plebeo dei Latini. Esso è foggiato secondo i verbi obdaco, obloquor, obeo, oboerto, obruo ecc. ecc. Sfraulu vicn da fragilis, ed è un altro esempio che si può addurre, per provar che i La- lini non avevan la g dentale. La s è aggiunta per piotasi (è dessa la lettera che ci dà quasi sempre codesta figura); fragile se non fos- 77 Se statò pronun/jato/ra#/M7e,non avrebbe datò fràtrìa: fm§htty fragalti, /rùtila (i atonico diventa n, e la g fra due vocali si dilegua), Naccca (lafe neqaam) conferma il sospetto clic i Latini pronunziassero coni;' e dura, la, qu. A coloro i quali potrai! dubitare che cote- stc voci siano state lasciale dai legionari Romani, farò la seguènte domandai Perchè tutte le voci sopracitate e tante altre come comtass, delicarCj dica, porci, pilarc, msipare , podi/mi, vadum ecc. ecc. lasciarono un'orma evidente del linguaggio latino nei contadini del Noti- ciano, c non si riscontrali nel resto dell'isolar, specie a Palermo, Messina, Siracusa, Trapani^ che erano le comunità più favorite e più frequentate dai Romani ? Amo credere, però, ch'essi non vorran ripetere in più piccole proporzioni la. famósa qnostìon delle conchiglie agitala nel secolo scorso, e ebe la peculiarità di queste voci non vorrà guardarsi come un fenomeno isolato, ma vorrà mettersi in accordìi con le specialità fonetiche di questo sottodialetto. IV. Quando si rifletta alla opinione generale degli storici che i Siculi eran popoli del Lazio o che eran parenti dei Romani, nessun dubbio rimane che veri Siculi son questi. Imperocché, quando anche in questo sottodialeflo non si trovassero le tante voci sp2ciali di pret- lo conio latino; quando anche non volesse tenersi conto della i aionica frequentemente mutala in u (così stebutttj ìu'iumu, urdutiata, come gli antichi latini facevano existtuno, dà* supOjOptumusj Minuem)', nè del diminuitivo in ahi che gli altri Siciliani non hanno e che i Noticiani han connine coi Latini, la mancanza della g palatale e dei snoni giù e ehi baste* rebbe a determinare la parentela di queste popolazioni colle latine. Fa pensare un poco il fatto che i Siculi di Centuripe, Mineo ecc., i quali si è convenuto di chiamare! settentrionali, hanno una fonica che ha poco da fare con quella dei Noticiani; una fonica simile affatto a quella, degli altri Siciliani. Hanno, però, varie voci appartenenti al sottodialetto di Noto: giucca, cappotto; ntraojj dopi (pranzo; assummura paura; addora, pressoché; ammizzi, malgrado; attuppdri, tdvannem, ecc. ecc. Che non fossero Siculi è impossibile poterlo sostenere contro l'autorità, di tutti gli scrittori; e codeste voci son lì a fai' testimonianza sicura del sicilismo di quei popoli. Non havvi neppure necessità di supporre che essi siano italici venuti posteriormente a queste popolazioni latine. Io credo che dopo la venuta dei Greci, i Siculi settentrionali non poterono più esser sicuri nelle loro sedi marittime e furono costretti a ripiegare nelle parti mediterranee. Quei pochi che vi rimasero, assottigliati come erano, 70 dovettero essere assorbiti dai Greci .Tonici di Nasso, di Catania e di Leonzio; gl'internati dovettero mescolarsi coi Morgeti e stemperarsi eogl'indìgeni'. Essi perderon presto le tradizioni di lor nazionalità. Ed io son d'avviso che la levata di scudi fatta dai Siculi contro i Greci del mezzogiorno, non deve attribuirsi che ai Siculi mcrioclionali. Mi è agevole poterlo provare. Quando anche volesse sostenersi che lo sbiadimento del sicilismo nei Settentrionali sia sialo posteriore ai tempi di Ducczio, è incontrastabile che gl'interessi e la politica dei Si- coli settentrionali dovevan differire da quella dei Siculi meridionali. Poiché i primi furono respinti dagli Jonici, i secondi da' Dorici, nemici fra loro. Ma, oltreché i Siculi settentrionali non avean ragione di muover guerra ai Greci Dorici dai quali nessun danno avean ricevuto, dai quali anzi potean sperare qualche vendetta sui Calcidesi usurpatori delle loro terre, è evidente che ai Siracusani ed agli Agrigentini essi non potevan portare forti molestie colla loro riscossa: da' primi li divi* deano i Leonlini, e dai secondi gl'indigeni dal sottodialetto Erniose. Invece i Meridionali avean quei di Agrigento a ponente e quei di Siracusa a levante. Finché Ducezio facea conquiste sopra i Morgeti e sulle terre dei Siculi scllen- trionali, egli non destò le gelosie dei Siracusani e degli Agrigentini. Noi lo vediamo anzi 80 muover di Concerto coi primi contro i Cata- ncsi por question di confini. Nò quella guerra deve far credere che Ducezio fosse dei Siculi settentrionali; che l'usurpazione di terre falla dalla colonia di Geronc, fu posteriore allo Stanziaménto del condottiero siculo attorno al lago dei Palici. Motio deve esser cercala quaggiù, dalla, parte di Gela verso il mare, ove un Arconide, amico ed alleato di Ducezio, imperava su molti Siculi (Tucid. VII, 1), ai confini del territorio agrigentino. I Siculi settentrionali mostrarono in seguito di curarsi poco del nazionale risentimento contro i Greci; e, quando alla venuta degli Ateniesi tutti i Siculi si allearono con loro contro i Siracusani, noi vediamo Centuripe, Inessa ed Ibla far resistenza all'esercito di Nicia (Tucid. Vr, 94), col quale appariscono alleati mollo più fardi (id. VII, 32). Invece si commossero a quella venuta i Siculi padroni dei passi,, come chiama Tucidide quelli che abitavano nelle regioni interne del Cacipari, ùeWAsinaro e àeWEtoro. Essi soccorsero l'esercito di Nicia fino all'ultimo con gente, con derrate, sempre pronti ad insidiare i Siracusani e i Lacedemoni di Gilippo. Prima di levare il campo dal Plemmirio, Ni- eia incoraggia i suoi soldaticosV.se arriveremo a qualche amica terra dei Siculi che per tema dei Siracusani stanno ancor fermi con noi, attor fate ragione d'essere al sicuro. Già si ò 81 mandato a dire che et vengano incontro con rinfresco me nti di vettovaglie. Egli con tale speranza Cercò in seguito di rimontare il Ccicipàri; ed è positivo clic in tal caso ci si sarebbe trovato di fronte agli abitatori di Acre a destra, e a quelli di Neaton a sinistra. La colonia di Acre dovea essere in quel tempo di nessuna importanza; e forse era cominciata in essa, fin d'allora, l'assorbimento dell'elemento greco nel siculo, come dallo studio della parlata Palaz- zolese apparisce. Nessuno vorrà mettere in dubbiò che i Siculi amici, i Siculi padroni dei passi soft questi; e lo stesso Tucidide li distingue dai Centuripii (VII, 2). Diodoro Siculo, inoltre, parlando della venula degli Ateniesi, dice: le città dei Siculi,, sebbene per certa benevolenza inclinassero ai Siracusani, fermi nell'amor della quiete aspettavano con animo incerto di vedere ove tanto peso di guerra fosse ito a piombare (XIII, 1). Codesti Siculi pieni di benevolenza pei Siracusani non poteano essere che i Siculi settentrionali, gli umori dei quali eran meglio conosciuti per tradizione da Diodoro d'Agirà; essi non arcano a dolersi dei Siracusani, i quali oltre che erano i nemici dei Calcidesi, avean battuto l'ambizioso Ducezio. I Siculi padroni dei passi furóri sempre ostili ai Siracusani; e indubbiamente furono i motori della guerra d'indipenden/.a. Essi che sentivano davvicino l'oppressione AVOLIO— CANTI POPOLARI. G 88 siracusana, che si ricordavano della grandezza perduta Irenfanni addietro sui caiu|ii di Nome e deh'umiliazione del topo principe, non solo non poteano essere pieni di benevolenza pei Siracusani, ma si allearono, come chiaramente alagli scrittori apparisce, coi nemici di quelli, fossero anche Greci. Con tutta probabilità quelTArconide, di cui sopra è parola, principe di Siculi, elio Diodoro dice padrone di Erbita e amico di Duce/.io (XII, 4), è quello stesso di cui parla Tucidide (VII, 1); quello stesso, che, circa venti anni dopo la morte del fondatore di Ca/at/a, si alleò cogli Ateniesi contro i Siracusani, coerente alla politica dei Siculi meridionali. Lo storico At eniese dice ch'egli dominava su alcuni Siculi presso Gela; e avea tanta fòrza, da costringere gii abitanti di questa, i quali inclinavano per Siracusa, a stai-sene dalla parie degli Ateniesi. I Geloi, infatti, non si allearono «oi Siracusani che dopo la morte di Ini. La linguistica conferma la importanza dei Siculi verso il (lela; e gjj stessi Geloi erano in grande proporziono mescolati coi Siculi, come dallo studio della parlata. Licatese si osserva. Mi preme, infine, far osservare; che ai Siculi settentrionali si è attribuito un territorio molto più esteso di (lucili) realmente da loro occupato; dappoiché gli storici Greci li confendeano spesso coi Morgeti» Così Tucidide dice che la Sicilia al leinpo della guerra degli Ateniesi era abitata dai Sieané, NI5 (fàgli EtthU, dai Focosi, dai Siculi e dai Greci (VI,2). Non parla dei Morgeti,che étidentemetìte confonde coi Sicnli settentrionali. Ed è per ciò che, poco dopo (VI, G5), dice che i Siculi in quell'epoca possedevano i luoghi ìiiediterranéi e quelli behéb tramontana. Gli storici Greci che tanto sprezzanti furono della storia dei barbari abitatori dell'isola, non si crederono obbligati a guardar tanto pel sottile e a far differenze Ira due popoli venuti insieme dal continente e ritenuti parenti. Avremmo potuto saper qualche cosa di questi popoli, se arrivali ci fossero i libri di Timeo e di Filistei, storici siracusani, contemporanei della guerra nazionale dei Siculi sotto Ducczio, e scrittori diffusi delle cose siciliane. Chi poi dà un'occhiata alla carta della Sicilia antica, vedrà quanto poca dovesse essere la estensione del terreno occupato dai Siculi settentrionali. Dove adesso son Bronte_, Ma- letto j Adernòj Diancavilkij Randazzo, ivi, lo dimostra il dialetto, pare si estendessero i Morgcti. Il territorio dei Siculi settentrionali deve cercarsi a mezzogiorno dei Morgcti ; dappoiché Agira dallo stesso Diodoro è significata città sicana (Lib. IV, 12). E verso mezzogiorno, dopo la venuta dei Greci padroni dei campi Leontini, essi doveano allungarsi per una stretta e breve zona fino al lago dei Palici e non molto vicino al versante settentrionale del Monte Lauro. m v. Data un'importanza maggiore a." Siculi meridionali, ceco ima rapida, rassegna, in cui la storia e la scienza del linguaggio si rischiarono a vicenda. 1 Siculi (forse così chiamali da 1 M-tii-coli; Uh=sSa=$) vennero dal Lazio in gran lurhe mi- granii nel pae-e dei Bruzii,e da questo in Sicilia (Tucid.VI, 2. - Diod.Sie. \',4. - Dion. d'Aliear. I). Passarono con essi i Morgètij indigeni della Calabria. Venuti per lo stretto, i Siculi al cerio furono i primi ad occupare; e scesero sino al Pachino, stanziandosi in quelle (erre che stanno a mezzogiorno e ad oriente dol- l'LtnaJin presso al Gela (Licata, che sorge ora alla foce dell'Inaerà, conserva molle Iracce di questo soli odia lei lo: dui lui, laJ>ixi', Unticcia, ecc. il mutamento della /aionica, in ";<><•<■.).lMorgeti, arrivati dopo, si sarebbero distesi a Settètttrionè e a ponente del Vulcano, dove tuttora per la loro parlala si riconoscono. Questi e quelli fondarono le loro borgate sui colli agitati pocartzi da terribili tremuoti, e l'orse fra 1 ruderi delle città dei Sicani, che esterrefatti eransi rifuggili nell'interno. Da una voce di questo sottodialetto arguisco che i siculi, quando si 6taccaron dalla màdre patria, sapevan già ch'essa chiamavasi Lazio. Una delle tante parole a, cui i Notieiahi danno un significalo spaciale, è l'aggettivo latina, 85 adoperato per qualificare tutte le piante sa'ti ve, i polloni venuti su dall'innesto; e,amplificando la metafora, l'adattano agli animali,alle cose e agli uomini, a fin di significare dorneBtico* di buona, l'azza, di eccelfonte fattura,, d'indole docile, civile e mansueto,. Nessuno degli scrittori Ialini adoperava tal voce in codesto senso; il stilo significato che han comune i Noticiani per la voce suddetta cogli scrittori romani, è ii parlar latino, che da questo popolo è adoperato per parlar chiaro, senza ambagi, senza perifrasi (Cic. Yerr. VI, 1; Phil VII. 6. — QuiNT. De- clam. Ili, 6). E nell'occidente dell'isola nostra Untimi lati/m vuol dire lingua cattiva e maldicente. Or bene, codesta voce che è usata da questo popolo in significati sconosciuti dagli scrittori romani e dalle comunità siciliane dove, maggiore fu l'attrito dei Romani, è buona a provare ch'essa esisteva nei Siculi prima della, dominazione romana ; ed è, non solo una conferma della latinità dei Noticiani, ma un argomento validissimo della civiltà de' Siculi pol lata dal Lazio nell'isola. Perche chiamar latino tutto ciò che non ò selvaggio, che non cresce spontaneo e che perciò non ò autoctono? Perchè chiamar latino tutto ciò che è bonificato? Non posso adagiarmi adunque sull'asserzione gratuita di chi vuol sostenere che, al tempo del loro passaggio, la civiltà sicana fossi; sud periore a quella dei Siculi, c che ne fosse da 86 questi disturbato lo svolgimento. Questi Siculi dovettero introdurre nell'isola una civiltà che nulla avea da invidiare a quella dei Sicani. Gli stessi riti pel culto dei Palici non dovean essere più terribili di quelli dei boschi (lucos) e dei laghi nel Lazio, sacrati a qualche Deità. Io ritengo invece che essi eran disegnati sul medesimo ordito mitologico. Senza fermarmi ad indagare se le voluttuose Deità dell'Olimpo greco fossero state ammesse dai Siculi fra i seri Numi di lor nazione, prima o dopo del loro passaggio nell'isola, è bello affermare con ogni fondamento che i Siculi vi portarono un progresso nelle industrie agrarie; ed essi, con tutta probabilità, giusta il costume antichissimo dei Bruzii, di cui tuttora ci avvaliamo in certe specialità di lavori rurali, chiamati, o spinti dalle angustie del loro territorio, si sparsero dalle loro sedi orientali nell'interno dell'isola, a fecondare colle loro braccia e col lume delle loro conoscenze agricole i campi degl'indigeni. Dallo studio della fonica nelle diverse parlate della parte orientale di Sicilia parrebbe che il grosso dei Siculi si fosse agglomerato in quest'angolo meridionale dell'isola; il resto alle falde orientali e meridionali dell'Etna. Non rimarrebbe dubbio che, dopo la venuta dei Greci, i Siculi settentrionali dovettero essere fortemente respinti dalla marina e costretti a mescolarsi cogl'indigcni. Non fu così pei 87 Meridionali. La loro città più a mezzanotte sarebbe siala. JBidiì Q Biiiii Vizzini (!>■ r. Hi.

. CANTO DE" CONTADINI DI NOTO 33 rfifffif §fc SpfC .. cìu ri Ixi # oceimiei.trii nfu *■ — cT 0 ^ # - » -»- ì ynyy ru, S Iv. iluct ceri -t u rnig gKlA a i ii -h in ~ ("Hg J»>fy | < 7 V yVyf £ | fT f^£- la — — mi ! H*1>^ ^ ^j* . fffìn^Tffì Beddu,canun li f ^ m y v y y y k cànciupi'ulri-iSo "ft -TU, ^ggrffrCf rgf | f mrv *T i ' Ì ~ i i a.. Ghiuvinect - ma duamunt. suuiic'è In pa_____ru Quannu nascisti j> -f 4' ff k: r^rf'i r-r 1 LLH - y^Vì/w ^ÉgÉÉ 1 .mei licci tuo ________ru, R'in . , ^. 1- Jy r y v y ^ielu sii MHz zi - V 7 \"7 - v- li ca-.ki--.ru. ^ ^* §H§ i^fefe ____-I? * -^.^.y-^rt^E r=^F su In coi ria tiuicLquannu muo________ru. Lascili U ^L frrfrr^grrTrv?! vila mia ula li to' ma mi! Avoli» € anH oopol ari M 11 « PR EFAZIONE I. Dopo la ciotta e copiosa Raccolta di Canti popolari siciliani data Inori dal Vigo,e le mollo altro, venute in diversi tempi alla luco; dopo che quel valentuomo del Pitrè ha trattato a modo le nostre quistioni popolari e le ha sviscerale con erudizione da par suo; a taluno parrà presunzione la mia, quando avrà visto venir fuori questa Raccolta. Mi affretto a dichiarare che non ho una briciola di pretensione pel mio povero lavoro. Io non ambisco neppure ch'esso entri nel vestibolo del gran tempio della Letteratura. Di ricompense ne ho avute abbastanza nella passione soddisfalla, nel piacere provato a gustare una parie della letteratura del popolo; letteratura che spira l'odore del timo selvatico e del rosmarino, antica più d'ogni altra, varia e plastica più di quella che impellila sia sul]* 1 gale e va per la maggiore. Ilo ricevuto la mia mercede; e me ne credo pago ad usura, tutte le volle che 108 guardo la mia Raccolta; così il monomaniaco collezionista si compiace di rimirare i suoi armadi pieni di quante cianfrusaglie ha pollilo procacciar- i. A fino di poter presentarli, o lettore, questi pochi Canti inediti, ho dovuto raccoglierne due mila. Dopo le migliaia che se ne son pubblicate, le Raccolte allesso diventali sempre più malagevoli. Mi è toccato aver da fare con una classe ignorante e diffidente, la classe dei contadini. Ho dovuto cercarli nelle loro stamberghe; e, quando nò significato il desiderio di sentire la loro Canzona, molli mi bau piantalo lì, dopo avermi guardato con sospetto. Qualche ragazza, più pietosa, è condiscesa a dettarmene qualcuna del suo copioso repertorio. Qualche vècchia, per vanità, me ne ha recitate delle centinaia; che essa, ricordavasi con diletto di alcune canzone, le quali furono cantate a lei, temporibus ibis, (piando era fanciulla. Parecchie mi han fatto meravigliare per la loro memoria prodigiosa, e ho dovuto dar ragione al verso: Su buoi aui2uni, nn'hagghiu nei cruoedda. I conladini di Noto, le femmine più, ne san tante, che spesso, specialmente quando raccolgono ulive, si sfidano a chi ih; dice un maggior numero. Ad ogni canzona mettono una, uliva dentro un cesio {eruoedda); vince chi ue ha messo di più. Una buona parte di qu/ìsti cauli apparten- ino goriù a donne, 6, come si vede, sono rivolli al fidanzato. Da essi traspira una tenerézza ineffabile', che è la espressióne véra del cuore affettuoso delle mie compaesano. Una delle qualità più notevoli che le adorna, è una cotal benevolenza piena di dolcezza, e di rassegnazione. La loro lingua è rifiorita di parolettè amorevoli: àpecchio mìo, fletto mio, fiamma mia ecc., clic accarezzai) Pórecchió e l'animo insieme. Può darsi ch'io m'incanni; e che Pal'Ietto a quelle, clic, a me fegàte da, vincoli di sangue, laute soavi contentezze mi procurano, mi faccia travedere. Ma questi Canti sono stati fatti dal popolo, e bastano essi soli a caratterizzarne i costumi e a, rivelarne il sentimento. Quando io dico Cauli di Noto, non intendo in nessun modo sostenere ch'essi sieno siali fatti da poeti popolari noticiani. Ciò sarebbe assurdo; dappoiché le indagini sulla paternità dei cauli popolari sono impossibili. Un Canio nato a Palermo, in men di un mese fa il giro dell'isola, e viene in ogni paese a subire modificazioni e varianti; perchè lo si adatterà alle esigenze eufoniche della propria parlala, al genio delia letteratura locale e dei propri costumi. Molli Cauli che pajono originali di Noto, hanno avido altrove la loro culla; e in cpiesti ch'io presento, e che sono una. piccola parie, del grandissimo numero cantato dai Noticiani, ci deve essere naturalmente il contributo degli 110 • altri paesi di Sicilia, c in (specialità dei limitrofi. Di Avola, Rosolini, Palazzolo, Modica, Comiso io ne ho in serbo parecchie centinaia, che mi sono state spedite da carissime persone e che conio di pubblicare In altra occasione. II. Il motivo musicale della canzona di Noto è all'atto speciale; per ciò si dice: cantare alla noticiana. Esso è in un tempo larghissimo, il più largo. È una cantilena che par lamento, piena d'una dolcezza flebile e affettuosa. Ci son note eh'è difficile fermare sulla carta; noie che nessun maestro di Musica saprebbe mettere insieme, per cavarne un effetto che si assomigli a quello che ne trae il nostro popolo. La scrittura non dà che un'idea molto sbiadita d'una melodia la quale mula colorito in ogni bocca, secondo i mezzi di chi canta e il sentimento da cui questi è posseduto. Quando il Sole è caduto, e il contadino colla zappa, sulla spalla torna alla sua casetta, intona una delle sue canzone che mi colina l'animo di malinconia, e fa riscontro alla mestizia della natura, (piando fa sera. Questo popolo non ama i canti corali; il suo canto è un monologo; perciò è più semplice e più naturale; l'usignuolo canta a solo; e, perchè la somiglianza sia più vicina, i nostri contadini, (juainlo cantano, fanno fra un verso e l'altro mia. lunga pausa, Chi lo sente una volta, non lo dimentica mai; e nei momenti di raccoglimento, insieme con quei vaghi sentimenti di Ili tristezza che sogliono essere compagni indi* visibili di inde le gioie umane, quella melodia se ne Sta ostinatamente alle orecchie. La canzona noticiana si allontana dalle cadenze comuni agli altri paesi di Sicilia; ha uno strascico peculiare e certe noie che sono un, gridio di dolore. Senza ter torto all'opinione del Vigo, il Nestore della Letteratura popolare siciliana, ogni (piai volta io sento la canzona del mio paese, corro colla immaginazione all'Oriente. Per un sensualista essa è dolco come il dattilo, aromatica come il bolzuino, deliziosa come il keif dell'Arabo. Ha la gravità del Cammello e la voluttuosa pieghevolezza, della Palma. Ed io, senza essere in grado, di provarlo, ho la convinzione che il nostra contadino Plia ereditata, dallo schiavo Assiro, che bagnò del suo sudore e del suo sangue questa terra, sotto lo scudiscio dei Romani. Ecco perchè i Canti del PrtgioniQro sono un. genere particolare della poesia siciliana. Però, se non ci è dato veder nei canti nostri tracce evidenti tic' Siri, Caldei, Armeni ecc. che in gran numero popolarono la nostra isola, che l'agitarono per molto tempo e, agricoltori e pastori, erano in contatto intimo coi nostri contadini; none la stessa cosa pei Saraceni. 1 Siciliani non avevano nessun rancore contro quei buoni Mussulmani, tanto tolleranti pel cullo cristiano; e non dovettero esitare ad abbracciar molte delle loro immagini 112 che non avessero relazione di sorta eolia, religione; come non ebbero peritanza di apprender da loro vari processi d'agricoltura e l'esercizio di molte industrie ed arti. I Saraceni di Sicilia non cran Musulmani fanatici, come sono adesso i Mori della costa di Barberia, loro parenti e loro discendenti in buona parte. Non un movimento insurrezionale durante il loro dominio; e la conquista dei Normanni non fu pei Siciliani una levata di scudi, come due secoli dopo furono i Vespri coi Francesi cristianissimi, o, in un'epoca più recente, le nostre rivoluzioni. Se i Saraceni fossero stati in uggia ai Siciliani, quelli non avrebbero domandato nella pace di Palermo il permesso di rimanere. Di fatto vi continuarono tranquillamente a vivere ed c- sercitare le loro industrie, delle quali sappiamo clic se ne serviva lo stesso Ruggiero, in seguito scomparvero per assimilazione; dopo aver tolto di mezzo l'unica differenza che li distingueva dal resto dei Siciliani, la Religione. Tutti gli storici sono di accordo nell'attribuire a quegli Arabi una tendenza Opposta alla intolleranza degli Israeliti, « una tendenza, dice Humbold, clic li portava a fondersi colle nazioni debellate, senza rinunziare perciò, in onta al perpetuo mutamento di cielo, al loro carattere nazionale ed alle ricordanze tradizionali della loro patria primitiva. » (Cosmos; II, 192). 113 Ondcchè, se impossibile è provare che la nostra canzona sia importazione degli Arabi, da alcuni canti popolari nostri io arguisco ch'essa doveva essere in gran voga al tempo dei Saraceni, o in quel torno. Occorre spesso di sentir ricordare nei nostri canti l'arancio e il limone. Se ne parla come si farebbe d'una pianta rara. Nessuno, neanche il più goffo dei nostri poeti popolari, vorrebbe adesso assomigliarti la faccia della sua bella all'arancia; tranne che per satira non voglia ricordarle che ha la faccia butterata e itterica. Eppure le comparazioni sono frequenti; e debbono riportarsi a un tempo in cui questa pianta fu introdotta in Sicilia, e dovette con lo «Croma delle sue foglie, col profumo e il sapore del suo frutto, fare impressione sulle menti dei miei paesani. E ciò dovette essere molto prima, della venuta dei Normanni; perchè, sotto Guglielmo, Kolcando ci descrive gli immensi agrumeii dell'agro Palermitano. La Palma è frequentemente ricordata pure nei canti di quest'isola. Gli amori il poeta li eompic sotto una Palma; la sua bella è come una. Palma, o meglio, come il garzuolo di essa {carina). La palma, che col suo portamento esotico agita mollemente un parapioggia di foglie allo spirare d'un'aura; che assiste alla nascita e alla scomparsa di molte generazioni; che è una pianta dioica, onde qui si dice che le palme fanno all'amore, acquista da ciò 114 un'aria di meraviglioso che può colpire la fantasia del conladino. Ma qui le palme non sono comuni, nò fruttificano; e in un cantasi dice della bella: Ccu li so 1 manu dattili cugghia; e le comparazioni sono frequenti, come se fossimo in piena Arabia. Io non dico che ciò provi assolutamente la contemporaneità delle canzone in parola colla dominazione saracena; ma io faccio notare che i nostri poeti popolari viventi non sono più tanto inclinati a similitudini di questa fatta. La Palma, in Sicilia, e ci sono contrade dove non si conosce che di nome, serve soltanto nella Domenica delle Palme. È un tonnine di paragone, io credo, che attinge la sua efficacia nella tradizione. Adesso non ispira dolci rimembranze, come doveva destarle nell'animo di quegli Arabi, pei quali era l'emblema della loro patria. Chi sa quante volle, essi, in mezzo alla nana camerope, al pallido ulivo e al grave carrubo, sospirarono al paesaggio natio, in cui il palmizio ha una parte tanto caratteristica! Direi quasi che il Maomettismo ha la sua geografia botanica. Esso occupa la zona delle Palme; esso dimorò lungo tempo in ([nella regione d'Europa, ove la famiglia di questa pianta ha un suo rappresentante nella Chainoerops humilis. In molli canti, inoltre, si accenna, alla potenza magica dei Mori. Soli d'avviso ch'essi 115 lasciarono questa fama di sè lin dall'epoca del loro dominio in Sicilia. Nella immaginazione dèi semplice campaci molo, coloro che coltivano le scienze e san spiegare 6 preannunziare un fenomeno naturale, appariscono come esseri straordinari, capaci di l'are a lor grado il bene ed il male. I primi tipògrafi sòn ritenuti majarì(V.Canti dèi Prigioniero); il Demonio su- sùrra nei pali dèi tèlegVàfo,quàndo ronzano pelle vii>ra/.ioni del filo. Qui non c/è ferrovia; la locomotiva .eoi suoi sbuffi di fumo e le sue espirazioni di fuoco non farebbe fuggire i nostri campagnuoli,come fuggirono le Pelli Rosse; ma che il Demonio ci avesse dentro il suo zampino, in fondo al cuore lo crederebbero. I Mori ebbero valenti astronomi, medici e naturalisti; e dovettero colpire la fantasia dei Siciliani, in quell'epoca di profonda ignoranza e di esagerata superstizione. Pieno la. immaginazione di quel Saraceni infedeli, tanto dodi conoscitori della, virtù delle erbe, tanto pazienti osservatori dei fenomeni naturali (brutto riscontrò della sua. ignoranza 1), il colono siciliano, che dovea esseri; illuminato pel fatto solo della sua, fede, non seppe spiegare altrimenti la loro dottrina che attribuendola ad Opera del Demonio. Che i Cauli popolari dovevano essere molto diffusi in Sicilia fin dal tempo degli Arabi, si de sunie pure dal fatto eia-,poco dòpo,alla corte di Federico la poesia Siciliana prese queifa- 116 scendente che tutti sanno. Làpoesia in lingua volgare non venne siccome vieti fuori un Agarico; essa dovette esistere nel popolo, donde poi per genialità di principe diventò aulica e cortigiana. Federico dovette innamorarsi dei nostri poeti popolari)ammirarne la spontaneità e lo slancio; chiamarne qualcuno a Corte, lui che si dilettava a cantar serenate; c quando la poesia in volgare la si vide apprezzata da lui, fu tenuta in pregio da tulli. Mi sia permesso credere, adunque, che una gran parte delle immagini onde sono ingemmati questi cauli, i Noticiani le appresero da quegli Arabi, di cui il sanane scorre in copia nel popolo Siciliano. Noi ne risentiamo tuttora il rimescolamento da un cerio fatalismo della nostra indole; da. un temperamento ora, ini- petuoso or pigro, come i movimenti dei Sauri; dai tropi e dalle Similitudini esagerale; dalla pazienza, alle ricerche e da un pò di pigrizia; da molte parole che ci son rimaste; dagli occhi tagliali a mandorla, e dai crani dolicocefali. III. Quanto alla scrittura de! Siciliano, compito difficilissimo, inforno al quale si è discusso tanto e si è conchiuso poco, ho procurato di tenermi alla pronunzia del Noticiano; giusla le leggi fonetiche, formulate nello Studio comparatico posto innanzi a questa Raccolta, Solo debbo avvertire ch'io me ne sono scostato, 'mie le volte ebe ne veniva discapito alla cliian v.za. 117 Inoltro, si è veduto che alcuno vocali (la o e la a) prendono a volto un snono molle, come

  • r iti ar idda; Li so' billizzi su' billizzi rari: L'uocci, fa franti; lu hàsti c li gbìgghia, La sula trizza mi fa pazziari. * 13. Si' facci ri ha Luna sbrinnìcnti, sr comu ria jalera navicanti. Bella, cui 'n viri a tia, min viri rientri. Ila' la vuccuzzà cina ri diamanti. D'in fici lu mari 'ntcmpu un ncnti, Er in hi fazzu nta suspiri e cianti. In mi imi vaggbiu e vi lassù cuntonti. Spcru ca he siri in lu vosciu amanti. * 14. Li schetti su' ciù ghianchi ri la nivi, Su' bianchi e russi comu lu ranatu. Nta In pittuzzu n'Ancilu ci scrivi; Nta li labbruzza c'è meli arrusatu. Miatu cu' ci mancia c cu' ci vivi! Miatu cu' s'assetta a lu so' latu! Oh quantu amanti eh' ha' fattu muriri! Ora uni mnoru iu lu sciurtunotu. 126 CANTI POP. NOTICIAN1 lo. Parmuzza, 'un affacciati, ca fa bentu; Lu tantu vcntu vi spanna lu mantu; Vi fa parìri la scarpa r'arghientu, Tutta vi tramutati ri lu scandi. 1(1 su ccu beli e antinni, c vaggbiu lentu; Vui senza rimi navicati tantu. Fammìnni quantu vuoi, mi uni cuntentu; Un gnuornu ha' siri mia, tantu ca tantu. * 16. Luci comu la Luna ri Jinnaru, Ti luci la scarpuzza c lu turrinu. Lùcinu soccu cùsunu ssi manti, Pàrunu r'oru li robbi ri limi. Li mascidduzzi chi ciauru ca fanu Ili vàlico, violi e ggbiersuminu ! L'i la mè amanti nni sugnu luntanu, Speru ca ci hagghiu a siri ciù bicinu. * 17. Pi bui nesci lu suli a matinata, Tutti Taccili càntunu a partila; E fanu festa a bui, ncèlica Fata, Capiddi r'oru c dilicata sita. Li robbi chi ti metti a la jurnata, Comu ti stami beddi nti la vita! Facciuzza ri na rosa mmuttunata! Ucciuzzi ri na vera calamita! memm PUOMKSSK, skkknatk ECC. I-V 18. Si' bella ca min htti nuddu difettu, Si' conni na jalera nla hi porta. Mi fa' nu ciàuru ri muscu zubetlu, E si' bistusa (') ciù d'un ghiggliiu all'ordì. Quanta billizzi ca toni ssu pottu! Ccu l'uocci mi li serivu c ini li portu; Bella, ca pi tò amuri vaggliiu (-') spertu, Hi tia nn'bagghiu a parrari viva o mortu. * 19. Sutta na rrocca mi voggbiu assittari, E notti e gbiuornu scrivcnnu canzuni. Chiddu oa scrivu, lu voggbiu annutari, Nzina ch'affaccia Rusidda r'amuri. Quann'c ch'affaccia, la voggbiu vasari, Puzza ciré figgbia ri hi Mperaluri; Poi ccu Ruaìjdda uni millenni l'ali, 'Ccianamu 'nCelu c ghìriamu lu Siili. * 20. Annuzza, siti un ralogghiu r'amuri; Sboggbiu a li razii to', su buoi sunarj Soni li quarti, li minuti c l'uri, Er ogni quartu cent'anni mi pari. Chi sunnu sti lardanzi e sti dimm i ? Su' cosi ca min pozzu supplìrtari. Na razia v'addumannu, min Signuri, Manu-manu a sta bella m'hè spusari. (') Bistusa e vistusa: appariscente, che fa bella vista. (-) vagghiu: vado. 138 CAN TI POP, NOTH.IANl 21. Mi nni vogghiu jiri dda baraaa Ili mari, Aju a ciantai'i un peri ri nucidda. Annu pi annu lu yogghiu nzilari, Quantu carrica ciù di la inurtidda. Nta lu SÒ zuccu na Andana hò fari; L'acqua ci ha sciri ci ara conni stidda. Si 1 bella quantu Din li polli fari! Quantu si' ghiuculana, picciridda! • L li. Iu fui a li parti ri li Nnicci-Nnci (1), Passai ri Spagna e bitti la Turchia. In villi fataeiari Nìnfl e Dei, Figghi di Conti c d'auta signuria. \ illi r'incostu Barbiri er Ebrei, Er ogniaruna la sò panna, avia; Ri quantu nn'hanu vistu l'uocci mici, 'Un si trova una bella conni a tia. (') Chi sono codesti Nnicci-Nnei ? — domandai al contadino che mi dettava questo canto —Sono uomini, mi rispose, che ahitano lontano lontano, al confine (a finàita) dei Vuvitini — E i Yuvitini? ripigliai — Questi stanno sotto di noi, dall'altra parte del mondo, alla quale noi rivolgiamo le piante dei piedi; e sono uomini grandi così (luco lu misura d'una spanna); ce n'é quanto la rena del mare, e sou lutti tifatati. Cf. le Note ai Canti. LODI, DICHIARAZIONI ECC. 129 23. Sunu ru' ntorci Colati nta h'ófu, Ru' belli facci cartisi c Astanti; Ru' campatìe9($i tulli cui d'un sonu, Su' du' peti-i rubini e dui diamanti. Su' dui rasleri inumiti r'ófu, Rintra ci .su 1 da' rosi eiauranti; E, quannu affaccia stu pani <ìi soni, Lu Suli si ntratcni e ciù 'n va avanti. * 24. 0 màcera ri jalofuru ncarhatu ! Sempri riguardu lo tò bellu visu. Nta quali quadro fustivu pittatu? Chi fu calata ri lu Pararisu? Na vippita l'arria nta ssa tcVvasu, Chi miricassi sta Riè cori affisa. Cu' è ca mi toni ca 'un ti vegnu c baso? Armeni! fammi la vuccuzza a risa! * 25. Su stu me pcttu milli spati a vissi, Tutti sugghietti a la mò fantasia, Milli corpa a stu cori ci darrissi, Quannu stu cori abbanmmassi a tia. Oh chi gran pena stu mè pottu avissi, Su amassi ar autru c sdisamassi a tia! Stu affrittu corpo su arriva e morissi, C'è hi spirita min pi amari a tia. 130 CANTI POP. NÒTICIANI 20. Mi jardu e 'bbruciu, mi cunsnmu e patii, Mi jardu e 'bbruciu nta vampi e nta fuocu. Mìsiru, comu sugnu addivintatu! Scunci la carni mia a pocu a pocu. Vogghiu sapiri suddu sugnu amatu, O puramenti su amati pi ghiocu. Varda ri quanta sugnu sciurtunatu: Ti vulissi parrari, c 'un trovu locu. * 27. Bella, la tò billizza m'assutterra, Nun sa' quantu m'ba' fattu piniari. Si 1 bcdda ri la trizza nzina 'nterra; Nun c'è pitturi ca ti pò pittari. Unni scarpisi tu, cessa la verrà, E canta la Sirena ri lu mari. Iu, mortu e sippillutu suttatcrra, Li stissi ossa miei ti vonnu amari. * 28. Nu mporta, amuri miu, su siti curtu, Ca la prisenza tù è d'un cavateti. A un arvulu assimiggbi ri bon fruttu; E zoccu vi mintiti, vi sta beni. Quannu passi ri ccà, t'affrunti tuttu; Nesei lu fazzulettu e t'ammanteni. Mi l'hanu rittu ca si' bcddu tuttu; Ri li mora ca fai, ti voggbiu beni. DESIDERA, SALUTI ECC. 29. Beddu, ca mi pariti un S. Micheli ! Ciù vi riguardu, ciù nn'hagghiu risai. L'uocci l'aviti rui stilli sireni; Beddu è lu pirsunagghiu e a morii miu. Ri la vucca sparghìti latti e meli; E unni parrati, mintiti lu sbriu. È l'uocciu ri ragghienti ca mi teni, Su nun vi vegnu appressi! unni vi viju. * 30. Ti mannu lu mè cori, su lu vuoi. L'arma mi nesci ri vèniri ddoeu. Iu ti lu mannu, mannimillu poi; L'arma senza lu cori campa pocu. Fallu pi l'arma ri li morti tuoi ! Levimi ri sta vampa e di stu fuocu. Nun ti circari scusa ca nun puoi; Quannu l'amuri c'è, trova lu locu. * 3 L Tu si' pisci r'amuri, iu sugnu l'ama; Tu lu sai quantu beni rini vtilemui Pi fariti carizzi morii e 'hhramu; Ti li farria, ma di tò matri tremu. Nui, quannu nta li strali uni scuntramu, Cidi ri milli culuri uni facemu. Miegghiu a sta cosa rimcddiu cci ramu: Pìgghiti la piddemi e ni uni jemu. 132 CANTI POP. Noticiani 32. Cocci ri calamita, animcnzu a tanti Ccu nu riguarda tù, nnorvi Ragghienti ('cussi cicaati a mia poviru amanti, Niscìri 'un m'ha' pututu ri la menti. Tu mi sta' fannu jiri ranti-ranti, Mi fa' jittari suspiri c lamenti; Amuri, iu nun mi muovu ri sti canti; Ca su 'un accanzu a tia, nun sugnu nenti. * 33. Li to' uocci e li miei su' calamiti, La tù vacca e la mia su' l'ammasciati, Lu tù senziu e lu min su' tutti auniti, Lu mè cori e lu tù su' ncatinati Er iu pi amari a tia sugnu nta liti, E tu pi amari a mia rran peni pati; Ora, curuzzu, fmcmu sta liti: Fujemuninni, c poi cu' pati pati. * 34. Scntu ciauru ri rosi, e m'ammantegnu Sutta un peri p'aranciu e di lumia. In ri sta rosa na rrama uni tegnu, La porta 'mpettu comu l'arma mia. Rosa ca ciauri pi tutta lu regna, Ca leni milli amanti 'nfantasia ! Suddu pi sorti ;i lu jardinu vegnu, Tutti li fluri lasciti c pigghiu a tia. PROMESSE, SERENATE ECC. 133 3o. Nti la me ntcrnu vui sulu ci siti, Siti bella r'amuri c mi nciammati. La notti 'un dorma, c bai pi mia 'un ciurmili; la sempri peasa a bui, vai a mia pinsali. Saccia ca nta lu pcttu mi Uniti, Vui nta lu cori miu stampata stali. Quanta sa' belli ssi razii ch'aviti! Vi prega, anima mia, 'un m'abbannunati ! * 36. Lu primu amuri ca principiai, Curuzzu, fusti tu lu mia ntilletla. Amari ca 'un avia pruvatu mai; Oh chi ciamma r'amari o chi saggbiettu! l'i tia, sagginoti a mia, 'bbramu e 'bbramai, l'i la tò amuri nta un urvu mi jettu.< Tu la prima e tu l'artiina sarrai; Sempri ti tegnu sucillata 'mpettu. * 87. Su bui tiniti afghientu, iu tegnu oru; Su bui tiniti sbrin, iu tegnu sciala; Su bui cianali 'nCelu, er iu ci vola. Sa bui 'nterra calati, iu agghicu primu. Hagghiu saputu ch'aviti un trisoru, Ma iu ccu li me' mori mi la tini. Affaccia a la flnescia, Ninfa r'oru, L'amanti ch'era morbi, ancora ù bivu. 134 CANTI POP, NOTICIANI 38. Nun sù mordi, no, no; su ancora vivu; Ancora 'bbramu ssi to' cimi trizzi; Ancora è bivu In spiritu min; Nun mi li scordu, no, li to' carizzi. Su nun m'amati vui, vi amu iu; Ca un'ura ca 'un vi viju, fazzu spirtizzi. Vinirrà un gnuornu ca, piacennu a Diu, Patruni he siri di li to' billizzi. * 39. 0 ghiuvineddu ri zùccuru fattu, Siti l'allustru ri lu me quartieri; Lu lazzu ca mi rasti nun fu lazzu, Fu catina r'amuri e mi ntrateni; Ccu li me' maini lu sciogghiu e l'allazzu; Patruni ri stu lazzu, quannu veni? Tanna si sciugghirrà lu nostru lazzu, Quannu va pi lu munnu San Micheli. * 40. Oh Diu, chi bellu ghiuvini ca siti, Ca ri la ghiuvintù vi nni priatil Quannu avanti la porta vi mintili, Pariti un Cavaleri ri citati. Vui riti hi menzu minutiddu siti, Nti n'anidduzzu r'oru vi nfilati. E di lu restu patruni mi siti: La voscia serva è ccà, la cumannati. LODI, DICHIARAZIONI FXC. 41. Lu tò riguardi! anestu lu miu teni, T'àinunu l'ossa miei, li si issi vini; Sbisciratu st'amuri! r'unni veni? Veni ca siti beddu senza fini. N'ura ca 'ri viru a tia, sugnu nta peni, Pi tia 'n dorma nò notti, nò matini. Lu tò riguarda anestu lu miu teni, Ca appressu ti vinissi unni camini. * 42. Ti vurria amari e l'anistà mi teni: Ddubitu ca nni rama mala fama. (') Nun lu sa' ca ti vogghiu 'strenui beni? Stanni sicuru ca stu cori t'ama. Pari nun pozzu comu mi cummeni; L'arma mi nesci e lu cori m'abbrama. Ccussì ò n'amanti, quannu amuri teni, Suffrisci, perdi tempu, adduma er ama. * 43. Catina longa ri cbìnnici magghi, Coma mi ncatinasti, armuzza mia! Lu sonnu supra l'uocci mi luvasti; Mi vagghiu pi curcari, e pensa a tia. Rimmi lu si o lu no, su mi lassasti; Ca armenu mi cujctu e 'un pensa a tia. (') Pensiero delicato o gentile. 13G CANTI POP. NOTICIANI 44. Ghiuvini n'haju vistu, 'un dicu no; Ma beddi coma a tia nun ci nn'c ciù. Le testa è rrasta ri basiricò, Li mascidduzzi jarofili su'. Dimmi su mi vuoi beni, sì o no; Ca iu beni ti vuoju un puntu ciù. Su ci manna Iu Re, ci ricu no, Nun canciu la prisenzia eh' ha' tu. * 45. A cu' ricissi iu vulissi beni, A chiddu ca ri ninni è bistulu; Chiddu ca vesti conni un Cavaleri Ed eni un figghiu ri perni cumprutu. Quannu lu vuoju, ccu un friscu mi veni, Conni a la scola l'avissi tinutu. 'N fi Iu palizu ca ti voggbiu beni, Nta Iu pittuzzu miu cani tinutu! * 46. Nti stu forti r'amuri ci ncagghiai; Forti mi pari ri lassari a bui. L'amuri ccu l'affettu è rranni assai, Spartenza 'un ci nni pò supra ri nui. Quantu na vota ccu tia parrai, Lu sangu s'auniu ri tutti rui. Lu lazzu ri l'amuri ò forti assai, Mi vagghiu pi allargari, e strinci cidi, LODI, DICHI \l;.\y.IoM liei , 47. Allura ca li vitti riti Paspettu, Nni tia sin cori si uni vosi armari. Pi sempri si nn'annàu ri in mò pettu, Si uni viimi unni tia pi arripusari. In conni fazzu senza cori 'mpettu, Ca senza cori nun ti pozza amari \ Fallii pi In lo amori e, In mè affettili Rima In cori a cu' hi sapi amari 137 48. Tu ri sia strafa non ci passu ciùi, Pi nun fari parrari a tanti agghienli; Ca li vicini su' li trarituri, Nun vonnu ca n'amarmi afifattamenli. Vui sili la, ghìrranna ri In Siili; Iu sù ralogghiUj c nisciunu mi aeriti. Quannu passu ri ccà, fammi un faviiri: Fammi nzinga ccu ll'uocci suiamenti. # 49. Ci sili bedda, pi nzina a lu rmòmu! La tò billizza si ncìammàu ri mia. Truvari nun si pò n'autru dieoru, N'autra amanti Arili comu a tia. La parola ti rugnu, flgghia r'orut Nuddu t'ama ri cori comu a mia. Polla, t'hó amari pi nzina ca moni, Pi sduziu ri cu' nn'havi ghilusia. SO. Uonni lu Suli nta li frizzi tuoi; N'.Viicila ri lu Cielu sili vui, Su 1 dui A.rchi-Nuè li ghigghia tuoi', Bella ri l'autri belli un puntu ciùi. AVOMO — CANTI POPOLARI, JO 138 CANTI POP. NOTK 1ANJ 'NSicilia min ci su' li pari tuoi, Nè manca voscia mamma imi fu cidi. Miatu cu' varda ssi hilli/.zi tuoi! Mori, si sarva e nun s'addanna cidi. # t. Avannu st'amieizia l'hamu avutti, Pi gloria ri Din, senza piccatu. Vicineddi ri ccà, chi nn'hati avutu, Ca notti c ghiornu nVaviti sparratu? Imi Ghicsu Nazarena, c fu franila Ri l'Apostulu so, Ghiura damati 1 .» Tu ha 1 siri chidda ca m'ha' duri ajutu; Nun mi fari camparf rispiratu ! * -2. Sentiti, bella, sta nova cahzuna; L'haju fallii pi tia, Arili amanti. In sugnu Siili e bùi siti na Luna, ("Ili lustrura ca fanu nta sti cauli ! Certu ca sta pi bui la mò pirsuna, Si nni poli riscruriri ogni annulli. Su ci piaci a, D'in e a, la Uan S ignara, Sjtiisi hamù a siri Arili e Astanti. ■» ri. Ronna, ripara miti, Alici scudi, Sentii ca m'addifenni <■ mi Cuverna. Vagghiu ri ccà <• di ddà, sù ddibulutu, Sugnu comu n'acellti (juannu scorra, la sempri vaju pi amari, e sii trarutu; Cercu l'amuri tò, rrama ri perna; Suddu mortu mi viri, rammi, ajuui; E nun mi riri secala materna. ■■• il DESIDERI, SALUTI ECC. 139 54. Na varva longa mi vogghiu addi vari, E tanta longa, sina ca si ntrizza. Bella, nun mi la vogghiu pittinari, Pi 'un dari a lu me cori cuntintizza. Tutti l'amici miei su' buoni e cari, Cu' metti fuocu e cu' li ligna attizza. Chi servi siri amatu, e nun amari? Iu t'amu, e tu 'un mi fai nudda carizza. • 55. In tegnu l'uocci e tali'u li strali, Unni, patruna mia, passatu aviti. Talìu li fermi ri li to' pirati, Unni ssu biancu peri misu aviti. Iu vi talìu e bui mi taliati; Iu v'amu, c bui ciù beni mi valiti. Chi rran pena a stu cori ca ci rati, Quannu passu ri ccà, e bui 'un ci sil i ! » 86. Nta lu pittuzzu teni na funtana, E nti lu menzu na bella friscura. Viviri nni vulia ri ss'acqua ciara, C'era un gnarzuni ca tineva accura. Quantu fu fortunata la mammana E cu' li vattiàu, bella fljura! Mi criu ca ti criàu lu Ran Surtana, Facci ri Pararisu, Suli e Luna! * 87. Si' bella, c a ll'autri belli li cunfunni, Àcula ca cumpari a tanti baimi! Nn'aviti ri billizzi mari l'unni, Ciumi currenti ca li razì spanni. 1 10 CANTI POP. NOTICIAN'1 Ccu ssu lò visu la Sicilia aromi, Si' bella ca 'un uni l'amiti ciù li marami. Quannu tu voti e ghiri ss'uoeci tunni, Carmi a In muri c a la Sali cumanni. 4 58. Un triunfu ri billizzi ini parili, Quannu ccu ssa vuceuzza mi parrati* E bui r'innustria e di bon sangu sili, Ccu ssi mei paioli m'ammajati. oli Dia, ch'avissi milli cori aiutili! Tutti vi li darria, su l'accittati. ( Jiaccàti la me pettu, e birirriti: La me cori e la lò su' ikmI inali. v :>!>. Sona, citarra mia; fermiti, peri; Ri tia sapiri vogghiu la cirtizza. Sugna parlala ri la in;': quartieri, Pi riguardari tanta jautizza. Ar una ri sta, strato vuoju beni; Ci'irn ca. bissi la me' amanti stissa. Nini mi uni cani, suddu vini peni; Un gnuornu ha siri mia la cuntintizza. * G0. Su' li Prufeti, e bànnu priricannu, Er in ccu la ine trumma ci arrispunnu. L'Ancili stissi uni vannu parranno Ch' aviti ri bil lizzi un mari In nini. La Luna ccu lu Sub va spiatimi: Chi c'è ccu sia lustrura nta la munnu? Ri (pianili belli cbi banu sfattu e sfamiti, Tu sala ci si' bella nta la mimmi. PROMESSE, SERENATE ECC. 1 61. Ni\ sdì jardinti ci vùrria ciantari Puma ri Francia e pira muscàtcddi. E nta Ut mcnzu na fontana fari, (.'i valimi all'acqua li piccioni beddi. E a. toccu a toccu li vini passari, A Inceli a Inceli conni li slrutìeddl. Una ri ellissi mi nn'haiu a pigghiari: A Curràrina ch'àvi l'uocci beddi. n 62. Avanti assira passanti cantannu; Iu era, nta In Iella ca rurmia. Lassa a me mairi é mi voti) ri cianca, E 'nsutla vuci ran ciantu facia. Con li lacrimi miei In lettu vagnu, E poi l'asciucu ccu la pena mia. Su n'autro vota ci passi cantannu, Moria mi truvirrai, » iammuzza mia. * 68. CY> un picciulteddu 1 , è si voli accasari; pici ca c'è na ftgghia ri cattiva. Tu schittulidda ciò min pò' ristari, Ca la tò Cranii la facci m'ammira. Li to' billizzi su' particulari; Ti stimu cninu fossi na. Rigghina. E Ghiesù Cristu sia, razia m'ha, lari: La flgghio spasa, e la mamma parrina. * 64 - <>li Din, ca l'arti mia forra pitturi! (<) Lu ritratto ri tia m'avissi a fari. (') No ha una variante il Vigo (XII, 7.). 142 CANTI POP. XOTK 'UNI Pinciri ti vurria nta miili fìuri, Valucu, ghiersuminu c cosi rari. Jettu un suspiru o fazzu ciari e scuri, Poi ccu lu ciantu l'hagghiu a stimpirarf. Su a lu ncarnatu manca lu culmi, Vina i>i bina mi vogghiu sbinari. # 65. Rrguardu l'uocci 'nCielu e mai li calu; Viru a na ronna ccu tanti billizzi. Ancila bedda, cb'è gbianca ssa manu ! Su' na scumera d'oru li to' trizzi. L'acqua ca curri a lu ciumi Ghiurdanu, L'arriparàti ccu ssi brunni trizzi. ISIi calu 'nterra e bi vasu la manu; Vaddumannu licenzia: addiu, billizzi! # GG. Si' maccia ri jaloflru abbampanti, La facci bai tunna ciù di na lumia. Bella, ca a tia ti ficiru li Santi; 'IVi matri ò bedda e t'ha fattu pi mia. Hagghiu flrriatu tuttu lu Livanti, Tutta l'Africa, Spagna e Barbaria; Truvari 'un l'hc pututu a n'autra amanti, A n'autra amanti ciù bedda ri tia. # 67. Quannu passu ri ccà, sta vucca tussi; Tussi, e, tussennu, la bella affacciassi. S'affaccia er affacciati masciddi russi, Tu si' la bella di milli cumparsi: Su bài a ll'acqua, ci viegnu a li curai; Ci viegnu pi mpiririti li passi. LODI, DICHIARAZIONI ECC. 1 13 Conni sù homi, e malateddu dissi, Ceu na vota ri ss'acqua mi sanassi. # 68. Billizzi, vi salutu, su 'n duranti; E su durmiti, salutu a li mura. Salutu a ssi belli uocci margariti; Pàrunu un mari ch'à statu 'nfurtuna. Di cuctu e curtu n'Ancila parili, E di Imitami lu Siili e la Luna. \ ni, fra li belli, sta razia aviti: 'N siti rigghina, e purtati curutia. # t>9. Ti gniuru, vita mia, ca l'anni e 'un t'amu. Er è pi elusiti ca mi ncugnu c arrassu. Panni, e 'Un mi sonlu; li fuju, e t'abbramuj Ti cercu, e scappu; ti piaghili, e li lassù. Ddoppu ri cinsi il vagghiu, (ormi e t'amu, Abbrucili e spimi, m'arrifriddu e atlassu. Poi, quannu nta li strali uni scuntramu, Cidi mi cunfunnu, calu l'uoeei e passu. (') • '0. La ranni pena mia min pò cissari E mi trummenta ri tutti maneri. Ccu ss'uocci mi liristi e m'ha' sanari, Pirchì di l'uoCÒi Pamuri uni veni. Vènimi 'nsonnu, armenu, a cunsulari, Cu' sa dassiiii ajutu a li me' poni! Bedda, l'amanti tò 'un l'abbannunari, T'ama ri veru cori e li vò boni. (') È letterario questo Canto? Io l'ho raccolto da persona assolutamente analfabeta. 14 l CANTI POP. N0T1CIAJC1 71. Furtunn, si" (aliaci e mi truriimenti, E hfogni loca ciàppuli mi fai. Sugna ammenzu cui capi, Uri e allenti; Lu ventu abbenta, er in 'un abbentu inai. Rosi In cori a cui 'un mi resi ncnti; E di min siri amati» 'un erótti mai; E pi min (lari scànnulu a ragghienti, Mi nflnciu ca min famu, o Camu assai, é 72. Curuzzu, vita mia, min dubitar!, Ca lu me cori fama c toni ferrhu. Nti lu mè pcttu tu siila ci ha' stari, Comti ci ha' stata c ci sarai 'naternu, Lu vuoi sapiri quannu fhé lassar!? Quannu 'un c'è Stili riè stati nè mrnctnu, Quannu è ca sicca Inacqua ri lu mari, Sìccuuu ciuma c funtani ri mmcrriu, * 73. Vurria sapiri ar ordini ri cui Sfarmaturi priribiti partati. Ri fi ri ri e d'aueìdiri sta a, bui, (la ccu na lanza a li cura tirati. E a primi; cuorpu n'ammazzastru a dui; L'arma c lu cori a un ghiuvini li vati. Ah bonu......! 'un e' è ghiustizia pi bui? Ammazzati all'amanti, e passiati? # 74. Uè fari na canzuna oli stu eianu, l'i cumprimentu ri la tò billizza. Vurrissi carta, pinna e calamaro, Na suln raja di la tn ncrannizza. DESIDERI, SALUTI ECC. 1 15 Vurrissi na carfzza ri ssi marni, O puru un pilu ri ssa brunna tri/za. La sai chi dici un mutln sieilianu? Gliiòniu vinci amuri, e no billizza. * 75. Thaju mannatu tanti ri saluti, Quanta camma In Siili a la siali; Quanta pina c'è a mari, petti e culi, Quanta stillili c'è 'nCiclu o Putistati. Ora ca scmu ni' curuzzi minuti, Nn'avemu a amari, e poi cu' pali pali. * 70. Amuri, amuri, chi m'ha' tallii fari? M'ha' fallii fari na ranni pazzia. Vagghiu a la casa, c mi scorda la davi, Vagghiu c la missa, e mi scordu la via. Lu Patrinnostru m'ha' faltu scurdari, La quinta parte ri l'Avemmaria; Lu creddu min lu sacciu ricitari, Ca la me testa è misa 'nfantasia, Ranòvu mi vi dissi vattiari, Pi siri cristiana coma a tia. (') * 77. Quarinu nascisti tu, Ninfa r'amuri, Tutti all'armi sunaru li campani. La Cresia è Cina ri strummenta c lami, R'oru ò lu fonti ri In vattiari. Sunu stupùti tutti li pitturi, Pi putiriti, bella, ritrattari. (') Questo Canio, comunissimo noi lo donne del mio paeso, ha una variante noi Vigo (XII, 4). 140 CANTI POP. NOTKIANI Vattinni 'nCielu c statti ccu la Siili, Ca 'nterra nun ci nn'è billizzi avali. * 78. Bella, ri lo tò sdcgnu 'un mi nni sdegnu; Mi nni fa' quanta vuoi, nun mi nn'allagnu. Sempri pi ghioja a lu pettu ti tegnu, Senza nisciuna màcula ri ngannu. Bella, Pamuri tù mi l'ammantegnu; Mi l'ammantegnu, mentri vivu sugnu. Ti imi veni, curuzzu, a miu dissimili? Bella, a li razì to' m'arriccumannu. # 79. Lu peri è d'oru c la jamma r'àrghieptu, Funtana ri billizzi e labirintu. Ti tal'm, li figuardu ogni mumentu: i<] di pedi diamanti lu lò cintu, Cuoddu carrabba e lu pettu strummcntu; Lu tò ritrai tu 'nCielu fu dipinto; L'uocci su' miricina e beru nguentu, Si' stinnardu r'amuri a ll'asta mpintu. ■» 80. Su avissi carta, ti mannassi scritti! Tuttu lu ciantu ca m'ha' fattu fari. La stissa littra ti l'avissi rittu, E allura ti mintissi a lacrimari. Tegnu lu cori miu tantu custrittu, A nuddu l'hé vulutu cunflrari. Quannu ha siri ssu jornu binirittu, Ca a lu cantu ri tia m'hè ripusari ? * Sempri, curuzzu, Arili t'amai, Sempri tirili fu lu nosciu amuri; PROMESSE, SERENATE ECC. 147 la fui Arili c min ti pai i/ai, La pinitenti ccu la cunflssuri. Firili nta stu pcttu li firmai Ccu milli catinazzi e flcmàturi. La ciavi nta lu mari la jittai, Pi 'un si spartiri ciù lu nostru amuri. (') # 81. — Scmpri, curuzzu, a la notti ti ciamuj Quantu larmi e saspiri pi tiajettul — Nun mi ciamari, no, ca sù luntanu; Pòrtimi amuri assai, portimi affeltu. —■ Ti portu comu un ghigghiu nta li maini, Comu na ghioja appizzata a lu pcttu. A ragghienti ci ricu ca nun v'ama; Vi stimu cidi ri l'arma ch'aju 'mpcttu. # 82. La stidda ch'affacciali, ora fa luci; Un pocu avanti ciù scurii facia. Stidda, ri l'antri stiddi vera luci, Comu addimmusci tanta tirannia? Mora c m'assippillisciu senza cruci, Vagghiu a lu nfernu c itì'addannu pi tia. Viri, arrisorvi tu, vuccuzza aruci, Di la furca mi levi, vita miai ( 2 ) # 83. Una stidda affacciai! ri lu Li vanti, E flci allustru a tuttu lu Punenti. Mi nciammasti r'amuri nta nfallanli; (') Il Vigo (Vili, 104) e il Pitrè (105) ne hanno varianti. ( 2 ) Il Pillò ne ha una variante (232). MS CANTI POP. NOTICIAM Chi annu i è chistu min, ca 'un dormii ncnti ? In sempri mi risia nta li to' canti, Pi parrari ccn tia cuntinuamenti. Chi dici, bella, c chi amsorvi, amanti? Mi Ili runi lu cori? o tuttu, o ncnti. • 84. Chi siti beddu, jarofilu d'oru! Mi ciauri centu migghia ri luntanu. Ccu ssa prisenzia tò ri galantomn, Cavalcri pulita 'un c'è lu pani. Ri quantu belli ci hanu stata e fora, Na bella comu a bui nun l'asciranu. Na razia v'addumannu, suddu muoru: Cu' havi sta bellu, la Unissi caru. * 83. Chista è la sfrata ri la longa passa, E eia stanca ca sugna, 'un pozzu siri. Jettu un suspiru all'aria e ccà lu lassa, Ca c'è na bella ca mi fa muriri. Affaccia, o bella, masinnò trapassa; L'arma mi sentii ri la pettu sciri. Iu, su 'n affacci, (istamentu fazzu: Si' tu la causa ca mi fa' muriri. (') • no Bella ca fusti fatta era la pinna, Ccu paroli r'amùri apprestati. (*) Yoscia matti vi resi latti e minna, Pi fari vi ssi caini ri 1 ica ti. (') Ce n'è una variante noi Vigo (XXI, 21.). (*) Paroli apprulislati dicono i contadini por parafe bm 'lette. LODI, DICHIARAZIÓNI KCC. 141» Un pumu d'ora portati ogni minna, Nta li labbruzza ru' ntorci addumati. Bella, quannu ti vuoti c mi fa' nzinga, Di la nfernu fa' sciri a li ddannati. * 87. Palizari 'un ti pozzo, vita mia, Li miei trummenti e li me' poni tristi. Vaju pi amari ar autru, c pensu a tia; Comu nta tanti peni mi mintisti? Mi trummenfana amuri e ghìtusia; Un'ura ca nun sugnu a li to' visti. Pi carità rimmillu, vita mia: Piivhì t'ama accusai? ehi mi facisti? è 88. Sugna n(a 'n focu o m'arda cca li vampi; Abbrucili a cu' mi viri e a cu' mi senti. Nun ci nn'è coma a mia, ri siri, amanti, Nta H'uocci cina e nta li manu nenti. Oh Dia, ca addivintassi Niuramanti, Quanta lavassi la vista a ragghienti! Pi amari ar una sà sugghiettu a tanti. Ama, c nun pozza siri mai cautelili. • 89. L'aocci c la cori sa' sciati 'nrumari, Vanna eireauna rai ricchi trisori. Pirelli l'aoccia è lu prima ammasciaturi, Lu sicritaria ri lu nostra cori. Vacci, sospira, c pàrrici r'amori, A ll'aariccia ci ha' diri sti parali: Quannu sfoltiti parrari r'amuri, Primi) l'uocciu si nciamma e poi hi cori. wm 150 CANTI POP. NOTICI ANI 90. Mi marinasti a ciamari, er iu ci vinni; Rusidda mmuttunata, chi cumanni? Cònzimi un lcttu ri cuttuni c pinni, Quantu un'uria arriposu e mi nni manni. Aviti li labbruzza sinni sinni; Pazzlanu pi bui li chi tiranni; Cu' tasta latti ri ssi bianchi minni, Campa quanta Nuè, noviccntanni. (') # 91. Frunti r'arghicntu c capidduzzi r'oru, Uocci ca su' dui maculi rubini ! ( 2 ) Ti fanu festa c ti cantunu 'ncoru Ancili, Putistati e Saraflni. Cruna ri Maistà, ricca trisoru, Fonti cinu ri perni e granatini, Rimmi lu sì o lu no, nanzi ca moni, Ca tu a li cosi miei 'un ci cerchi fini. ( 3 ) * 92. Fincscia ri ssa cammira crurili, Quantu suspiri m'ha' fattu jittari! Si' ddocu rintra, e a mia mi fa' muriri, (') Di questo Canto una variante ó nella Raccolta del Pi tré (677). ( 2 ) Maculi: immaculali. ( 3 ) Nei canti si accenna spesso a questa incertezza di chi ama. La donna del basso popolo conosce anch'essa l'arte di tenere a bada il suo amante; ha paura di sfruttare il di lui amore quando gli abbia detto il sì; e, per tenerne desto il desio, non si decide e dargli un si o un no: non cerca fine alle cose di lui. DESIDERI, SAMJTI ECC. 151 E mi fa' jiri a l'abbissi nflrnali. Vacci, suspiru miu, vacci c bà viri; Ci rici ca la manna a salutari. Ci rici ca 'un si pigghia rispiaciri; Ca su è lotta ri Dia, nan pò mancati. * 93. In, rpiannu canta, nun cantu pi amuri; Cantu pi addivirtirimi Iu cori. Canta ca sugnu cina ri duluri, Ch' àggbiu lu pettu c mi manca lu cori. Mi nn'hanu spiatu Principi e Barimi: Tu, ronna, conni campi senza cori ? In ci hagghiu rittu: pruvati l'amuri, Si campa conni a mia ca 'un haju cori. ■» 9ì. Pàrtiti, lìttira afflitta c scunsulata, Troviti pronta a lu cumannu min. Batti la porta r'unni si' marinata, Viri su affaccirrà l'amanti miu. Ci rici ca ti leggili arritirata; Cuntici li ran peni ca patu iu. Su c'ò cuocciu ri littra cancillata, Ssa lacrima ri l'uocci mi caria. •# 95. Curuzzu, vita mia, nun t'abbiliri, Pigghiatilli pi amari sti turmcnti. Nun ti pigghiari pena c nun murili; Nun ci ramu stu saziu a ragghienti. Sti turmcnti, sti vampi e sti martiri, Cui li pati pi amuri, nun li senti. Ca tanna veni amuri si pò diri, Quànnu s'accanza ccu travagghi e stenti. 152 CANTI POP. NOT1CIAN1 9G. Si' grttppu r'oru e cuocciu ri ranatu, Si' ghiuvineddu fatta a vogghia mia. Beddu si' fatta c beddu si' criatu, Beddu ti flci tò mamma pi mia. Beddu nta sia quartieri fasti natu, Nti la quartieri ri Santa Maria. C'é ciauru ri rosi e d'ammuscatu, Unni si spogghia c bèsti Ossignuria. # 97 Chi t'affacciasti a la finescia a fari ? 'N la viri qaanta amanti fa' muriris? Ti preju, ssi capiddi 'un t'ì ntrizzari, l'avariti l'uocci lassili pinniri. Mina la venta c li fa sbrannuzzari, E ciù di l'ora li fa stralaciri. Bcdda, quannu t'ammiri a la spicciali, L'uocciu ti joca e la vacca t'arriri. (') # 98. Vurria fari na cosa, su putissi, E, su putissi, na cosa farria: Cagnuleddu ri fàura mi facissi, Ca sempri stassi vicina ri tia. A lu canta ri tia nun mi muvissi, Ca la me cori cuntcriti sarria. Na sffitenza ri l'aria a cui 'un cri rissi, Ca pi amari cagnuolu mi farria! # 99. R' un para r'uocci m'hagghiu nnammuratu, E nun criria ca si putianu aviri. (') Il Vigo ne ha una variante (II, 28.). LODI, DICHIARAZIONI ECC. A na picciotta Phagghiu addumannntu; Idda mi rissi: — Veni e pigghiatili; Nostanti l'nocci, macari lu ciatu, Tutta la me pirsuna ca mi viri. * 100. Riposa, ainuri min, riposa un pocu, Er iu macari vogghiu arripusari; Chisti labbruzza tuoi jèttunu fuocu, Nzcmmula ccu li mici vuonnu addumari Ah, chi ti criri ca l'amuri è ghiuocu? L'amuri è ciamma ca 'un si pò astutari. • 101. Vardàmuni ccu l'uocci, vita mia, Mentri sta vucca min ti pò parrari. Ri ri min ti lu pò soccu vurria, Lu tò talentu ci ddivi arrivari. Nu riguardu ri ss'uocci to' vurria. Rimmi lu si o lu no, zoccu hamu a fari 'N addimustrari tanta tirannìa; Suddu beni mi vuoi, m'ha' cuntintari, * !02. Oh chi trummentu mi runa la, Luna, Quannu la sira luci pi li strali! Vurrissi fari un cumprimentu ar una; Quanta su' beddi li cosi cilatil Vi preju, nivuli miei, una pir una, Vuoju ca nta sin puntu m'ajutati: Faciti un arca e cupriti la Luna, Parru ccu la mia lidia, e poi passati. * 103. Oh quantu addèiru ca porla la Luna, Qannu va camminannu pi li strati! AVOLIO — CANTI POPOLARI. ] 154 CANTI POP. NOTICI ANI Vurria pan-ari ceu la mè patrona, Quantu su beddi li cosi cilatil Nìvuli ca passati ar una ar una, Na razia y'addummannu c mi la rati: Passati ncutti e ammucciati la Luna; Panai ccu la me bella, e poi lassati. * 10ì. Jèttunu milli vampi li vostri uocci, Ch' abbrùciunu lu me nfucatu cori. Pigghiati un amu c na cunetta r'uoéci, E mi tirati ccu un ragghia ri cori. L'amuri 'un si pò fari senza l'uocci, Nimtnenu si pò amari senza cori. Quannu mi riguardàstuvu ceu ss'uocci, Tannu vi lu pigghiastuvu stu cori. # 105. La rosa ca mi rasti, ancora ll'haju, 'Mpettu la tegnu, ncostu Tanna mia. In mi la porta appressu unni va' vaju, Mi fa passari la mè fantasia. Ui dàlia a n'autru amanti nun m'assaju; Mancu pi milli scuti lu farria. Ca tantu è rranni l'amuri ca t'aju, Ca ciàuru la rosa, c penzu a tia. • 100. Piriddu russuliddu c nzuccaratu, Pi tia fu fatta la pirsuna mia. Su tuttu Nuotu mi forra addutatu, lu tanta cuntintizza nun l'avria. Mi cuntintai ri vai, ghìgghiu anacquatu; Su' li visciri tuoi la vita mia. PROMESSE, SERENATE ECC. 153 107. M'avèiimi rittu ca Pamuri ò spina; Pi mia fu ciovu ca pcrcia li mura. L'amuri è na rucissima catina, Ncatinatu mi teni rintra e fora. Scunciu comu lu mcccu a la cannila, Rintra è lu fuocu e di ncianu la farà; Su n'ura passa, e nun vi viju na sira, Crìrimi, amuri miu, ca muoru allura. * 108. Rapitimi ssi porti tutti rui, Portu cosi ca 'un hatu vistu mai. Portu na vesti ch'è appunta pi bui, Ca ciù di milli scuti l'accattai. Petri diamanti ci nn'c centu c dui, Oru massizzu 'nquantitati assai; Pi l'amuri e l'affcttu ch'appi a bui, Capitami ri notti addivintai. (') # 109. Ghiuvini beddu r'arghientu cumprutu, Quantu è pulitu lu fò caminari! Quannu passi ri cca, passi affruntusu, E mancu spinci l'uocci pi taliari. Tu riscinni ri sangu priziusu, E si' mpastatu ccu pasta riali. Ghìesu, chi mi paristi razìusu! Mi nni nciammai ri tia; chi ci hagghiu a fari? * HO. Rapi l'auricci c sentimi cantari; Chi mancu la mè vuci ha' canusciutu ? (') Vigo (VIIl,10(i) e Salomone-Marino (370) ne hanno varianti. 156 CANTI POP; NOTICIANI Affaccia ea li rugnu la signali, Talìami 'mpcUu, ca sugnu flrutu. Sugnu comu un vasccllu ammenzu mari; Persi la stidda e mi senta pirdutu; Mutami, bella., su mi vuo' ajutari; Nini mi fari muririj panami ajufu. 111. Nascisti nta Jinnaru, e 'un ci fu ghielu, Bella, nascisti ccu na rosa 'mmarìa'. Li to' billizzi siimi scritti 'nClelu, E l'Ancili ri Din si imi nciammaru. Ma Limi e Marti calàru ccu un velli, Supra ssa biancu visu hi pusaru. Lu Stili ccu la Lima slami 'aCielu, li pi l'amari tù 'nterra calarli. # 11-2. L'amuri, m'hanu rittu, ha lu só fini; Suddu lini ci forra, finirria. Sangu min mi hagghiu ciù ala li me' vini, ( !uruzzu, pi buliri beni a. lia. Olii ca. 'un leni uè ligghi ne fin', (lomu li Turchi ri la Barbarla, tu nta li vràz'za ti vogghiii murici, Menii'i è 'mpusèssu tò la vita mia. # 113. Ghiuvini ti mparasti cacciaturi, La caccia la sapisti ben pigghiari. Ti la pigghiasti n'acula r'amuri; Facci carizzi e min la, risprizzari. 'l'i la. cuverni ccu ciamma r'anmri, < > puramenti ccu pasta riali. Una rosa e un gnalòflru r'amuri Cianàru 'mPararisu a triunfari. LODI, DICHURAZKXXl EC( . 1Ì4. Affaccia a \h fin escia e fammi luci, Ca di lu «curii vaggMu truppicamiuj Su non f affacci, [>i sii veri cruci, Un cutidduzzu pìgghru e poi mi scanna. A me»,zannolti sintirrai li vuci, A ghiornu ciaru virirrai lu ddannu, Sai comu si 1 disiala, sangu ruci ì Comu Pasqua, Natali e Capu-r'annu. #. Ilo. l'Mrii, littira mia, parti ccu affetta, Va spiaci conni sta lu mè ritratti!. Nun haggbiu avutu n'ura r'arrizettu, r.u visu di na morta m'afu t'alili. L'agghientj m'hanu persu lu rispetta, Li parinttizzi lo' mi nn'hanu fatto. Quantu nifha suppurtatu stu mò pettu! Ca sn forra r'azzaru, forra sfattu. * 116. Curuz/u, supra un pemu mi fa' stari, Tu nun mi nini nè morii, nò bita. Comit nu rrogghiu mi fa' flrriari, Comu lu magnaueddu ri la sita. Cu' ti l'ha dittu ca t'aju a lasciari? Tu di lu pettu min si' calamita. Su nciiiui veni e ti voli pigghiari, In ccu un cuteddu ci levu la vita, * IH. Se un la ri mm mi pozzu ssi bil lizzi, Ssa vacca, ssu pittuzzu e ssi tuoi renti; Su' (Toni ncannulatu li to' frizzi; Ogni noma ca li viri, amuri senti. 158 CANTI POP. NOTI CIANI Iu scrivili nun pozzu ssi fattizzi, Ca la Suli ccu tia nun passa ncnti. Suddu a lu muru li to' peri appizzi, Iu sù tò, tu si' mia, c 'un ti nni penti. * 118. Tu rormi, in ri ntallòi fazzu lu sonnu. Ciancili, c cu' mi ci misi nti st'affanntf? Pigghiari nun mi lassù ri cu' vuonnu, Ca un lazzu strittu priparatu m'hannu. Suddu vegnu ri notti a stu cantorini, Lu vèniri pi amuri nun è ncannu. Mentri li nostri curuzza si vuonnu, S'amunu tantu, sina ca si sfannu. • 11!). Si' umiliccddu ciù di fina manna, Si' biancu e russu comu la lumia. Quanta billizzi t'ha data tò mamma! 1'] ti l'ha datu pi ncicari a mia. Rifutari m'ha' fattu patri e mamma; Carciratu mi teni a la strania. Su nun forra pi Diu, ti rassi l'arma; L'arma la rugnu a Diu, lu cori a tia. * 120. Sugnu vinutu ccà pi amurusanza, Pi amurusanza, comu mi cummeni. Salutu a ssi billkzi e ssa crianza, Salutu a tanti razii ca teni. Iu pi suspettu ri la vicinanza Nun ti palizu ca ti vogghiu beni. Su mi liei ri sì, ci tegnu spranza; Su mi rici ri no, vuotu pinzeri. DESIDERI, SALUTI MCC. 159 121. Curuzzu, a ila, mia, min dubito ri, Stalli cuptenti, ca lu tempii veni. Tu hi tò amuri nunTha' ddimmustrari: Finci, e dintra lu pettu ti In tem. Ccu li to' amici 'un li ri cunftrari, Veni un tcmpu ca nn'ha' rfepmciri. Na cosa aula, mia dih'Ielta, ha' fari; Ricorditi ri mia, su mi vuoi beni. * 122. Furtuna, fammi vinchi stu p.untu, Pi binciri a, stu bella ca pritennu. Iu sugnu supra mari, e 'un toccu funnu; Sugnu ammenzu n'armata, e nun m'affennu. Suddu veni lu Re Rari Secunnu, (') Bellu, scmpi'i Che amari e ti pritennu. Sempri hagghiu a fari ri chidda ca sugnu: La parola ti resi, e ti la tegnu. # 123 E lu mè arnuri è euoceiu ri ranafu, È aranciu ri Palermi! culurilu. Pi lu mè amuri mi pesci hi ciatu, Dicennu: amuri, amuri, iu m'allammicu. hi m'allammicu e bui v'allammicati; N'allammicamu ciù ri l'acqua-viti. Nni muoru ri la pena, su 'un m'amati, Nta lu pittuzzu miu stampatu siti. (') Codesto Bari Secunnu è al certo Carlo Secondo, tartassalo in tal modo dai nipoti di quei sudditi suoi, presso i quali egli godeva grande popolarità. 100 CANTI POP. NOTICI ANI 124. Muoru, nxtimi ajutu, Cristiani; Nun fu donna pi mia, fu fuocu atérnu. R'ogni ùmmira ca viju, idda mi pari; Ca ramimi ca ci aju, è troppa riterrai. Vi prcju a la fmcscia 'un ci affacciari, In staju coma un ragghila misu 'mpernu. Lu sai, curuzzu, quannu t'hé lassariì? Quannu ncsci n'armuZza ri lu Nfernu. * 428. KM sin ghìgghiu sparmàu nu bcllu flurij K In ritratti! ri la tè, billizza. Ti laliu, li riguarda tutti Turi, Risguardu la tò ncèlica janchizza. Si' bella e pari falla r'un pitturi, Ccu ncegnu or arti e ccu dilieatizza. Si' bella ca 'un ci une sutta lu Siili, Si' bella ri la propria billizza. . « 126. La lesta è Cielu c la franti na Luna, L'uocci su' dui cristalli a cu 1 s'ammira. Li mascidduzzi su 1 ncarnati puma E li rintuzzi perni ri pirfila. Lu pettu n'arva ca ciaruri duna, L'anobi su' dui culonni ri Traina. La pori e pi ornamentu ri pirsuna, E fa llustru a la sfrata unni camina. * 127. La tanta pena mia nun pò cissari; E mi trummenta ri tutti maneri. ' oh l'uocci m'ha' finito c m'ha' sanari, Pirelli di l'uocci l'amuri uni veni. DESIDERI, SALUTI ECC. 101 Veniali 'nzonnu, ca t'hagghiu a parrari; Cui sà ràssutu ajutu a li me 1 peni! Lu vostra amanti e ccà, 'un L'abbannunari; T'ama ri veni cori e ti vò beni. * 128. Chi bellu eiàuru ca mi fa la viola! Sugnu Imitami e uni sentii Paruri. M' bàtu mi su li carni a li rascia, Iu lu suffrisciu pi lu vostru amuri. Vui ri li ddotti tiniti la scola, Iti li sapienti partati lu fiuri; Yuliti scntri l'urti ma parola? Lu sì m'attacca e lu no mi riscruri. ■» 129. Vegnu a cantari a li vostri affacciati; Sugnu a la scurii, e min mi canusciti. Finesci e porli, ca. siali firmati, Mi salutati a cu' rintra tiniti? A la matina vi susìti <ì spiati: A chiddu ca cantini hi canusciti? Olisti su' amici vostri e su' tirati, A mia rintra lu cori mi tiniti. * 130. Tutti li stiddi li vurria cuntari, E min m'abbasta lu mè sintimentu. Iu mi vuoiti ccu l'acqua ri lu mari, La vurria musurari, e 'un aju tempu. Vucca ccu bucca ti vurria parrari, Ti lu vurrissi riri, c mi imi pcntu. Tu ca si' dotta, ci divi arrivari Su chistu è beni annu i, o pura è ntentu. 162 CANTI TOP. NOTICJANI 131 Stassi ru 1 mila anni carzaratu, Pi quantu ti ricissi ru' paroli; Ccu ferri e ccu catini ncatinatu, Ceti màffuli, manigghi c piralori. Su fussi pi li strati trasciniate Li ghienti mi ricìssuru: ora mori. E tu, tiranna, ccu ssu cori ngratu, Moriri mi sta' fannu 'mpassioni. * 132. Si' tazza r'oru e si' pumpusa tazza; Straluci ciù di Tom la tò frizza. Su' dui calinola d'oru li to' vrazza, Siti na vera Dia ri glnntilizza. Quannu ssu biancu pettu si sdillazza, M'allammica lu sangu a stizza a slizza. Iu n'ura mi risiu nta li to' vrazza; Quantu provu com'è la cuntintizza ! * 133. Diu fici la luci, e m'è privata; Ca m'appuraru la strata e Iu locu. Passu ri notti ccu vesti scanciata, Risguardu li to' mura e accussì sfocu. Poi sentu la tò vuci aggraziata, Jettu suspiri e lacrimi ri fuocu. L'arva s'affaccia, er iu lasciu sta strata; Ruci nuttata mia, chi fusti poca ! * 134. Jettu un suspiru all'ariu scupertu, Pirchì di ghiustu chistu fu lu patta; Ti portu scritta e sucillata 'mpettu, La mè parola passa pi 'n cuntrattu; LODI, DICHIARAZIONI ECC. Su mi l'ici ri sì, er iu t'aspettu; Su mi rici ri no, sùbutu paftu. Lu vuoi sapiri quannu m'arrizettu? Quannu rormi ccu tia lu me rltrattu. * 135. A ll'ariu li jèttu st'ammasciati; Comu lu pozzu ri ri ca si' mia? Li cosi ri lu Cielu su' calati, Vui ri lu pcttu siti l'arma mia. Quantu vi vuoju beni, gbiuricati; Tantu nun stimu la pirsuna mia. Figghiuzza, su ci aviti vuluntati, Si fluisci ccu bui la vita mia. # 136. Ccu nccgnu cr arti lu gbìggliiu fluriu, Ccu acqua ri rosi abbiviratu l'aju. C'è lu mè amanti cb'è lu specciu min, E notti e gbiornu ammirannu mi vaju. Su passa un quartu r'ura, e nun lu viju, Muoru, m'addibilisciu e 'ntcrra caju; E, quannu l'hagghiu a lu cantiddu min, Su muoru, 'mPararisu mi nni vaju. # 137. 0 tu ca rormi nta ssu biancu lettu, La tò facciuzza 'mmenzu ru' cuscina, Darreri la tò porta c'è un sunettu, Ccu strummenti r'amuri e biulina. Rapi ca ci su' agghienti ri rispettu; Vuonnu li ciavi ri li to' jardina. Su 'n mi li rimi, a cianciri mi mettu; Muortu mi truvirrai ncorchi matina. (*) (*) Ce n'è una variante nel Vigo (XXI, 69.) 164 CANTI POP. NOTICI ANI 138. Vania fari un viola cantu-canfu, E ghiri eoa na nìvula ri venia. Sugnu ri la mò amuri arrassu tari tu, Ghiuricàtulu vui sudd'aju abbentu. La notti 'un dormii c lu jornu nun cantu; Sempri l'hagghiu nni vui la siutimcntu. Bella, mi Pàti a diri pi la manca, Su m'amati pi amuri o puru è ntentu. (') * 189. In vogghiu fari un abita ri ciantu l'I unu ri saspiru c di lamenta. Unn' jia l'amanti miu ch'amava tanlu? Ora ciù nun Iu viju e una la seafa. Ci vogghiu jiri a mòriri a la cantu, Dirici ru' paroli 'ncumpimentu: La vuoi sapiri, bellu, pirchì canta i? Cantu pi spassiarimi la tempu. ('■*) * 140. Ri la Cielu calarti sii ru' stilli, Fannu Mastra a li strati e a li vanclli. Bella, chi sunu fini ssi mascilli, Chi quannu arriri fami funtanelli! Cantunu ruscignola ccu cardilli, Fa Primavera e càntnnu l'aucelli. Nni stu cantorini ci nn'è centu e milli, Vai siti la Rigghìna ri li belli. ( 3 ) (') 11 Pitie ne ha una variante (-'{60). (-') Variatile di una clie ne ha il Vigo (XXX, 29). ( ;! ) Variante: Pitrò; 632, PROMESSE, SERENATE ECC. 141. Sugna vinutu ccù, rosa r'Aprili; Salii!ii, bona notti, conni stai? Nun sacchi su U'avistuvu a piaciri Ch'éruvu 'nsonnu, er in v'an-isbiggliiai. — Sì, sì, curuzzu min, l'appi a piaciri', Conni ti ntisi, subutu m'arzai. — Torna, curuzzu min, Ionia a durmiri, Fatti la suonnu ca ti scuncirtai. » 141 Arbiru carricatn ri trufei Si' carricatn r'oru c argbicntu assai. Villi l'amanti mia 'mmcnzu tri Dai, (,'i bei rivirenza e la lasciai. — Su mi lassati, ci carpali v'uij Ca pi mia ntantu nun vi lasciti mai. Ora vi ricu quannu lasciu a bui: Quannu terra min vini c Cielu mai. (') * 148. Libra mannasti, er in mi n'alligrai, Conni, curuzzu, avissi vistu a, bui. Un cuorpu ri stillettu mi (irai, Chista è Tirila, ca 'n mi sana. cidi. Un lazziteddu yirdi ci attaccai, Ch'è luongu c minutiddu conni a bui In ccu lu virdi spiranza pigghiai, I''. quannu vini virdi, penzu a bui. « 144. Finescia, fa miraeuli ri Santi: Ti precu, 'ncarità, falla, afìacciari. Ricci ca c'è binubi In sò amanti, Ci ha' diri n i parola c nun pò stari. (') Variaalo: Pitiè; 333. 100 CANTI POP. NOTICIANI Nun m'importa sudd'è 'mmcnzu ri tanti, Quannu l'amuri c'è, l'uùbbricu pari. • 143. Vurria un fuogghiu ri carta pi seri viriti, Pirchì è l'uòbbricù miu sempri r'amariti. In notti e gbiuornu risin ri viririti, E nun mi runa cori di lassanti. Su passa n'ora e un momentu, e'un ti scròpiri, St'uocci fanu funtani senza ciòviri. * lìG. Mi disitru 'ncappella e sciutu fora, Li Bianchi chi mi vannu arricurdannu; Lu populu ca rici: mora, mora; Lu boja ca lu ciaccu va tirannu; Lu Jurici mi rici na parola: Lascia a sta bella, e la razia ti fannu. Iu rispunnu: mpinnitimi ora ora; L'amu, la vogghiu beni, e nun c'è ncannu. * 147. Aviti l'uocci picciriddi e arditi; Rintra ci stanu ru' ntorci addumati. Faciti pazziari a li rimiti, Chiddi ca nta li vosca su' abbiati. A li malati Invati la siti, Puru a li morti li arrisuscitati. Ar una ri sti ru' v'arrisurviti: O chi mi rati morti, o chi m'amati. (') (') Un'altra variante da me raccolta comincia cosi: Cara patiuna mia, bedda ci siti, Ciù bedda ri li jorna ri la Stati. Ne han pure delle varianti il Vigo: XII, 23; e il Saloni. Marino: 299 e 300. DESIDERI, SALUTI ECC. 148. Curuzzu, chi nni fai ri ssi billizzi, Ca mancu t'ha' vulutu mari tari? Marinati un Barimi ccu tanti rannizzi, E tu min hi vulisti taliari. Tu ch'ai bisognu ri li so' ricchizzi? E mancu hi fazzu iu pi li rinari; Ca iu lu fazzu pi li belli trizzi, Ca nta tuttu hi Regnu 'un c'è l'avali. 167 140. Jaloflru ca fai ssu bellu aruri, Ognunu fi disìddira ciaurari. Ju nn'hagghiu disidderiu tutti l'uri, E di la menti 'un ti pozzu luvari. Su mi prummetti ca min carici amuri, Iu ti lu ghiuru ca mai t'hè lasciari. Suddu mi lasci tu, si' trarituri, E di mia 'un t'ha' pututu lamintari. 130. Un Siili ncsci sutta la 16 trizza, Er iu, bella, ri tia mi nni ncianimai. Si' tutta meli ri strema rucizza, Coma la ni vi squagghiari mi fai. Affaccia, roana, e ccu la tò rami izza Lu Siili è beliti, e ci levi li rai. Suddu si' donna ca teni flrmizza, Iu sugnu 'n uomu ca 'un ti lasciu mai. (') (') Variante: Pillò, 210. 168 CANTI POP. NOTICIANl 151 La furtuna a li Cieli m'ha purlatu: M'ha fattu vìrri li to' brunni trizzi; Ssi belli uocci cileStri m'ha musfratu; Lu Siili 'un li pusseri ssi billizzi! Ma nta un mumenf,u lu pernii ha butàtu: R'accussì ghiàutu mi trovu 'mbassi/.zi: 'N fu' l'uomu ri lu Cielti ristinatu, Ca nini fuorn pi mia li tu' billizzi. Ì52. E l'amui'i pi ncnli s'abbannuna; Mancu su forra a morti cunnannatii, Mancu su forra roisu a la turtura, Su forra scardi scardi cappuliatu. 'N amanti min si lascia pi paura Mentri SUgnu ri tutti amminazzatu. hi, sennu mortu, e misu 'nzepurtura, T'amunu sfossa ca min hannu ciatu. # 153. Chi nascisti ri festa o ri vigghìlia? o puramenti jurnata ri Galia ì Si' scritta nta, li libbra ri Rntilia, E scriviri ti puoi nta li Lunaria. Bella ca a. d'antri belli ci fa mmiria. La tò billizza fa, llustru a menz'aria. La ciò bedda ca c'è nta la Sicilia, Si minti a, la tù spadda, e pari laria. ■» 154. Quanta billizzi ca tcni lu Siili! 'N si lassa ri nisciunu taliari; Cu' lu (alia un pizziiddu, l'uocci ciurij Cu' lu risguarda lu fa allanzarari. L'arvulu si uni preja ri lu ciuri, LODI, DICHIARAZIONI ECC. 1C9 Ln palummedda ri li pinni c l'ali, In mi preju ri vui, donna r'amuri; Stinnardu r'ogni festa principali. («) • 188. R'oru tiniti lu vostru scaluni, La cera ò d'oru, c bui vi ci assittati; Nti lu pittuzzu la Luna c lu Siili, Chiddi megghiu ri vui, li cumannati. Scola tiniti a li megghiu Signuri, Jiurici, Cavaleri e Marchisati. <»ra hò vinutu pi lu vosciu amuri; Lu vostru scrvu è cà, lu cumannati. # 186. Si 1 acida r'arghientu c si' ncruciata, R'oru a pirfila la scrima spartuta; Unni camini tu, luci la strata, Lu Siili cù la Luna .si tramuta. Nesci lu mortu sutta la vaiata, Pi beniri nni tia, renna pumpusa; Quantu sona ci su' riti la tù strata! Ncunu ca passa, si ntrateni c ascuta. # 187. Bella, peri r'aranciu or arca d'oru! Pi tia di 'nCelu ru' Ninfl calaru. Porti li ciavi ri lu ran trisoru, E si 1 parenti ri lu Ran Surtanu. Si 1 bedda, ca pi tia ni spinnu e muoru, ^^i mascidduzzi chi ciàuru ca fanul Quannu ti ntrizzi ssi cannola r'oru, Lo notti fa' pàriri jornu ciani. (') Variante: Vigo; II, 62. AVOLIO — CANTI POPOLARI, 12 170 CANTI POP. NOTICIAN1 158. Sugnu vi'nutu ri luntana via. Scialari mi la vogghiu sta jurnata. • Vinìri fina cà, cu' hi farrìa, Su amuri 'un mi purtassi nti sta strata? Saluta sti fmcsci, strata e bia, Ri tornu c tornii tutta la casata. Ora saluta a bui, cummari mia, Scocca ri ghìgghiu o rosa mmnttunata. (') * 159. lanca paiumina ri stu cori amata, Sta lingua 'un parrà, e si spiccati cù tia. Re Ddariu ri tia si n'ha nciammatu, E pazzu e foddi sta sccnnn pi tia. Tu nti la munti mia fusti brinata; Quannu ti pensa, mi tegna pi bia. (-') # 160. Aju saputu ca ti clami Anna; Cu' ti lu misi ssu nonni r'amuri ? Mi marmasti un gnaloftru ri banrìa, (■>) E di luntanu si senti Paruri. Su, a la casa, mè matri m'addummanna: Unni cuggbisti, figgimi min, ssu ciuri ' Iu l'hagghiu cotu 'mpettu ri Marianna, Unni arriposa la Luna e lu Sali. (*) # 101. Scocca ri ghìgghiu nta pumpusa raàta, La tè billizza fu c-riata apposta. (') Variante: Vigo; XX,3. (-) Variante: Vigo; XIV. :',:>. ( :ì ) /{/ banna. Di nascosto. ( l ) Variante: Vigo; XXII. 0. -- Saloni. Marino, 363. DESIDERI, SALUTI ECC. 171 A li pitturi lu senziu 'un ci avasta, Pi ritrattari la billizza vostra. Lu tò cori e hi miu su' petra ngasta, Rintra na gliioja r'oru fatta apposta. Ti ricu na parola, c tantu abbasta: Ti sugnu scrvu, e la me vita è sposta. # 162. Lassa passari, ca passa lu beddu; Lassa passari, ca lu locu è d'iddìi. Porta la gliìntilìa nti lu cappi ddu, Scarpa pulita comu la vò iddu. Cu chistu c senza chistu sempri è, beddu, Beddu ca ci nascìu ri picciriddu. Vurria vasari a Gnura Currannedda, Chidda ca m'addivàu stu beddu ghìgghiu; Ca mi ci misi zùccuru e cannedda, Quannu ci resi latti, picciriddu. • 163. Vurria sapiri, beddu, cbi ha' pinzata, Su' quattru jorna ca 'un n'hamu virutu? Su li vostri uocci hannu lacrimati!, Ghiuricati li miei s'hanu cianciutu! Chi ti crirèutu ca t'avia lassata, O puru di la menti m'ha' nisciutu? Tannu ti lascino, miu beni amatu, Quannu veni la morti, c 'un c'è ciù ajutu. * 164. Bedda, cù tutti arriri, e cu mia cianci; Rimmi: ch'è beni amuri, o tu ti nfmciV Nti stu pcttu ha' jittatu milli janci, E nt'ogni ghianciu nu cori ci mpinci, 172 CANTI POr. NOTICIANI Nu mporta, o bella, su mi carici c sranci: Cu' cerca, trova; e cu' secuta, vinci. # 105. Scavuzza, saporita senza fini, Tuttu lu sangu miu ti In sucasti. Su' li to' vrazza rui forti catini, Tutta riutra e di fora mi liasti. Li to' labbruzza ru' curadda lini, Ca lu meli a la vucca mi lasciasti. Su, pi lu mancu, nun ti potii aviri, Tonimi la parola ca mi rasti. * 166. Sùsiti, beni miu, sùsiti, siisi, (') Ri ssu lcttu r'amuri unni arripòsi. Nta ssi bianchi linzola priziusi lu c'era dintra, e la sorti nun vosi. Rapiti ssi fmesci rurmigghiusi, Quantu sentu l'aruri di li rosi. Pi-ima ca st'uocci miei sarrannu cinsi. Ri curtu e curtu hè ciaurari ssi rosi. * 167. E st'allustru ri Luna è fattu apposta, Ci straluci lu visu a la mè Dia. Cbi ciàuru ca nesci ri sta porta! Lu ciàuru lu fa ramanti mia. Unni camma, lu ciàuru porta, E va ciàurannu pi tutta la via. (') Ce n'e una variante nei Canti piazzesi portali dal Pillò nel 3° voi. della sua Bibl, popol. pag. 311. LODI, DICHIARAZIONI KCC. Cù In ciàuru l'arma mi cunforta, Nun mi pò sciri di la menti mia. L'amuri è nternu e troppo, mi straporta Pàzzu ni nesciu pi ramanti mia! # 108. Bedda ca tessi riti a la ugghiola, Nnn t'appricari tantu, vita mia! Sciala, ch'ha' fattu prisa, mariola; Lu turdu ca noagghiàu, sugghiettu è a Succurriccjlla, armenu, la scagghiola, Quantu l'affrittu amara pizzul'ia! * Vurria sapiri cu' c'eni cù tia„ Quandi mi susu e ci rugnu lu locu. — Sapissyvu cu' c'eni cà, cù. mia! Su lu sapissuvu, 'un stassuvu ddocu. C'è lu seavuzzu ri Vossignuria, Chiddu ca tantu beni v'ha vulutu. Nun >à cantari, e fa cantari a mia, Pi min siri a la vuci canusciutu. * 170. Fincscia, fammi tu l'ammasciatrici; Pi nun a vi ri a nuddu a cu' mannari. Va nni la bella c biri chi li rici; C-i ha' a diri ca la mannu a salutari. A.scuta li pardi ca ti rici; Ima pi una mi l'ha a raccuntari. Ionia puonnu passari,. c nocciù misi,, Ca nta li vrazza to' hè ripusari. * 171. St'anima rispittusa spinna c mori, Ciancinu l'uocci mici, pinzannu a tia. 17 1 CANTI POP. NOT1CIAN1 Bedda, 'un mi scordirro li to' paioli, Dda bedda arti r'amuri e curtisia. Ca, mentri campa, t'ama la mè cori; E, quannu muoru, t'ama l'arma mia. * 172. Uocci, cianciti, c cianciti a canali; Ora sugnu arridduttu a la strania. Ri tutti m'hagghiu vistu ribbuttari, Comu na pctra ri 'mmenzu la via. Vienici, morti, e biri zoccu ha' fari; Spresciti e fanni cinniri ri mia. Ddoppu reci anni, su avissi a turnari, La mè cinniri stissa amassi a tia. * 178. Si' maccia ri curcuopu damaschimi! Ch'è bcddu ss'uocciu tò, chi è ghiuculanu! Aviti li ghìgghiuzza filli a fllu, E li labbruzza to' nzinga mi fanu. Nta lu pittuzzu finiti un gnardinu; Miatu cu' lu fa lu vardianu! Siti mi zuccu ri curaddu fìnu, La rrama sugnu iu, ca calu e cianu. • 174. Cerchila quantu puoi, suddu la trovi, N'autra amanti Arili comu a mia. Su mi ricissi: scippiti lu cori, lu, pi l'amuri tù, lu scippiriia. Sueciu ca t'ha' vuscatu amici novi; 'l'i pari ca pruvassi ghilusia? Cu tutti li to' amici viecci e novi, Nuddu t'ama ri cori comu a mia. PROMESSE, SERENATE ECC. 1 175. Era a Palermu, e bitti na parmuzza; Ri lu Celi) calàu tanta bìllìzza! N 1 annida r'oru porta a la man uzza, Havi petri diamanti nti la frizza. Quannu si mavitàu sta zitidduzza, Trasìu banncra franca e cuntintizza. Na vota li vasai li to' labbruzza, Er ancora ni sentu la rucizza. # 176. Snddu aju fattu mali, mi ni pentu; Mi pirdunati, sa haggbiu l'attu orrori. Fammi na oagghia di fila r'ai-gliM'n.tn, Fammi un oasteddu ri ciamma r'amun Fammi na fossa, unn'è In tò ntentu, E mi ci cali cù un lozzu r'am.uri, Doppu eh' hagghiu patutu sto tnrmentu, Nun mi lu scurcMrrogghiu lu tò amuri. # 177. Si' ;icula, r'arghientu o porti l'ali, Ti scruscìnu li panni, quannu voli. Quantu è raziusu lu tò carni nari 1 Unni camini tu, c'è rosi c bioli. N'Ancilu ri lu Cebi fa' calari, Lu fa' calari cù duci paroli. Bella ca nun ci n'è nta sti lucali, Tu sula m'ha* trasutu nti lu cori, * *78. T'hagghiu un amuri troppa sbisciratu, Nun mi lu scordu, conni è beni Ddiul 170 CANTI POI'. NOTJClANl Lu vosciu nomu lu tegnu stampati?, Scrittu lu tegnu nta lu pettu min. Er iu, pi siri vostra, sugnu natii-; A vui, pi siri mia, v'ha fattu Ddiu. Vili siti la patruna ri stu Stadi; Ragghili lo vostru coi'i, e bui lu miti. * *, . 170. Bella, ca nun t'avissi amata mai! Mancu sta vacca t'avissi pan-ala! Patutu nun l'avrissi tanti vài, E ma ite ii pati ivi a eh isti ea patii. Tu ha' stata lu mè amuri, e tu sai vai Catina ca mi teni neatinatu. Tocca stu pettu, ca ci truvirrai Lu tò Cttrazzù cù lu miu ngastatu. ■» 180. S'affaccia Parva, lu Siili niselu; Di ssi biilizzi si maravigghiàu. Ssi belli razi su' fatti ri Ddiu, E macari Maria ci accumpagnàu. Ci foni li tri Ha, quannu nascili. Ognunu lu sò votu ci purtàu. Fu tuttn ddocu lu ghieniu miu, Lu mè cori a cu' cerca hi travati. (') * 181. Appi mannaia na spica ri Pranza; ora lu nostra amuri s'accumenza. Scusati, figghiu miu, su c'ò mancanza, L'hè fattu sulu pi la cunfìrenza. (') Variante. — Pitrè; 201. DESIDERI, SALUTI ECC. Su lu boni mi vuoi, strinci sia lanza, Ora s'aspetta l'urtima sinlenza. Su qnai'carunu ci teni spi ronza, Kiccillu ca pi tia ciù nun ci pcnza. * 182. Lu lazzu ca mi rasti, nun è lazzu, Ri lazzu e lazzu si ti'uvau catina. Catina ca fa ghiri aH'uomu pazzi», Pazzia ca mi cunnuci a la mina. A*(>«ì;iim cu 1 poli sciogghiri sin lazzu! Ci voli lu martcddu cù la lima. In mi ni vaggliiu c rivircnza lazzu: Vi saluta, bon gnuornu c bona sira. * 183. Oh Din, lussi cristallu lu mò pcttu! /orni c'è diutra parissi ri l'ora. Virrìssitu a cu' l'hagghiu lu mò affettu, O punì su su' fìnti li me' mora. Tu si' bcddu e nun hai nuddu difettu; I.'animi ca favia li l'hagghiu ancora; Scrittu li legna c sncillalu 'mpettu; Ri la pi'ini;i jurnata nzina ar ora. 184. Nta un vuoscu, siila, li vnrria parrari, 'Ntermini ri mcnz'ura sulamcnti. E li me' peni li vurria cantari, C hagghiu lu cori cimi ri turmenti, St'uocci 'un trovami (ini a lacrimar!, Sina, ca fannu mi ciumi currenti. Bella, ri ni mi! lu Hi com'aju a fari; Sciri nun m'ha' pututu ri la menti. 178 CANTI POP NOTICI ANI 183. Quannu fusti malatu, ruci amuri, Pill'uocciu ri ragghienti 'un ci vinia. Tu eri nta hi focu, in nta 'n arduri; Tu avevi la frivuzza, er iu muria. Quannu ntisi sunari lu Signuri, Ci curdi appressi! e ran ciantu facia. Ora ca stasti bonu, ruci amuri, Tu perdi tempu, er iu muoru pi tia. * 186. Nta un libru r'oru siti scritta vui, Nta un libru r'oru ca 'un si leggili mai. Rintra lu cori miu ci siti vui, Ri la prima jlimata ca v'amai. Su mi lasciati, mi lasciati vui; Iu pi mia, ntantu, nun vi lascili mai. Tannu ni spartirremu iu e bui, Quannu lu Suli 'n agghiurnassi mai. (') # 187. Maritativi, bedda, maritati; Nun vogghiu ca pi mia tempii pirditi. Iu mi ni allèiru di li to' mmasciati E di li matrimonia ca aviti. Sacciu ri certu ca nun ci curpatì, Mancu ci curpu iu, ghia lu sapiti: Ci curparu la sorti e boscia matri, Su di la mia pirsuna 'un dispuniti. * 188. Nun mi smuvissi ri sta cantimela, Pi biriri affacciari a lu mè amuri. Quannu s'affaccia, s'affaccia na spera, (') Variante - Vigo: XII, 37. LODI, DICHIARAZIONI ECC. E a mia mi pari na raja ri Siili, l'i birilli!, starria 'ri annù 'hgaìera, E duricianni li farria pi animi. Cu' porta l'asta ri la sò bannera, Cbiddu si pò ciamari vincitori. * 18!). L'amuri, flgghia, cilatu 'un pò stari; Ca ni pari a la facci e a lu cui uri. A l'aggbienti lassamuli cantari; Ciatu, iu muoru pi tia, min ti n'adduni? La tanta cardacìa mi fa parrari, Nti lu me pettu c'è stu stilli amuri. Quannu lavanti l'uocci mi cumpari, Crisci la vampa e s'avanza l'arduri. # 190. Tu ciò bedda ca si', fari 'un ti puoi: Ciù ranni crisci, ciù crura ti fai. Llammicari mi fannu ss'uocci tuoi; Comu la eira scùnciri mi fui. Passa lu tempu e sempri rici poi, E chistu è poi ca nun finisci mai. Sacciu ri certu ca beni mi vuoi; Su mi vuo' beni, cuntintari m'bai. # 191. Comu t'avasta l'armu e lu puoi fari Ca tu li pepi miei ti piggbi a ghiuocu? In m'assumiggliiu a na petra fucali, Ogni passu ca fazzu, jettu fuocu. N'ura arrassu ri tia, nun pozzu stari, Squaggbiu comu la nivi, a pocu, a pocu. Cu' nun ci criri, ci pozza 'ncagghiari! Levimi ri sti vampi e di stu fuocu! ISO CANTI POP. NOTICIAN1 192. Si' facci ri na Luna sangu e latti; Unni camini tu, cessa la morti. Qnannu In bianco pettu ti sdillazzi, 'MPararisu si rapinili li porti. Tu si' la bella ca cuinanni Tarli; M'arrubasti In cori, e ti In porti. Avissi a stari rnernfanni sparti, L'amuri sempri c'è finn a la morti. * 103. Ti mamm a salutari cù In Siili, Pi min avi ri a nuddu a cu 1 mannari. L'amici sunu tutti trarituri, Su la, mè vucca si vò cnnfirari. Thè amatu sempri cù pirfettu amuri, Amuri ca min pozzu spubbricari. Nta la tossa mi porto sto duluri, Bella, In nonni min min t'ha 1 scurdari. * 194. Tira la spala o firiscimi, Amuri, E d'ogni cuorpu fammi na tirila. Forti rammillu, ca 'mi sentii ruluri, Ca, In tò ciatu mi duna la vita. S'arcunu t'h.a cuntatu ncorchi erruri, Nini ci cririri, no, ch'è na mintita; Tannu si spartirrà In nostrn amuri, Qnannu la morti ni leva ri vita. ( 2 ) (') Varianle, Vigo; XVI, 1. (-) Salain. Marino, 344. PROMESSE, SERENATE ECC. 181 193. Ghiuvini bcddu, chi sili ben latin! Culonna ch'ammanteni stu quartieri ! Ri tia mi n'hè nciammatu cù In fallii, Hi ss'uocci vuostri, ni' si iddi sireni. Mi rasti na catina fatta, a lazza, Mi ncatinasti tutti li pinzeri. M'arrisbigghiu la notti, <: còmu l'a/./.u! Patruni ri stu lazzu, quannu veni ? ■» 196. Assira ci passai ri sin jiardinu; Còsi n'arancia cù tri spiccia r'oru; Rintra ci asciai nu ghìgghiu damaschimi, Tuttu ngastatu ri diamanti e d'oru. E ti lu ricn, arancia ri jiardinu, Guvernamillu tu sta ghìgghiu r'oru! Ogni aucidduzzu si conza lu nini; Tu conzaccillu ri tri fila r'oru. T'ù ricu arreri, arancia ri jiardinu, Guvernammillu tu stu ghìgghiu r'oru! * 197. Sugnu vinutu ri luntana via Iti tantu jtisu nzina a lu Cianazzu. (') (•) Cianazzu è il pianalto delta collina su cui sorge Noto. Una metà di questa città si slernle sul Cianazzu; anzi con lai parola s'intende soltanto il quartiere alto di Nolo. Cianazzu significherebbe grande piano; ma qui e in gran parte dell'isola, per quanto io sappia, non si dice mai cianazzu per significare una pianura grande o piccola. É notevole che i soli Piazzesi, nella loro parlala lombarda, adoperano questa parola (cianazz) per grande piano. 182 CANTI POP. NOT1CIAM L'uocci ru' stiddi c la vucca sbrinuìa, Ri la tò vuci nu ngucntu ni fazzu. Vegnu a cantari, e su 'un aseuti a mia, Uu cuteddu mi pigghiu e cà m'ammazzu. * 198. Cantassi Gliiovi e sunassi Gliialì, (') E musichi'assi lu Ddiu ri Musò. Bcllu cantu ca fanu tutti tri, Vardannu la billizza ri quant'è ! l'etri diamanti n'ha' quarantatri, Orti cr arghientu n'ha' quantu ci n'è. Tu, quannu affacci, mi pari ca si' La stidda ca cumparsi a li tri Re. * 199. 0 tu ca ruormi nti ssu lettu letti, ( f ) Picchi min ponzi a mia, lu sciurtunatu? Ciumi ca curri uta 'n mari siretu, Su' li lacrimi miei c'hagghiu jittatu. Affaccia, mentri ca lu munnu e quictu, Quantu ti cuntu li peni ca palu! Lu vuoi sapiri quannu mi cujetu? Quannu rormu cù tia, ciatu cu ciatu. # 200. O ruci amuri, quiètiti la menti: Unu è lu cori, e nun lu rugnu a tanfi. Tu ha' siri lu me' amanti cternamenti, Firili ti sarrò, ferma e Gustanti. (*) Variante: Pilrè; 177. Dovea essere ben scettico quosto poeta I ( 2 ) Variante: Vigo; XXI, 8. - Salom. Marino; 254. DESIDERI, SALUTI ECC. 183 Pi tia ni jettu lacrimi e lamenti! Passa la notti nta suspiri e cianti. Na parola ti ricu sulamenti: Tu ha' stata e tu sarrai l'unicu amanti. # 201. Na stilla Diana mi pariti vui, E v'hann» criatu ru' pirfetti Fati. Quannu tò mamma 'mbrazza ti tinla, Ci fac'ia a li vicini: taliati ! Lasciàu pi ditta Iu superbii Aria: Siri-ai patruni ri tcrri c citati. Ora ca mi ni vngghiu, vita mia. Fogghiu ca la licenzia mi rati. . # 202. Cu' flci amuri, flci cosi assai; Fici na turri r'azzaru ben forti. Prima flci lu munnu e poi li vài, E pi suspettu ci misi la morti. Lassati stari a mia ca ci ncagghiai; L'ani uri m'ha purtatu riti sta sorti. Varda, pi amari, a chi stato arrivai! Hé pirdutu lu suonnu ri la notti. (') # 203. Scusatimi, vicini, su pazzìa; l'i ri sta bella ni sugnu cicalo. Sugnu cecu ri l'uocci e ciò nun viju, ^n^nu nta 'mpricipiziu ahbiatu. Pi amuri patii e pi amari pinui. Pi amuri sù a sti termini agghìcatu. Quannu veni la morti, ci ri-cu iu: Morti, pigghiti a mia, no a cu' hagglhu amatu, (') Variante: Vigo; Vili, 17. - Pitrè; 83. 184 CANTI POP. NOT1CIAN1 204. Vui straluciti ciù di lu diamanti, Faciti allustrtt ;i tuttu In Punenti. Chi amuri ca t'hò misu nta 'iifallaiiii! Chi amari è chfstu ca nun dormii nenti ' In sempri mi disitru a li to' canti, Pi parrari cù tia cuntinuamenti. Nta la mè vita Ih': avutu milli amanti; Tu siila, 'un ini po' sciri ri la nienti. # 205. Venici, amuri, su ci vuoi viniri; \'cni, ca sugnu cù l'uocci a la via; Veni, ca, l'usti tu lu primu amuri; Veni, ca vogghiu mòriri pi tia. Su, nta stu stanti, vinirria la morti, L'uocci nun cium, su 'n mai vini a tia. Lascirrò scrittu rarrcri li porti: Nisciunu ti pò amari coma a mia. # 200. Sugnu arridduttu cu la pcddi c l'ossa; Sugnu appujatu a un misura vastuni. Purpa nun n'aju ciù supra ri sfossa, Ca a pocu a pocu perdu li caluri. Una ò la trevi ca distruri l'ossa; Chissà è la, gran putenza ri l'annui. Quannu su' morti e misi nti na fossa, Li slissi ossa miei ciamunu amari. * 207. Aviti li capiddi ncannulati, ('ara Signura, e 'nfrunti li tiniti. Chi su' belli ssi (rizzi travagghiatil Cù fila d'orii ni rizzat i l'aviti. ^TraB^, PROMESSE, SERENATE ECC. Su' cunfusi li Dei cù li Pali, Pi ssa ranni billìzza ca tiniti. Lu Siili si ntrateni, su affacciati; La Luna fa l'avòo, c bui ninniti. # 208. Si' rosa culurita, vita mia; Lu tò cnluri è lu jancu ncarnatu. Su manciù e suddu vivu, penzu a (ia, Sù coma un lignu siccu addivintatu. * 209. Ri picciridda t'hagghiu amatu tantu; Bella, tò matri ti ftci pi mia,. Crisci conni na rosa a lu mè candì, Nascimi ciuri rattornu ri tia. Hagghin fattu na vita, conni mi Santu; All'arnuri pinioni 'un ci n'avia. La tò biliizza m'ha cicatu tantu, Ca 'n ura ca 'un li viju, muoru pi tia; * 210. Mi marmasti un ranafn, vita mia, Cu lu rnssu Rami ni u alleira cori. lu t'hé mannatu na. bedda lumia, C' havi pctri diamanti rintra e lori. Lu ranatu si' tu, spiranza mia; lu sugnu la lumia, t'amu ri cori. E, a cui mi rici ri lasciari a tia, Pigghiu un cutcddu c ci cassu lu cori. * 2 H. Rammi lu cori ch'arrubbatu m'hai, Senza farini liti tutti rui. AVOLIO — CANTI roPOt.AW. 183 CANTI rol>. N0TICÌAN1 Mi l'arrubasti, quannu fi parrai, Ri tannii ar ora 'uh mi hi rasti ci Ài. Cimfessiti, latruna, e birirrai; Nun arrubbari cori ciù ca cuìi. <)rn, tiranna, cumpiatà min n' lini; In campii senza cori, e tu n'ha 1 mi. * 212. 'Un dorimi e 'un arriposn,a tia pinzannu; Mi passuilu li nodi senza suolimi. Sempri li lo' billizzi ciintimprannu, Cussi passa in tempu nfìna a ghiuornu. la mi vuota c mi ghìru, suspirannu, PircM li membra ciù sùffriri 'un ponnu. Bulla, pi amari a tia, sugnu nta affarinu; La siila spranza mi teni a la munno. * 21.1. Ch'è bedda la sturala, quann'è 'nfurmal È conni un Cavaleri, quannu s'arma. Vitti a na zitidduzza bianca e brunna, Ca cu' la viri viri, si ni nciamma. • Mi pari nu stmnardu a quattru ghiummà; f' coma la carina ri la parma. In mi ni vagghiu e salutu la ciurma, Prima a la zitidduzza e poi a la mamma. (') > * 814. Mentri libira fu', formai na navi, R'oru e d'arghientu pu' li finiiuri; (') Variatile: Vigo; II, 9. LODI, blCHIAIUZIONl ECC. Ci fici un catinazzu a milli ciavi, Pi 'un ci putiri ntrari n'autru amuri, Ora SLignu 'rnputiri ri li schiavi. Ghiuricatulu vui, su n'aju duluri! Vola lu pcnni, su In vuoi vutari; Venitinni cù mia, lu prima amuri ! * 215. 0 m'ami, o puru chi ti lasci amari; Se no, fari ti vogghiu majarìa. Pigghiu eunzigghiu ri centu Majari, E a Iti Re Moni ri la Barbarla. Ossa ri morti, mùrudda ri cani, Mpastati nzemi ufi na Saristia, Quantu ti viru na canna a li mani. Amimi, bella, ch-è megghiu pi tia. * 216. Vitti jittari fuocu a lu Livanti; Er iu ca mi truvava a la via via. Sinu a lu" Celti arrivunu li vampi; Stutari nini ìi pozzu, anima mia! Latti ci voli ri ssi minili bianchi; Sallu ri ccrlu ca s'astutirria. Nun è In fuocu, no, ca fa li vampi; E l'amuri e l'affettu c'hagghiu a tia. * 217. Oh Din, forra fìrruzzu ri causetta! Forra sulctta ri lu tò piruni! Forra purla ri la, 1ò feurettal Tràppiti d'oru nti hi tò jippuni! Ri ssu biancu pittuzzu catinetta! Ri ssi binimi capiddi spinguluni! 1NS < VXti POP. XOTKlANf Vania quantu si pati pi ria schetl i! Chiddu ca patti, la patii pi amuri. * 2Ì8. Micggliiu siri priatu, c no priari. F.r iu conni arrtu, vogghiu Siri atnatu. Hagglriu mi binirittU naturali, Ca 'un arrispunnu, sa 'un sugna damata. L'aniuri, quartnu è fìnta, allui'a pari, Massimamenti quanuu è,amari ngratu. Sud lu mi lascili na pocu priari, Ama ri vera cori e sugna amata. (') * 219. Nun t*hagghiu fattu cosa pi la quali; Nimrtlenu t'aju rata rispiaciri. Quannu passi ri eh, l'ucciddi cali, Ti vuoti ri dda banna c nun m'arriri. lami c'è sdegna, min ci vogghia annari; ("-') Su mi vuoi beni, maunimmillu a diri. N'autra vota cù tia vurria parrari, 1'], parrannu cù tia, voggbiu muri ri. « 2 j 2i). Quantu ciuri ci sunna nti sta rastaj N'aju a cuggbìri na cimidda apposta. Chistu é basiricò ca min si tasta. C'è pena ri jalera a cu* ci accosta. (') Variante. Vigo, Vlfl, SSf. (-) Una variante in questi duo versi fa: Iu cerca versu comu t'haggliiu amari, Tu cerchi versu comu m'ha' ;i trariri. l.rSIDKIìì, SALUTI l'Ai,. )XM (> oara zita, quantu •-iti pestai Nta In caminu quandi siti mastra! Ssi capidduzzi ca tiniti 'ntesta, Sunnu veri jalofìi'i di pasta, #. 221. Qhiuvina ri damaseli laurata, Si 1 fontana ri razì e .si' Sirena. Quannu ti vitti a prima furiala, Ti resi l'arma lu eiatu e la lena. Scusati suddq hÓ statu malaccriatuj Fu Cristu, e pirdunàu la Mantalcna. Nti hi mè pcttu si' petra ngastata, Mi fa' campari nta suspiri e pena,. 5* 22-2. Curuzzu, lu mè cori è bisi tu.su, ("ha magmi tempu ch'aviti mancatu Li petri ri la strata hanuu cianciutu, Sintennu lu mè ciantu allazaratu. Megghto, beddu, 'un v'avissi canusciutu; 'Un y l avissi st'amuri sbisciratu! Ora, curuzzu, ca n'hamu virutu, Ciù cuntenti ri mia nuddu ci lia statu. * 223. Vitti nu glngghiu ammenzu rui virduri, (') Si cuntrastava cù la rosa janca. Lu gh^gghiu rissi: Ch'è beddu Pamuri, Massima cu' lu sècuta e nun stanca! Er iu, ar amari ni secutu a dui; Una eni vispisedda e l'autra è manza; « .....„.............................. (') Varianti: Vigo; X> 'ò. — Pitie; 118. 190 CANTI POP. NOTICIAN1 eludila mi piaci, ma pizzica c fuji; Manzulidda, .si 1 tu l'urlima spranza. ! < i # 22ì. Vegnu a cantari a stu Iocu prisenfi, Na canzuna ci canili a la mè amanti. Salutamu stu populu Ragghienti E li vicini ri Sti canti canti. Salutamu a mè sogghira prisenti, E a me cugnata n'autri setti tanti; A la mè amanti min ci ricu nenti, Ca l'hagghiu nti In pettu, cà davanti. (') è 22». Quannu nesci In Sali, 'un c'è ripara; Sili conni na rosa ri jiardinn. Li pittura, pi bui, quantu stintami 'N pottiru ritrattari ssu caminu. Quannu nascisti tu, Tom Culàru, L'oru cularu cu l'arghientu finn. Ora dui beddi facci s'arrivaru: N'Ancila si jiuncìu cù 'n Saraflnu. • 221). Curuzzu, vita mia, ramini la maini; Ci veni a spassu nti lu mè jiardinu? Ceni lu peri di lu Pacuano, (?) Ca jetta faidduna d'oru finn. A passa, a passa, 'un ci mittemu manu; Ci voli la licenzia, r un parrinu. E min facemu coma fìci Aramu, Ca, pi lu pumu, persi l i jiardinu. (') Varianti: Vigo; XIX. 9. - Saloni. Marino; 2ol. DESIDERI, SALUTI ECC. 2-27. Vurria vulari, e nun pozzu vulari, Pirelli ramanti miu sfritta mi teni. Vurria pigghiari Punnà ri la mari, E ntratiniri li stilli sirenù Vurrissi milli uocci pi taliari, E milli cori pi buliri beni. Cu' parrà e parrà, lassili parrari; Nun si sparti la lapa ri Iu meli. • 228. Oh Din, putissi n'unirà addiyintari! Pintra ssa, littra ci usa mi mintissi; Poi, laudi leggimi mi vurrissi fari, Ca eu' mi porta scannilo 'un avissi. 'Minami ri Sara vurrissi agghteari, Qnantu na siila vota la vi rissi. E laudi Pavria a strinciri c basari, Sina ca Tarma ri hi pcttu scissi. t 229. Porsi lu cori, e hi vaju circanma; Ma sacciu certu ca l'aviti vui. Varda e 1 ha fallii stu cori tiratimi: Mi lascia sulu, o si ni va uni vui. Miraculu ri Diu ca nun m'addannu; Ca iu sù senza cori, e bui cu dui. E ora, bella, vi l'arriccumanna Ri farici carizzi a tutti mi. » 230. Ciànciunu st'uocci, e suspira stu cori; La tardanza m'accora, vita mia! Chi su' beddi ss'ucci uzzi marioli, ''a stannu l'ermi a la pirsunà mia! 192 CANTI POP. NOTieiANI iìo 1. Cu 1 campa viri hi mimmi vutari: Li cosi nielli cù tanta grannizza; Li cosi anici addivintari amari, E chiddi amari cù tanta rucizza. N'Iiùti vista palazza fabbricari, E addivintari cìnniri c munnizza? Accussì spera, cù la tanta amari, Iti sdirrubbari ssa jàuta furtizza. ■» 232. ('ara palnma mìa, chi siti bedda! Nascistuvu ala '« cantu ri marina. La mari vi ci teni frisca e rredda Coma na rosa russa a la niatina. Nta li manuzzi purtati ru' anedda, Nti hi pittuzzu na d'oru catina. Sili patrona ri quattro castedda: Napoli, Spagna, Palermu c Missina. * 288 oh Din, sia cantunera fussi seggliia Non mi ci avissi a mòviri assidati). Ri la cantiddu ri la tò fincscia Vinissi na pinnuzza ri ssa ciatu! Oh Din, ch'addivintassi rinnìnedda, Nti !u pittuzzu tò 'n nini cunzatu! Varda quantu è ca patu pi sta bedda! Prima mi nesci Tarma e poi lu ciatu. * 2fH. Bella ca ri li belli si' patruna, T'aruranu li Fati a la matina. Ha' tutta imam-ala, la pirsuna; Quannu camini tu, la terra aerina. LODI, DICHIARAZIONI KCC. 1'.»:'» Lu Re di Spagna ti manna la cruna E, nta 'n vacili r'oru, na catina. L'arva, li stiddi, lu Siili e la Luna Dicinu ca ti vuonnu pi Rigghina. * 235. Quannu nascisti tu, agghiurnàu lu Marti, E tu nascisti cù na bella sorti. Ci fu n'allustru nta tutti sii parti, Ca na bella nascili giuntili e forti. Ghiuvina bella ri vint'anni fatti, Cina ri castità, billizza e sorti, Piniài reci anni pi nzina ca l'appi; Ora tu ha' siri mia nzina a la morti. * 236. La notti min è boscia e mancu mia: Pi dormiri l'ha fattu lu Signuri. Chi è curcata ca rormi l'arma miai Lu suonnu m'ingannàu, fu trarituri. Suonnu, vardila tu all'armuzza mia; Nta suonnu e suonnu parrici r'amuri. Sai chi ci ha' diri tu all'armuzza mia? Ricci ca rormi, er iu ci cuntu l'uri. # 237. Sulu suliddu caminannu vaju, Sulu suliddu a cianciri mi mettu. Ogni passu ca jettu, 'nterra vaju, Ca ri mia stissa ni caru 'nsuspettu. Varda chi sorti sbinturata ch'aju, Ri quantu è misirabuli stu pettu! Lu vuoi sapiri, bedda, comu staju? » Pi tia sugnu malatu, e sangu jettu. 194 CANTI POP KOHC1AM 238. La stidda ca carìu, t rasili uni vui, Pi darivi ciù anuri c ghìntilizza. Ogni pitturi Ili senziu ci sfuji: Ritrattari min pò la tò billizza. E cu' viri lu Sali, viri a bui; La Luna è a scarichi ri la tò janchizza. Ora ca n'hamu agghiuntu tutti mi, Na para 'un si pò asciari cuntinlizza. * 239. Amuri, amuri, la mè carni ccju, (') Mentri c'amuri morsi c ciù 'un lu viju. Amuri fa li littri, er iu li Ieju, Cù paroli r'amuri jocu e sbrìu. Nti na soggbia r'amuri iu mi ci soju, Nti nu spccciu r'amuri iu mi ci ammiju. Ora nini pozzu fari autru ri peju, Nt'amuri manciù, c stu cori sazìu. (-') * 240. Iu ri sta strafa 'un c'hù passatu mai; Ora ci passu, ca ci stati vui. Na rosa cù 'n gnaloflru canciai, Viremu cu' è ciù beddu ri li dui. Na rosa, 'mPrimavera, è bella assai, Jalofìru nuvellu avanza ciùi. Bella ri li to' razii mi nciammai, Mi vagghiu pi allargari, <; strinciu ciùi. * 241. O tu ca porti ssi billizzi mpronti, Si' picciridda, e pari na galanti. (') Oju: cedo. Cedivi la sua carni: scltonictlcrsi. (-) Variante: Pitie; USO. DESIDERI, SALUTI ECC. 193 Tu fa' pazziari Principi cù Conti, E fa' pazziari a mia, tò affriftu amanti. Nti lu pittuzzu ci ha' nu bollii fonti, Lu Papa ci cunccri l'Acqui-santi; Cu' pigghia l'acqua nta ssu bollii fonti, Si ni va 'mPararisu cù li Santi. • 242. Quantu si' dilioatu, vita mia! Quannu camini, lu ventu t'abbola. Cu' ti risprezza, fa na ran pazzia; Lu tò stissu parrari mi cunzola. » 243. Cbi ò bcddu l'uocciu tò, quannu mi vardH Si' potrà calamita ca mi tiri. Nun su' uocci, no, no; su' dui smirardi, l'orli n'Ancilu 'mmucca, quannu arriri. La terra ca scarpisi, abbrucia, er ardi; Lu cori ri lu pettu ti lu tiri. Quantu su' bolli li vostri rivardil L'omini saggili, pazzi li fa' scil i. * 244. 'N gnuornu r'amuri fu, quannu t'amai, Quannu nta lu mò pettu ci trasisti. Tu ci trasisti, or hi ti cunflrmai, Tu ri li scnzì miei ciò nun niscisti. Su tu mi lassi, iu nun ti Liscia mai; ha morti ha siri, suddu ni spartissi. Morti, s'ha' a fari chista, nun sia mai; Megghiu ca a tulli rui n'arricugghissi. * 245. Oh Din, ca curduvana addivintassi! A maini ri bon mastru mi mintissi. 196 CANTI POP. NOTIC1AM Poi cù 'n trincetti! r'oru mi tagghiassi, Cù lesina r'amuri mi cusissi, Poi vinissi la bolla c m'accattassi, E nti ssu biancu peri mi mintissj. Nu mporta, bella, su mi scarpisassi, Basta ca rintra e fora ti virissi, * 2Ì6. Facci ri Bcddamatri nnaurata, Li masciddi su' puma ri Salcrnn. Li to' billizzi li criàu na Fata; Miatu cu' ti teni a sù guvernu! Vii' aviti la vuccuzza nzuccarata; Prisca a la Stati, e tòbita a lu Mmernu, Bella, ca, quannu rati na vasata, Luvatj n'arma ri lu fuocu aternu. * 2i7. Quannu nascisti tu, stremi billiz/.i, La Fata ti calàu li nfasciaturi. La Mantalena ti calàu li trizzi, Lu Suli ti calàu li so' sbrinnuri. La nivi t'addutàu li so' jancbizzi, La rosa russa lu bellu cùlurl. Bella, quannu ti pettini e ti ntrizzi, Può' ncrunari la Luna cù lu Suli. (') * 248. 0 ciaramiri ca suli asistiti, Facitila affacciari a ssa Signurà! Miati servi, vui ca la virili, E vi priati ri la sò fljura! (') Variante: Vigo: H, 55. PROMÉSSE, SERENATE ECC. 197 Miati segglii, vui ca la siriti, Hi coma agghiorna pi nzina ca scura! Miati Santi, vui ca la viriti, Quannu veni a la Cresià c v'arura! * 249. Iu sugna mpintu nta li razì tuoi, E min mi pozzu scatinari mai. Tu m'ha 1 rata lu foli cu Paloi, Iu pi l'amurì tù mi lu pigghiai. Latra, tiranna, ca mortu mi vuoi, lìimmi, r'un mortu pòi chi ni farrai? Scava na fossa nta li peri tuoi, E notti c ghiuornu mi scarpisi irai. (') •» 230 Chi ciauru ca fa la spica-franza! Ri lu ciauru lò 'n c'è differenza, >> La persi c l'altruvai na quagghia manza; Quagghia, quagghiuzza, a Iu me cori penza. Nta stu pcttu appizzata c'è na lanza, Tu nta li manu ni toni la lenza; Bella, min ci circari addimuranza; Pari nun pozzu ciù sta pinitenza. # 231. Tutti li heddi beddi sunu amati; Comu aju a fari ca nun sugnu bedda? Ca sugnu una ri li sbinturati? Era I'autri cosi sugnu puviredda. Mi ni vegnu nni vui, suddu m'amati? Cu' sa, vicinu a bui, mi fazzu bedda! ...............................................................- (') Varianti: Vigo; VI», 31. - Saloni. Mai ino; 507. 19S CANTI POP. NOTICIANI Er in cù li me' mori aggraziali, Mi fazzu amari senza siri bedda. (') * 252. Bannera russa nciammata r'amuri, Sempri l'appi cù tia la pi moni. Bcddi l'opiri aviti e li custumi, Nzuccarali l'aviti li paroli. Bedda ca unii ci n'è sutta Ili Siili, Nimmenu ciù li marami n'hannu a fari. Un'ura ca. 'un ti vjiu, sugnu nta peni, L'arma mi scudi ri Iu pettu sciri. (-) * 253. Auceddi ca nta l'aria vulati, Mi rati nova ri l'amanti mia? Si va mmucciannu arrcri li vitriati, E min si 'assa scròpiri ri mia. Vui salutatimela, salutati! Facitilu pi voscia curtisia. Sapiti conni su' li nnammurati, Ca sempri stannu cù l'uocci a la via! ( 5 ) • 25i. Ancora 'un t'aju vistu, e t'amu tantu; Ghiurica e penza, suddu ti virìa! Na vota la seuprii suttu lu mantu, Cù li lacrimi all'uocci ca ciancia. Vegnu a la missa c m'assittu nta 'n cantei; Passu, ascutannu, pi sentiri a tia; (') Variante: Vigo; II, 58. ( 2 ) » Saloni. Marino, 18\. ( 3 ) » Vigo; XVI, 7. LÒDI, DIctòlARAZIONIKCC. Vi Ti tegnu 'nfrunti, conni l'uogghiu santu; Ti tegnu •mpèt'tu, coma l'arma mia. * 2:;:;. Cara bill ina min, mutamu loca; Mi cria cu fiumi, or iu min sugna amatu. Iu arda e mi cunzumu a pocu a pocu, Mi nesci l'arma, lu cori c la Ciatu. Muoviti a cumpialo, muovili un poca; 'N lu viri ca pi (in campii pinatu? Un'ura ca 'un ti viju, sugna nta 'n fuocu, Ri ghiuvini sù viecciu addivfntatu. * 250. Ghiura, chi pati tu rintra la 'Nfernu? Nta la Nfernu r'amuri iu patu tantul Tu vasasti nu Dia, cilcsti, aternu, Na Dia vasai iu, pi cui m'addannu. Pi nn vasuni tu pali pi n'eternuj Iu pi un vasuni patiscili e m'addannu. Ghiura, pruvamu uni, canciamu Nfernu; Ca lu Nfevnu r'amuri è ciù tirannu. * 257, Nh'uli ca nta l'aria, mpinti siti, Nesci l'amanti mia, min la vagliali. 0 Stilli, o Luna, ca ri notti sciti, 'Ncianu ò l'amanti mia, l'accumpagnati. Turrinu, scanzimilla ri canili; C'è scinta la. me bella pi li strali. Vi prega, amici mici, stativi muli; S'affrunta la mè Dia, quannu parrati. * -•">S. Cummari, quantu vogghiu beni a bui, Manca ci vogghiu la pirsuna mia. 200 CANTI POP NOTICIAM Avia la cori miti, In resi a bui; E bui, Iti vuosciu, In rastivu a mia. Vegna cu' voli spartiri a nui dui; Ci voli la sbriuni cù la sbria. » 2.'»0. Chi bedda siritina ca scuràu! Ci su' li stiddi, salaratu Diu! La bella a la flnescia s'affacciàu, L'uocci 'nterra mi cala e m'arrirìu. Un fazzulettu biancu mi jittau, E la sfrata ri ciàuru inciti; Chistu 'un fu fazzulettu ca jittau; Ciù bampa nti lu pcttu mi mintiti. * 260. Iu notti e ghiuornu supra un muru tcss Cù li lacrimi miei lu mari attassu. Tu mi fa' sdegna, cr iu ti vegnu appressi! E cù li sdegna to' ci vivu e ngrassu. Nun mi ni curii, su lu tempii e persu, Lu tempii persu mi pari nu spassa. Lu vuoi sapiri, bella, quannu cessa? Quannu morta ti vi.ju, tannu ti lassù. # 261. Nta stu quartieri c'è na quagghia fina; Ura pi ura la scntu cantari. C'è un ghiuvineddu ca ci ha misu mira, Mira ci ha misu, ca ci vò sparari. Oh Diu, s'avissi na scupetta final Ru' palli r'oru ci vurria calari; DESIDERI, SALUTI ECC. 201 Sparo e la cugghima'mmenzu la seri ma; Bella, cu' ti fìriu, li pò sanai*. (') * 262. Assira ci passai ri certa banna; In vitti a la mè bella ca rurmia. Idda s'avia vutatu ri dda banna; Chi suonmi nzucearatu ca facia! 'N la risbigghiati, no, nzammai si spagna; Lassalimilla arrisbigghiari a mia. Iu ci fazzu la vuoi ri sò mamma: Risbigghiti, curuzzu. vita mia. # 2G3. Quantu In vogghiu beni a cu' ricu in! Ri nonni min In pozzi! palizari. ScriUu In tegnu nti lu pettu min, Pirelli è picciotti! ri (arisi amari. Ri quantu belli facci ha falbi Din, Tu sulu, all'ùocci miei, beddu mi pari. Ora ca m'ha' cicatu, amuri min, Pi ragghia ri ragghienti n'hamu a amari. ■» 264. Ghiuvini ca ri mia li ni nciammasti, Rimmi pi quali fini lu facisti? Nun mi viristi nò pompi, ne sfrazzi; Anuri m'attruvasti, e no billi/./i. Palori ri ragghienti 'un ni pigghiasti, Lu ghieniu fu lò ca mi vulisti. (') Variante: Vigo; Vili, 01. AVOMO — CANTI rOPOI.AIll. 1 ì 202 CANTI rop. NOTlClANl 865. Si 1 rosa russa, culurita e bella; Menzu rui rosi russi li scartai, Iu ti canusciu picchila tuhzella; Manca (i villi, e mi ni nnammurai; Ora ca sili falla, ronna bella, Runa In cori a cu' prummisu rimi. Su l'hai prummisu ai- autru, lu ntrateni; Suddu c megghiu ri mia, 'mi li ricu nenti; 'l'i cascu friddu e ti muoru ravanti. * 200. Era senza pinzeri lu me cori; Tu ci curpasti a fallii nnamurari. Ca foru l'uocci tuoi li trarituri, Nta tantu fuocu mi Rciru entrari. Tu ca capèutu chi vò diri amuri, Tu ri principili 'un mi duvòutu amari. • 207. Ama na roana coma nix Rigghina, L'uocci ammagnati e li capiddi r'oru. L'amai riti la citati ri Missina, Unni li senzì miei cicali fuoru. Amu na ronna raziusa e fina; Suddu 'un la viju, ri pena ni muoru. Mortu mi truvirrai ncorchi matina; Sulla li to' flnesci iu vegnu e muoru. 208 Ghiuvini, l'àti falla vintunannu? L'arma mi ncsci c hi cori pi tia. Nun ci su' missagghieri; a cu' ci mannu? Mancu aju na ronna cunflrata mia. Lègghiti sin bigliettu ca li mannu; Rintra c'è scritta la, ran pena mia. PROMESSE, SERENATE ECC. 203 Ti l'hé falla cù l'uocci lacrimannu, Cu 'n ciantu ruttu, ca arora muda. Lu vuoi sapiri pirchì ti lu mannu? Stari nun pozza cià, senza ri tia. # 269. Ri sia fine-scia s'affacciati na luna, diavi li rai di la stilla Diana. Su' tanti li sbrinnuri ca mi runa, Ncsci lu lampu ri la Tramuntana. f 270. Ghiuvini beddu, longu e dilicatu, E dilicatu ri ghiusta statura, Lu caulinari tò quanta è cilatu! Quannu camini, la frunti ti sura. Tri ghiumma r'oru Uniti a la latu, E la ralogghiu cù la Armatura; Pigghiati un fazzulettu arraccamatu, E vi stujati ssi bcddi surura. * 271. Nun c'è petra cià dura ri lu scogghiu, Ca notti e ghiuornu ci batti la mari. Iu sugna arrisurvutu ca li vogghiu, E di li ninna mici nun ha' a scappar!. Stagghiu frijennu, coma pisci all'ogghiu; Sintennu la io nnomu palizari. Coma li liei lò mamma ti vogghiu; Ca quannu gbicniu c'è, 'un ci vò dinari. (') (') Variante: Salam. Marino; 30i. 804 CANTI POP. XOTICI.VN't 271 Mani aia* ó'è uri picei utteddu lullu amurt, Ha fattu voin c;i s'ha a maritari. E c'è binutu cù li sunaturij E cù un buona cantanti, pi caritaì'i. — Mamma, min vi pigghiati ri tirruri; Li cosi 'usatila paci l'hamu a farti Suddu voli Maria cù In Si'unuri, La fìggbia è bosciaj e a mia mi l'Ali a ilari. # 273. In mi sta strata ci hagghiii Misu spranza; Su 'n lussi pi sia, spranza, murirria. In sugnu 'mpernu, comu na vilanza, ('a agghìca e boia la pirsuna ima. Vu' siti curcatedila, man/a manza, Er in cà fora, mischinedda mia! Si' comu nu stinnarduj (pianini avanzi; Ma cu' t'avanza avanza, sta' pi mia. * 274. Simili bolla min pozzu attruvari, Su flrriari avissi na Custigghia. Hagghiu flrriatu la terra e In mari, Napuli, Spagna e tulli li curtiggbia. Na bella conni a tia min si pò asciari; Cu' passa e spassa, la stampa si pigghia. Curuzzu, t'aju amatu e t'hàgglriu a. amari; Suddu muoru pi tia, 'n è maravigghi^. * 27;;. Cara patruna mia, bedda ci sili, pulizia n'aviti 'nquantitati. l'i mascidduzzi m' puma Uniti, Li renti perni e li gbìggbia Sfumati. ì.om, DICIIIAUA/.IOM ECC. j&OS IVoni su 1 li trabacchi, unni ninnili; Li cascina ri tullu arraccamati. E a la matina, quannn vi ausiti, Li rebbi vi li pròjunu li Fati. ii 876 <> tu ea porti ssa trkmfu 'ntesta, Ch'è fir-rlatu ri efuri r'alastra, Lu Re cù la Rigghina fami testa, lai Siili cù la Luna si cunirasta Nti la paminu vui sili annesta, Nti In parrari vai siti la mastra; Bella, quannu t'affacci a, ssa finestra, Spaccunu tri gh^aloflri pi rasta. (') * 277. Quanta vali na figghia inni massarut Si pi') ciliari nti na tazza, r'oru. Quannu si minti l'augghia; a, li manti, Dipinci n'aucedxJu nta lu volu. Quannu si seri nti lu sò tilaru, Fa scrusciri la spula conni un truonu, Fr iu, Kamaru, ca sugnu Imitami, Scnln lu scrusciu c di la, pena muoru! 'l'urilari ci vurria pi vuroìinaru; Miatu ddu Irati ca l'havi pi suoni! (-) * 878, L'arni è cimi ri trummcnti c vai; Er in, l'amarul min dormu nò bigghiu. Quanta ti vuc-ju beni, tu lu sai, (') Varianti: Saloni. Marino; 50. — l'ilrò 24. (-'; Variarne: Vigo; Vili, 3. 200 CANTI POP NÒTICIANI Ca ri In polla miu tu si' lu gliìgghiu. Suddu a lu Nfernu a mmucciari ti vai, Iu mi fazzu Virscriu c ti pigghin, * 279. Bella, pi amari a tia, su sciutu pazzu; Pazza si' sciuta tu, pi amari a mia. Li boni agghienti ni parunu un lazzu, Nun vuonnu ca t'amassi, vita mia. Er iu, sudd'amu a tia, chi dannu fazzu? Quali dannu fa' tu, sudd'ami a mia? Iu nti la porta lu scrittu ti lassù: Nuddu t'ama ri cori, comu a una. # 280. Cantn, c lu Celu mi fa l'arriprieu; Cunsitru (pianta l'omu è sbinturatu. Chi ancora ci hagghiu a stari a l'allarnmicu? Sugnu na vampa, ri fora addumatu. E notti e, ghìuornu nti lu fuocu abbìtu; Mi nesci l'arma, lu cori e lu ciatu. Mi scappa la pacenzia, e, ti lu ricu: lidia, ])i amari a tia iu suguu natu, % 281. Ai-buri ch'abitati a li friscuri, Chistu ch'è friscu ca si ci pò stari? l'uvetta ca facili tanta amuri, Chi amuri è chistu, e;t 'un mi fa abbintari? Ralogghiu ca mi suoni tutti Turi, Ura pi ura mill'anni mi pari. Nta notti e ghiuornu su' vintiquattrurij Nta 'n ura mi putissi curi Untar i. DESIDERI, SALUTI ECO. i'of 282. In ri straneru (i vcgnu a pariri, Cù pocu tempu ca haggbiu mancata, In nini ci pozza a lu spissu vinjri, ('unni vinia pj Hi tempu passata. •Ffàcciti, armuzza mia, pi piacici, Nun ti crirìri ca t'hagghiu lasciala la nun ti lassù sinu a lu muriri, Sina ca campa st'amurusu datti. * 28.'5. Stilla ri Celli e Sirena ri mari, Tu m'ha' tiratu cù na calamita. Vui mi pariti n'Acula riali, Vucpuz-za l'i n'aneddu sap.urita. lu, pi Fa muri tò, passu lu mari; Nini hagghiu pena, SU perda la vita Su bui, curuzzu, vi lasciati amari-, Vi sugnu scuvii c v'ho sirvi ri in vita, * 284. Ghiuvtni beddu, ri zuccaru fatta, Ghiuvinj ca m'arprni la quartieri. Ch'è beddu lu tò cinta, ch'è bon latin! Ch'è beddu l'uocciu tò, quantu è mureri 1 Quannu ti vitti, ti fìci lu pattu: Senti, curuzzu, m'ha' baliri beni. Ri tia mi n'agghiu fatta la ritrattu, E nun ti canciu pi nu Cavaleri. * 285. Oh chi friddu, <>h chi pivi, o chi ghìlata{ Friddu [)i chistu *un n'aju ntisu mai. R'unni mi vinai sta bella imitata. Ili vèniri a cantari cà, unni stai? 20S CANTI POP. NGTICIAN1 Arn'sbigghiti armenti, ronna amata, Runa Ili suonnu a cu' nun donni mai. Tu rormi nti ssu lettu, arripus&ta, Er ìli, cà fora, ca ountu li vai. # 286. Sugnu arrassu ri tia curici migghia, E lu mè cori s'allammica e squagghia. Sugnu comu lu pisci a la rarigghia; Sugnu comu la nivi senza, pagghia. Oli Din, forra pati-uni ri la negghia, Quantu viju l'amanti unni travagghia! Ch'è lar'iu n'amanti lassa e pigghia, Como lu ferru ruttu a la tinagghia ! Quannu nun vini a bui, o bedda figghia, Pigghiu la cruna c basu la miragghia. (») • 287. Na palumma r'amuri tegnu 'mpugnu; R'amari a chista bella ci appi mpegnu. dì la mè vucca a biviri ci rugnu, Cù li me' stissi marni la guvernu. Giù assai m'accostu, ci lì cuntonti sugnu; Cd na rrama r'amuri yaggbiu e biègnu. E su pi sorti ri cosa m'addugnu, Cull'uocci la riguardi! c l'ammantegnu. • 288. 0 sunaturi, sunati cuntinu, Cà c'è na bella ca pari nu Siili. C'è so patruzzu ch'eni un Saraflnu; C'è sò matruzza, na rama d'anuri. (') Varianti: Vigo; Vili, 100. — Saloni. Marino; 575. PROMESSE, SERENATE ECC. 209 C'è sò fratuzzti cb'è bori fanciullinu; La stissa casa è cina ri sbrennurij Poi c'è na bella ca forma un guardimi, Nta violi, ghiaraurmnuy rosi e «uri. * 289. Vurria sapiri quandi loca aviti; Comu tanta arrìtusa vi vutati? Ci vegnn pi ghiarzuni, su bui iti, Vi fazzu li cumanni ca mi rati? Nu Riporta ca dinari nun n'aviti, Ci vegnu, e cù lu tempii mi li rati. E di lu restii patruna mi siti; Lu vosciu servu è cà, lu cummannafi. • 290 Ciovu di lu niè pcttu, anima mia, Pirelli nun m'arrispunni, ca ti ciamu? N'èritu chiddà ch'amavutu a mia? Ora m'abbannunasti manu manu. Unni mi viri viri, canci via, Mancu su forra r'un paisi strami. Nun ciancili li billizzi, ciancili a tia; Cianciu ca si' 'mputiri r'autra manu. * 291. Su m'ami, bella, punì voggbiu amari; Lu tò amuri m'ha misu un fuocu ardenti. Su m'ha' amari raveru, nun gnucari: No ca m'ami, disami e ti ni penti. Li cori viionnu siri tutti aquali; Chi vali suddu sunnu diffireuti? Ti l'hagghiu fallii vi ri ri e tuccari: lu t'amu pi daveru, c tu 'un fa' nenti. 210 CANTI POP. NOTIC1ANI 292. Mi arda c abbrucili, mi cunzumu e patii; Mi ardu c abbrucili nta vampi e nta fuocu, Mìsiru, comu sugnu addivintatu! Scunci la carni mia a pocu a pocu. Vogghiu sapiri suddu sugnu amatu, O paramenti su m'ami pi ghiuocu. Varda ri quanta sugnu sciurtunata ! Ti vulissi parrari, e 'un trovu locu. # 293. Ri ssu san gii ni vogghiu quattru stizzi; Stu cori 'un sapi chi su' ghioca e spassi, Ramminni un cerru ri ssi brunni trizzì, Famminni na catina e m'alfiazzi. Vui m'àtu misu nta mbrogghi e nta lizzi; Stritti, mi l'àtu fattu li liazzi; Er in, pi amari a li vosci billizzi, Hagghiu li senzì mici nisciuti pazzi. * 291. Quannu nascisti tu, Ninfa n'ali, Fusti nfasciata nta rasa c nta veli. Quannu fusti a lu fonti a battiari, Ci filoni Conti, Duchi e Cav&leri. D'oru fuoru li ntorci e li bucali, E di petri diamanti li saleri. Ora si' bolla, e ti ni po' prijari, N'acula siti ri li setti Celi. » 293. Bella, riscinni ri na Calamita, Li to' billizzi li flci na Fata. Fusti nfasciata nta fasci ri sita, E nti un vacili r'oru vattiata. LODI, DICHIARAZIONI ECC. 211 Fusti comu na rosa culurita, E novi misi stasti mmutturiata. Miatu dd'uomu ca t'havi pi zita! Trova lu Pararisu nti la casa. # 296. Ciù ti viru, ciù t'amu e t'hagghiu affetti!. Comu t'hagghiu a scurdari, armuzza mia? Iu ti risguardu nti ssu biancu pettu, E tu risguardi la pirsuna mia. Sugnu a stu locu pi lu tantu affettu, Nun mi lu scordu, mentri ch'amu a tia. Rimmi lu sì, o lu no; rimmillu certu; Com'è ca n'hamu amari, vita mia? * 297. Palermu ha fattu amanti comu amanti! Amanti comu a bui nun ci n'è nenti. Vostra matruzza ch'è tanta Astanti, E bui ca siti na spata lucenti. Bella, ca vi scartai 'mmenzu ri tanti, Cara Signura mia, Ninfa ccillenti. Ora raccurnannamuni a li Santi; N'hamu a amari cu tia cuntinuamenti. 298. Parma, Cuncetta, Ancelica e Curranna, Ursula, Peppa, Sciaveria e Ntunina, Ajta, Cicca, Dia, Mita e Ghiuvanna, Ciuzza, Mena, Razicdda e Currarina, Barbira, Stella, Ninfa e Marianna, Tutti a cumannu tò, Rosa rigghina. 112 CANTI POP. NOTICI ANI 290. Avanti (i la manna l'ammasciat^, 'E ti la triannu cù n'amiou min. Ti Phè mannatu tantu cunflrata, Ca nuddu l'ha a sapiri: tu er in. Ma pinchi t'addimmusoi accussì n grata? Ncnti t'hè fattn, comn è beru Din. Quannu li senti ca si' abBannunata, Tanna ti tegnti nta lu pcttu min. * 300. Appi mannaia un mazzettu ri rosi, L'appi mannatu ri fora paisi. Mi l'ha mannatu cu 1 beni mi vosi, E nti lu pcttu min li tegnu misi. Chi bellu oduri ca fannu sii rosi! Cu' mi li manna, 'un voli ca si rit i. L,u vuoi sapiri cu' manna sti rosi? Li manna la mè bella mpcratrici. # 301. Conni hagghiu a fari ca unii hagghiu mamma? Siila sula, mi sentii <*\ la strania. Procurar! mi l'hagghiu n'autra nnnima, Chidda ch'addeva lu flgghiu pi mia. * 302. Lassa parrari, è cu' vù diri, rica; Ru' cori min si puonnu sdisamari. Tu si' la crosta, er in sù la muddica; Lu corpu senza Tarma 'un ci pò stari. Bella, 'un ti canciu, no, cù n'autra amica, Focu ri l'aria mi pozza abbruciari. Mentri ch'è sana e forti la mè, vita, Cinniri c terra, sempri t'hagghiu amari. DESIDERI, SALUTI ECC. 213 303. Bella, ch'amàhtiu a tin, amu un trisoru; Cianciunu stfuocci c fami un cianiti amaru. Tu ci si' flgghia d'un omminu buonu, E di cunnizioni n'àqualamu. Ma sii vicini ca mali ni vuonu, Sempri nocinu a imi, su ni parramu. Tò patri è mastru, ci' iu sù campagnuolur, Cù la superbia ncnti 'un ri'accanzamu. * 30't. Slilla calata ri li setti Celi, S'allucia cu' vi voli taliari. E quannu ncianu nisciti lu peri, N'Ancilu ri lu Celu fa' calari. La strata, lu curtigghiu c lu quartieri, Ivi muscu li faciti ciaurari. * 805. In passu c spassi! ri sta sfrata fina, l'i forza sarrà ca la mò furtuna. L'uccìuzzi aviti ri na Saraflna, E lu curuzzu ri na petra rura. Scuneiu conni lu meccu a la cannila, E senza fuocu lu mè cori adduma. Curuzzu, mi ni vagghiu, bona sira; V'arriccumannu assai la mè pirsuna. •!!■ 806. o Din, suddu l'avissi pi bicina! Lu tò cori e tu min starrianu 'ngnana. Stidda ca stralucifi a la mal ina, Faciti allustru a na vanedda sana. R'oru ti Fhagghiu a fari na cai ina, E na ntrizzata a la Palermitana. 214 CANTI POP. NOTICIANI 307. L'uocci su' bcddi, la capiddu c d'oru, Tutta ri perni la vuccuzza è cina. Vi miritati nu palazzi! r'oru, Li cantuncri ri màrmira fina. Ri Màuta vi vinni lu trisoru, La cartinagghiu vinni ri Missina. Rintra ci stati vai, culonna r'oru, Sirvuta siti coma na Rigghina. # 308. Vurria sapiri, beddu, chi ti fìci; Ri mia n'aviti rittu tantu mali. Ch' è tanta ranni lu dannu ca flci, Ca lu pigghiastru tantu 'ncriminali? Fu Cristu, e pirdunàu li so' nimici; E tu, tirannu, 'un mi vuo' pirdunari. Nun ponnu stari rui cori nimici; Ra, ra, curuzzu miu, paci ha' pigghiari. # 309. Iu trasu nti 'ngnardinu e cogghiu rosi, Tutta r'acqua rusata mi lavai. Ma chi fu beddu ssu ghìgghiu ca cosil Lu tegnu 'mmanu e nun lu lassù mai. * 310. Beddu, ruppiddu r'oru c calamita, Ca toni li me' senzì ncatinati. Vui ri la menti mia ni niscirriti, Quannu Natali veni nti la Stati. * 312. 0 rosa russa, ancelica, virmigghia, Oh Diu, quantu billizzi aviti vuil Diu v'ha criatu pi na maravigghia; L'Ancili manna, pi sirviri a bui. PROMESSE, SERENATE ECC. 215 Veni hi vosciu amuri e v'arrisbigghia; Clhsla 'un è ura ri rurmìri ciùi. Cu 1 fu sta mamma ca fìci a sta fìgghia? [u criii ca nti hi munnu 'un ci n'c ciùi.(') * 313. Affaccia a ssa fine-scia, ascuta c senti, Chista è canzuna ca 'un canta pi tia. La canta pi suspcttu ri ragghienti, Chiddi ca n'hanu mmiria e ghìlusia. M' hanu cuntatu milli mancamenti, Vuonnu ca ti lassassi, armuzza mia. Nun ti lassù, no, no, statti cuntcnti; Ca sta mputiri tò la vita mia. *■ 3li. La segghia unni s'assitta Currarina, Lu masciu ca la fici cà nun c'è. La lignamedda è di rosa marina, E fa l'ara ri di li parti unn'è. Quannu ti ntrizzi e ti fai la scrima, La ntrizzaturi è l'arcu ri Nuè; Quannu la. tò prisenzia camina, Tu fa' ncrinari a li trìrici Re. * 315. Rimmi la sì o la no, zoccu havi a siri, Ca tantu allongii ciù nun pozzu stari. Lassù li notti nta cianti e suspiri, E stu cori nun pozzu cunzulari. Li Thè mannatu tanti voti a diri, Na cosa lesta zoccu avemu a fari. (') Variarne: Pitrè; 13. 21G CANTI POP. NÒTICIAN1 Cuntentimi; se no, mi fa' muriri, Ca ri tia nun mi pozzu rispisari. # 816. A'inni a cantari a In mè strcmu amuri, Pi risposta e cutugnu ri cu' 'un voli. Pi bui stu cori s'ardi c si ristruri, Pi bui mi nesci In senziu ri fori. Si 1 cina ri billi/.zi e di sbrennuri, Cu' ti viri na vota, spinna c mori. Suddu voli Maria cù lu Signuri, tu mi l'hagghiu a gudiri lu tò cori. # •317. In vitti a la mè Dia 'nCclu supcrnu, Cù un spicciali si stava ammirarmi!. La janca scrima si stava spartennu, E li labbruzza nzunzati ri sangu. Conni t'appi st'amuri tantu nternu? Ciovi, sugnu nta n'acqua, c nun mi vagnu. ■» 318. Quann'è ca passu ri sta strata r'oru, Lu peri s'addurmisci e nun va avanti. Iu vini a la mè Dia tutta nta n'oru; Li capidduzzi so', pctri brillanti. L'Ancili sentu ca cantunu a coru; Vini lu Pararisu cù li Santi, lìdia, ti puoi ciamari Ran Trisoru, Arvulu carricatu ri diamanti. # 319. Cù lu tò ciàuru sulu m'ammantegnu, Bella zagra d'arancia e di lumia. Ora si sapi pi tutta lu regnu, DESIDERI, SALUTI ECC. 217 Tu nesci pazza, er iu muoru pi tia. Suddu pi sorti a ssa jardinu vegnu, Tutti li rosi lassù e cogghiu a tia. # 320. Ddocu rintra ci sta l'amanti mia; Addiu, jardinu, è tutta tò lu spassa. Pirelli, furtuna, 'un ci cummiti a mia, Ca di l'amanti mia mi tcni arrassa ì Salutu macci c funnu, ci unii c bia, Anchi salutu li strati unni passa; Pi 'un ci dari ristrubbu a la ine Dia, Iu mi ni vaggliiu e cuntenti la lassù. * 321. Pi lu tò amuri squagghiu comu neenzu, E coinu un pisci mi fa' suffrijri. La notti m'arrisbigghiu er a tia penzu, Penzu ca 'un c'è principi'u nò fini. Penzu ca m'ha' taggbiatu nti lu menzu, E m'ha' sagnatu ri tutti li vini. Quannu passu ri cà, ghìuricu e penzu: Bella, cù ss'uocci tuo', l'arma mi tiri. * 322. Ghìcsu, Massara, ch'aria ca partati, Cu ssa figgliiuzza schetta vai ch'aviti! Hagghiu saputu ca la maritali; Lu zita forra iu, su mi valiti. Cu roba e senza roba mi la rati; Sugna picciottu ca nun fazzu liti. Suddu sacciu ca a n'autru la rati, Fazzu ri testa mia; chi mi faciti? AV0L10 — CANTI POPOLARI. 18 218 CANTI POP. NOTICI AN I 823. Quandi è bellu hi mari, quannu è azolu! Chi bellu lustru ri Luna c'è 'ncianul Ci su' binuti na cuccia ri soni, Ca pi lu inumiti navicarmi! vanu. La pappa e lu limimi tuttu è d'oruj Ricchi su' li mircanti ca ci .slami, lu ri la pena ca ni spinnu e unioni, Turnari ci vurria pi marinarli. * > 324. Suddu li petri avissuru furtuna, 'N fùssuru misi pi 'mmenzu li strati. 'N fùssuru misi pi 'ncapu a li mura, A cprpa ri marteddu martiddati. <;ù li petri si fannu sepurtura; Ci sunnu tanti petri vurricati. Er in, pi amari a la voscia pirsuna, Hè mmiria ri li petri disprizzati. # 32o. C'è malatu nu bellu nta ssi parli, Malata linfu, e mi ni sapi forti. Parli, suspiru miu, cù ncegnu er arti, E ti va' ghiotti a peri di la Morti. Ricci ca addizza l'arcu a n'autra parti, Ca chistu bellu nun merita morii. Ca, su pi sorti chistu bellu parti, Cù li me' manu mi darrogghiu morti. (') ■x 326. 0 ngrata porta, comu sta' firmata! Vi precu, flnistreddi, aprili, apriti. (*) Variante: Pili è: 113. LODI, DICHIARAZIONI, ECC. Rarrcri ci sta n'arma rispirata, Murirrà certu, suddu 'un ci rapiti. Sta ranni tirannia unni è sarvata? Unni sta ranni tirannia tiniti? Na parola vi ricu all'urtimata: Arrestili mi ni vaju? chi arrisurviti? * 327. Cori abbùnnanti vi pozzu ciamari, Cori abbùnnanti er omminu r'anuri. Ssi cumprimcnta vosci, tantu cari, Mancu mi l'avria fatlu Monzignuri. Siti un dumi Ghìurdanu ammcnzu mari Ghìgghiu arurnatu 'mmenzu a belli fluri O bellu, 'un vi lu pozzu sudisfari, E vi ringrazili assai ri tantu anuri. # 328. La ulivedda nkira è sapurita, Massimamenti quannu è primu sali; Dd'uomminu miatiddu ca la nzita, E biniritm cu' la fa nzitari! Lu spezi niuru vali quantu pisa, La janca nivi va un pczzu sanari. Quantu vali na scava sapurita 1 Cù li stissi so' mora si fa amari. # 329. Sugnu pilotu e canusciu lu tempu; lu sacciu quantu scogghia c'è nta mari; E vagghiu navicannu cù lu tempu, Pi nun aviri ncontri la mè navi. Bella, navica tu cù ssu bon tempu, Mentri lu ventu ò 'mpuppa a la tò navi. 220 CANTI POP NOTICIAN1 Cd botti ri furtuna e mala tcmpu, Nuddu flraitu c'è, ou' va pi mari. # 880. Ciantai nti lu me péttu sciurlunatu, Un sulu peri di pumuramuri. E di sira <: matina è àbbiviratu; Lu fruttu ha a fari, mentri c'è lu duri. Ghiuvini, min ha' a siri stracttratu, Pi fina ca Lu tasti ri sapuri. * 331. Riavuli ch'abitati a Muncibeddu, Calali, ch'ali a fari na jurnata. Purtativi la ncùina e lu marteddu, C'è di vuscarì na bona manciata. Hàti a dari ru' corpi beddu a beddu, Senza fari nisciuna rumurata: Rapitimi li porti r'ó Casteddu, (') Sciti l'amanti mia, ch'ù carzarata. * 882. Chi ciauru ri muscu fa sta strata! Comu ci forra na sbiziaria. C'è a na finestra na rosa ci anta! a; Cummogghia cù li pampini la via. Rintra ci sta na bella rilicala; (') Così in Noto si chiamano le Prigioni (mandamentali). Nell'antica Noto esso erano dentro il vasto Castello che chiudeva l'entrata settentrionale della città. Il nome rimase in bocca ai Notinosi anche india città nuova, dove il carcere non é punto un Castello. Nello stesso modo si chiamaron Vicariarvi Palermo, le prigioni; perchè un tempo erano nel palazzo del Vicario del He. Btm^^wi PROMESSE, SERENATE ECC. 321 Abbiàu na rosa a cu' beni vulia. Avissi avuta la marni tagghiata! Dda rosa pircM vinili cà imi mia? Chista ca fazzu è bita sciurtunata; Ri lannu ca suffrisciu, armuzza mia ! * 333. Vurria fari un palazzu a la marina, Na flniscedda all'unna ri In mari; Cbi m'affacciassi ri sira e mal ina, "\"irìssi a In me amanti navicari. La sò vuccuzza ri diamanti è cina, Nnn ci su' masci ca la ponnu fari. E, quannu fa na bona siritina, Iddu mi canta, cr iu c'è ccumpagnari. * 884. Vitti passari a n'Àrilu ri susu, (') Bcddu vistutu c beddu annurdunatu. A mia mi parsi l'amimi amurusu, Na cUnuccedda ri oru fllatu. Cianati 'nciazza, ca siti vulntuj A tàula ri Re siti ammitatu. Facili larga a chistu cb'ba binutu; Facili largii a st'amuri nfatatu. # 335. Com'baggbiu a fari, misebinedda mia, Ca persi la ciavuzza ri la porta? Mi ni vpgghiu jiri dda banna la via; Cu' sa l'avissi asciatu dda picciotta ! ( 1 ) Fra' Fati, nella mitologia del popolo, ci sono gli Aria o Arili. V. Canio 201. 222 CANTI POP. XOTICIANI Cummari, vogghiu la ciavuzza mia, Chidda ca rapi e ciuri la mò porta. Ciavi ca nun ci n'è comu la mia, Vinuta ri Palcrmu e fatta apposta. # 336. Vinutu è lu mè amuri vintureri ! E binni cù triunfl er alligrizza. Porta ru' littri d'oru a li banneri: Nu Effì cù na Ppc ri tanta autizza. Ci sunnu Effì nta l'armi e li quartcri; Lu Effì ca significa Furtizza. Vuoju sapiri l'autra Effì unni eni, Ch'è lu riguardu ri la tò Firmizza? # 337. Quannu nascivi iu, lu sciurtunatu, (E nascii pi la mia mala sfortuna !) Stesi tri ghiorna lu Suli ammucciatu, E quattri; jorna nun si vitti Luna; Pi cincu jorna l'àiru ntrubbulatu; Ciù ri se' jorna lu mari 'nfurtuna. Setti sunnu li ronni ch'aju amatu; L'urtima siti vui, cara patruna. # 338. — lu, mamma, nti la zita mi ni vaju; Sciai na picciotta ch'è di ghìeniu miu. — Figghiu nun c'jiri, su prima 'un ci vaju, Cù lu mantuzzu e lu pettini miu. Su ci vonnu rinari, er iu li paju; Mi l'abbrazzu e la strinciu, ciatu miu. — Riciticcillu ca senzì nun n'aju; Pinzannu ar idda, ri l'uocci nun viju. (') (*) Variante: Vigo; XIX, 10. DESIDERI, SALUTI ECC. % 339. Ti maritasti, facci ri na Luna, Facci ri bella arancia e di hzalora? Pigghiasti a 'n picciutteddu ca t'arura, Omu ri Ari or omu ri palerà. Ringraziami! a Din ca vinili Tura; Si juncìu nu stinnardu c na bannera. • 3*0. Cummari, ci viniti a San Ciuvanni, Ca sona la campana nningbi nninghi? C'è un picciutteddu ri vintiruanni, Si voli maritari, c si cunfunni. Maritatulu vai, o San Ciuvanni, Ci rati a Maruzzedda uocci brunnil * 341. Appi mannatu 'n mazzettu ri fluri, E i l'ai il ni n'hò mannatu a la mè Dia: Sarvia, ghiérsuminu c valicuni, Basiricò, citrangula e lumia, Spica franza e pulèu ri bell'aruri. Poi c'hé mmiscatu pi mè fantasia, Cutngna i>i cu' l'ama r'ammucciuni, Scabra pi cu' n'havi ghìlusia. * 342. Un'Acida vulàu nta sti paisi; Ri quantu è ghiàuta, nun si pò pigghiari. Ci ri'hanu statu massari burghìsi, Ca ci hanu persu li so' capitali! Er iu, cù na palora ca ci misi, L'Acula mi tirai cù li rinari. * 348. Si' faidda ri fuocu c tutta sbrizzi; Bedda, ca nun ci n'e idi ssa jnìa. :221 CANTI POP. NOTIC1ANI Nti In muri ni parrunu li rrizzi; Ni pàrrunu 'riCalabria c 'nBarbaria. San Curràu, su 'n miraculu facissi, Un viagghiu pi un misi ci fama. (») Speru ca lu tò amanti ti murissi, Quanta pi spusa mi pigghiassi a tia. # 34't. Quannu nascisti tu, fìci l'eggrissi; Lu munnu s'avia a ghiardiri, c nun s'arsi. Nascisii a tcmpu ri li siccarizzi; C'era verrà pi mari e tempi scarsi. Lu Sacerdotu ca si suttascrissi, Fici lu nnomu cu vilena e tassi. Ma Iti Suli ca scili, senti chi dissi: Sta bella criscirrà nta sona c spassi. # 845. Affaccia a ssa fmescia risiata, Affaccia e varda sta ranni flrita ! Mi fu mpirutu lu locu c la sfrata, Pi parrari cù bui, vucca pulita. Arancia ri Palcrmu nnaurata, Ti tiri all'omu cù na calamita. Mancu ci fussi la furca ciantata, Bedda, pi amari a tia, nun stimu vita. ■» 846. Sunnu tri uri, e vaju flrriannu; Sugnu picciottu schettu, c 'un mi pò suonnu. ['] In Noto c'e" il costume di fare, per voto, alla chiesa di S. Corrado, lungo il mese della sua festa, delle visite [viaggiti] a piedi scalzi. LODI, DICHIARAZIONI ECC. 225 E pi n'amanti vagghiu pazziannu; Nun è lontana, no, ri stu cnntornu. Su arrivu a fari un certu cuntrabbannu, Trasu ri prima sira c ncsciu a ghiuornu. A la matina si prezza In dairau; E su 'n mi ciarni tu, ciù nun ci tornii. * 347. 'N bicchieri r'acqua è la vostra billizza, Ru' cannola r'arghìentu li to' vrazza; Siti scritta nta 'n libru ri giunnizza, E cui vi leggili, vi strinci e v'abbrazza. Quanta vali un capiddu ri ssa trizza, Nun ci va l'orti ri Palermu e Ciazza. Oh Din, ca pussirissi ssa billizza! Pi nzinu a Roma vi purtassi 'mbrazza. # 348. Ghiuvini beddu, calanti e curtisi, Teni nli ssu pittuzzu novi rosi. Novi Sireni e novi Mperatrici, Novi Ninfi r'amuri cr antri cosi. Unni scarpisi tu, l'uocci ci misi; Binirittu ddu lcttu, unni arriposi! Si' ghiersuminu ri fora paisi, Scocca napulitana ca mi posi. (') * 349. Iu sù spera ri rrogghiu, c mi firmai; firmai lu senziu miu supra ri Vili. La jurnata pi mia nun scura mai, R'ogni quartu ca sona, penzu a bui. (') Posare qui vale assettar bene, atlagliare. 226 CANTI POP. NOTICIANI Ncsci hi Siili, e min navi ciù rai; Ncsci la Luna, c straluciti vui. Na vota ca ssa vucca nzapurai, Stari nuii pozzu ciù senza ri vui. * 350. Tu si' na jàuta cersa, er iu sa ferra; Tu si' porla nnaurata, er iu sù barra; Tu si' ciumi currcnti, er iu su' terra; Tu jochi e sciali, e la mò vucca 'un parrà. Tu si'ghiàuta tantu, er iu cà 'nterra; Tu 'n urvu ciaru, er iu sugnu limarra. # 351. Ci sugnu 'ncostu, e di la pena muoru; Ri nesciri ri cà, nun c'è riparu. Ti vurria fari na statua r'oru, Quantu pisi, e dicciù n'autru cantaru. L'arghìnteri nun l'hannu tantu oru, Mancu Sò Maistà tantu rinaru. * 352. Quannu nascisti tu, spuntàu lu Suli, Spuntarli novi stiddi e novi speri. Vui siti scritta nta 'n fonti r'amuri, E c'è l'Arcu Nuè ca vi trateni. Tu si' la rosa, er iu sugnu lu ciuri; Lu spassu semu ri li Cavalcri. * 353. Chi beddu cantu fa sta Cianazzota, Sutta 'n peri ri mennula muddisa! E quannu canta, ci runa la mota; Si tira all'ormi cù la calamita. Su la scntu cantari n'autra vota, Idda perdi la vuci, er iu la vita. GHIILUSIA GELOSIA, SCONFORTO. 354. Cu' ghìlusia nun senti, nun è amanti. Iu sù ghìlusu assai supra ri tia. Iu sù d'amuri tantu stravacanti, Ca patii, suddu ncunu ti talìa. Varda quanta su' granni li me' scanti! Mi scantu stissu ri l'ummira mia. E lu mò senziu passa tantu avanti, Ca di lu Suli provu ghìlusia. # 355. Bella, tu sula a mia bella parissi! Parissi brutta a cu' ti riquardassil Vurria un pitturi chi ti dipincissi, Li to' billizzi cunzassi e vastassi. Ti li vastassi, quannu fora scissi; A la turnata ti li ricunzassi. Quant'ò la ghìlusia, suddu sapissil La terra nun vurria ca ti tuccassi. # 356. Longu e dilicateddu è lu mò amuri; Supra un diamanti si Ara abballari. Comu vi stannu beddi ssi armaturi, La bugghia, la scupclta e lu pugnali 1 Faciti largu, ca passa l'amuri; Largu, largu, facitulu passari. E su c'è ncuna ca ci ha misu amuri, Pigghiu un cutcddu c ci passu lu cori. 228 CANTI POP. NOTICIANI 337. Ghìuvini beddu, bannera riali, Senti, ti ricu zoccu vogghiu in. Unni c'è donni, min ci ha' prattieari, Massimamcnti unni pica in. Manca ri l'acqua l'ha' a fari tuccari; Ca iu ri l'acqua ini ni ghìlusiu. Laviti, beddu, su ti vuoi lavati, Sangu ti rugnu ri lu pettu miu. # 358. Nlra malogghi c suspiri iu sù purtatu Ravanti a un Tribunali ri Ghlustizia. Lu ngratu amuri tò c'hè raccuntatu; Mi mancasti ri Ari e d'amicizia. Unn'ju Tarn uri ca t'hagghiu purtatu, Lu beddu amuri miu senza malizia? Ora ca novamenti m'ha' canciatu, Tribunali ri Diu, fammi gbìustizia ! * 359. T'hagghiu amatuammucciuni e no'mpalisi. T'amava cù na strema ghìlusia. Quantu nultati 'mprucintu mi misi, Tiranna, pi buliri beni a tia! Iu ora m'addunai ri li to' prisi, Ca su m'era cuntatu, 'un ci criria. L'amuri ca fa via ri tanti misi, Ti l'hagghiu persu nti n'Avemmaria. * 360. Su mi vuo' beni, un gnuramentu ha' a fari: Ghìura supra ri tia, su si' Arili. Su Arili tu si', autra 'un ha' a amari; E lu mè cori ti rugnu 'mputiri. * 1 LODI, DICHIARAZIONI ECC. 229 'N faccmu ca t'arrassi e t'alluntani, 0 puru ca mi jabbi c ti n'amri! Ca su ti viju cù ncunu parrari, Cririmi, amuri, ca ciù min mi viri. (<) * 3GL. Comu sta cardarla In mi mintisti! Curuzzu, 'un t'avirria taliatu mai! Mi criju ca qnarchi cosa mi tacisii, Ca di la menti mia n'ha' scinta mai ! Tu fusti na pianeta ca curristi! (*) Ora mi scantu ca arrassatu t'hai. Ghìurica e ponza chi peni su' chisti: T'amu, ti stimu, e 'un su cuntenta mai. * 3G2 Mi nzunnai un suonnu e ti l'hagghiu a cuntari: Mi nzunna' ch'è ncustanti lu tò amuri. Ora mi scantu ca mi vuoi canciari, Cunsitira la pena c lu duluri. Cnu ò lu cori, e a 'n amanti s'ha a dari; Unu ha siri patruni c pusissuri. Tu runa accura, e 'un mi stari a canciari; Ca in pérdu la vita, c tu l'anuri. (') Variante: Ciù pi amai iLi st'uocciu 'un ti lu viri. Che vale: non ti darò la soddisfazione d'amarti. ('-) Tu fusti na pianeta ca curristi: Tu ti sei dileguato coinè una cometa, come un bolide. Parrebbe che cosi dovesse tradursi questo verso. Però, quando il nostro popolo d.ice: É stidda ca curri, fu pianeta ca curriu, allude all'azione inevitabile e fatale d'un avvenimento. E la esclamatone di chi si rassegna e piega il capo al destino. Era scritto/ direbbero i Musulmani col medesimo fatalismo. Quel verso può tradursi: Fu il destino che mi fece imbal- l ere in te, uomo fatale! 230 CANTI POP. NOTICIANI 363. Mi fu mannatu un frischettu ri stagnu, E funi (') fattu puliti! c cu ncegnu. 'N gnuornu ci vinni, c ci arrimasi magnu; Ora ca m'alliccai, spissu ci vegnu. Ma -su prattichi a ncunu, mi n'allagnu; Ni veni ghìlusia, spartenza e sdcgnu. # 36Ì. Vitti la stilla mia tanta autcra; A ssi tanti jautizzi cu' ci arriva? Vui siti nti ssa cammira e ss'arcova, E di la lib irta ni siti priva. Chi la niscisti tu ssa ligghì nova? Pi mia si' morta e pi autru si' biva? * 36o. Piniai quantu piniài, fìci un castcddu; Spirai di siri iu lu castiddanu. Ma doppu ch'era lestu ssu castcddu, Li ciavi mi luvaru ri li manu Sciri mi n' hannu fattu r'un purteddu; Ri tantu curtu, mi trovu luntanu. Riavuli ca stati a Muncibeddu, Luvatimi a cu' hagghiu pi li manu. « 366. Sù misu 'mpernu, comu sta lu rrogghiu, Massima quannu ò curtu ri sunari. Na pirnici lassai nti stu cuntornu, Va lu sparvieri e si la vò pigghiari. Tintu cu' minti li cosi a lu luongu, E spranza r'autru li parrati fari 1 (') Funi paragoge di fu. GELOSIA, SCONFORTO. 231 Cunzigghi ri ragghienti man ni vogghiu; Ca lu mè senziu fazzu navicari. # 3(57. Chi aviti, amuri min, cu ssa friddizza? Nun viri sfarina ca pi tia ni morii? Ri tia ni pritinnia quarchi carizza, Pi dari ajutu a lu mè affrittu cori. Mi pari, all'uocciu min, ca 'un hai firmizza; Ora. mi va' mancannu ri parola. Sugna vinutu cà pi la cirtizza: M'ha' a discruriri, bella: o rintra, o fora. # 368. Oh Din, ca tutti uorvi li facissi, Quannu l'amanti mia ri cà passassi! Nun vogghiu ca lu Celu la vi rissi, Mancu la terra unni scarpisassi. E, su lu cunflssuri si virissi, lu mancu a cunflssari la mannassi. # 869. Campii ri spranza e di spiranza spcru. Mancu un alta mi fa' d'amurusanza! Mi pari, a st'uocciu, ca 'un è amuri veru, E mancu è cosa ri starici spranza. Tutti li to' prummisi mi falleru; Vinni lu ventu e ni flci mutanza. Ristàu la *ò billizza; in chi ni speru? Speru ca n'agghiu a sciri ri spiranza. # 370. L a rann i ghìlusia truncàu li passi; Fici trimari lu Nfernu e l'abbissi. Oh Diu, ch'è rranni! su ti la cuntassi, Cd li lacrimi all'uocci ciancirrissi. '-■"Ita 232 CANTI POP. NOTICIANI Su binissi la morti, 'un mi scantassi; In di la vita mia cuntu 'un facissi. E suddu n'autru amanti ti circassi, Ili di la ghilusia prestu munissi. # 871. Unni s'ha lettu mai, nta quali carti? Ghistu ch'è amari ca faciti vili? Forsi chi aviti ncorchi libru sparti, O puru c Iigghi ch'àlu sciutu vui? Una è lu cori, c 'un si ni fa dui parti; Unu è l'agghiettu, e 'un si pò dari a dui. E tu cu li to' mora, ncegna cr arti, Cuntcnli all'unu e all'alitai, e ghiabbi a dui. 372. Ri tia sugnu ghllusu, caru amanti; Suddu 'un t'amassi, ghìlusa un sarrìa. Ss'uocciu tò arriri, e lu mè cori cianci; Cianci stu cori ch'ò arrassu ri tia. Zagbiri min ni fannu tanti aranci, Quandi lu jornu suspiru pi tia. Pirobì min sugnu comu l'autri amanti: lu parru cù l'aggbicnti, e penzu a tia. * 373. Bcllu, cù ss'uocci tuoi stu cori ncanti; Tu si' amanti gbìlusu e mi trummenti. Ghiuvini ci ni sunnu tanti e tanti, La sula razia tua mi fa cuntcnti. Iu dubitu ri tia su si' distanti, 0 puru su mi lassi e su ti penti. Iu nun ti lassù, no, Arili amanti, Sina ca l'ossa mici su' fracchi e lenti. GVAA (SIA, SCONFORTO. 371. In vitti rj'auciditozzu levi levi, Vinni a pusari a In canta ri mia. Chi torsi è In mè amanti ca mi veni ? Ha tantu tempu ca nun lu vix'ìa! Chi ci hàti avutu l'aneddu a In peri ? Pirclh 'un ci hàti vinutn cà unni mia ? Porsi c'è n'autra amanti ca vi teni, E carizzi vi fa rileggimi ri mia? 375. Boddu, marita min, beddu mi pari, Beddli sen/.a nisciunu mancamenti!. Pigghì li tetri r'autru a siminari, 1''. 'un viri ca li tuoi pèrdami tempu. Li to' terri su 'ncuostu a li ciiimari, Si puonnu siminari ar ogni tempu. Ma sn li lasci sempre arripusari, Antru ci pasci, e tu paji In cenzu. * 376. E nti sti strafa c'è un peri di rosa, Nuddu mi l'ha a tuccari, pirchì è mia Suddu c'è ncunu ca si senti cosa, Passari ci farro la fantasia. Pi autru è cutugnu sta maccia ri rosa Mori cu' ni pritenni ghìlusia. # 377. Vui menza pazza e menza lesa siti; Cu chi' para ri carti mi jucati. Cù mia li ncagnateddi li Uniti, Ai' antri li carizzi ci li rati. Prunu sti ru' cora tanta auniti, Ora 'ntempu ri nenti sciarriati. AVOLIO — CANTI POPOLARI. 231 CANTI POP. NOTK UNI Vogghiu ca un piacici ini facili, Ca ciò. lu nnomu mia 'un la pulitati. » 378. 0 Dia ca siti Jurici r'amuri, Sugna vinutu a la Curii Riali. Sugnu vinutu a ncusari I'Amùri; M'ha fattu un tórtu, e V*ù voggliiu cuntari: Avia un gnardinu ri rosi c di ciuri, Ci livàu l'acqua c l'ha fattu siccari. La rosa russa ha canciatu culuri, Li ghìgghiu ha cuminzatu a sparnpinari. Amanti ca mi fusti trarituri, M'amasti e poi m'àvisti a sdisamari. A lu ruvettu si cogghi l'amari, E cu' lu cogghi, la divi stimàri. Ma ancora tcguu Ari a la Signuri: L'acqua r'unni ha passata, ci ha a passari. (') * 379. Criru ch'amati ar autru, e mi n' adduglili Ca stati fannu l'amuri a alitati. Pi chiddu ca facili nun ci ncugnu, Mancu li cosi faciti cilati. Valiti lu mè cori; 'un vi lu ragna, Pirelli lu vuostru a n'autru la rati. Unn'hàtu fattu Aprili, Maja e Ghiagna, Vi faciti lu restii ri la Stali. 880. Con tu Ariti a lu mè cori rati, Quannu l'amuri cù autru faciti. (') Variante: Vigo; XXX, 4. GELOSIA, SCONFORTO 2'. Nun vuojù ca cù nuddu pratticàti, Mentri 'mputiri lu mè cori aviti. Ura pi ura la morii mi rati; Mumentu pi mumentu m'acciriti. Curuzzu, 'un vf ni tegnu libirtali; La libirtati ò vostra a cu' vuliti. * 381. L'acqua ca curri la Slati e lu Mmernu, Astutari min pò lu fuocu min. Armi addannati ca siali a lu Nfernu, Nun patiti li peni ca patii in. L'amuri c'hagghìu a chistu, è Iroppu ntcrnu Sulamenti lu pò sapiri 'Ddiu. Mi cuntintassi cent'anni a lu Nfernu, Basta ca 'nmanu r autru nun ti viju. # 382. Bella ca cù li stilli ci triunfl, L'uocci rùnunu allustru a lu Livauti. M'ammiru, ca nu specciu è la lò triniti, E li rintuzzi su' petri diamanti. 'N sacciu su ar autru amanti currispunni; Chista ò la pena: su t'amu, e mi nganni. Ma quannu mi talii, tu mi cunfunni; Era ghìlusu, e diventi! ciù amanti. # 383. Supra un truncu r'amuri era appujatu; Avia na bella ch'era lu me scudi. Ora 'nCelu nò 'nterra sù pusatu, Sugnu comu na lampa ntratinutu. In vagghìu pi li strati 'un dispiratu; E l'agghìenti mi spìunu: — ch'àti avutu? 23G CANTI POP. NOTICIAK1 -E c'hagghìu a viri eh'amu, e 'un .sugna amata! Avi.i n'amanti ca m'ha discrurutu! # §84. Curri, sfortuna, mentri ca ci si'! Tu mi lasciasti, or iu nun pipitai. Orvu di l'uocci, suddu li trarii! Sempri hé statu fa-ili e nun mancai. Ora, curuzzu, ch'a la stata si', Passa li notti nta turmenti e vài.- Nun cianciu, bedda, no, ca mia nun si'; Ciancia ca si' di n'autru, er iu t'amai. » 885. Sa lussi maga, ti farria l'incanti; Certa sapissi ch'amassutu a mia. Nun ci campassi ci fi nta peni e scanti; Stu cori nun pruvassi ghìlusia. Ma tu si' maga ca m'ami c mi ncanti; Mi ncanti cù na ranni majaria. La tò billizza mi ci Rei amanti; Nun puozzu amari ar àutru ch'a tia. (') • 886. Bella, pirchì nun si' com'eri anan.ti, Ca avèutu pena ri la pena mia? Mi prummittisti ri siri custanti; Ora m'ha' bbannunatu, amara mia! Si ni jeru ddi carizzi c amurusanzi! Chi li fa' ar nutra, e l'ha' mancata a mia? Ma tegnu Ari a Diu e all'Armi Santi: Hè aviri ddi cari/zi comu avia. (') Variante: Vigo: VI, 2. GELOSIA, sconforto. 237 387. Palumma janca nti stu péttu nata, Pirelli m'apporti tanta ghilusia? V'hngghhj tiriutu nti na scaffarrata, E crìu ch'amati ar autru e no ciù a mia. Viri ca cliissu 'un t'ama, c si' ngannafa; In su l'amanti ca muoru pi tia. « 388. IUi rancia c mi canciàu lu caneiaturi, Mpinta puri sugna ciù nta lu sò janciu. Sacciu ca n'autru amanti ti procuri, Er iu ranuovu mi fazzu lu scanciu. * 380. Cernii hagghiu a fari senza ri tia, senza? Conni m'hagghìu a scurdari lu tù amuri? In sempri t'hé portatu abbirienza, T'haggbiu vinutu appressu tutti l'uri. Viri, fatti n'osami ri cuscenza, .Tettiti a peri ri lu cunflssuri; Viri ca ti danà la pinitenza; Ca cu' lascia, n'amanti, è, trarituri. * 300. Ei a picciotto, e curtivai un gnardinu; Nun mi scantava di Suli e risemi. Tantu lu curtivai sira e matinu, Nzina cb'addivintàu jardinu veru. Autru ci trasi e ncsci ri cuntinu; Si va cugghiennu lu fruttu sirenu. Er iu cutugna cuogghiu, lu mischimi; Cutugna, ghilusia* tassi e bilenu. 391. Cielu, chi l'hai cù mia ca si' trubbatu? Terra, abbraccili tu sti patimenti; 238 CANTI POP. NOTICIANI Mcgghiu a sta rhunnu 'un avissumu natii, Ca semu misi 'mmucea ri li ghìenti. Varda quantu appi a siri sciurtunatu, Ca patu a tortu, senza fari ncnti! Ma Ili ciù làiru è amari, c 'un siri amatu; Chista ò la ranni pena ca si senti. # 392. Sapissi certu ch'amassuvu a mia, Amari vi vurrìa pi deci parti. Patruna ri stu pettu vi farria, E di lu cori miu vi (lassi parti. 'N fazza jucati cù furfantaria, E mi Uniti ni' para di carli! Quannu ss'ucciuzzi riquardunu a mia, 'N sacciu su la tò menti è a n'autra parti. • 393. Su di stu latru pruvassi lu cori, Finii lu vulissi pratticari. Ma cririri nun pozzu a li paroli; Cù la siila prummisa 'un vogghiu stari. Fa milli ghiuramenti marioli, Coma la sita mi fa arriinuddari. Varda stu latru ch'c ngratu ri cori, Ca cù na sula amanti nun vò stari ! # 304. Sù arrisurvutu tagghiari sti trizzi, E di scippari stu curuzzu ch'aju. N'hagghìu manciatu meli ri marvizzi; Cù bui, curuzzu, lu ghìeniu Faju. Aprili fa li ciuri e li billizzi, E n'havi Tàusu lu misi ri Maju: MIHk GELOSIA, SCONTORTO. Ar autru facili li carizzi; Er in ca mi li meri tu, nun l'haju. • 895. M'abbannunasti e mi traristi, amuri; Pirelli 'un m'àmàtitu siha ca muria? Quànn'era dintra; mi purtàutu amuri; Ora, su fora, c abbannunasti a mia. Era mintuta nta carciri scuri, La sula menti niscìri putia. Ora ca 'ncianu sugnu, trarituri, Ti cerebi n'autru amanti, e lasci a mia! 239 300. AH ( linciasti pi ncnti, ruci amuri; Mi canciastì pi cosa arrifutata; Canciasti la lumia cù lu cardimi, La carni frisca cù chidda salata. Ti crirèutu ascia ri rosi e ciuri, E attruvasti na spina mmilinata. Si) 7. L'omminu è trarituri, vota c gbìra, E t'ha' scantari quann'è ca ti jura. Poi suddu viri ca cianci e suspira, Tannu a n'àutra amanti si prucura. * 8 98. Su n'hamu amari, m'ha' adari lu prèggbìu; Ca sugnu castiata, vita mia. l'animi un cuntrattu nta il Nutaru Règgimi, E mi ni vegnu rappressu ri tia. L'ommini r'ora 'un hannu ciriveddu, A munii picca c stracànciunu via; £ i(ì CANTI POP. XOTlriAXI l'adii avisài accussì, ghiuvini beddu. Ch'ora 'mmenzu li Spftii min sarria ! (') * Ghiuvini beddu ca a. fa nodi jti, Rapiti Tuorci unn'é ca, caminatì. Nini vi nciammafi ri donni puliti, Ca su' cini ri Giova, è 'un la nzirtati. Su' coma li ranafa culuriti, Ncianu su' russi c dintra su' ntamati. » ino Ajeri l'hé lasciali! la me Dia, L'hagghiu lasciati!, ca s'hd a maritaci. Su si marita c min si pigghia a mia, A l'otta jorna pozza ncattivari. Ma suddu si marita e pigghia a mia, Quattrucentanni pòzzumu campari. • 401. Pazza ca' ama a donni c a donni criri; Li conni su' na machina ri venta. Quannu ti pari ca sciala e t'arriri, Rriri, picchi ha a ccanzari In sò ntcntu. E fu, poviru amanti, ca ci criri! Ti criri ca si 1 sulu, e siti centu. # 402. Amari, amari, ch'avisti, ch'avisti? Ri cà passasti, c nun mi salutasti. La manu a la mascidda fi mintisti, E di l'àutra banna fi vutasti. Beddu, mi ci hagghiu a mintiri a li visti, Suddu megghiu ri mia ti prucurasti. (') Variante: Pitrè; 200. GELOSIA, SCONFORTO. 403. Hàti vistu passali a 'ri cori persu, Ri lu pittuzzu miu sciutu ri fori? Ca va diccnnu sbisciratu e pérsu: Vagghiu circannu a (u mè amanti cori? Curuzzu, vinitinni a lu tò versu, E nini gniri circannu a cui 'ri li voli. Amari a cu' min t'ama, c ternpu pcrsu; Ama a cu' t'ama c (limici lu cori. * 401. Suspiru all'aria; chi su' sii papuri? R'unni pirvinni tantu nuvulatu ì Su' butati li terripa a li staciuni; L'ariu citi nun è limpiu e s'ha trubbatu. E su' friddi li raj di lu Sub; Mi criju ca novu amanti l'ha' pigghiatu. Vania chi hi ri e chi supporta Amuri! Avia n'amanti siila, e m'ha lasciati!. # 408. Hagghiu saputu c'ha' fatta na prova, hi mi ni alitarli c mi ni allèiru assai. M'hagghiu scippata li tacci c li ciova Chidili ca ri princfpìu ciantai. Tonila forti ss'amicizia nova, N'amanti bcllu prucuratu t'hai! Poi cù lu tempu ti rugnu la nova, Su t'ama ciù ri mia ss'amanti c'hai. SPARTENZA ABBANDONO, SPARTENZA, LONTANANZA, ADDIO, SVENTURA. 40C. 'NPalermu si ni jeru ssi bcll'uocci, Si ni ju In specciu ri la casa mia! Lu Unni c Pammantinni quantu potti, Ma jri si ni vosi a la strania. Ancilu San tu, canciati sta sortii Mannatimillu presta all'arma mia! Verghìni Matri ca a tutti cunforti, Quantu lu scrvu comu lu sirvia! Quann'iddu veni, lùcinu li porti; Luci la strafa e la casuzza mia. E quannu arriva, jettu vuoi forti: Bon vegna e bon vinuta, anima miai # 407. Chi rranni fuocu ca mi vinni a mia! La tò spartenza 'un la crireva mai. Era nzignatu a lu cantu ri tia; E comu tantu arrassu m'attruvai? Tutti li peni li cmilavn, a tia, Ora a cu' l'ho a cuntari li me' vài? Ciànciunu st'uocci, quannu penzu a tia; Fannu funtani e 'un asciùcunu mai. * 408. Rigghìru comu l'unna ri lu mari; Rarreri li to' porti, vita mia. E chista è bita ca min pozzo fari, Ri stari arrassu e luntanu ri tia. ABBANDONO, SPARTENZA ECC. 243 Tri cosi min si ponnu suppurtari: Amuri, luntananza c ghilusia, Ma c'è la spranza ca mi fa campari; Suddu spranza 'un ci avissi, murirria. * 409. Spartènnuti ri mia, ran ciantu fìci; Sempri hagghìu stata cu malincunia. Li jorna m'hannu parsa anni e misi, Pi siri arrassu e luntanu ri tia. Vinissi ncunu ri lu tù paisi! Cu li lacrimi alPùoeci ci dima: Aviti vista a cui 'nfuocu ini misi, Chiddu ca tantu beni mi vulia? * *10. Ciànciunu st'uocci miei, pinzannu a bui; Grira sta cori e gbìctta vuci forti. Cianci ca ni spartemmu ntra nu' dui, E ni spartemmu senza siri morti. La curpa 'un la fìci iu, e mancu vui; Patem.mii tantu, e bìnciri 'un si potti. Oi'a ca ciancili iu, cianciti vai: Ni cianccmu la noscia mala sorti, # 41 Quannu t'alluntanasti, vita mia, Nun durmii pi tri ghiorna e nun manciai. Sempri hagghiu statu cù l'uocci a la via; Cu' sa, ciammuzza mia, ci turnirrail Un'amica Arata mi ricia: Nun cianciri no, no; ni murirrai. Comu 'un aju a cianciri, vita mia, Ca porsi a cu' cantava li me' vài? 244 CANTI POP. NOTICTANI 412. Ragghia li vini mici tutti nta un sangu; Ca sù Amati ri catini attornu. Littri min n'aju ciùi, c 'un ti ni manna; Li currèri su' stanchi c ciù rimi ponnu. 'N gnuornu senza ri tia, mi pari n'annu; N'annu stari cu tia, mi parsi un gnuornu. la rumassi a pani cr acqua n'annu, Basta ti viru na vota a lu jornu. " * - 413. Cianciami st'uocci pi ia luntananza; Cu' rici ca lu miu 'un è ciantu vcru? C'è ncorchi amanti ca cianci pi usanza; Pirchì 'un è comu a mia ferma c sinccru. Amuri, ghìlusia, tempii C' tardanza, Tutti ncontra ri mia sfarmi s'auncru. Ma in, pi rrazia di la mè custanza, Sugnu cà, nti Stu munnu, c ancora speru. * 414. Oh af'frittu locu e sbinturàti strati! L'amanti ca passava, 'un passa ciùi. Si sparteru ru' cora tantu amali; Lu Celu 'un vosi chi n'amàumu cidi. Tinia n'amica ri li ciù Arati, Ca ni Aci lu Ghìura a tutti rui. Nu mporta, bcllu, su 1 untami stati; Sempri n'avemu amari un puntu ciùi. # 415. Dulurusa spartenza fu la mia; Siila comu farro senza ri vui? Ora mi partu e mi minta a la via, Lu cori 'un è ciù miu, l'aviti vai. LONTANANZA, ADDIO ECf. 245 Tutti si cuilaru, vita mia, Cu' ha ragghia c ghìlusia ncontra ri nui. Ymirrà un gnuoniu, c dumani sai-ria! Nzcmmula avcmu a siri tutti rui. ■» 410. La hmtananza ghiènira risìu; Disitru a cu' mi misi nti stu fuoco Euocu ca dintra adduma, c nùn lu viju; Nesci la vampa c mi la pigghiu 'ngnuocu. E cu stu jocu vinciri mi criju, E avanzariti amuri a poeti a pocu. Ma ciù 'un ni pozzo..! unn'ò l'amuri min, Chiddu ca pò astutari stu me fuocu? * W7. Ha di tanno ca cianci lu mè cori, Ri quannu ni spartemmu, vita mia. Ni spartemmu, e ti rissi ru' paroli: Amuri, luntananza e ghìlusia. Pi mentri è hivu, t'ama stu mè cori; E nzcnnu morto, t'ama l'arma mia. Eu sai chi t'hagghiu a diri, ciato e cori ? Vagghiu pi amari ai' autru, e penzu a tia. # 4l8 - Si n'jiu e si ni annàu l'amuri mio; A- mia sula sulidda mi lassali. Nnn mi rissi hon gnuornu e manco addiu! Manco a li Santi s'arraccu'mannàu. Su lu sapissi 'nquali locu jiu, Quali furrinu fu ca scarpisào! tddu 'un hi sapi quantu l'amu iu: Mancu sò matri ca lu nutricàu. 216 CANTI POP. NOT1CIANI ili). Hagghìu persu l'amuri ri tant'anni; Lu vurrissi circari, c min sacciu unni. É un picciuttcddu ri vintiruanni, Cù l'uocci jatti e li capiddi brunni. Sant'Antuninu, pirchì 'un mi lu manni? Fussi aucidduzzu, vulassi a ddi munni! Ora sacciu l'amuri quantu e rrannil Suddu muoru, la morti 'un mi cunfunni. (*) * 420. Parti, suspiru min, parti 'mprisenza, Va viri a lu mè Amuri s'ha distanza. Guntimi zoccu fa, chi dici e penza, Comu s'à passa cù la luntananza. Viri suddu m'ha persu canuscenza, Su penili a n'autra parti la vilanza. Pi mia, la morti sarrà la spartenza, Mentri ca sugnu viva, ci hagghìu spranza. # 421. Mi vuoju fari un mantu visitusu; E mi lu mintirrò mentri ca campu. L'agghìonti s'addumanna: ch'è scurusu! Ch' ha persu amanti, ch'ha misu ssu mantu ? Ni persi unu, ch'era raziusu! Figghiul ci pinzirrò mentri ca campu. E, quannu morii, lu lassù pi usu: Cu' perdi amanti, si minti stu mantu. # 422. Quantu ciantu vurrianu st'uocci fari, Ri sira, ri matina e tutti l'uri ! (') Variante: Salomone Marino; 548. SVENTURA, ABBANDONO ECC. £ Mi sentii ri l'amici abbannunari; Mi fìci sciurtunata lu Signuri! M'ha bbannunatu n'amicu spiciali; Nun mi lu porta ciù ddu ranni amuri. Ora, mischina miai com'hagghiu a fari, Ca sugnu nta li vampi e nti I'arduri? -* 423. La turturedda, quannu si scampagna, Nun vò tu mari ciù a dd'amaru locu. Passa lu ciumi c lu pizza 'un si vaglia, Pircln la vita sua la stima pocu. Poi vola e si va ghietta a la muntagna, Jetta suspiri e lacrimi ri focu. Niuru cu perdi la prima campagna ! Perdi 'naternu lu spassu e lu jocu. (') # *24. Mi partii e mi ni vagghiu in Fiurenza, E a la turnata 'un ti pozzu viriri. Persi la bella di la mè prisonza; Mi flnciu orvu, senza cecu siri. Ghìustizia eh' 'un ci ne pi sta putenza, Pi lu Munarca ca l'havi 'mputiri? Oh Diu! cu' mi l'ha data sta pacenza, Ch'avia n'amanti, e nun l'appi ar aviri? # 425. Vagghiu a la Cresia e la balata sbattu: Sùsiti, mortu, ri ssa sapurtura. Sùsiti, mortu, e veni e leggili sfatta; Veni c biri qual'è la mè sbinturà. (') Variante: Vigo; XXX, 30. 248 CANTI POP. NOTICIASl Sciurtunatà mè mamma ca m'ha fatfu, Ca mi rissi: va cerchiti vintura! — Nun mi circari, no, terra sii fatta; L'arma, non eia cu tia, cù Diu s'arura. * 426. Ora morta mi vuoi, cori sdignusu? Mortu mi truvirrai, longu stiratu. Misu nti un catalettu assummurusu, Cù na cruna a li manu iu su liatu. R'amici c di parenti iu sù cianciutu, Nzina a la sapurtura accumpagnatu; Cianciunu tutti: Figghiu rispittusu! Morsi stu bollii, pi nun siri amata. * 427. Quannu passi ri eh, formiti un pocu; Iu sugnu morta, 'un ha' aviri paura. Nzemmula ci hamu statu nti stu locu, La morti stracanciàu la me fljurà. Lu tò amuri pi mia fu ardenti focu, M'ha tinutu reci anni 'nsapurtura. Lu sai chi ti ricu nti stu locu? — Cu' cerca amanti, morti si prucura. * 428. L'anima è cosa aterna e no murtali, È di lu corpu min spiritu attivu. Ora, comu murili, s'era 'mmurtali? Er iu ca la pirdii, comu sù bivu? Morsi l'armuzza mia, nun c'è chi fari, Er iu di l'arma mia ni sugnu privu. # 429. Chi ha', cori, ca cianci e ti l'amenti, E di cuntinu fai amari danti? SPARTENZA, LONTANANZA ECC. 219 Cu' perdi amici c cu' perdi parenti; 'N è, ciù duluri cu 1 perdi l'amanti? Cu' In cianci pi morta nun è nenti; Ca cù lu tempii pàssunu li cianti. Chista è la ranni pena ca si senti: L'amanti ò bivu, c ti passa ravanti. * 430. Cuvèrnati, cuverna, mei amuri; Ca lu pirdisti a cu' ti vulia beni. Ora ri lacrimar! n'ha' ragghìuni; Ciù assai ri chistu er antru li cummeni. Hi li nianii li vola lu Farcimi; Cu' sa ini quali scogghiu si va leni! * 431. 'Sentati, ghìnsti Jurici r'amuri, Scingghìtimi sto dùbbitu ri 'ntesta. Ricitimi: cu' pali ciù duluri, L'omu ehi parti, o la ronna. ca resta? — La roana, pali ciù pi SO duluri; L'omu anni va, ha, fa ghiuocu e festa. Quannu ru' cara s'àmunu pi amuri, Tanta pati ca' va, tanta ca' resta. * 43 "2. Si nciarcra pi mia li santi Luji, (') E si 'nciarcra e 'un si ràpunu mai! La terra ca scarpisu, 'un mi vò ciài; La Cielu m'arribbutta: unn'è ca vai? (') Luji il popolo chiama quel tempo in cui la Chiesa Proibisce i matrimoni. Pel poeta, cui é moria ramante, questo tempo è eterno. AVOUO — CANTI POPOLARI. 250 CANTI POI'. NOTICIANI La Luna ca lucìa, nun luci cidi; Lu Siili si Pammuccia li so 1 rai. La morti viri a mia, e si ni fuji; Mi rici: va patisci peni e vài. * 433. Bollii, ch'amari a ti a fu na rn vinai La ciaja ch'avia 'mpettu, nun mi sana. Scunci la carni mia comu la eira; La vampa è dintra, e di fora m'affara. Ciancili, ca ti virìa sira e matina; Ora mancu na vota a la simana ! # 4:5 \. In mi ni vagghìu, min cani frisoni; A la mamma saiutu c a li to' soni. In mi ni vagelliti; cu' sa suddu mùoru! Cu' sa l'amanti mia su biva truovul N'ura arrassii ri tia, rran peni pruovu; A lu mè cori lu ciantu è ristorni. Ah, li carizzi ca fatti mi fuòru, Mentri sii biva, a sfarina mia su' ciuovu! * 433. Spartenza, amara mia, chi piniari! La luntananza ni sparti lu cori. Ri quanti! n'hanu vista st'uocci amari, Tu siila ci ha' trasutu ufi hi cori. L'amuri nun si divi palizari; Si porta pi sicillu nti lu cori. E quannu è ura di lu trapassaci, L'arma la rugnu a Din, a tia lu cori. * 43G. Mmenzu li vosca e milli arburi l'unni, Cercu cu' a marti stu cori fhìu. ADDIO, SVENTURA ECC Persi l'amanti min, c min sacchi mini; Comu ravanti Puocci mi spirili! Iu mi ni vagghìu a mari c spiju all'unni Aviti vistu In ghìeniu min? E l'ecu ri luntanu m'arrispunni: Nun lu circari ciù; pi tia flnlu. * 437. Iu mi ni vagghìu e nun vi ricu ncnti: A cianiti la farro tutta la via, Li to' paroli l'hagghìu scritta 'mmenti; Lu bellu nnòmu ri Vossignuria. 'N pigghiati li paroli ri ragghienti; Lu fami pi la tanta ghilusia. Tu mannimi un salutu, quannu nenti; Quantu mi passa la malincunia. * 438. Figghiuzz^., ni spartemu, ni spartemu; Li petri ri la via ran ciantu fami. Chi pena c chi duluri ca sintemu, Quann'ò ca la licenzia ni ranni! Ma nun importa, su luntanu scimi; Quannu l'amuri c'è, sempri n'amamu. # 439. Tùrtura sciurtunata, comu fai, Senza ri lu tò amanti 'ncumpagnia? Scinni cà sutta e cuntinh li vài; Viremu su patisci quantu a mia: T| i chi l'hai mordi c chi ciùi nun l'hai, Ri mia chi l'aju vivu, e 'uii è cù mia! * 440. Privu cu' mi privàU ri lu me beni! E ha siri privu ri piaciri e ghiuocil. 252 CANTI POP. NÒTICIÀKI Si n'jiu c mi lasciàu nta tanti peni; Cd sta siila spartenza campii poca. Sa suddu torna ciù! sa suddu veni! Sa suddu veni a, stari uli sin locu! Ciancili, ca a mia lu ciahtu ini cummeni; Un uocciu spargili sancii e Panini fHOC il. * 441. Orflni strali e sbinturafa via, Unn'jiu In Soli min ca ciù 'un m'arorna? Orflna sugnu e senza cumpagnia, Si n'jiu l'amanti miu ri sti cuntorna. Unn'è dda bedda facci ca vulìa, Dda bedda tacci ch'è fatta a li (orna? Tannu forra cuntenti l'arma mia, Quannu sintissi riri: torna, torna. •# 442. Mi partii, e mi sa forti ca li lassù; Ca pi tia, bella, min partissi mai. Lassù lu juocu miu, lasciu In spassi*; In jettu larmi, e nun finunu mai ! Lu tempii mi custrinci, or in ti lassù; Ti lasciu, bella; cuverniti assai. * 448. Scuràu sta sira, e scura l'arma mia; Cb'ò ghìurita Tura di lu tantu affamili. Coma prestu scuràu ca 'un vitti a tia! L'arma cà rintra si sta spiccicannu. Vi salutu flnesci, strati e bia, E li vicini ca, 'ncuosto vi stannu. Licenzia v'addummannu, vita mia; Cu' sa, su st'uocci ciù vi vlrirrannu! ABBANDONO, SPABTBNZA ECC. 253 4M. Sernu luntani, e bub ini può 1 vii-in; 'i'u affaccia n la flnescin, quannu BeBti ! Su senti voBtu, su' li me' suspiri; Su senii càum, hi ino filOCU ardenti. Su biri l'unna a mari, 'un t'allucchiri; Su' li lacrimi mici ciuma ourreBti. Su pi li strati senti vuci c griri, In sugDU oa ti oiamu; e tu min senti! * 443. Parti, biglietto miu, parti eilatu; Partiti e bàcci a In eliminimi miu. Va nti dda porta ca t'aju nzignatu; Viri ca diufra c'è l'amuri mju. Ca ti liggbissi a locu arritiratu, E ci ctmti li peni ca soffru in. Uicci ca sugau amanti sciurtunatu, Ca sugnu arrassu ri l'amuri miu! * 446. Oom'hagghiu a fari ca la notti un duormu! l N sacciù quali rimeddiu pigghlaw. Pigghiu la cuciizzedda ri lu suonnu, Pi putirmi un poou arripusari. Su m'appinnicu, e tu mi veni 'nsuonnu; 'Julia scaldata mi fa' arrisbigginari. 'N avàsturiu li peni ri In jorBU? A la notti macari mi n'ha' a fari? # 447. Passàu la me filici Primavera! Ora sugDu 'mputiri di lu Mmernu. Si rumplu l'asta ri la mè bannera, Vutàu la rota e si spizzàu lu pernii. 251 CANTI POP. NOTICIANI Vania coma mancai ri chidda ch'eraI l'ersi a lu mè duminiu-cuvernu, # 148. Talìu lu lcttu e risguardu li mura; Talìu l'affrittu e scunzulatu locu, Ciancili, ca ti virìa tira pi ura; Ci» l'uocci arripàràvumu la fuoctt, Nun cianciu tantu la spartenza scura, Cianciu ca l'amicizia ruràu po'cu, # 449. Nìuru Pianeta ri la mè sfortuna] Sfortuna ca nascii nta tanti peni! L'amicu e lu parenti m'abbannuna, La terra pi miraculu mi teni. L'ùmmira stissa ri la mè pirsuna Mi criru ca cù mia stintata veni. # 150. Persi lu sali e persi la salerà, Persi cu' tantu beni mi vulia! Persi na ronna quantq na bannera, Ch'era lu spassu ri la Vita mia. Ora nun sugnu ciù beddu com'era, Mancu hagghìu la prisenziu ch'avia, Sugnu arridduttu ri tali manera, Ca comu un picoiriddu ciancirria. * 451. Sciurtunata fu' iu, Din ci mi flcil La vita sulitaria vogghiu l'ari. Nun vuoju munnu ciù e mancu amici; 'Un aju lu mò cori a ou' firari. Hagghìu persu la prattica filici, Supuriatu m'hanu a In parrarl LONTANANZA, ADDIO. L tuttu è beni éhiddu ca si pici: Nu sciurtunatu non divi campari. • 452. Cd li lacrimi miei fazzu un mulinu, Cu li lacrimi miei l'hé macinar!. Cù li lacrimi miei fazzu un gnardinu, Cù li lacrimi miei l'hé abbiviràri. Iti li lacrimi miei lu munnu è cimi; Cù li lacrimi miei crisci lu mari. Persi ramanti min ri l'oru flnu; Cù li lacrimi miei l'hagghiu a truvari. # 458. lu mi ni vagghìu, curuzzu, e ti lassù; Cù cianiti rqttu è la spartenza mia. Lassù l'amici mici, lasciu lu spassu; Lascili a cu' tantu beni voli a mia. Nti In pilluz/.u lu scrittu ti lassù; Porsi t'arricurdassutu ri mia! Ma turnirrpgghìu, e min ha siri arrassu, Su 'un aju mpirimentu pi la via. SDEGNU corruccio, Rimbrotti, ingiurie, 451 Nun ti vogghiu, no, no; cerchiti amanti; E ti lu ricu risulutamenti; Tu m'ha' a priari a mia coniti li Santi; Tuftu sdcgnu mi trovi e amari npnti. Chi ti criròutu ch'era conni annoti, Quann'era tuttu amuri e sdegnu nqnti \ Ora ca m'hè circatu q'autru amanti, M'incrinu, vasu 'ntcrra e sù cuntcnti. # 455. Lamentili ri tia, s'ha' i'allu arruri; Li va' ghìetti a lu venta ssì si ispiri. Quannu t'amava cù pirfettu amuri, Tu arrispunnèutu cù cori erudii. Ora ti n'addunasti ri l'arruri: 'Mmanu m'avèutu, e mi lassasti jiri. Ti lu porti a la fossa stu duluri: Mi vulìssutu amari, e ciù 'un pò siri. * 45.6. Mentri ca tu m'annuito, er iu t'amai} Mentri tu mi sirvèutu, in li sirvii. M'abbannunasti, er in t'abbànnunaj; Tu arrifriddasti, er iu sugnu na nivi. Iu di lu nnomu tò nun spì'u mai, E tu ri lu mè nnomu mancu spii. Sai chi ti ricu, e vogghiu ca lu saif Ca su tu varagnasti, iu 'n ci pirdii, CORRUCCIO, RIMBROTTI ECC. 2,")7 ♦57. Senti sta cori chi nova (i porta; Arrisbìgghiti, bella, e senti a mia. Ti lascili, ti lasciai, pi mia si' morta; Tu chi ti criri ch'avia amuri a tia? Pi crapicciu passai ri la tù porta, Ora ci passu pi suspittarìa. Amiti cù cu' vuoi, ca a mia 'un mi mporta; Tuttu fu sdegnu l'amuri cù tia. * 458. Fuocu ri l'aria comu ti sdignai! Fuocu ri l'aria a cu' t'ha amari ciùi! Ré to' billizzi mi ni saziai; Sduffu ni sugnu e min ni vuoju ciùi. Ssa cani amanti prucuratu t'hai; Tènulu (brìi e 'un lu lassari ciùi. Na parola ti riru, su 'n la sai: Tu si' la prima birba, cr iddu ciùi. # 459. Si sciarrìunu ru' cani pi na vurpi, E 'mi saimu cu' è rè rui ca l'ha pigghiari. Unu ci pici ch'è prima ri tulli; L'autru arrispunni: vegna cu' ha 'ccustari.— Ma iu mi Phé cugghiutu li so' frutti; Ora l'antri ci vamm a ragghìuppari. Tantu è rranni lu fetu ri la vurpi, Ca, misa a lu currenti, 'un pò passai! • 460. Mènnula amara, malu senziu avisti! Chi foni mali li to' cunzigghieri! Vinili hi tempii, c fruttu 'un ni facisti; Chi ti mancava l'acqua ri lu peri? 258 CANTI POP. NOTICIANI Eri na bolla fonti ri acqui friscbi; Ci vivèunu Conti e Cavateci! Ora un tintii pantani! arridducisti; Ti lasci piscariari ri cu' veni. # 461. Barbira ngannatura, mi ngannasti; Ma suld pocu jorna mi viristi. Ranuovu n'autru amanti ti circasti, E di mia mancu cuntu ni facisti. Tu prima ri partiri mi vasasti, Cù li lacrimi all'uocci mi strincisti. Fu l'ùrtumu vasuni ca mi rasti; Lu vasuni ri Gbìura, e mi traristi. # 462. Funtana ri billizzi fabbricata, Si' fabbricata, sulla na lumìa. Tannu currcutu larda e allammicata, Cb'avia ran siti, e biviri 'un putta. Tu mi ricisti: L'acqua è ntrubulala; Chista 'un è acqua ca cummeni a tia. Vènici quannu sugnu maritata, L'acqua (i rugnu e zoccu vuoi ri mia. — C'hé turnatu ca siti maritata, Chi mi la rati la prummisa mia? — Ora ca sugnu lcta maritata, Ci vivi un omu cli'ò megghiu ri tia. # 463. Ajèri hé statu a na spraja ri mari, Cù la cimetta mia stava piscannu. Quantu vitti affacciari a un pìscicani, La vucca aperta e mi stava manciannu. INGIUIilK ECC. Mi rissi: A la tò Dia ciù min l'amari; S'è no, ti manciù e ti leva [•'affannu. In ci hagghìu ritta: A mia min mi tùccari Ca min la cercu e mancu l'addummannu. if 461 Si rumpìu Tasta c si stuccàu lu pcrnu; Bella, tamari a tia, pintutu sngnu. Risguardu l'upcci a lu Cielu supernu, lu di li mora tuoi sdignatu sugnu: Unni hé fattu li misi ri In Mmèrnu, Accussì fazzu Aprili, Maju e Ghìugnu. # 4r >a. Bedda, ca un si' ciù mia, ma r'autru si' Er autru ti prutegghì e li cumanna. Sai pirchì ti lassai, lu sai pirchì? Pirchì amuri mintisti a n'autra banna. In 'n sugnu comii all'antri a dui a tri, Conni lui' fattu cu mia tantu tiranna. Su ha' sicutari a fari appaccussì, Si' petra ca 'un fai lippu a nudda banna. * * 6 6. Nini viju Fura, e cent'anni mi pari, l'i quantu scura lu misi r'Aprili; Quantu mi stuornu ri stu purticali; Quantu mi levu a sti mali vicini. C'è una ca mi voli tantu mali, Ca notti e ghiuornu mi jetta jastimi. Er in la. vulissi a lu Spitali, Cd ria canuzza appizzata a li rini. # 467 - l'alumma vulantina ca passasti, Caristi 'nterra c biliari 'un putisti. 2G0 CANTI POP. NOTICJANI L'orti cù la munnizza lu canciasti; Ri la munnizza slima ni facisti. Vurria sapiri soccu ci accanzasti; Chi fu megghiu ri mia chissà ch'avisti? Cù l'acqua ri lu sdegnu mi lavasti; Lu sdegnu arresta a tia ca nun m'avisti. # 408. Quantu mi vosi beni la furtuna! Pici fari spartenza manu a manti, lu ringràziu lu Siili cù la Luna, Ca ri la tò amicizia m'alluntanu. Tu, soccu ha' fattu a mia, Diu ti pirduna; hi t'avia rata hi mè cori 'mmanu. Suddu t'ha' fattu la cruci cù una, lu mi la fazzu cù tutti rui maini. # 469. Sta roiina pati assai cù lu risimi; Ca tantu fina l'ha fattu sò mamma!... Nun ti hi ricu, no, sbogghja matinii; Man cu ti ricu ciù: passa dda banna Nun li lu .suolili, no, lu viulinu; Ti prucurasti na nova citarra. T'ha 1 prueuratu n'amanti parrinu, Ca ti ni rici assai missi pi Tanna. # 470. M'ha passatu lu spinnu e lu risìu; Nun sugnu conni ananti, e 'un pcn/.u a nenti. N'òbbricu mi passai, sccunnu min; A n'autra banna mi vutàu la menti. Ora ri lu tò nnomu nun ni spijn; Tu mancu ri lu min n'ha' diri nenti. CORRUCCIO, RIMBROTTI ECC. Qnnnnu passu ri cà, passn c talìu; E, pi suspettu tò, passn cuntenli. # 471. Nu mporta suddu 'un aju vintunannu Sempri mi ciamu Ron^Bonavintura. In pratticu ;i ragghienti senza, ngannu, E pi danari mi fannu li Ghiura. Vania chi cosa m'ha successa avannu, Chi m'ha successa cà na fraschittula 1 •Sa Cussi ri la Re jii tassi un hanno: Cu' jetta mali fami, mpisu allura. * Palummcdda ca voli, senti, senti: Lii lasciasti a hi bellu? — Lu lasciai; E l'hé lasciati! pi cosa ri nenti, — Rispìsiti, ca iu mi rispisai; M'ha' vulutu trariri attorlamenti; rraristi a un cori ca 'un trarisci mai. Ora ca m'ha' nisciutu ri la inculi, Pazzu conni 'un avissi amata mai. * *73. Bella, cerchiti amanti, ca li lassù; Nun mi ni curu di lu tempii persu. Lu scrittu c'hagghlu 'mpettu, mi hi cass Sudd'aju affisu a Diu, mi ni cunfessu. li crirèutu ca truvàutu rassu; Li cosi l*attrùvasti a hi riversa. T'hagghìu rittu: ri cà passici arrassu; Sellu, su amanti vuoi, rimiti versu. # /j, "7iSi' làira, brutta, ngrasciatizza r'ogghiu *i va' vantannu ca muoru pi tia. 2G2 CANTI POP. NOTICIANI Nun t'amo, min ti penzu e rum ti vogghii*} Mancu fùssutu r'oru, ti vurria. Vattinni a man e laviti hi codduj A la turnata fatti la liscia. E ddocu baiina c'è nu sceccu mortu; Chissu è l'amanti ca mori pi tia. # 475. Ronna, t'ha' misu 'mmenzu ru' pinzcri; Ti voli mali assai cu' ti cunzigghia. Pritenni ri pigghiari a un Cavaleri; Mancu su di lu Re fòrrutu flgghia !.... Lu Signuruzzu ch'è misu a li Cicli, È lu patruni: cunzigghia e scunzigghia. Ronna, ti jettu na petra 'narreri; Ddocu ti lassù, c cu' ti vò, ti pigghia. # 476. Mi ni rispisu c mi ni rispisai, Su di sta strata 'un ci passati cidi. A n'autru amanti bellu mi circai, Ca v'assicuru ch'è mcgghiu ri vui. La vampa ch'avia 'mpettu, l'astutai; A elucida voscia ci pinzati vui. # 477. Sugnu arrassu ri tia, cuntenti sugnu; Er iu, pi amari a tia, nun ci appi mpegnu. Tu c'ha' pigghiatu ss'amicizia 'nfunnu, Amiti cù cu' vuoi, ca nun ti tegnu. Ora di lu mè dannu mi n'addugnu; Mentri ch'amava a tia, nun appi sennu. Ma ghìa ca nesci Maju c trasi Ghiugnu, Amuri casca 'nterra e trasi Sdegnu. HHL ^Mk v! B i l INGIURIE ECC. 263 478. Iu sacchi ca na Dia c'è ca vi voli; Na laria conni a mia chi n' hati a fari? Plgghìla bella e t'allèria lu cori; Pìgghìla corna a tia, ghìgghiu nfatali! È beru ca ci mora ddi pareli; 'N fu viiluntà ri Diu chi ci hamu a fari! Sarvatiminni ri ssi cosi buoni.... Ca un guornu ri li mici vi n'hagghìu a duri. # 470. 'N Cavalcri di Màuta mi pariti; 'Un sacchi quantu ròtula pisiti. Vui di bon sangu e di bon gustu siti, Beddu ca all'uocci miei m'attalintati. Li parti di la vurpi mi faciti; Chi diciti raveru, o chi ghìucati? hi vi cumpatu, ca bardasciu siti; Su 'n sapiti r'amuni, vi nzignati. * 480. Ti maritasti, er hai nu ghìuvineddu, C'ha ranchi torti comu Iu seravagghiu. La stissa sira si mpignàu l'aneddu, l J i na fìdduzza ri casicavaddu. Lu sai quannu si spigna In tò aneddu? Quannu fa l'uovu lu ntarcatu jaddu. (') # 48 L Làira ca min ci n'è nti stu quarteri, Làira, brutta, ca 'un sa' fari pani! Tutti l'ha' firriatu li mirceri, ! J i putirici a ncunu attalintari. 0 Variante: Pitré; 511. 264 CANTI POP. NOTICIANI A cui priteniri tu, vutàu pinze ri; Cei'ca un maritUj su lu può 1 truvari. Anùtili ca vai 'mpunta ri peri; Giù bagghiana ti fai, ciù làira pari. ■» 482. Si 1 saziu? si 1 cuntenti? chi buo' cidi? Mi traristi____cuvèrniti.....cu' sa!... Manca cù l'uocci t'arriquardu cidi; Oddiu ii portu e mala vuluntà. Riordatillu ca affisa ni fui..... Mi traristi____cuvèrniti----cu' sa!.., # 483. Fineru ddi carizzi risiati ! 'Ccapàu lu tempii e la liti fìniu. Ora ca semu tutti 'nlibirtati, Firili ciù nun c'è lu cori miu. Su tu si 1 sfrazzi, er iu sù Maistati; Sudd'ha' l'amanti, Phagghìu puru iu. Vui cù lu vosciu amanti v'arristati; Iu mi stagghìu cù chistu, e cantu Additi. * 484. Nti 'n gnàutu munti si scinnt e s'acciana; Lu forti fuocu nun s'astuta mai. Nti 'n puzzu siccu spunta na funtana; Acqua frisca ci trovi, su ci vai. Lu sa' chi dissi lu prufeta Vana? (?) — Pi na bella si pati peni e vài; La testa, rutta e miricata, sana; Su mi rumpi lu cori, 'un sana mai. — # 485. E nti sta strata ci stannu ru' suoru,. Ca vuonnu jiri comu li Signuri, CORRUCCIO, RIMBROTTI 1ÌC0!. 20 Vuonnu a In Mastra cù la flrriolu, Vuonnu iu tonda e la fazzulittuni. E nta li marni n'anidduzzu d'ora, E la vistimi cù la manicuni. L'hannu priatu a un tintu campagnuolu! Ora mi vuonnu fari li Signuri....! # 486. Sanizza coma auliva, quannu ò sfatta; E ghìanca c russa comu la crayimi. Hai hi pittuzzu cimi ri sputazza, Jincifi si ni poli un cauranmi. Umili e fina ciù ri na visazza; E dilicata coma au varduni. Aliata dd'omu ca ti striaci e abbrazza! Comu ahbrazzassi na buffa ri cimili. # 487. Hagghìu saputu ca jittasti marni, E di ssa vutti nova vinni vinn. Ci n'hanu staiti ri curtu e Imitanti, E hanu turnatu cù la ciascu cimi. In c'hè vinutu cù hi me dinaru, E tu m-ha' rittu ca. min vinni vinu. Suddu ci vegnu cù hi ciascu 'mmanu, M'ha' dari parti coma cnmmicinu. * 488. Palamma, tantu jàutu 'mi vulari; Viri ca t'assidila hi spravicri. La lapa, pi lu tantu muzzicari, l'ersi fu sliddu, la vita c hi meli. La navi, pi la tantu navicari, Persi la puppa cù tutti li veli. AVOLIO — CANTI POPOLARI. 18 266 CANTI POP. NOTICIANI E tu, schiflusa, pi 'un sapiri amari, Ha' pcrsu a cu' ti vosi tantu beni. # 489. Oh sallaratu! flci novu cauri u: Canciai l'abbraciu cù tanta ciaretiza. (') Ili carni ri pirnici scmpri manciù; Ri carni rossa nun n'aju appitenza. Nta li me' manu portu un bcllu arancia; Ri lu cutugnu persi la simenza. Cianci cu' voli cianciri; iu nun ciancili; Scialli, ca m'aggbìuvàu la tò spartenza. * 490. Ora nun t'ama ciù st'affrittu cori, Nò a tia, nò ar autru, nò a cui speri tu. Ar una Thè prummisu lu mù cori, Ar una donna bella ca 'un si' tu. Chidda s'ardi, s'abbrucia e pi mia mori, E nun mi fa li sdegna ca fa' tu. Sai chi ti ricu all'urtimi palori? Ca su t'abbannunai, ci curpi tu. # 491. Tippi, tappi, saitti, lami e ghiotti, Cataroci, pistoli e cannunati, Rasoli, stili, lesini e muddetti, Mazzi, mazzoli, strascina c curdati; Ca li puòzzunu aviri nti lu pcttu Li ronni belli ch'hannu cora ngrati. * 49-2. Bella maccia ri rosa siti vui, Ca cu' vi tocca tocca, rici ajahi! (•) Ciarenza, stoffa di seta che adesso non è più in uso. INGIÙRIE ECC. SC» 'X Ali flriltu nò nini nè (Ini, I''. su' Ariti ea un sminuii nini. Mèrici e mericini 'mi ci n'é ciùij Sanari 'un puonnu ssi corpa ca fai. Bella maccia i i rosa sili vivi! Lu stissu ciàuru mmilinatu l'hai. * 493. 0 ronnn, levatillu ri la testa, Cu a mia mancu mi passi pi pinzcri. Sii addivintatu ciò àjru na rosta, E di la vucca, mi nesci lu foli. Ftonna, nun li ci furi tantu anestn; Tu scusi tì'ha' citi assai r'un tavirneri. Ora li piio' ciamari pisci a resta, Ca nuddu t'hu bulutu pi miigghieri. • 494. A.ciddu, acìddu, min parrati cidi; Nun parrati no, no, supra ri mia. Ssi paruleddi ch'hatu rittii vui, Tutti hanu statu rappurtati a, mia. Ghìuvineddi ci n'è megghiu ri vui; Zitidduzzi ci n'è megghiu ri mia; Vui vi pigghiati a. cu' piaci a bui, Er iu mi pigghiu a cu' piaci a mia. # 4!): >- Su m'ami, t'amu; su muoddi, in muddìti. Su ha' amari ar autru, abbrùciulu ssu cori. Su cianci, ri ssu cianiu mi ni sbiìu; Di li lacrimi to' mori cu' mori. Su tu si' ngratu, cr iu celioni e riju; Su tu si' fora, cr iu su fori fori. 268 CANTI POP. NOTICIANI E comu fai tu, fazzu iu: Su buoti vuluntati, iu vuota cori. # 496. M'hàti mannatu nu biancu cutugnu; Bcllu, supra ri mia nun ci pò sdegnu. Su bui siti nu ghìgghiu, iu rosa sugna, E cù lu sulu ciàuru m'ammantegnu. Vui siti friddu, er iu na nivi sugna; È Stati, c fazzu cuntu ch'eni Mmerau. Tu ti sta' comu si', iu comu sugnu; Nun ti portu nò amuri e mancu sdegnu. # 497. La sira nun ci canta nti li strati; Pirchl li to' fìncstri stannu nciusi. Nun ni canciu cutugna cù ci rasi; Mancu parru cù agghìcnti sduziusi. E ciù nti lu mò cori nun ci trasi; Si' rosa, cr hai li spini vilinusi. Su buoi sapiri quannu pigghiu paci, Quannu si' nta lu Nfcrnu, t'ardi e abbruci. # 498. Sugnu vinutu ri tanta luntanu, Pi rispunniri a tia, vucca r'aneddu. L'uòmminu è oru e la flmmina è ramu; Nun si sdillcgghìa mai 'n picciottu beddu. »» 499. Cu' persi persi, e cu' vinciti vincili; La ciamma ch'avia 'mpettu, mi paseàu. Nini palizari ciù lu nomu miu, Comu un ciuovu a lu cori t'arristàu. Fu ninni pianeta ca curriu, E fu catina ca ni scatinàu. CORRUCCH), RIMBROTTI ECC. Ora cu mi vuo 1 tu, nun ti vogghiu in; Avèutu la sorti, e ti lassàu. # 500. Peri di fica ca 'un ha' fattu frutta. Ti va' vantannu ca t'ha' maritari. La paisi ri Nota è stancu tuttu; Casi nun ci n'è ciò unni mannari. Ora pi la jucari si* arridduttu, C' ha 1 persu l'armicedda e li rinari. T'hagghiu l'ittu vattinni e 'un siri ncuttu Qaannu passi ri cà, nun ti viatori * SOJ. Si ni va lu papuri senza veli, E spanna la sò fuocu ammenzu mari. Chi ti crirèutu ri siri a li Cicli, 1''. cù li maini li stilli pigghiari? Tu èrnia ciù araci di la meli, I'". ciù r'un partaallu ri manciari; lui ora, si' ciù amara di la foli. Pigghia aa petra e ba jèttiti a mari. * 5 0l Rusid da, lu pirdisti lu tù aruri; Nun ciàai'i comu avìssutu a ciaurari. La pampinedda tramutàu culuri, Lu piricuddu accuminza a siccari. Si' addivinlata comu lu cravuni, Comu na ciàulazza senza ali. A la fossa ti porti ssu duluri: Qaann'cri bona, 'un putisti attraccari. # 503 - Ciàaciunu l'uocci mici comu ru' vili, Quannu nta Marzu hanu statu putati. 270 CANTI POP, J.ÓTIC1AN1 .liti ricenriu ca min mi vùliti; Manca vi vogghiu in; senni arrivati. Jiti riccnnu quantu roba aviti; Mancù su aviti ru' mila nienti. Tri cosi ciù ri l'antri pussiriti: Fumu, bagghìanaria e puvirtati. * 504. Bella, a In tù jardinn ci hagghìn statn; Mi n'hé pigghiatu spassi e piaciril Ri punta 'inpunta l'hagghìu tìrriatu; Ci .simun belli cosi ri viriri. Ri li frùttula to' n'hagghtu maneiatu: Prunidda e pircupiccia damaschini. Ma, maccia ri cutugnu c'hè lassatu; Cu' veni appressi! si l'havi a cnggbìri. * .'io;;. Appi marinata nu scavu di Qrzu! Quannu la flcnpala si fa auliva, Quannq lu campanaru si fa ragghili, Quannu na statua ri petra si norina, Quannu lu ferru all'acqua si fa moddu^ Quannu la ejapparana fa lupina, Quannu ti cari ssa frabbica 'ncoddu, lu tannu spiti ri tia, suddu si' biva. * 506. Cuccù ca sdilligghìastf la lumìa, Ha' sdilliggbìatu lu gbìggbiu anuratu. Ch'èrutu scupa pi la casa mia, Paggbiazzunazzu ri nuddu anningatu? Poi tutti cosi nèseiunu ri tia; tempri è apertu pi tia lu Gbiuricalu. INGIURIE ECC. ECC. 2 " Vattinni, cuccù, e 'un parrari cù mia; Vattinni, la risposili ti l'hé ratu. * 507. Si' farci ri na nìura marturina, Lu cuoddu ri na vip-ira siccagna. E n'ha' flrriatu manniri e mulina! Lu stissu lupu t'ha fattu cumpagna. Ti rifilici manza, c si' mala vicina; Ti l'ha 1 ghìriatu la Pranza e la Magna. Quannu li spogghi a lustra ri cannila, Lu Hiavulu stissu si ni spagna. * 508. Parmuzza ca nascisti a Primavera, Si' nurnjnata pi tuttu lu munnu. Si' immillala ciù ri na jalera; Nun t'ha' scantatu mai ri mari funnu. Ha' navicata cù la tò bannera; Ora un caiccu t'ha ghìttatu a funnu. * 509. Lu mari tari è cu' nzcrta e cu' sgarra; Cu' allieva paci c cui attrova la verrà. Ti la pigiliiasti na facci ri sbarra, Ch'è conni na jimcnta nti na serra? Lu caminari sò pista limarra, E cù li peri la parìa s'afferra. Rè valintizzi so' nun si ni parrà: Pi nun cunzari lcttu, rormi nterra. # 510. Bella, quannu ti vogghiu, sempri t'aju. Sa' chi fazzu pi tia? mancu ni spiu. Sugna assittatu, c circannu ti vaju; Com'unu quannu rormi, ti talìu. M I>72 CANTI POP. NOTIC1AX1 Comu un canuzzu mordi, sempri abbaili; Comu un pacinziusu, mi nichìu. E tantu è ranni l'amuri ca t'ajU, Ca mi rispiaci ri quanmi (i viju. f (E! 511. Vcnitinni a la scola, 6 pazza amanti, Ch'ami a na donna cù spisi e cu stenti. Nun li cririri, no, a H Lochi-Santi, E a li milli prummisi e gfriiiramenti. Snnu tìntizzi e canniscia vacanti, Ca fannu speci a cu' min si ni senti. Cu' è ch'ama a na ronna stravaeanti, Fa purtusa nta rapqua e min fa nenti, # 512. HA stata ciccu, menzu lesu e pazzu; Ora 'un mi passi ciù pi fantasia. In comu vira fari, accussi fazzu; Tu m'ha' nzignatu a scurdarimi a tia. Su n'autra vota mi pari lu lazza, Megghiù m'affucu, e no stari cù tia. A l'orna nun si tratta pi strapazza, Quannu è cinu r'anuri e enrtisia. h fi i 513. Hagghìu lu cani min ciamatu Pena; Ciamannu Pena, lu mè cani abbaia. Avia li spaddi coma na balena, Pi lu tanta manciari ca rilanciava. Ora lu cani miu nun c'è com'era; Ca disìddira Tossii ca jittava. E bui scattati e muriti ri pena; Lu vosciu cori cianci, e lu mè sciala. fl^ '-^^Sfti. ^ CORRUCCIO, RIMBROTTI ECC, 2* 814. Arvulu, piceiriddu t'addi vai. Pi la ntinzioni ri maneiari f.atttu. Cù na zappa r'arghìentn ti zappai, Cù acqua di rosi abbi virata tutta Na sira carricatu ti lassai, E a ghiornu ciaru sdirramatu tuttu. Su sapia tanta, quannu (i putai, Ti pava un cuorpu rarcnti la zuccu. # 515. Quannu passi ri cù, passi currennu, Corna fussi nta un mari senza funnu. A la tù citimi a lavari 'un ci vcgnu; Manca m'ha' palizari pi lu munnu. la sugiiLi na vilanza misa 'mpcrnu; Na vutata ca fazzu, yuotu tunnu. Tu chi ti cri l'i ch'appressu ti vegnu? Nli Iu cori t'arresta pi cutugnu. * 51 fi. Ngrata, 'un ci penzi ciù chiddu c'ha' fattiti Ti scardasti la tiri e la parola. Cù la parola fìcimu un cuntrattu: N'avèumu amari nzina ca si mori. Coma facisti a scancillari paftu? Chi t'attruvàudi cù li senzì fora? ©ra ti clami nonna di barattu, Ca si' bardascia e 'un ha' firmizza ancora. # 517. Trarituri, ri mia chi t'addunasti, Ca sùbutu rispetti! mi pirdisti i? Comu na petra a mari mi jittasti; Mancu cuntu ri mia ciù ni facisti. 274 CANTI POP. NOTICIANI Tu joca ed cu' vuoi, iu toccu tasti; Sugna a lu munnu e vini li to' visti. Pena 'un mi pigghiu, no, su mi lassasti; La pena ha statu tua, ca mi pirdisti. * 518. T'hè nttu ca cù mia min ci ha' panari, Manca a li cosi mici t'ha' mintri a cura. La patrona sugn'iu a cu' vogghiu amari, A tia fi legna coma na prucura. Cù tanti m'ha' marmati! a minazzari, Tu chi ti cri ri ca n'hagghiu paura? A tia la ghìlusia ti fa parrari; La tanta ghìlusia morti ti runa. « 519. Mmardicu lu mò cori, su t'amassi; Orvu ri l'uocci, suddu ti virissi. E l'unna ri lu muri m'anniassi, La raja di la Siili m'arrustissi. Ti tegnu franchi e libiri li passi; Autra liei hi dannu, er iu lu scrissi. Su n'autru \iagghiu amicizia pigghiassi, Si rapissi la terra e m'agghiuttissi. # 520. Curuzzu,appassu appassii,attempu attempu; Ri ssa ciamma r'amuri ciù 'un abbampu.» Ora fazzu li cosi cù lu tempii, Prima li scriva e annoia, e poi li stampu. Ri li to' sdegna nun mi ni paventu, Avìssulu n'armata a lu tò cantu. Na fatta ri furtuna e malu tempii, T'hagghlu a dari risposta mentri campu. IKGIOKIÈ ECC. 821. Citi fòrti ri Parigghì vi sentiti; Vurria sapiri unri'è ca l'appugghìati. Figghia ri ncorchi Pi*incipi uni) sili; Pirelli la mè pirstma sdiHigghìati? Lairu 'un ci sugnti, conni vai rifili; K mancu stigmi ri Pabbannuriati. Zoccu vuliti riri, mi riciti; Mugghili ni tegnu, e mi sunna d'iati. * 521 Si 1 donna vana e inaridì rum n'hai; T'ha' maritari, e min si sa cù cui. Pìgghjti a un mastriceddu, e suddu l'hai, Ti hi porti a la casa quàniui vuoi. Tanta, vantata 'un si 1 , ca In hi sai; Tutti sapomu li nascenti tuoi, Si' chi li MtJU, e mi ni doli assai? Ca resti schetta e 'no ti mariti cidi. # 5-2.1 Sbannutu, ora ti vogghiu abbannunari; Ci ricu a hi me cori ca muristi. N\uitru amanti mi vogghiu prucurari; Li sdegna fora assai ca mi facisti. Quannu viristi hi fuocu addumari, Tannu ciù ligna à lu fuocu mintisti. Tu va' circannu ca paci ha' pigghiari; Paci nun ci n'è ciù; pi mia muristi. # 824. Olili 'un c'è di pratticari agghìenti, Massimamenti quannu su' birbanti. Cù cui runa parola e poi si penti, Bisogna ca si fa lu pattu avanti. 276 CANTI PO'?. NOTICiiAìfl Abbuffiniari a mia, n'ha' fatto r.criti; T'ha' bufflniatu tu, lairu furfanti. Na parola ti ricu suLiment'.: N'aju meggiiiu ri tia, su vuoju amanti. * 525. Coma un tizzuni ti luci lu nasu; L'ha' tutta arraccamatu la tò visu. la rum ci manciù ciù nta piattu spasu, Pirelli li to' paroli m'hannu affjsu. Su mi nini cent'unzi, nun ti vasu; Vasiti a cu' ha vasatu c l'ha' prummisu. Iu n'hagghìu una ca la strinciu c basu; 'N lu senti ca 'un li vuoju? chi 'un l'ha' ntisu? * 526. Ammacchiti ssa pìnnula d'alùi, Bella, ch'a milli amanti 'mbrazza stai. • Tu ini mannasti a diri ca 'un mi vuoi; lu rriancu vuoju a tia, e tu lu sai. L'appi 'mputiri ssi carizzi tuoi; L'appi 'mputiri e mi ni saziai. Ora ci rici a ss'amiciuzzi tuoi, Si spurpàssuru l'ossa ca lassai. * 527. Cu lu me amuri na sira parrai, Avanti la mè porta tutti rui. Mi rissi d'astittallu, e l'astittai; Chistu fu amanti ca 'un si vitti ciùi. Iu na mala risposta ci sarvai: Cèrchiti amanti, ca 'un ti vogghiu ciùi. * 528. E m'hannu rittui pacenza, pacenza. Chi pacenza ch'ha siri chisla mia? CORRUCCIO, RIMBROTTI ECC. ! Quantu m'havi a durari sta pacenza, Ca sugnu allammicatn, amara mia? Vui m'àtu rata na longa licenza; Er in mi la pigghiai pi curtisia. Ora hè flnutu tutta la pacenza; Tannu mancàu pi tia, ora pi mia. * 529. Quannu passu ri cà, nuddu mi toni; Ci passu, pirchì è solitu passati. Ci pàssunu pitarri c Cavaleri, La strata è di Iti Re, 'un si pò nicari. Chi su' sti ncagnateddi ca mi toni? Cù tanti m'ha' mannatu a minazzari. Comu nun l'aju, e avissi stu pinzeri, L'uocci l'ha fattu Diu pi taliari. # 530. Barhiru, tanta cruru ti mparasti? Nti quali libru scrittu lu ligghìsti? Ri tantu tempii a trariri nzignasti; E tantu trarituri arriniscisti! Fu chista la parola ca mi rasti? Tuttu dd'amuri ca mi prummintisti? Ora ca su' flnuti ssi cuntrasti, Parramu r'autru, ca pi mia finisti. # Quannu ti vini, farrogglriu acqua c sali Manca lu nomu tò pozza sintiri. Ti vulissi malata a lu Spitali, Cu na frevi maligna nta li vini. Lu miòricu ti pozza spiranzari; La mè sputazza ti pozza sirviri. 278 CANTI POP. NOTJCIANI Mi cuntintassi 'n annu non sputari, E di la pena pòzzutu muriri. # 532. Tiranna ri stu pcttu e scanuscenti ! E pirchì tantu picca amasti a mia? M'avèutu fattu milli ghìuramenti, 'N hàutu a canciari la pirsuna mia. Tu mi canciasti pi cosi ri nenti; Senza ragghi a ni ti scurdasti a mia. Ma pi rrazia di Cristu onniputenti, Ni trovu c n'attruvai megghiu ri tia. * 533. Cu' t'ù rissi ri fariti l'amuri, Mentri l'àrburu tù 'n era bastanti? M'ha' misu la pirsuna nti n'arduri; Era cuntenti e mi facisti amanti. Ora stu cori nun n'havi duluri; Tu sti paroli 'un li fari iri avanti. Facisti comu Ghìura trarituri, Quannu a Cristu trarìu 'mmenzu li Santi. * 584. Fatti lu fattu tò, cù mia 'un l'aviri; Ca iu lu fattu min mi vogghiu fari. Vuoju ca mi faoìssutu un piaciri, Ca In lu nonni min 'un l'ha' palizari. A ssa vucca 'un ci dari malu riri; Ca quannu parri, ha' sapiri parrari. 'N mi fari, no, quarchi spccia viniri; Ca soccu 'un aju fattu, mi fa' fari. * 535. Trarituri ca fai li trarimenta, Trarimenta ni fai ccntu r'ogni ura. INGIURIE ECC. Trarisci a l'acqua e trarisci a li venta; Trarisci la tò propria pirsuna. E cloppu morta, farrai tfarimenta; Va a trarisci li morti 'nscpurlura. « 536. Pizzica favi c ghièttili nta 'n saccu; Ammàtula addimmusci ssi primari. Pigghia na corda c fattinni nu ciaccu; 'Ffuchiti, ca ri tia vinni l'arruri. Si' comu na stipazza ri tabbaccu, E a cu' t'ammattì ammattì, ci ni rimi. * 537. Chi bcllu frutta ca fa la cardedda! Lu sbiziali ni fa miricina. E chi risposta mi resi sta bedda, Ca voli ri trizzanu la vistina 1 Voli la scarpa cu la sò nzaredda, Lu vardaspalli ri sita arancina. Tu mi ricisti ca su Purcinedda; Ci vo' viniri tu pi Culumbrina? » * 53 8. Mi mannàstuvu a diri rissapitu; Er iu, picciottu, mi ni ncarricai. Mi ni vagghìu a la ciazza pica picu, Monza sarma ri sali m'accattai. Mi ni torna a la casa c mi ci stricu; Di rintra e fora mi ci nzavurrai. Ora ca sugnu fatta sapuritu, Tastimi, bedda, e min mi scurdirrai. (') (') Variante: Pitie; 316. I t*J> M « 4 ti 280 CANTI POP. NOTICIANI 539. Ili su sapia quantu sacciu oca, 'Un avria crittu a li palori tuoi. Si' bcddu lisciu e arurnatu ri fora; Ma si' mpastatu ri foli c d'aloi. Iu rum càrculu ciù la tò palora, Va a pratticari cù li pari tuoi. Ti va' vantannu ca ti vogghiu ancora; Nun si' bulutu, e dici ca nun vuoi. * 540. Li petri ruossi addivèntunu rina; Sugnu ri Notu e mi ciamu Curràu. Ri l'oru flnu ni fazzu catina, E poi ncatinu a cu' mi ncatinàu. Ri lu finocciu ni cuogghiu la cima, Pi nflnucciari a cu' mi nfinucciàu. Ri lu tassu ni fazzu miricina, Pi ntussicari a cu' mi ntussicàu. # 541. Cantu la notti comu fa lu riddu, Pi 'un putiri a lu jornu caulinari. Me mamma mi ci flci picciriddu; Si crirìa ca ciù longu m'avia a fari. Nti la cagghìa si teni lu cardiddu; Nun fa, su è nicu; ca sapi cantari. M'àtu ritta ca sugnu curtuliddu; Suddu ni musuramu, scemu aquali. * 542. Cara suvrana mia, cara suvrana, Ora si sanu li to' maniateddi; Ca t'ha' vinnutu li cosi a tuzzana, Cìchiri, carrabbuni e carrabbeddi. A lu cuniggbiu nun ci manca tana, Mancu a un picciottu buonu ziticeddi. CORRUCCIO, RIMBROTTI ECC. 281 548. Varchi chi vò di mia stu sparapàulu !.. La tistazza ci fa coma n'anìmulu. Hagghìu ciantatu na maccia ri càulu, E l'hè nzitatu cù lu fllu nluru. Pani n'haju manciatu cottu c càuru; Vinu n'haju vivutu jancu c nluru. Nun ti ni vai ri cà, cà cenili e un Diavulii ? Chi t'hé amari pi forzai" bili, chi trinili! (<) # 844. Varda chi vò di mia stu bardasceddu!.. Si va vantannu ca muoru pi iddìi. Mali anni e mali jorna a ssu cappeddu; Ca la ntinzioni mia nun è cù iddìi. N'hagghìu unu pi li maini, pitarreddu; M'havì a siri maritu, c vogghiu ar iddìi. Chistu si pò ciamari noma beddu! Si ciania Arróbba-eori^ miatiddu! (-) • 545. — Unni va' jennu nti sia strata torta? Unni va' jennu nti sta strata priva? — Vuoju sapiri su la morti è moria; Vuoju sapiri su la morti è viva. — Mentri ca campi tu, la morii è moria; E quannu mori tu, la morti è viva. Lu Lazzaru ti runa la risposta, Chiddu ca mpasta e cerni a li to' criva. * 846. Birbuna, t'ha' nzignari a pratticari; Nun speri di parrari ciò CÙ mia. (') Variante: Lizio liruno; 93. ( 2 ) — Salom. Marino; 418. AVOLIO — CANTI POPOLARI. 19 282 CANTI POP. NOTICIAXI In n'hagghìu amici ca n'ardu cancan; Pocu mi raporta, sitddu perdu a < hi. L'ossa ti l'ha' manciari cù In sali, Qualinu ci passu cù ramanti mia. Su campii, un giiorau t'hé fari pruvari Chi vó diri spartenza e ghìlusia. # 847. Vota lu Suli e votami li roti; E cu' li mora miei stami firmati. Li lazza ri l'amuri sunu scioti; Nun sunu ciù, com'èrunu, attaccati. Tu si' picciotti) ca ti ghiri e vuoti; Fatti lu Mmernu unni ha' fattu la Stati. ■!(■ 548. — Ogni prummisa è debìtu e si runa. — Nun prummintu na cosa, ca 'un la rugnu. — Mi prummintistru la vostra pirsuna. — Chi lu riciti a fari ? voscia sugnu. — Mi faciti lu fattu rj la Luna, Ca fa Pasqua ut'Aprili, Maju e Ghìugnu? Suddu m'amati, mi siti patruna; Su nun m'amati, bori servii vi sugna.— * 549. E lu Suli pi mia s'arritiràu; La Luna ri niurura si vistili. Lu fuocu a Muncibeddu s'astutàu; E s'ha 'stutatu cù lu cianiu min. La corda tanta rossa, si lassàu; Lu ruppu ri l'amuri si sciugghlu. Facemu cuntu ca cioppi e scampàu, E la nostra amicizia (inìu. INGIURIE ECC. 283 550. — Tuppi tuppi — Cu' è? — L'amanti am.itu. — Chi amanti e amanti, ca pi mia finìu. — Rapi, ca sù l'amanti risiatu. — Ti risiava; ciù min ti risiti. — Nun farriordi 1 ti tempii passati! t Ca chi daveru l'amuri finìu 1 ? Rapi; s'è no, in muoru trummintatu. — Megghiu mòriri tu, c eampari in. # 551. Cu' flci amnri, tiri nà cmvedda, Cina, ri fìcurìnnia munn'ati. E (regni frutta la sò pampinedda, Cù tatti li spiniddi priparatì. Li rotini su' accussì ri sta vanedda: Ncianu su' sani e di rintra malati. Ni vasài una ch'ora la ciù bedda, E m'ha lassata li labbra ntamati. * 552. Pòzzutu aviri l'uocci spurtusati, E nta li ciancili lèsini puntuti. Nti In pittuzzu rasola ammulati; Nti li rintuzzi curpidda ri cuti, Pòzzutu aviri tanti cutiddati, Quantu pilidda ci su' nti la cuti. Pòzzutu aviri tanta libirtati, Quantu na pòcura ammenzu se' lupi. * 553. E quannu un tempii va, n'autru ni veni; Ci vuonnu cani a pigghiari cunigghìa. Nta la cianata lu carni ammanteni; Nta la calata gren furia pigghia. 284 CANTI POP. N0TICIAN1 Cu' havi farina e si la cerni beni, Nun mancia pani cu ran/.a e canigghia. Cu' havi cavaddi c li cuverna beni, Sempri va avanti e lu pal'iu pigghia. Tu socpu ha' fàttu a mia, pènzici beni; Rormi pateddà, ca lu ranchi vigghia. * 55ì. Nti sta vanodda nun ci pozza stari; M'hanu pigghiatu ar uocciu li vicini. Hanu li vucchi comu flcupali; E cù li tocca, si jitici ri spini. Mulina ca li pozza macinari, E poi ci muti nta 'n crivu Slittili ! Un gnornu l'hé birìri a lu Spitali, Cù du 1 canuzzi appizzati a li rini. • 555. Su passu ncorchi bota ri sta strata, 'N ti fljurari ca passa pi tia. A n'autra banna la parola è d ita;] C'ò n'autra amanti, ch'i: megghiu ri tia. Ri robba e di biddizzi n'ò nfurrata; E, pi nascenza, n'avanza ri tia. VARI CANTI DI VAKIO ARGOMENTO. 856. Vuoju cantari, ca su 'n captu muori?, La prèvula nzitata cù lu pi'unu. Cu 1 casca 'rnpuvirtà, pèrdi lu noimi; Nun si viri taliatu ri nisciunu. In, cù sia pena, nò campii, nò muoru; L'amici mi lassarvi ar unu ar unu. Lassàu pi dittu nu povjru uomu, Ca lu satru min criri a la rijunu. >¥ 557. 0 cori affrittu, cori sciurtunatu, Cori senza riparli e senza ajutu! Cori ca sempri ami, c mai si' amatu; Cori ca nuli trarisci, c si' trarutu! Cori ca. si 1 di indi abbannunatu! Cori, sorti cù mia min ci n'ha' avuta. Suffrisci, cori min, mentri ca patii; 'N gnornu ti sanirrà cu' t'ha firn tu. * 558. Quann'era picciutteddu, facìa pisca, E ghìa piscannu na raurina masca. <>ni er arghìeptu ci mintìa pi gliìsca, Mentri eh'avia rinari nti la tasca. <»ra ca Paccapai la bedda isca, Cu' n'appi n'appi rè cassati ì Pasqua. * 559. 'Mmenzu cincu citarri un viulinu, Ghìurica, bella, chi sonu ca fanu, 28G CANTI POP. NOTICI ANI 'Mmenzu cincu cutedda un timpirinu, Ghìuricatilu vui chi tagghiu hanu. 'Mmenzu cincu tunzelli un fanciullinu, Ghìurica, bella, chi cantu ca fami. Su lu Cianazzu arrivassi a Fardinu, (') Ghìuricatulu vui chi bcllu cianu. E su li ciuma currìssuru vinu, Ancidda si fama lu Nuticianu. (-) # 560. Sù di Palcrmu, e 'un sù Palermìtanu; Sù di Catania, e 'un sugna Catanisi; Ri Saràusa, e no Sanìusanu; Sugnu r'Austa, e 'un sugnu Austanisi; lu stagghiu a Nota, c 'un sugnu Nuticianu; Hò stala ar Aula, e min sugnu Aulisi. hi min sugna nò Turcu nò Cristiana, V, nun sacciu qual è lu mè paisi # * 861. E mè mugghicri m'ha puiiatu un lettu, Cu 'n linzolu ri fardi curtu curtu. Un muccaturi ri supra lu pctiu; N'autru supra la testa tuttu rutta; Er è tanta la roba ca mi jettu, Tremu ri friddu, quannu mi va e curcu. # 562. E ciùi ri quattru e cincu m'hanu rittu Ca l'uomu maritatu sta sugglnettu. (') Fardinu è una contraila elio sta ad Oliente de! Cianazzu, da cui è divisa da una vallata che è un incanto. (-) Variante: Pitie; Tirili. v.uti 287 La ronna mancia e vivi a sò pitittu; Si siisi a siriciuri di In Icttu. L'uomu, sudd'é malatu, nun è crittu; Ila ghiri a tra vaggl) iati pi suspettu. Morsi niè matri, e mi lassati pi dittili Su vuo' .-lari filici, sfalli schettu. # 863. Un gnuornu ora ciaraatu calantomu; L'amici mi tiràvunu cù l'amu. E In me se' lari faci a bori tomi; < ù li cumpagni canciamu c sc-anciàmu. Ora ch'addivintai mi poviromu, E hagghìu accapatu Parghìentu e In ranni, L'amici si scurdaru lu me nomo; Mancu lu sacchi iu conni mi ciamu. * 864. Mentri appi" e desi, fui stimatu c amalu; Lia lu primi! pi anuri e pi fama. Ora ca un' haju ciù, lu sciurtinadi! La propria carni mi fuji e sdisama, Diu, turnassi a ddu filici statuì Titrnassi virdi la me sicca rama! <'iù min rispunnirrò, su sù ciamatu, Su 'n è filili l'amicu ca ciama. # •*'<;.•;. L'agghienti ca mi sèntunu cantari, Licinu ca pi mia curri bon tempii. L djptra la mè coffa nun c'è pani; Mancu a lu cori miu cunzulamentu. Sù conni la Sirena di lu mari; La quannu cantu, tannu mi lamentìi. 288 CANTI POP, ROTICI AM . r jii(). Nini disprizzati, no, nun disprizzati, Pirchì in bassa fortuna mi viriti. Nn mporta, su li robbi su' strazzati; Ca un gnuornu chiddi nuovi mi viriti. * 567. Oh quantu sciurtunati ca ci sunul Una ri ellissi mi pozza ciamari. Vini fari turtagni ri savucu; In, ri ncilerva nun li pozzu fari. Un autru fa palazzi a In sdirrubu; Iu a cianu nettu, 'un pozzu frabbicari. Rici ca di la petra ncsci sucqj Pi mia siccàru li stissi funtani. • 568. Nti sta strafa ci abita nu scursuni; Lu jornu sta 'mmuecintu e à nodi pari. Ghiuvini, ammantinitivi Panari; Attenti, 'un vi taciti muzzicari. È tantu nfami lu sò muzzicuni, Ca doppu misi lu sò dannu pari. * 569. Ci voli senziu, ghiuriziu c pariri, Er ogni cosa sapirisi fari. L'avisti sutta, e la lassasti jiri; La pirnicana 'un putisti ammazzari. Forsi ca fu mancanti lu fucili, O puramenti la petra fucali? Ma quannu l'azzarinu ò forti c fini, Jòttunu focu, careni)u lu cani. * 570. Oh quantu cani, oh quantu caceialuri, Ca vannu assicutannu sta cunigghia! vari. 289 La scéru e la ntanaru nti 'n vadduni; Buonu ha s'ivi lu cani ca la pigghia. Ma talèl un cani r'un puviridduni, 'Mmcnzn ri tanti cani, si la pigghia. Cliista è ran pena pi li cacciaturi, Ca un tintu cani bona caccia pigghia! * 871, Su parru, sgarru; c su nun parrà, nzertu; Sugnu cornu 'n arancia, asciuttu asciutta; Sugnu comu na tavula ri Iettu: Nun parru, 'un dica nenti, e sacciu tuttu. Talìu lu Ciclu, suddu è ciani o ncttu. hu Ciclu è ncttu, c nun è ciaru tuttu. Tutti cosi mi scriva riti lu pettu; Cù hi Anch'i min vincivi tuttu. * Cù ventu (bili lu vasccllu scorra; Cù frevi forti lu malata sparra. Pi cunzigghieri si persi la vérra; Prima si penza beni e poi si parrà. Parti, guirrieru, e va vinci sta vèrra; Cu' la vinci è patruni ri Navarra. Ma he ntisu riri pi mari e pi terra: Cu' vinci amuri, sempri si ni parrà. (') # 5 73. Sù ncatinatu 'mmenzu rui flrmigghi; Cù du' catini ca 'un su' tantu legghì. Stu capitanu 'un ha Ari nò h'gghì; E su' persi pi mia li privilegghì. (') Variante: Vigo; XXIV, 72. 290 CANTI POP. NOTIC1AN! () ugnala romia ca jochi e spassigghì, E si' assitata nta ssi leti segghìl Prima m'amavi, or ora mi sdilligghì; T'ha fatta mali assai cu' ti carreggili ! M 574. Tutti l'amici miei fuoru cuntcnti, Sinterìnu ca turnava ri Livanti. Cu' puntava canniscia cù prisonli, Cu' vulia veli e ou' vulia trubbanti, Quannu sinteru ca 'un purtava ucnti, M'hanu lassata la casa vacanti. I.u veru amicu c lu vcru parenti K lu quattri? tari cù l'ali janchi, * 575. Na vota ci marmai, lu fattu ò fatlu; E mi ricisti no, ri nettu o nettu. Plgghiulq riccu, c facci 11 u ri patta; Ca ti fa ghiri vistuta r'arrettu. Pìgghiulu buonu e 'un lu pigghiari sfattu, S'è no t'arresta pi ciovu a hi pettu, Ognunu ncsci cù lu so ritratta; Bella, la puvirlà min è difettu. * 576. Ri Conti, Zingarcddu mi turnai; Pi farimi na toppa a mora min. Bella la flci e bella la limai; Bella mi parsi, a lu parìri min. Quannu sta toppa a la forgllìa parlai, Lu stcntu e lu sururi lu sacchi iu. Quannu fu ura ca la nzirragglhai, Vagghiu pi ntravaccalla, c mi fallili. VARI 291 577. 'Mmenzu hi mari c'è na palummedda, Ca notti e ghiorriu vulissi vulari. C'è un cazzaventu a punta ri vanedda, Ca comu vola, si la vò pigghiari. E si la porta dda banna Gartedda,(?) Unni ci batti l'unna ri lu mari. La mamma va ciancennu: figghia bedda, Ch'appi a tia siila, c 'un mi ni potti priari! * 578. Su vuoi lu cani, addivatillu nicu; Su vuoi l'auceddu, pìgghiulu senz'ali. Su vuoi l'amicu, stlmulu r'amicu; Pirchì n'amicu si divi stimari. Ma. nun ci cunfirari lu tò ntricu; Nun sai cu' ti vò boni, o ti vò mali. Nun sai ca pi canusciri n'amicu, Si'Hi sarmi ri sali t'ha' manciari? # B7 9. Sintitivilla lutti .sta sintenza, La lassarti li dotti pi duttrina: Quannu parrati, stati cù avvirtenza; La vucca parrà, c lu senziu camina. Passàu ddn tempu; 'un c'è ciù cunflrcnza; Na vera rosa è divintata spina. * 58n - Mammi ch'aviti flgghi a maritari, Nun ci ni rati, no, làuraturi. Pirchì 'un ci rati a nuiàutri urdunari, Ca li vistemu comu a li Signuri? Quannu jemu a Catania a carricari, Ci accattami! li scarpi cù lu ciuri. 293 CANTI P0.'\ NOTICIA.N1 Quannu 'un avemu nenti chi manciar.i, Ni vinncniii li cigni ri li muli. * 58-1. Na vota 'ntèrra vitti na pirniei; A prima sbulazzuni, la pigghiai. Na cagghìa d'oru c d'arghìentu ci flci, E di pctri diamanti la ghìrai. Mi n' jii 'mPàlermu c ci stesi se' misi; A la tornata, la cagghìa 'un trinai. Nun mi lamentìi tantu ri l'amici; Mi lamento ri mia ca la lassai. * 582. Sennu picciotti!, n'autra caccia fici, E n'autra ciù bedda ni pigghiai. Ma coma l'appi, la festa ci fici; E Tossa a li canazzi li jittai. Mandati amici e manchiti unnici; Ca ri sta pastu mi ni saziai. * 583. Un picuraru mi susta, mi susta; Susta sustanhu, ca voli mugghiori. In ci hagghiu rittu: vattinni ar Austa, Unni c'è donni conni li banneri. — Signuri, tutta Austa hè flrriatu; Mi dòlunu li cimiti ri li peri. Nisciuna ronna m'havi attalintatu; Sulu la fìgghia ri vostra mugghieri. * 584. Lu lupu, quannu va pi la campagna, Va pi manciari carni picurina. Lu lupu strata longa 'un ni sparagna, E nun si scanta ri passari Cina. VAftì 293 Ln lupu ri li cani 'un si ni spagna; Manca sa forra la mànnira cina. lai lupu, suddu santa la baragna, L'ossa vi fa truvari a la matina. # B85. La vita, ri lu lupu vuoju fari, Sulu suliddu, senza cumpagnia. Pi min sautarj, trasu ri li vari; Pigghiu n'agnedda, (piali piaci a mia. Suddu è ca sentu li cani abbaiari, Lassù i'agnedda c mi mintu a la via. E (pianini 'un haju nenti chi manciari, In tornu all'ossu ca lassatu avia. # °86. Ci siimi ru' billizzi spariggbìati: La vavaredda cù la sù pupidda. lai Cielu ca n'ha' ntisu cumpictati, Si la pigghiàu e ni furmàu na stidda. Cùitàtivi dunca c mi 'bbramaii; s 'i sapiri valili qual'è idda, Quannu a la sira lu Ciclu vardati, Chidda ca luci cidi, chissà e Titldda. (') # ),S7 - Amicai, bona nova, bona nova; Non tulli senni ri na pilatura. Chi ci hamu jutu nzèmmula a la scola? ^utti 'un n'hamu nzignatu na littura. (') Questo canto è, con tutta probabilità, un frammento della Leggenda slorica popolare La Baronessa di (Carini, '■'icrolia e illustrata con tanta cura ed erudizione dali'egr. Sa 'v. Salomone-Marino. 291 CANTI POP. NOTICIAN1 Su la tù vurza ò sciùsciula ca 'bbola, La mia, senza sciusciata, vola sala. Su tu ti carchi senza li linzola, In senza matarazzi e cnpirtura. # 588. A l'uomu bonu soccu voli, facci; L'ha' accumpagnari cù cannili c ritorci. A Kuomu tinta nun ci fari facci; E unni lu scontri, la vanedda torci. Su, pi accirenti, na mènnula scacci > [ddu lu spiccili, a tia runa li scorci. Quannu viri ca fa na mala facci, Ci rici ca va a prattica cù porci! # 58!). Rapiti sti finestri e finistrali; Ha vinutu lu jornu ri la strina. Ci su' vinuti ru' putenti Piali, Pi bì ri ri la zita sta matina. R'avoliu si lu merita 'n spicciali, E di Palermi! na ntrizzata fina. Ora hi zitu si ni pò priari, C'ha pigghiatu na rosa damaschina. * 590. Cara cugnata, vi manna sta cruna; Ora vi sù cumpari e v'hagghìu 'mpettu. Cugnata, ri mè frati si' patruna; Pòrtici amuri assai, pòrtici affettu. R'oru e d'arghicntu su' li vostri mura, E di damasca è cunzatu lu letta. Unni si curca la voscia pirsuna, Lu San-Ciuvanni ci avanza rispetta. vàri. 2 ( .)r> 591. Haggh'ÌUy nun hagghtù, e nun disitru nenti. Disitru cosi ca nun pòzzu aviri. Sugnu cuntcnti, e nun sugnu cuntenti; Sugnu cuntenti, c campii 'ndispiaciri. Hagghlu la navi mia 'mpuppa a li venti; Sugnu a In portu. c min pozzu trasìri; l/acqua l'hagghìu arrivata nta li renti, I''.
  • intra c'è lu me spusu ca \i scali. Su sicuiati, ri lu muru scinni, E cù na lancia lu cori v'affenni. 'Ngalera min ci va, riscruritinni; Ca su' cosi r'anuri, e s'addifenni. « 605. — Rapimi, bella, ch'è n'ura di notti. — Cu'eni stu latra ca la porta batti? — Rapi ca sugnu chiddu ri li scoiti; Sugnu nzemi cù chiddu rè piatti. — E la me porta 'un si rapi ri nodi; A ghiornu ciani si l'ami sii patii. • iHI CANTI POP. NOTICI ANI — Rapi, cn, ri lu friddu .senni morti. — Non ti mi mporta suddu mori e scatti. (') * 606. Funtana ri billizzi e d'acqua ciara, 'Ntesta partati ssi brunni carinola. Ilr ntisu ca na santa cristiana Ha sdiHigghiatu l'uommini ri fora. Li mastriceddi vèsturiu ri gala, Cù causi ri sita e cù firriola. Nu mporta su li robbi su' di lana, Ca porta l'ora cù la robba bona. * 007. Si ruppi la banncra ri Sansermu; A tutti li pueti ammoggliiu e clanmi. Tutti nta 'n pugnu custritti li tegnu, E pi scalùni a lu mò piristallu, Vinissi Salamuni e Re Grugghfermù; Ci l'azza jittarl focu friddu c sangu. Cù c'è l'Arcipucta ri Palcrmu, G\ accatta e vinni lu senziu a parmu. # 608. Sfrata ca spunta, 'un si ciama curtigghiu; Cussi stritta e com'è, sempri è riali. Iu sugna piscaturi, piscu e piggbiu; Pigghiu pisci nuvelli e cosi rari. Lu jornu 'un mancia c la nuttata viggliiu, Pi birri la Sirena ri lu mari. (') Un venditore di piatti e un altro di tessuti furono in tal modo canzonati da una furba contadina, che avea compralo da loro senza denari, e avea dato iu cambio u:i puntamento di sera. VATU Su 'n cani livircri curri un migghiu Un cani r'uccirìa 'un si pò Cacciari. A 009. Conni 'n finocchi sù ri San Ciuvanni; Nun haju pani e sù scarsa ri nninni. Passu la vita mia nta peni c affanni, E fari 'un pozzu mai li me' dissima. Ni scissi ri stu locu canni canni, E a pori mi ni jissi nzina a l'Inni. Abbasta ca mutassi sorti e panni, 10 mi mintissi, conni l'antri, 'mpinni. # 010. Nun mi parrati, no, ri li me' peni; Cu li me' peni 'un si pomi cuntari. Una min è passata, e l'autra veni; E sunu conni Piuma ri lu mari. Mai Thè scruputu na stizza ri beni; Suru e. travngghiu, suju pi manciarj, U'èrrima sorti vivo m'ammanteni, Pi cianciri, patini c suspirari. * 011. Ri lu Cielu calàu sta Gna Curi amia; È curtigghìata ri tanti Signuri. Supra la testa porta na gblrranna, Scoeea ri ghìgghiu e pinna ri panni. L'agghìenti spiana: Ri cu' è sta parma? — Giusta è la nora ri lu Mperaturi. — Chi cuntintizza ca prova sta, mamma, Aecumpagnata ri tanti Signuri! # 0U2. Sorti, comu cunlraria ni vài? Su' tutti cosi cuntrarì a nui. 30i CANTI POP, KOTICIANI Mè mamma ci ha curpatu a li me 1 vài; Ncatinati ni teni a lutti rui. Li peni ca patii iu, su' forti assai; L'amicu ca passava, 'un passa ciùi. Maritatimi, mamma, ch'arrappai; E su 'n mi maritati, arrappu cidi. # diri. L'agghìenti ri sta strata sunti aquali; Picciuli e rranni sunu trarituri. Na vota ca mi viti uni parrari, Vannu ricennu ca fazzu i'amuri. Oli scialarati, cu' \ ?, ha a cunflssari? Vulissi siri iu Iu cunflssuri ! Pi pinitenza, vi vulissi dari Quattru passi ri lingua a strascinami. # Gli. Quannu assira astutai Iu cannileri, Era 'ncammisa, ca m'avia a curcari. Rarreri la mè porta, un Cavaleri: — Rapimi, bella, ca fhagghìu a parrari. — Ri notti min si ràpunu li porti; Veni ri jornu cu' voli parrari. Tu, ddocu, ci po' stari tutta nnotti; Li ciova ri la porta puoi cantari. # 615. — Bella, riti ssa fìnescia chi tacili? — E bui pi quali fini mi spiali!' — Spiju ca birulidda mi pariti. — E vui, laira o bedda, chi spirati ? — Spcru suddu la porta mi rapili. — Nun vi rapii, jinnò, ncianu arristati. VARI 303 — Gbiesu! iirnnnn, olii cori ch'aviti! Aviti cà l'amanti, e n'ù mannali ' * 616. Su j>assu fi sta strata più più, Rìcinu ca sù ghiaddu mpasturatu. Passu currennu, pi lu fattu miu, E mi rìcinu jaddu assicutatu. Vaju à Crosia, c mi rìcinu ri Diu; Su 'n ci vaju, mi rìcinu dannatu. Affrillu d'omu ri quannu nascìu, Pinzimi ch'è a la fossa accumpagnatu ! •X 6J7. Assira nta Palcrmu passini; 'Ffaccìati a un finestra, vitti a dui. Una mi rissi: Ghìuvini, unni vai? Pinimi: cu' r eiù bedda ri nu' dui? •— Cara Sìgnura, sili bedda assai; Ma voscia soru \i ni avanza cidi. —■ Tira, viddanu, ca parrari 'un sai; Beddi n'avèutu a diri a tutti mi. •» 618. La munnu è fattu pi cu' scinni e acciana; Cu' acciana e scinni, cunta li scaluna. Cliistn è In. scala ri la vita amara, Sintitivilla bona sia canzuna. E c'è cu' havi torri oli In Ciana, Ci ni su' ca pussèrunu miliuna. Er in ca min pussèru cincurana, Mi godu puru stu lustru ri Lumi. * Oli). Vagghiu pi l'aria conni un cumeta, E dugnu lnzzu cù In mè lazzntn. 304 CANTI POP. NOTICIAN! Ora n'hamu juncìutu ru' pueta: Tumazzu-musciu c Ricolta-salata. * 620. Navicai supra mari, lento lentu; Navicai pi pigghiari pisci assai. Pi sorti ca si smossi malli tempii, Pisci mancu na cura ni pigghiai. Doppu, mi fici n'ammira r'arghientu; E pisci 'nquantitati ni pigghiai. Pigghiai na cerna ca passa pi ccntu; Lu tempii persu mi lu rricupài. * ti21 Senza cunzcntu m'appi a maritari; Mancu sudd'era ncorchi Cavaleri. Mi parìa ca ci aveva a baragnari; Scanciu r'jiri n'avariti, vaju n'arreri. E, pi matina, picca haju a manciari; A menzujornu hé sgravitari arreri. Vania chi peni m'àppiru arrivari, Ca prena s'ha luvatu mè mugghieri! # 622. Haju na picciQtta ca si ciama Carmina; Li mascidduzzi ru' coccia r'aùmmira. Nun è Signnra, e si vò slari 'ncammira; E notti e ghiornu si sta misa all'ùmmira. Sta mulina è vigghìlia, e nun si cammira. Quannu joca cù mia, sempri fa tùmmula. Cù acqua e rina si serra la marmura; Sirrati a mè mugghieri ca si mùrmira. * 611 I''. l'acqua è lidia assai pi lu mulinii, E lidia nta lu diluii e hi palliami. VARI. 305 É bella pi Iti cànnuvu e Iti limi; È bella pi la fogghia e pi Iti rami. A l'uomu, su travagghia, racci vinti; Ca ci addi venta lu stomicu santi. Ca su ci runi acqua ri cuntinu, T'arresta coma 'n bombii, sanu santi. # G2i. — Tuppi, tuppi - Cu*è? - Lu vostru amanti. — Chi amanti c amanti, misehinedda mia! — Cbiddu ca vi pàrràu un pizzuddu avanti. — Quannu riàvulu fu? Ghìesammaria! — Su 'n ti parrava, nun forra a sti cauli; Mancu cui ndigna la pirsuna mia. — Fratuzzu beddu, passati ciù avanti; Fazza mai ca sbagghiàstuvu la via? * 625. Ri ferru e brunzu si fatui li tacci; Ili In cuttuni si fanti li micci. Unni viri pudditri, racci racci; Unni c'è puddicini; pìcei picei. Nta In citimi ci su' scavuna er arci, I 1 '. ulti lu mari calamara e sicci; E di ragghienti ca fami ru' facci, Quantu ti può 1 rrassari, rrassiticci. * (>26. Quann'era scheltu, jia 'mpunta ri peri, Ri sira e di matina pittinatu. Quannu poi mi pigghiavi a mè muggbìcri, Megghiu na frevi m'avissi tuccatu ! Pi ilota m'annutaru un cannileri, Un cauraruni, tutUi arripizzatu. 306 CANTI POP. NOTICI ANI Pi casa, na stadduzai cù fumeri; Un Iettu cù du 1 furchi appuntiddatu. il 627. La prima amanti mia fu Catanisa, E la secunna fu Palermitana. A la terza appi na Palazzulisa; Ciù amurusa ca c'è, la Muricana. Rcci anni assicutai na Puzzaddisa; 'Ntcrra si curca la Scichilitana. Pi fari presitu, è scàusa l'Avulisa; La ciù affruntusa è la me paisana. • 028. Sti cappidduzza nun pozzu suffriri; Chi si mìntunu ncutti a passiari ! E, ncorchi bota, rarrcri li rini Na pitratuna ci l'hagghìu a ncugnari. La ghìammèrica longa e li salini, Scumpuònunu a li flgghi rè massari. E su passati ca sugnu a mitìi'i, La carta billiana v'hé cantari. PniGlONt 629. Varda, mìsuru mia, chi tempii vinni, Ca supra l'ossa mi scunci la carni. Sù carzaratu nta sti scuri limmi, E sugnu misu cù ferri a li jammi. Tutti l'amici mici, cù caria e piani, Vanu ligghìcnnu supra li me' carni. 0 mamma, o patri, riscrùriti vinni; Cu' sa, su mi ni nesciu ri st'affanrii! # 630. Vuoju cantari na canzuna turca, E a la turchisca la vuoju finiri. S'hanu mintutu li me' anuri 'mmucca, Chiddi ca 'un hanu nò ligghì, nò Ari. Nutldu si cura su muoru a la furca; Chiddu ca min ci costa, vuonu riri. Pi mmìria e ghìlusia, r'ognunu ammutta; Mali nun fari, c paura 'un aviri. # 631. Niscìu lu carzaratu ri li vài; E di patiri peni ciù flniu. Quanta carziri scuri ca flrriail Ora sù ghìuntu a lu paisi miu. Quantu amici sbirruna ca lassai, Trarimintusi e nimici ri Diu! Nu mporta ca ri visu tramutai; Ca sugnu vivu, pi razia ri Diu. • 632. Sù carzaratu nti stu cammaruni, 'Mmenzu tanti sbirruna c tanti nfami. 308 CANTI POP. NÒTÌCIANÌ Ceni lu Capii, 'n pèzzu ri latrimi, Lu Sutta-Capu ca 'un si fa parrari. hi sempri staggimi misu nti na gnuni; Nti na gnunidda, privu ri parrari; Cù la monti priannu a lu Signuri, Ca ri sti peni m'havi a libirari. * 633. Sù carzaratu, senza fari un tortii; Tutti l'amici miei l'hanu a piaciri. Nuddu mi spìa, su sù bivu o mortu; Cririnu chi mi purtaru a sippilliri. A mia la sorti mi fici sta tortu; lì'ogni oriiu, carzaratu, ci pò ghiri. Lu sa' quannu m'ha cianci ri pi mortu? Quannu viri la cruci e li parrini. * 63ì. Va lègghìti sta littra ca ti mannu; Iti l'hagghìu fattu nta 'n forti pirfurinu. L'hagghìu fattu cu st'uocci lacrimannu; Ca iu stissu, a ligghìlla, mi cunfunnu. L'agghienti ca ri mia vanii parrannu, Vannu riccnu ca pi mia 'un c'è nummi. Ma su pi sorti a lihirtati tornii, L'uocci c'hanu arrirutu, ciancirrannu, * 635. Cd l'uocci nterra passiannu vaju, E suln sulu a ciancili mi mettu. Jettu 'n passu 'navanfi, e 'nterra caju; E di mia siissu mi pigghiu suspettu. Mmusciari 'un ti hi pozzu soccu haju, Ri comu è laciratu lu mè pettu. prigioni. 309 Bolla, su vuo' sapiri comu staju, Sù cinu ri Ariti, e sangu jcttu. # 636. Tutti riiauu cù mia sii scialarati, E nun c'è uuddu ca beni ni rici. Chi mi truvaru ca scassava casi, <> puramentì cù li ferra misi? O scialarati, chi 'un vi cunfissati? C'è Nfernu e Pararisu, e 'un ci crirìti. * 687. Cà sulta, nti sta rutta, iu muc-ru e agghiazzu; Ca scula acqua ri li propri mura. Pi Iu tò amuri li strinciu e l'abbrazzu Li peni ca passai una pi una. Nun mi hi scordu, no, cu' mi n'ha fattu; Nun mi lu scordu, ca ci tegnu a cura. Cù lu tempu la venda mi la passu; Cu' passa ri cà avanti, stassi a cura. ♦ 638. Sù carzaratu nta càrziri sfritti, Cù li ferri a li peri e misu spai ti. Quannu .jisti a la dirti, ti subisti, Divintasti un Majaru stampa carti. Lu Ciclu ni farrà li so' minnitti; La Terra ni farrà li so' scunquassi. hi ca, pi amari a tia, ran peni vitti, Sù arridduciutu a tri uri e tri quarti. # 639. Sù carzaratu nta 'n forti Castcddu, Rintra e di fora ri ferru allannatu. Comu su forra assassinu e rubbeddu, O puramenti 'ncampagna jittatu. :ì 10 CANTI POP. NOTICIAN1 Prestii ni niscirrò ri stu Casteddu; Nun sempri pozza stari carzaratu. A la nisciuta, sarrogghiu 'n marteddu; La ncùina sarrai tu ca ci ha' curpatu. * 640. Tutti l'amici mi ciancèru mortu; Iu, pi razia ri Din, risuscitai. Risuscitati! comu gliìgghiu a Portu; Li peni c'haju patutu, li passai. Chisti ca patii, li patisciu a tortu; Pirelli li traritura foru assai. Iu, pi razia ri Din, la parma portu; Pi ciovu irta lu cori ci arristai. # 641. Su carzaratu comu li fasarì. E abbannunatu comu li mischini. Stagghiu lu jornu affacciatu a li rari, E l'uri cuntu cù li me' suspiri. La facci vagnu cù lacrimi amari, Quannu rifrettu ca l'appi a pirdiri La libirtati, senza fari mali, E a li nimici c'hè ratu piaciri. # 642. Tutta sta fila c'iiaggliìu 'neoddu misa, Lu ruci amuri nta lu sò tilaru, Cù li so' manu, l'havi urduta e stisa, E fu cusuta cù ran cianiti amaru. O ngrata sorti, quantu stai suspisa! Mi passafu li peni a centu a centu. lu, quannu neoddu portu sta cammisa, Su fcrasu nta lu Nfernu, ncnti 'un sentii. MAFIA -^C^-~ 643. — Ti rieu tira maini, sudd'hai cori; E duna a cura ri min truppicari. E quannu pan-i, pisa li palon'; N'omu r'anuri ha sapiri parrari. — Tirannu marni, min trovi trisori; L'agghìenti ri stu mimiui 'un scimi annali Ni trovi ncunu cù pochi palori, Ca ti nzigna a cingati a ragghiunari. « 614. Avanti, avanti la bardasciarta! Chi ghìti fahnu rarrcri ssi porti? Quannu viriti la pfrsuna mia, Passassi avanti cu' vò ghiri a morti. Cu' è ca l'amanti vò luvari a mia, Ila siri 'n omu valurusu c forti. E min In fazzu, no, pi vapparìa: Fazzu sunari li campani a morti. * 645. Su' mutati li tcmpa c li staciuni; La jatta abbaia, c fa nieu lu cani; La incula fa pcrsichi c muluni; Na siccia si maneiàu rtu piscicani. La pecura va nfacci a hi liuni; Li lupi addivintaru lahhai'ani; Li malantrini su' misi all'agnuni; si fanu avanti li tinti ruffiani. • # 646. hi sugnu nVrva ca atòssica a tutti; E ca 1 mi cogghf, 'un mi pò masticari. 312 CANTI POP. NOTICIA.NI Cu' mi vò masticar», nun m'agghiutti; E cu' m'agghiutti, lu fazzu affucari. In, cù sta varrà, arrispunnu pi tutti; Cani ch'abbaia, lu lassù abbaiari. Tu ca rintra ti stai 'mmenzu ri tutti, Ncsci cà fora, su ti vuoi sprugghiari. * 641 Cu 1 mi vò mpisu c cu' mi vò ngalcra; Cu' mi voli li vrazza a la turtura. Cu' mi vò mali, ci rugnu palora, Ci fazzu rari la testa a li mura. Mortu nun sugnu, no, sù bivu ancora; Ci n'è oggbiu a la lampa, e ancora adduma. E suddu campu, ci rugnu palora, Ri ciummu ci la pigghiu la misura. AVOO NINNE-NANNE 648. Avòo, l'amuri miu, ti vogghiu beni; L'ucciddi ri me fìgghia su' sfreni. E fìgghia mia, flgghiuzza bedda, La mamma, t'haju a fari munachedda. E munachedda ri lu Sarvaturi, Unni ci stanu i Nobili e ì Signuri. Rormi, trisoru miu, facci ri Luna, Lu Re di Spagna ti manna la cruna. Quannu ha' rurmutu, ti vuoju ciù bèni; Stu suonnu a la mè fìgghia ci va e veni. E nta lu suonnu la fannu arrirlri Certi Signuri, ca 'un lu pozzu diri. Amuri min, e ciatu ri stu pettu, Si' bedda ca min hai nuddu difetti!. Rormi e arriposa, ciatu ri la mamma; Si' fìgghia ca pi tia mi nesci l'arma. L'arma mi nesci e si sperna lu cori; Tu cianci, cr iu t'accordu cu palori. E fìgghia, ciamma mia, rormi e arriposa; Siti na maccitedda ri na rosa. # 649. Avòo, lu fìgghiu miu ri lu mè ciatu, Maccia ri ghìersuminu carricatu. Avòo, lu fìgghiu miu, maccia r'aranciu, La mamma, pi un trisoru nun ti canciu. Maccia r'aranciu e maccia ri lumìa, La mamma, pi un trisoru 'un canciu a tia. AVOI.IO — CANTI POPOLARI. 21 314 CANTI POP, NOTICtÀNl In ti nacu pi fàriti rurmiri; La mamma, mi l'ha' fari stu piacici. E figghiu beddu min, l'avòo m'ha' fàttti; Figghiu, ca fhaju a fari hi ritratti). Lu ritratta ri tia mi n'haju a fin', Si 1 àcula r'arghìentu c po' vulari. # 650. Avòo, la figghiu min, stimatu assai, Lu Siili nesci, e ci levi li rai. Cala, cala, sunnuzzu ngannatiiri, Ngannàtimi a stu figghiu pi quattr'uri. Quattr'uri e quarti, quattr'ui-i e mumenti; Ch'avi stu figghiu miu ca 'un dormi nentif Figghiu, cunfortu miu, ti vuoju amari, Lu suonnu li lu manna lu cumpari. Lu cumpari lu manna e la parrina; Rurmìti, figghiu miu, nzinu a sta sii'a. Rurmìti, figghiu miu ri lu me potili, Si' beddu ca pi tia min haju rizettu, Riposa, amuri miu, la naca ò (mina, R'oru è hi circa e d'arghìentu li ghìiimma. Riposa, amuri miu, beni ti vogghiu, R'oru ti vesta e d'arghìentu ti spuogghiu. * 651. Avòo, lu figghiu miu, figghiu ri latti; Povira mamma, corrili ci cummatti! Avòo, famuri min, l'uocci su' beddi, Li mascidduzzi suini ru' rusiddi. Avòo, l'amuri mia, facci ri Luna, Lu mari è conni a tia, quann'è 'nfurtuna. E zitta, figghiu miu, t'ha' cuitari, Comu arriposa l'unna ri hi mari. NINNE-NANNE. 3} Avòo, lu flgghiu miu, maccia ri nuci, La mamma nta lu pettu ti cunnuci. Nenti s'ha diri e rum s'havi.a par-rari; l'ormi, lu flgghiu miu, l'avòo m'ha' fari. L'avòo m'ha fari stu flgghiu cù sorti, Sbiziali nciusi e li Duttura morti. E l'avòo, lu flgghiu, avòo; Ah, la morti facciola ca 'un lu vói E flgghiu miu, maccia ri puma, Quannu muriti, li ritorci v'addumu. * 652. Avòo, hi flgghiu miu, ròrmimi un poni; Raveru ti lu ricu e nun ti jocu. Beni lu vuoju assai, lu flgghiu miu; Beddu ri vintunannu lu risìu. Cala, sunnuzzu, suddu vuoi cala ri: Veni nta lu mè flgghiu a ripusari. Rormi, flgghiuzzu miu, flgghiu r'amuri, Lu rogghìu sona, er iu ca cuntu Furi. Cuntu l'uri li quarti e li mumenti; Rormi, hi flgghiu min, abbirienti. Figghiu, cunfortu miu, scuntenti sugnu; Autra sciala e arriri, er iu ncutugnu. Sentimi, figghiu miu, bedda e l'Avòo; Tutti li ghìenti ròrmunu, e tu no. Avòo, flgghiuzzu miu, flgghiuzzu saggimi Lu cercu e nun lu truovu lu paragghiu. Cunfortu ri la mamma siti vili; Mi rurmiti tanticcia, e buonu cidi. * 653. Avòo, la Aggina mia, scocca ri ghìgghiu, L'Ancilu cala c ti runa cunzigghiu. 316 CANTI POP. NOTICI ANI Ròrmimi, amuri min, maccia ri rosa; In li tini la naca, o tu arriposa. sin suonali trarituri unn'è ca yinni? Ncorehi Signura ranni in ntratinni. A.vòo, la, figghia mia, nata r'avannu, Bedda-SignUra, a vui ramccumannu. Rormi, trisoru min, trisoru ranni; Lu suonnu ti In manna San Ciuvanni. Avòo, la figghia bedda, stremu beni, Spcru ca t'hagghiu a dari un Cavalcri. E t'ha purtari nta In sò pàlazzu, Lu Cavaleri n'havi a scici pazzu. Figghia ri In me cori, rormi e abbentfl, Scocca ri ghìgghiu e curina r'amenta; Ca la mamma pi tia patisci e stonta. # 651. Avòo, lu figgimi min, ti vogghiu boni; Cunfortu ri la mamma, qnannu ha peni. Avòo, In figgimi bedduj e comu hè fari, Ca, n' ura ri riposa 'un mi vùo'rari? Oi'a passàu lu suonnu, e mi spiàu Suddu In figgimi min si cu'itàu. Ciuri, figghiuzzu min, l'ucciddi ciuri; Ri centu migghia manni In lò àruri. Riposa, spccciu min, rormi e riposa, Funtana ri billizzi e d'acqua rosa,. Riposa, fìggimi min, figghiuzzu beddu, Buttuni r'oru scacciatu a marteddu. * 6So. A.VÒO, In figghiu min, ranni e li s!inm Ciù assai ri l'ora e di l'arghìentu finn. Iìi la ninnila e ciù r'ogni trisoru, NINNE-NANNE 317 Beddu, sudila a tia perdu, unni Pattrovu? Unni l'attróvu a 'nautru fìggliiu amatu, Figgimi ca ri lu Cielti si' calàtu? Unni i'attrovu un figghiu comu a (in, Figghiu, maccia d'arancia e di lumìa? Riposa, figghiu miu, maccia r'addàuru; Unni passati vai, resta la ciàuru. Ma aaa'ù l'amari mia ca vò durmiri? L'aocciu ci joca c la vucca ci arriri. Arnuri ca ti riacu cù lu ijtu, Figghiu ri Cavaleri bon pulilu. Ca su tò patri voru lu sapissi, La lazzitedda d'oru ti facissi. In, la mamma, ti nacu cù à curdedda; 'N gnùornu ha' siri patruni ri vascedda. # (').*)('». Avùo, la Aggina mia, facciuzza tunna, La mari è comu a tia, quannu fa l'unna. Avòo, la flgghìa bedda, àmmira (Inn. Lu suonnu ti la manna la parrina. E ciamma, quantu c beddu lu tò nnomul Cu' ti la misi, fu riu calantomu. Specciu ri l'arma mia, si' bedda 'nfunnu; Talìu li to' billizzi e mi cunfunnu. Ciamma r'amuri, nun siri attrivita; Pi l'amuri ca t'haja, 'un stimu vita. Ora ch'addurmintàu la flgghia mia, Vardatimilla vai, Matri-Maria. SAGGIO d'una TRADUZIONE LETTERALE DI ALCUNI CANTI. i. Addio, finestra, cantonata e letto! Tu mi hai sembrato una spera di Sole. Bellezze simili non se ne son lette; stillano oro i vostri sudori. Il tuo petto è una spera di cristallo, la (piale può coronare il Sole e la Luna. Quando io passo di qua, passo con affetto; come mi ho a scordare l'amor tuo? # 4. Giovin bello che passi e mi ascolti, come sono aggraziate codeste parole! Hai belli gli occhi, la bocca e i denti; belle le dolcissime parole. Bello, quando cammini a passi lenti, la terra s'inchina e fa pietre diamanti. E, per non dare scandalo alla gente, fingo che non son io l'amante vostra. # h. I denti son perle e le labbra rubini; le gote due boccinoli di rose; le piccole mammelle albicocche damascene; la gola è d'oro, e lo tracce fatate. Se mi cavate sangue da tutte le vene, non ne trovate manco una goccia. E, senza smanigli'', e catene, tenete i mici sensi incatenati. # (5. Ieri compisti i sedici anni, e già sei padrona dei nuovi mondi. La terra che calpesti, SAGGIO D'UNA TRAD. LETTERALE. 319 tu la comandi, e si fa uno strato di fiori e di fronde. Fai cessare il vento intorno inforno, e le onde del mare si quietano. Regina, quante grazie tu spandi! II pesce ti risponde dal seno dello acque. * 8. Mi sci rimasto impresso nella mente; come ti ho a scordale, amor mio! Ti ho sempre presente dinanzi agli occhi, e ti vedo puranco nel sonno. Li ho sempre fìssi in te i miei sentimenti; li desidero (piante ore fa il giorno. Vieri qui, amante mio; fammi contenta; fallo per carità, che più non penerò! # 17 II Sole spunta per voi, al mattino; tutti gli uccelli cantano a coro, e fan festa a voi, angelica Fata, capelli di oro e seta fine. Gli àbiti che ti metti il giorno, come ti stanno bene alla vita! Visino d'un boccinolo di rosa! occhietti d'una vera calamita! * 29. Non importa, amor mio, se siete corto; chè la tua presenza è d'un Cavaliere. Somigli a un albero di buon frutto; e ciò che vi mettete, vi sta bene. Quando passi di qua, ti fai rosso tutto; trai il fazzoletto e ti trattieni. Me l'hanno detto che sci tutto bello; io ti voglio bene per le tue maniere oneste. # 41. 11 tuo sguardo onesto trattiene il mio; ti amano le ossa mie, le stesse vene. Sviscerato quest'amore! d'onde viene? Viene clic siete 320 CANTI TOP. NOTICIANI bello senza fine. Un'ora che non ti vedo, sono in pena; per te non dormo nò a notte, nò a mattino. Il tuo sguardo onesto trattiene il mio; cliè ti verrei appresso, dove tu vada. * 42. Ti vorrei amare, e l'onestà mi ritiene: dubito clic ce ne diamo cattiva fama. Non lo sai che ti voglio bene estremo? Sta sicura ebe questo core ti ama. Non posso fare come mi conviene; l'anima esce fuori e il cuore si strugge di brama. Cosi è fatto un amante, quando ama davvero: soffre, perde tempo, abbrucia ed ama. # 50. Il Sole dorme dentro le tue trecce; voi siete un Angelo del Cielo. Le tue ciglia sono due Arcobaleni, bella, un punto più delle altre belle. In Sicilia non ci son le tue pari; neppure vostra mamma ne fa più. Beato chi guarda codeste tue bellezze! Muore, si salva e non si danna giammai. * 57. Sei bella, e le altre belle le confondi, aquila 'clic apparisci in tante parti. Di bellezze ne avete mari profondi, fiume corrente che spandi; le grazie. Con cotesto tuo viso adorni la Sicilia; sei bella tanto, clic le mamme non ne fu mio di simili.Quando giri attorno codesti occhi rotondi, calmi il mare e comandi al Sole. * 65. Fisso gli occhi al Cielo, e non li abbasso; vedo una donna con tante bellezze. Angelo SAGGIO D'UN'A TRAD. LETTERALE. 321 bello, come è bianca codesta mano! Le tue frecce sono uno schiumatolo d'oro. Con codeste bionde trecce potete far argine all'acqua che corre al fiume Giordano. Mi chino a terra e vi bacio la mano; vi domando licenza: addio, bellezze. • 69. Ti giuro, vita mia, che t'amo e non t'amo. Ed è perciò che mi accosto e m'allontano. Parlo, e non mi sento; fi fuggo, e ti desidero; ti cerco, e scappo; ti prendo, e ti lascio. Indi vado, torno e t'amo; brucio, sono nelle spine, agghiaccio e m'amareggio. Poi, quando ci incontriamo per le strade, mi confondo di più, abbasso gli occhi e passo. * 107. Sono vernilo da lontana via,da tanto basso fin al Pianazzo. Gli occhi due stelle e la bocca sfavilla; della tua voce ne faccio un unguento. Vengo a cantare; e se non mi ascolti, piglio un coltello e qui m'uccido. * 805. Vienici, amore, se ci vuoi venire; vieni, che sono cogli occhi alla strada; vieni, che fosti tu il primo amore; vieni, che voglio morire per te. Se in questo istante vien la morte, io non chiudo gli occhi, se mai non ti veda. Lascerò scritto dietro le porte: Nessuno ti può amare come me. # 207. Avete i capegli inanellati, cara Signora, e li tenete sulla fronte. Come sono ben lavo- 322 CANTI POP. NOTICJANI rate codesto trecce! le avete intrecciate con fili d'oro. Gli Dei e i Fati sono confusi per codesta vostra grande bellezza. Se vi affacciate, il Sole si trattiene; se voi dormite, la Luna fa la Ninna. * 233. Oh Dio, questa cantonata fosse una sedia! non mi ci avrei a muovere da seduto. Da un angoletto della tua finestra verrebbe una piuma del tuo fiato! Oh Dio, diventassi rondinella; un nido acconciato nel tuo piccolo petto! Guarda quanto è che soffro per questa bella! Prima vicn fuori la mia anima, e poi il mio fiato. * 236. La notte non è vostra e manco e mia: Iddio l'ha fatta per dormire. È forse coricata che dorme la mia bella? Il sonno m'ingannò, fu traditore. Sonno, guardala tu, la mia bella; fra un sonno e l'altro parlale d'amore. Sai che hai a dire alla mia bella? Dille che dorma, ed io le conto le ore. * 347. La vostra bellezza è un bicchier d'acqua; le tue braccia due cannelli d'argento. Siete scritta in un libro di grandezza; e chi legge il vostro nome, vi stringe e vi abbraccia. Quanto vale un sol capello di codesta treccia, non ci vale l'oro di Palermo e di Piazza. Oh Dio, e possedessi codesta bellezza! Vi porterei sulle braccia per insino a Roma. SAGGIO D'UNA TRAD. LETTERALE. 323 3ì-9. Io sono spora d'orologio, e mi son fermato; ho fermato il sentimento su di voi. Il giórno per me non scura mai; ogni quarto d'ora che suona, io penso a voi. Il Sole esce, e non ha più raggi; esce la Luna, e stralucete voi. Una volta che assaporai codesta bocca, non posso stare più senza di voi. • 35i. Chi non sente gelosia, non è amante. Io son geloso assai di te. Io son tanfo stravagante in amore, che soffro, se qualcuno li guarda. Vedi come son grandi i miei timori! Temo della mia ombra stessa. E il mio pensiero va tanto innanzi, ch'io provo gelosia del Sole. * 3">(>. Il mio amore è lungo e snello; si fida ballare; sopra un diamante. Come vi stanno bene codeste armature: il carniere, lo schioppo ed il pugnale! Fate largo, che passa l'amore; largo, largo, lasciatelo passare. E se c'è alcuna che gli ha messo amore, piglio un coltello e le passo il cuore. # 382. Bella, che trionfi le stelle, gli occhi tuoi danno splendore al Levante. La tua fronte è uno specchio, ed io mi ci miro; e i tuoi piccoli denti son pietre diamanti. Non so se corrispondi ad un altro amante; questa è la mia pena: se ti amo, e tu m'inganni. Ma quando mi guardi, tu mi confondi: ero geloso, c divento più amante. 324 canti ror\ koticiani 399. Giovane bello che andate di notte, aprite gli occhi dove camminate. Non v'infiammate di donne ben messe; che esse son piene di chiodi, e non la indovinate. Sono come le me- lograne colorite: di fuori son rosse, e di dentro magagnate. * 409. Quando ti dividesti da ine,feci gran pianto; e sempre sono stato in malanconia. I giorni - mi sono sembrati anni e mesi, per esser divisa e lontana da te. Venisse qualcuno del tuo paese! Con li; lagrime agli occhi, gli direi: Avole veduto colui che mi mise in fuoco, colui che mi volea, tanto bene? fìC- * 416. La, lontananza ingenera desio; io desidero colui clic mi mise in questo fuoco. Fuoco che mi arde dentro, e non Io vedo; la vampa esce di fuori, ed io la piglio a gioco. E, celiando, credo di vincere e di crescerti amore a poco a poco. Ma più non ne; posso... Dov'è l'amor mio, colui che può solo smorzare questo fuoco? # 419. Ho perduto l'amor mio di tanti anni; lo vorrei cercare, e non so dove. L'è un giovanetto di ventidue anni, con gli occhi cilestri e i capelli biondi. Sant'Antonino, perchè non lo mandi a, me? Fossi uccellétto, volerci a quei mondi! Comprendo adesso quanto è grande l'amore. Se muojo, la morte non mi confonde. SAGGIO D'UNA TRAD. LETTERALE 3£5 421. Voglio farmi un manto di lutto, e me lo metterò, mentre che vivo. La gente si domanda: come è scuro!.che ha perduto amante, costei,che s'è messo codesto manto?—Ne ho perduto uno; come l'era grazioso! Figlio! ci penserò, mentre clic vivo. E quando muojo, lo lascerò per uso: Chi perde amante, si metta questo manto. * 484. Io me ne vado, mio caro tesoro; saluto la mamma e le tue sorelle. Io me ne vado; chissà se morrò? chissà se troverò viva, al ritorno, la mia amante? Lontano da te un'ora, io provo una gran pena; e al mio core è ristoro il pianto. Oh.... lo carezze che mi furono fatte, saranno, mentre sono vivo, un chiodo per quest'anima! * 486. In mezzo a boschi e a mille alberi profondi, io cerco chi feri a morte questo core. Perdei il mio amante, e non so dove; come mi sparve dinanzi agli occhi? Io me ne vado a mare, e domando alle, onde: Avete veduto il genio mio? E l'onda da lungi mi risponde: Non lo cercare più; per te; è finita. » 439. Tortorella sfortunata, come fai senza la compagnia del tuo amante? Scendi qui sotto e raccontami i tuoi guai: veggiamo se soffri quanto me, tu clic lo hai morto e non lo hai piò; od io che l'ho vivo e non l'ho con me! • 444. Siamo lontani, e non mi puoi vedere; tu 3:26 CANTI POP. NOTICIAM affaccia alla finestra, quando non altro. Se odi vento, sono i mici sospiri; se senti caldo, è il mio fuoco ardente. Se vedi il mar grosso, non ti stupire: le mie lagrime sono fiumi correnti; se per le strade odi voci e grida, son io che ti chiamo, e tu non senti. # 457. Senti che nuove ti porta questo core; svegliati, bella, e dammi ascolto: Ti lascio e ti ho lasciato; per me sci morta. Credevi tu forse ch'io avessi amore per te? Passai dalla tua porta per capriccio; adesso ci passo per dispetto. Fa all'amore con chi vuoi; che a me non mi importa. Tutto l'amore ch'io ebbi per te, fu tutto sdegno. # 478. Io so che c'è una Dea la quale vi vuole; che avete a farne d'una brutta come me? Prendine una bella, e ti allegra il cuore; prendila come te, giglio fatato. È vero che ci furono tra noi quelle parole; Dio non volle; che ci abbiamo a fare? Conservatemene di codesti regali di nozze; un giorno io ve ne darò dei miei. # 502. Rosetta, lo hai perduto il tuo profumo; più. non odori, come dovresti. La fogliolina ha cambiato colore, il picciuolo comincia a seccare. Sei divenuta come il carbone, come una gazza senza ali. Ti porterai al sepolcro codesto dolore: (piando cri bella, non potesti appiccar nozze. SAGGIO D'UNA TRAD. LETTERALE. 327 684. Figliuol mio, ti voglio bene; conforto della mamma, quand'è in pena. Figlioletto hello, come ho a fare, che non mi vuoi dare un'ora di riposo! 1 Ora è passato il sonno, e mi ha dimandalo se il figliuol mio si è acquietato. Chiudi gli occhi, figlioletto mio, chiudi gli occhiuzzi; mandi il tuo odore da lontano cento miglia. Riposa, flato mio; dormi e riposa, fontana di bellezze e di acqua di rose. Riposa, figliuol mio, figlioletto bello; bottone d'oro lavorato a martello. # 655. Figliuol mio, t'amo e ti stimo, assai più dell'oro e del fino argento. Più del denaro e più d'ogni tesoro; bello, se ti perdo, dove trovo l'altro? Dove lo trovo un figlio tanto amato, un figlio calatomi dal ciclo ? Dove Io trovo un figlio come te, figlio, al- beretto d'arancio e di cedro? Riposa, figlio mio, ramo d'alloro; dove voi passate, resta l'odore. Ma perchè l'amor mio non vuol dormire? l'occhio suo giuoca, e la sua bocca sorride. Amore, io ti cullo col dito, tu che sei figlio d'un gentil Cavaliere. Che, se egli, il vero padre tuo, lo sapesse, ti farebbe un laccio d'oro. Io, la mamma, ti cullo con un povero nastro: e tu un giorno dovrai essere padrone di arnie. 328 CANTI POP. NOTICIA.NI C56. Figlia mia, visino rotondo, il mare è come te, quando fa l'onda. Figlia mia , ambra fina, il sonno te Io manda la matrina. Fiamma, quanto è bello il tuo nome; chi te lo mise, fu un gentiluomo. Specchio dell'anima mia, sei tutta bella; guardo le tue bellezze e mi confondo. Fiamma d'amore, non essere sfrontatella; per amor tuo, io non stimo la vita. Ora che la figlioletta mia è addormentata, guardatemela voi, Madre Maria. * 652. Figlio mio, dormi un poco; te lo dico davvero, e non iselierzo. Lo voglio bene assai il figliuolo mio, lo desidero bello a ventunanno. Cala, sonnellino, se vuoi calare'; vieni qui, a riposare presso il fìgìiuol mio. Dormi, figlioletto mio, figlio d'amore; l'orinolo suona, e io conto le ore. Conto le ore, i quarti ed i momenti; dormi figlioletto mio, obbediente. Figlio, conforto mio, io sono scontenta; che altra sciala e ride, ed io mi rodo dentro. Sentimi, figlio mio, la Ninna è bella; tutta la gente dorme, e tu no. Figlioletto mio, figlioletto savio; io lo cerco, e non lo trovo, il tuo pari. Voi siete il conforto della mamma; dormite un pochino, e basta. NOTE AI GANTI (costumi e pregiudizi) l Analizza, sili un raloguliìu d'amun. (Ctni.'20.) In tutta l'isola, meno qualche rara eccezione, ai contadini braccianti {jiirhatari) si dà il prenome Zsu o Zsiu. Un giorno io pensava; Chissà da quanto tempo essi portano questo titolo! Non sarà esso uh titolo scaduto? Pero, aggirandomi sempre col pensiero attorno a un tale argomento, come suole avvenire per tutto ciò che non acquieta la nostra mente, mi venne rivolta ['attenzione al mutamento clic nel Noticiano si porta al nome delle contadine, quando vanno a nozze. Un contadino del Noticiano si chiama Zsu Poppi Fisichinu, sua moglie AntoniUSSà, sua figlia Cuncettci. Quando questa è cresciuta, buona a tórre marito, la non si chiama, più Ctincetta; vien chiamata Cuneittussa. Il suffisso ussa non ò adunque un diminuitivo; se lo fosse, Ctw- eetta lo avrebbe avuto bambina; molto meno poi lo acquisterebbe, quando divenisse un pezzo di giovine per cui i diminuitivi sarebbero AVOMO — CANTI POPOLARI. 22 330 un'ironia. La desinenza suddetta deve essere, quasi indiscutibilmente, il femminile di quello Uzza o 'Zza che nei maschi si pone davanti. In quel posto, però, si comincia a dubitare che originariamente fosse un titolo; dappoiché non ò dell'indole della nostra lingua porre un titolo dopo il nome. Può darsi che in quello Zza o Zzi, tanto comune nell'Italia meridionale, alcuno vi scorgerà qualche cosa di più d'un semplice titolo. Mi è accaduto riscontrare, in alcune scritti! ni del XVI secolo, che il nome d'un contadino si scriveva così: Ueeias Mariti» Far binilo. Il passaggio fonetico della c) in zz' ò tanto naturale in questo sotto-dialelto, che quelli ai quali s'impone il nome di Lucio, ven- gon chiamati costantemente Lùzziu. Questa tendenza fonetica era pure comune ai Latini; così noi veggiamo esser nominata gens Attia, la gerìs Accia, che il cortigiano Virgilio, per nobilitare la famiglia materna di Augusto, fa discendere dal trojano Atys (Eneide; lib.V,5G8). Quell' Uzza o Uccia, che le nostre contadine aggiungono al loro nome quando si son fatte spose, potrebbe avere relazione col costume che avevano i Latini di anteporre, nella solennità del matrimonio, il nome di Caj'a a quello della sposa; nome ch'essa teneva defflnitiva- mentc, quando era divenuta madre. Cf. Cic. prò L. Mursena, XII; e Pomp. Fksto alla voce Gaja. K'^tti'W&'nicvMMta^flwsflfll 331 II. In villi fataciari Ninfl e Dei. (Cnnz. 22.) Su' cunfusi li DoT vii li Fati. (Cam. >m.) In qualche Canto occorre scnlir nominati gli Dei o le Ninfe; forse è una rimembranza lontana del Paganesimo Greco-Latino, di cui la mitologia lieta e sensuale successe ai miti terribili dei Siculi c al truce Nume del lago di Palica. I Fati, i MamniatrqJ, i Vueitini o Nani, sono i personaggi che appariscono in tulti i Racconti popolari, e dei quali il raccontatore si serve per la macchina e per dare l'impronta del maraviglioso alle sue panzane. Le Fato,, nell'immaginazione popolare, sono esseri sovrannaturali, girovaghi, compassionevoli, benefici e potenti. Le Mammatraje (Mamme draghe, i maschi vengon detti Mammatraj) sono esseri straordinari, di grande statura, mostruosi, malefici ed antropofagi. I Vuoiti/li o Nani, abitatori d'una terra ch'ò agli antipodi, lunghi quanto un avambraccio, dal polso al gomito (sic. vìwitu), servono qualche volta per la potenza del numero, la pic- ciolezza del corpo, la perspicacia loro attribuita, a salvare un eroe, a sbaragliare un esercito, ecc. ecc. I Nani trovano un riscontro nella leggenda scandinava. Secondo quella mitologia, i Nani popolano dappertutto la terra. Essi vengono dall'Oriente. Sono esseri benefìci che rendono dei servigi agli uomini. Si; cade una foglia, è un Nano chi; si e sibariticamente adagiato liei cavo-di essa, e por risparmiarsi la pena di fare un sullo, ha spiccato la foglia e si è lasciato cadere. La superficie d'un lago che s'increspa alla brezza vespertina, è in movimento, perche una comitiva di Nani sen torna chiassosa da un diporto o da una spedizione, fra il mormorio del riflusso e lo stormir delle frondij popolate anch'esse da un numero sterminalo di Nani che fanno il benvenuto. Nella Francia occidentale si porla, tuttora opinione dal popolino che i Nani, ci siano a milioni, (ir buoni, or cattivi, sempre burlevoli. A Bordeaux si crede che quando gli aìbaioni (dti/ie) coprono colla loro sabbia, chi ha avuto l'imprudenza d'addormentarvisi, siano stati i Nani capricciosi, i quali abbian l'alto quello scherzo di cattivo genere. In Noto non si crede a tutte queste fandonie; si crede, invece, sul serio .) Il primo verso di questo Canto riuscirebbe KBk^BE^BMìmS^" 343 inintelligibile, se non si conoscesse un costume delle nostre donnicciuole; le quali, a fine di avere con precedenza un'idea della condizione del marito da venire, fanno la seguente prova. Gittan dentro un sacchetto tre fave; di cui una senz'occhio (pizzicata), l'altra intera, c l'ultima sgusciata. Le agitano per bene; e la ragazza che vuole il responso, affonda la mano nel sacchetto e ne prende una. Se ha la fortuna di prendere la fava intera, essa e sicura di collocarsi in matrimonio con un bell'uomo clic ha molta roba al Sole. Se prende la fava pizzicata, avrà un marito infermiccio e tignoso. Se la sorte le avrà messo in mano la fava sgusciata, addio speranze! che ne capiterà uno ignudo come i cotiledoni della fava, cioè senza roba. Mi cade in acconcio enumerare in questa Nota alcuni altri pregiudizi che mi è venuto fatto di osservare in Noto. I rospi non si ammazzano. All'uccisore muoiono i genitori; ove non ne abbia, morrà lui di mala morte. È perciò che i campagnuoli, quando ne han preso uno, per non ucciderlo, lo appendono delicatamente per una gamba ad un ramo, e ve lo fan morire d'inedia. La Erisipela (Risìbula) è uno spirito maligno, che si attacca alla faccia o a qualunque altra parte del corpo. I rimedi non valgono; ci vogliono scongiuri e blandizie, acciocché quella si persuada a lasciare la casa dove è entrata. 344 Non si nomina neppure; chè guai a chi .Io facesse. Invece la si intitola Bruttctrrbestict. La Itterizia è pur essa uno spirito appiccaticcio, che risiede nell'aura mandata «lai fiori della fava. Può nominarsi impunemente, solo quando coli»; labbra si faccia quel suono con con cui si chiamano i cani, e si accompagnano le carezze alle bestie da soma. Quando si vede uno Scorzone, una Vipera o una Natrice, bisogna rivolgere a S. Paolo delle preghiere,imparate la notte del 29 Giugno, dalla bocca dei Ciaràuli. Questi sacerdoti dell'Apostolo delle genti sono uomini dal ceffo sinistro, avanzi di galera^ j quali forniscono il miglior contingente alla mafia e al malandrinaggio. Come gli Zingari, percorrono le città siciliane; quivi aprono sulle piazze alla curiosità dei fanciulli un armadio, zeppo d'immagini di Santi, che è una tenerezza a vederle. C'è una Madonna, dice il ciurmadore, la quale ha pianto; un Kcce-homo, il (piale diede un manrovescio ad un eretico che gli rideva dinanzi; un S. Francesco di Paola, il quale alzò il bastone sopra un ragazzo che faceva discole- rie. I fanciulli accorsi allo spettacolo stan cheti come olio; perchè tutti si vedono guardati dagli occhioni di quelle figure, e temono che non stiano abbastanza fermi. Il Ciaràulo trac quindi un serpente da una bottiglia; gli recita all'orecchio alcune formolo, e se ne fa ora un braccialetto, ora una collana. La meraviglia è a45 generale; ed egli profitta di quel momento, per far girare attorno la secchiolina. È un mestiere come un altro. Ma non è in città che dispiegano tutta la loro impostura questi parassiti sociali. Le loro scorrerie più lucrose le fanno in campagna. Un asinelio sul quale si può studiare l'osteologia, caricato del sacro armadio; una mezza serqua di figli, laidi per deformità ereditaria e per abituale succi- dume; una donna dai lerci denti c dalla veste untuosa e a brindelli; ecco i compagni del frappatore divoto, che va dalla fattoria del grosso proprietario alla casipola del contadino. Con quello sguardo profondo c quei lunghi capelli che fan cernecebie sulle tempia, egli ne ba d'avanzo per essere credulo uno Stregone, e un di loro si conosce di lontan mille miglia. Questi buoni campagnuoli, che son semplici come fanciulli, gli danno una misura di frumento o di legumi; non perchè egli abbia prestalo loro un servizio, ma perchè temono che, disgustato, faccia piovere la gragnuola sul loro campo e la formica sulle fave; credendolo fmanco capace di scatenare i venti, come Eolo, e i malanni, come Pàn- dora. In compenso bau ricevuto un'immagine di S. Paolo, che par fatta col carbone; mostruosa figura, dagli occhioni spavaldi e minacciosi, dall'immane spadone al fianco, e dai mille serpenti, draghi e colubri striscianti ai suoi piedi, e ai suoi fianchi, quasi che l'Apo- AVOLIO — CANTI POPOLARI. 23 .310 sidld fosse vissuto nel Periodo carbonìfero. I contadini affìggono quella immagine sulla bòtte che ha dato sempre vino spunto e cercone; o su quegli alberi che, per cattiva coltura, fioriscono due volli! il secolo, comi; il Lataho. Le incinte, quando han visto qualche deformità, oppure qualche prodotto mostruoso del regno animale o Vegetale, debbono dire - Dia Ca la Jlci! Debbono pure fare questa esclamazione, solo a sentirne parlare. Chi per distrazione o incredulità non lo ha delio, si mette nel risico di riprodurre nel feto le medesime mostruosità che ha vistò, o che han Colpito la sua immaginazione anche a sentirne discorrere. Onde a qualunque persona brutta si dice: Dia ca la Jlci ! L'influenza dell'immaginazione sul prodotto della concezione è da molli riconosciuta ed ammessa. Ma ih Noto le donne sono così spericolale, che tocca il ridicolo. Esse pretendono^ nientemeno, che i loro mariti l'abbiali sempre in bocca, questa esclamazione; che dalle loro Sbadataggini dipenda se i bimbi nascano col labbro leporino, coli'idrocefalo^ coll'alopecia ecc. Questo pregiudizio si estende a tutte le classi sociali. IX. E su passali ca sugnu a mi tiri, ecc. <«•»'»• «*) Nel Noticiano, durante la messe, è permesso 317 ni contadini falciatori usare d'una .sconfinala libertà di panila. So vedono un cittadino onesto e clic goda buona lama, essi, a voce alta e alzandosi un dopo l'altro, ne fanno il panegirico e accennano ai fatti più belli della vita di lui. Ma guai a colui che la pubblica opinione designa cpial uomo d'illaudabile condotta, o al «piale venga la infelice idea di passare a portata di voce dai falciatori! Costoro gli leggeranno la carta sibilliana, Lègghiri la carta billiana imporla: dirne roba da chiodi, finché se ne può; tesserne la biografìa, attenendosi alla parte cali iva, ma vera, vera come il responso d'una Sibilla. Gli diranno sul muso: ladro, usuraio, sbirro, secondo che gli tocca. Gli rammenteranno il cimiero d'Atteone, se la sua donna lo abbia (radilo; lo accusano della libidine di lei, e gliene! rinfacciano la sua acquiescenza. Se vuole un poco mitigare l'èstro maledico dei falciatori,egli deve far di cappello a quella massa insolente; se no, devo scappar più che di furia. Una reazione gli costerebbe la vita, di Ironie a quei contadini feroci pel caldo c pel vino bevuto a libito: il padrone permeile loro di bere velili volte in un giorno. Io so di Signori, che son dovuti fuggire sulle loro carrozzi 1 , per non udir le proprie vergogne. L'infida del sesso non rende immune la donna, da, quella sfuriala d'ingiurie; e, qui che si conosci^ il costume, colei che ha dei rimorsi, appena ha visto una ciurma di mietitori, 318 leva la pezzuola di lesta, per cattivarsene un po l'indulgenza. Cinque o sei anni or sono, due Carabinieri che, ignari,volean reagire, mancò poco che non venissero massacrati. La pubblica opinione si scaglia contro gl'intolleranti e i meticolosi. X . . . munaclicdda ri In Sarvaturi, Unni ci sfami i nobili e i signuri. (Avio «48.) Anclic la Palermitana canta alla sua bimba chi; vuole fi.ria monaca di Santa /ita, di Santa Chiara ecc. (Cf. PrrnÈ; \". Il, pag. 11). In Nolo, tra lauti Monasteri, la Noti ciana sceglieva il Salvatore; convento fra i più ricchi di Sicilia, dovi; chiudevansi le figlie dei Patrizi. l'Ira la ambizione maggiore che una mamma potesse avere pella sua figliuola; e in essa c'è compendiala, tutta, una vita sociale del popolo nostro, le sue inclinazioni, il suo indirizzo. È faceto per un forestiere il sentirsi annunziare la, nascila «runa bambina in questo modo: Si eunzulassi ca la mè signufa Ita fatiti' n% flgghia batissa. È la forinola invariabile che si usa Indora, dopo 10 anni che i Mona- sieri non han più badesse ( letteralmente: Si consoli, poiché la min. signora /ut, fatto nini' figlia badessa). Yw siciliano capisce subito di che 1 si (ratta; ma molti del continente son ca- 3f9 fiuti dallo nuvolo a questa notizia; e qualcuno ha domandito, sorpreso di maraviglia - Co/ne/ la Signora area dunque una figlia tanto grande da /afta Monaca e Badessa così prestai V, ha dovuto domandar schiarimenti, prima di comprender clic si trattava d'un semplice annunzio di nascila d'una bambina. In Noto però la. Mamma, quando fa PAvòo, aggiunge che, vuol l'aria monachella del Salvatore, dove ci stan Nobili e Signore. Nolo è stala davvero la città baronale per eccellenza Due secoli addietro se ne contavan trentatre casati di nobili. Adesso il numero se ne è assottigliato. Quella dozzina che ci sono, hanno l'aristocrazia del blasone e ([nella del denaro, che è più. Molti del ceto medio sono venuti su, ingrassando sui beni del nobile che li avea t'aiti suoi amministratori, fattori ecc. Fa ripugnanza il sentir parlare in certe famiglie del barone, della baronessa, del ba- ronello e della baronessella, come soggetto obbligato di tutte le conversazioni. Beato chi può entrare nella casa d'un nobile! Quando la nostra popolana ad una delle sue figlie ha desiderato che entri nel Monastero del Salvatore, all'altra desidera di.darle un Cavaliere che la menerà nel suo palazzo (Cf. Avòo. N.G53). IMKTE 151. UN CODICE NOTICI ANO VOLGARE DEL SECOLO XIV Egregio sig. Giuseppe Pilrè, (') Ella mi ha chiesto un saggio del codice, trovalo nell'archivio di questa Cattedrale. Le ne inaialo alcuni brani; e credo che non le (ornerà sgradito, se qui ne scrivo qualche notizia. Il Canonico Pugliese (mio concittadino di cui Ella fa menzione in uno de' volumi delle Tradisiòrd popolari) nel canto VII, 19. della sua Vita di S, Corrado parla d'uno scritto, fatto immediatamente dopo la morte del Santo, e posto per ordine del Magistrato municipale dentro l'arca. Quello scritto, egli dice, sarebbe servito di base al processo di canonizzazione; e ne fu autore un Fra Michele Lombardo Ve- ti'ano, uomo di santa vita e amico dell'eremita piacentino il quale venne, a quanto pare, verso il 1310. Quelle ottave del Can. Pugliese mi fecero sperare che il Ms. in discorso potesse trovarsi dentro l'arca del Santo; ne domandai a parecchi Canonici di questa Cattedrale, e ne ebbi per risposta che non ne sa- (') Questa lettera venne pubblicata nella dispensa IV- Y-Vl delle N. Effemeridi Siciliane. pcvano nulla Solo il P, Nicoli') Messina, parroco di Nolo c dodo uomo, mi disse che avrei, forse, pollilo frovar qualche cosa nell'archivio della Chiosa. E mi fu facile trovarlo, insieme con molti altri Mss. di data posteriore, in un grosso volume, il quale è. difeso da una coperta poco rigida, rivestita di sciamito verde a grandi foglie, non ha numero ed ha un repertorio innanzi, senza scritto. Il codice è cartaceo; ha 22 ccntim. di lunghezza con 12 di larghezza. Cousta di 19 pagine; la 20" dovea essere il frontispizio, e manca. Le primi; tre pagine sono logorale per due terzi dalla tignuola; altre cinque seguenti lo, sono per poco, nel mezzo della facciata. Lo lettere daccapo sono miniate; la P che dà principio al Ms., è grande e fregiata. La scrittura si conserva bene; essa porta la i senza punto e VA senza taglio; oncPè che potrebbe addirittura attribuirsi ad un'epoca antoriore, se non fosso la data che l'accusa sci-ilio il 1350. L'ema- nuense dovea essere un vecchio, affezionato alla grafìa che imparò fanciullo in Noto,dove le novità dovevano arrivare con un po'di ritardo. La ortografia è conservata fedelmente in questo saggio; ho soltanto distese le abbreviazioni e i nessi. Mal saprei determinare in qual'epoca questo codice fu levato dal sicuro poslo dell'arca. Però io creilo che esso, in seguito, ne abbia passato dei brutti rischi; dappoiché sull'ultima pagh 333 na, bianca, c'è, in caratteri del scc. XVI, u giù di lì, la .seguente scrittura: fra binardu xurtfnu et cola xurtinu. Più sotto: f g li ii 1 ni n. Immediatamente dopo questi scarabocchi, c'è un bel sonetto italiano di data posteriore, credo, e anonimo; e, siccome non fa al mio compito, io non Dio copiato. Ripeto brutti rischi, perchè queste scritture fan supporre chi; esso, dopo della sua imprudente uscita dall'area, è passato, pei' diverse mani, due per lo meno. Quando penso a quel fra Bernardo, che con tanta disinvoltura vi faceva sopra i suoi esercizi di calligrafia, mi vengono i brividi. Io credo opportuno di pubblicarlo nel mio lavoro, che, come Ella sa, riguarda la letteratura popolore di Noto, non già perchè io Stimi che è una gran cosa il rinvenire un Ms.; ma per le seguenti ragioni. E)ssq è buono a provare che in quell'epoca, quando tutti gli altri dialetti d'Italia vagivano, il siciliano era già una lingua la quale si scri- vea dappertutto in Sicilia. Il noticiano scrittore di quella Vita, quantunque adoperi qualche voce speciale alla parlata di Noto, purtuttavia egli scrive una. lingua che non è la noticiana; Una lingua pulita, di cui la sintassi e la ortografìa uniforme si riscontrano negli altri scritti di quell'epoca. La Vita del B. Corradu mi fa riflettere che i Siciliani si persuasero un po' tardi della prevalenza del Toscano; c anche 354 dopo che ebber fino le molte fluttuazioni dialettali, e la lingua toscana si era fissata ed era divenuta italiana e nazionale, i Siciliani si servivano del loro dialetto, tutte le volte che non volessero servirsi del latino. Così i dieci. Canti del P. Pugliese, scritti nel scc. XVI, sono in lingua siciliana. Oggi si dice che dopo Veneziano e Meli la parlata palermitana è diventata la siciliana por eccellenza. Ma allora, tre secoli or sono, perchè Pugliese, noticiano, scrisse in un siciliano che non è quello di Noto e clic può dirsi palermitano? La pubblicazione di questo codice giova inoltre a discernere i passaggi fonetici di alcune parole noticiane, di cui mi era stato impossibile rintracciare, prima, la etimologia. Poro, se la S. V. crede conveniente pubblicarlo con precedenza nelle Effemeridi, non sarò io al certo che gl'invidierò la sorte di vederlo inserito in un periodico diretto da Lei, dal Salomone-Marino e dal Di-Giovanni. Desidererei solo che mi si desse il tempo di copiarlo. Non è un lavoro che potrei affidare ad un copista; e nello stesso tempo mi fa d'uopo attendere alla mia professione. Io ho un gran rispetto per essa; stantechò, mediante il suo esercizio, mi procuro nei ritagli di tempo che mi rimangono, la voluttà degli studi popolari, ch'Ella ha il merito di avermi insegnato a gustare. Accolga, ili" 10 Professore, le dichiarazioni sincere del mio ossequio e della mia stima. G. Avolio INCIPIT VITA BEATI CONRAD! Poyki a (leu plachi, eu vi ricunlirò l'umiliiali, ki eu audivi, el quillu ki eu viddi. Dicu pir carilati a tulli quilli ki bona vila volinu fari, et deu ini lassi diri, si ad ipsu plachi, ki sia laudi, et honuri, et nui poczamu prendili devocioni a quista hoinu hcatu, ki sia honuri et laudi a hi palli et a lu figlu, et a lu spirili! sanlu, ki illi mi du* gnino gracia ki eu pocza diri di quistu homu bealu cor- rad u. Lu heatu corradu fu di lumbardia, di una terra clamata placenzia, el ipsu fu di li majuri domini, el gintili di placenzia: Et misseri corradu, slamiti in sou grandi stalli et honuri, unu jornu pensau di vu li ri andari a cacba cum soy famigli, et dissi a li soy famigli, ki si apparichassirn, ki lu tali jornu vulinleri andiria a plachiri a cai ha. Et vinutu lu jornu li soy famigli foni apparichati pir andari a cacba cum li loru cani et furecli, et falcuni, et asturi, et cavalli currenti pir secutari li beslj salvagi: Et ora essendu apparichati et tutla la famigla si misiru ad andari a la foresta: Et qtiandu foni a la silva, truvaru di multi cimigli: pir un peczu videndu ki non li pulenti abilmonli prindiri di la roeha, pir la silva ki era inulta grandi: Et misiru focu a la rivera, el a li altri frascki: Et mittendu lu fo- cu, arsi pir unii peczu. Et poy si livau si forti venlu, ki mudati lu focu et arsi multi arbori et campi, el jugni, et jardini et altri massary, et destrussi multi altri cosi: Et misseri corradu cum li soy famigli vulsiru amorsari In focu, et non si poeti, ma stavanu cum grandi Iristicia: Et videndu ki non v'era modu di (lari ajutu a lu focu, lurnarusindi a placenzia senza fari parola nixuna di quislu facili ki incursu. El fu saputa et dictu intra piacenza, ki quillu B^Bi Fffis 6^ I i?ì 2 35G grandi focu liavia consumalu In paysi, el non si sapia cui fussi slatu, et senza factu fu faclu a sapiri a lu Siglimi di piacenza. Et lu Signuri audiu qùislu faclu, mandau soy vassalli, ki cui chi truvassiiu, lu minasstro alla justicia: Imperoki quilla pena era grandi; Et quisti vassalli an- daru lu jornu seguenti et truvaru un poveru honiu ki andava pir soy facli: quisti genti avianu andati] inlornu di lu focu, et truvaru a quistu homu, et prisirulu, et ini- narulu a lu reclini di la terra. Et quandu lu recturi lu viddi, lu mandau ad impicari presta senza merci. Et misseri Corrado videndu quistu ki andava a moriri, ad- dimandau:piikì minati a quistu homu? Dissiru quilli ki quistu homu avia gictatu lu focu, et arsu luctu lu paysi. Et misseri corradu lu sapia lu factu, et sindi piglau compassioni, et dissi intra di si: Et murra quistu homu pir meu mali? certu nun sirià may et dissi a quilli ki lu minavanu, lassati andari a quistu homu, ki eu sachu cui giclau lu focu. Et quisti audendu a misseri cur- rau, lidiiru lu cumandamentu et turnaru arreri a lu Signuri di la terra, et dissiru Signuri la vostra justicia non valsi nenti, ki misseri currau scapulau lu malfacturi, et dissi ki sa cui gictau lu focu. Et lu Signuri si misi in grandi ira, et fichi chamari a misseri currau, e dissili: Comu misseri currau aviti vui possanza di salvati malfacturi? Et misseri currau rispusi et dissi: Signuri eu sachu cui havi factu lu dannu, el misseri currau dissi: Signuri sachali ki lu dannu l'haiu faclu eu. Et misseri corradu rispusi et dissi: Signuri l'autru jornu andai a cacha di fora, el misi lu focu a la silva, et pir forti venlu ki fu mossu, arsimu lu paysi; sikì eu fici lu mali et non quillu poviru homu. Et lu Signuri di la terra videndu ki havia slatu misseri corrau nun li fichi nenti in quantu era gin- tilomu, ma chi livau tutti li terri di fora, et dintra piacenza, el dislrussilu di li cosi di quistu mundu^et non li 357 lassau nenli: Et valendosi misseri currau nudu di li cosi di lu mundii, ad iddu chi vinni in cori di andari a sirviri a deu: Et reconsiliau la sua famigla et racomandaula a deu, et ipsu di l'altra parli sincli andati a sirviri a deu: Et misseri corrai! pervindi midi chi havia hoinini et servituri di deu, et ipsu narrai! lu factu alluni dicllendu, ki vu- lia sirviri a deu, et quilli lu richippiru viilinleri pir cerlu leuipu, et circa pocu-jorni lu visterò, et amrauslraruclii la via Ivi divia fari: Et essendu amniagistratu di lu par- litu giudi vinni a Roma; et dapoy pir meglu servili a deu, sindi vinni in sichilia et vinendu in sichilia, illu ad- dimandau undi fussiru li meglu agenti di sichilia: Et li sichiliani chi dissiru, ki a lu vai di nolliu su li meglu agenti di sichilia. Et fra corradu confili tatù da deu vinili a vai di nolliii et pass'andu volsi allihrigari a li casi di pa- laczolu. Quisli di palaczolu mali volimel i lu arricolsiru, et prisiru a dirichi multi injury et villany, et multi laydi paioli, et sfumisirusi di facili mali,El fiati currau videndu ki illi chi vulianu fari inali si partiu currendu,el illi videndu ki cussi si partili, chi misiru li cani appressu, et sicutarulu pir farili plui mali ki beni, et placzi a deu ki lu lassaru andari pir quilla fiata: Et da poy frali currau vindi a la terra di nothu, undi chi havia inulii boni homini, e devoti pirsuni: Et li giladini di la terra di nothu appiru grandi consolacioni di quistu homu ki paria di bona et honesla vita. Unu borni homu spissi volli lu invitava a manjari a la sua casa: El unu jornu lu bonu homu li dissi si illu vulissi abitari a lu Iocu di li chelli, hi quali locu est appressu di la ecclesia di sanla inaria di lu cruchiflssu: Et quisli chelli sunnu darreri la tribona di la ecclesia el di s usii di la ecclesia chi est lu castella di la terra: Et lu beatu corradu rispusi, et dissi, ki pir lu principiu chi abitiria, si punì fussi locu atlu: El da poy si parleru pir andari a vidiri lu locu, el quandu lu beatu corradu lu 358 vidi, multu elii placzi el dissi a la sò devotu nmicu di cui esti quislu locu, et cui indi havi a fari? et lu devotu li rispusi, ki esti di una bona pirsuna, et andiremuli a dimandari si a lui plachi: Et foru andati undi lu patruni, et iliu li dissi ki luttu lu beni ki voli fari, eu sù pur contentu: et cussi happi lu locu lu bealu corraJu, et illu honestainenti fachia la vita sua consandu, et aumentandu hi locu ordinatamenti. Et plantau di multi arbori, et viti, essendu avanzalu in quistu, tutti li agenti accuminzarusi adunarsi di la sua santa vita et multi agenti lu vinianu a visital i, et illu vulinteri a tutti ricliipia curn grandi plachili: Et unu jornu pinsau et dissi intra di si stissu ki multu allannu ha via di quista visitacioni, ki a mi fanu granili pena: et eu andirò ad abitari a lu desertu, chi vinianu multi timmini et homini, et multu lu ingressavanu. Et faclu quistu pinsamentu ki di hi intuclu vulia andari a lu desertu, unu jornu andau a lu sò amicu devotu, zoè quillu, ki li avia faclu a viri lu loco: Et dissili: amicu eu palu ingressu di li pirsuni di quista terra, sikì eu voju di lu intuclu andari ad abitari a lu desertu, sikì dulchi amicu meu rendi lu loru a hi patruni. Quaridu lu bonu homu audiu quislu, mullu happi duluri: et dissi undi fora la tua menti di vuliri Inibitali, et illu li dissi illà undi deu urdinerà: Et patlutu lu bonu homu rindiu lu locu a lu patruni, et poy lu bealu corradu nisciu fora di la terra di nothu, et andau a lu desertu, lunlanu di la terra tri migla, ad unu locu ki havia nomu li piczi undi esti una cava, ki chi curri unu Illuni: Et illocu illu accuminzau affari la sua vita plui aspira et plui dura ki quilla ki fachia a la terra, accussì forti, ki multa fama andava pir tucla la*valli di nothu, et multi agenti lu andavanu a vidiri pir grandi divocioni, et illu cum chera benigna richipia ad omne unu. El incomenzau intra quilla cava ad hedifl- cari unu jardinu multu bella, et illu chi plantau arangi 359 el multi piedi nuchi el di pira, ci mulli lignagi di speej di vili. Ordinatamenti edificali quistu janlinn, ci cum la an|iia lu abivirava graciusamenti: Et multi soy divoli lu andavanu a vidiri quistu bealu liomu pirki nun andava spissu pir lu pani lu sabatu, ci li agenti si fachianti grandi inaravi»la: El unii jornu unu sou devolu li disfi: palli pirkì lu sabalu non andati pir lu pani a la (erra? ci hi beatu corradu li dissi, ki non curava di troppa pani. Quandu l'agenti vicliru ki non curava di troppu pani, plui grandi crisciu la divocioni a l'bomiui ed a li lìmi ni: El li soy devoti li mandavanu umili volli legumi, ki ìIlu manjassi, el illu inulti volti li richipia quisli li- ganai rindendu gracia a dea. El unii jornu lu beatu corradu andava a la terra di notbu, el andau a la casa di unii sou devotu benigna menti tu richippi ci invitaulu a manjari, ci lu bealu corradu a con- solacioni di (|iiillu sou devotu, In fichi dignu ili maniari cimi lui: Et manialu ki appi, pa iti usi ci andau a la mairi ecclesia, la quali esti immenzu la terra ki bavi nonni sanlu nicola episcopu:Et quandu lu beatu corradu andava, et illu passali pir li pulighi di li custureri, ki andava assoli viaju, et unu liomu lu quali ora custureri, ki era devotu di lu bealu corradu quandu vidi lu beatu corradu mullu fu consolatu, el invitaulu assedili a la sua putiga. El quislu bonu liomu bavia un figlu sou,ki era ructudi li bursi di baxu et eranu li testiculi multo grossi cussi comu pani et quislu garzimi era di anni sedi, lu patri havia mullu desideratu di parlarindi a frali corradu, si illusapissi alcuna bona midicliina ki sanassi lu zitelli], el quandu lu bealu corradu accustau a lu finistrali parlau cum lu devotu sou, quillu sou dovotu prisi lu garzuni, et assiltaulu supra lu finistrali et poy li discupersi li faudi el dissi: 0 patri guarda quislu meu figlu comu esli malamenli ructu: et lu bealu corradu guardandu quistu multa grandi compassioni avi- 3G0 lindi in cori: Dissi lu bcatu corradu frali agi tu pachi a la versilali, et stisi la manu lu beatu corradu, et scupersi li faudi a lu garzimi, el alzau Fochi in chelu et dissi: 0 Signuri hagi pietati di quistu garzuni et cum la sua nianu signau lu signu di sta crucili, et poy misi li famli di lu garzuni in quillu modu ki eranu primu, et diesi a lu devotu: amicu frali rimaniti in pachi, et lu devolu amicu rispusi, et dissi: deu vi la mandi: Et parlulu lu beatu corradu pir unu pocu dichi lu garzuni: Misseri, frali currau mi sanau, guarda comu eu sù sanu. Lu patri guardatulu ci vidi ki lu fighi era sanu, si illu chi havia devocióni tandu lu Unni pir santu, el dissilu a la genti. Quandu li homi ni vicliru quistu rniraculu multu grandi fu la divo- rioni di frati curradu, et ora turnandu lu beatu corradu, pir quitta via midesima si calau lu cappuchu fina a l'ochi, el di l'autra banda di la via ispersu, et alzau li ochi lu bon honiu, el vidi a lu beatu corradu, lassa la cuslura, et incominza a chamari, et diri: o patri corradu: lu beatu corrau may non si volsi voltal i darteli: Et videndu lu boiiu hoinu, pinsau ki pir zò lu beatu corradu nun li volsi rispundiri, forsi ki havia a fari cussi, appressu nun li dissi nenti plui, et lassaulu andari pir lu sou caminu - . et lu beatu corradu tornau a la spelunca undi iddìi sulia stari a lu serviziu di nostru signuri, et accuminzau allaudari a noslru Signuri, et affari soy lavuri umilimenti. Et unu jornu a lu beatu corradu li fu mandalu da unu sou devotu, lu quali havia nomu lu longu ki era nulharu li mandau dui flaskuni di vinu cum unu sou garzuni: lu garzuni fu maliciusu, et comu fu pir la via, amuchau unu flaskuni intra una grucla: Et poy andau a lu beatu corrau, et dissi: o patri pigiali lu vinu ki vi manda lu meu patrunhEt lu bealu curradu li dissi: undi esti l'autru flaskuni ki ammuchasli: Et quandu lu garzuni audiu quistu happi multa pagura: Et dissi patri eu vi lu vaju et portu: 301 Et lu beatu cori ad u li dis.-à: guarda comu lu pigli ki imu scursuni clii sia di supia, guarda non ti muczicassi, et spa- vintalu lu garzimi andati lindi era lu flaskuni, et truvau ki unti scursuni chi slava di saprà, quistii pir la pagina non sapia ki fari, et prisi una virga, et flcliilu fugiri, et poy prisi lu flaskuni et purtualu a lu bealu Corrado, et quandu fu undi lu bealu eorradu, li dissi: guarda fighi non hi fari un altra volta. Et lu garzimi li risposi ki may lu farrà pini, et lu bealu eorradu divarau lu flaskuni, et dunauli a lu garzimi: Et quandu lu garzimi vimli a lu pa- truni, et dissiclii comu era incursu lu factu, h borni ho- imi l i prisi a hi garzuni ki un altra fiala rum farltissi accnssL El finu jornu nnu sou devolu lu andau a vi.siluri, quislu liomu guardali à lu ayru, ki era nectu: quandu fu allontanali! et l'aviu si lurbau, et incouiinia a fati troni et lampi, et acqua quandu quistu liomu si podi arriparari ad una grncla, fu multa stancu: Et standu iu quista pineta, lu sonnu lu prisi: et hi bea tu eorradu stava in oraciorii, et vidi pir spiriti! kistu liomu, ki viiiia ad ipsu, comu era addiirinintatu, et sapia ki quillu divia essiri inorili ili thronu et hi bealu eorradu si parli multu lostu, prigandu pir (|nislu liomu, et andau, et truvaulu adornientalu, et risviglaulu, et dissi amicu ben sigi lu venulu, comu ti partisti a quislu trislu teinpu. Lu bonu liomu li dissi: quandu eu partivi era bonu tempii, et poy mantinenli fu turba tu l'ayru. Dissi lu beatu curiali: figlu quandu fannu quisti tempi sia curn deu. Et lu bealu eorradu lu minau a la sua cbella, ed ammuniulu ki un altra volla non andassi a quillu fururi: Et da poy lu bonu liomu richipula la parola di lu servu di deu, turnau a sua casa senza multu periculu: Et poi ricuoia va zojki bavia factu lu beatu eorradu, et li boni sermuni ki li a via diclu, et quilli ki l'auderu, liappiru devocioni assay a lu bealu curradu pir quilla fiata: AVOMO — CANTI POPOLARI 24 3G2 Unu jornn poy di dejuno unu «ou devolu li mandati rum unti so fighi una poni di legumi pir manjari, lu gar- /.uiii voi i 11 le ri si appariebau pir andari, piiki lu patri li dissi: (ìglu voy andari et portali quisli cosi a frati Corrado, et.lu garzimi li dissi mollo volinteri vulirichi andari, et prisi li cosi, et andau cum quisli liguini: comu lu garzimi fu impressu lu locn, lu diavulu sathana, lu quali non fa may beni pir invidia, apparsi a lu garzimi, et dissi lu diavulQ a lu garzimi undi vai: Et lu garzoni li dissi midi frati ctfrradu, et lu dimoniu li dissi non passali pini innauti ki cu saclm undi esti ora, dissi In diavulu esli absta banda di la cava, veni cum mi, ma li lu amnsl.ru, et In garzimi andau, et lu diavulu lu miiiau pir unti laghi di timpa, multu strenui: Et conni hi dimoniu vidi In garzimi intra la limpa, et illu sparsi, et lassaulu sulu: Et lu garzuni videndusi intra la liuipa multu in pe- riculn, incomenzau a gridari forlemenli: Et lu bealu cor- radu standu in oracionl pir spirili] vieti lu garzuni ingannato di lu dimoniu, cursi multu lostu, et affacciatosi a l'adira banda di la cava, gridando figlu (ìglu di Jesu Xpo non aviri pagora, ki eu vegnu a dia: Et correndo lu bea tu coiradu, andau undi era lu garzimi ki plangia, et lu bealu corradu calandu pir lu liinitu di la limpa, zoò pir lu taglu di la timpa, et planamenti calava: Et prisi lu garzuni, et minaulu fora. Quandu In bealu curradu guardava inver di la cava, comu lu xiu di tanto pericolu: Et dissi lu bealu corradu a lu garzuni: cui li minau kà figlu: Et lu garzimi li dissi: patri un bomu et dissi ki voi eravu kà, et minaumi pir quisla via, et poy mi lassau, et non lu vieti pini; et lu bealu corradu li dissi: guarda un altra volta non andari plui cum nullo, ma veni drictu fina a la mia cbella, si non mi trovi aspecta say fighi. Et lu beatu corrau prisi lu garzimi, et minaulu a la sua cbella, et prisi li ligunii ki portava In garzoni, et poy lu benedissi, el maudaulu a <1 t.\ 303 casa sua El quandu In garzimi fu a casa ricontali a In sou patri lu factu ki era suchcssu. Et videndu salhana ki non podi ingannali a lu beala corradu si li apprisintau una grandi, el suza cogilacioni di luxuria. Et ancora non lu putendu diseparari, li Udii vi- niri unu grandi disyu di manjari cai ni di porcu di la longa, et fachendu quisla bactagla, et lu bealu corradu vulendu fari la bactagla cuin quistu diarulu dissi ad unu sou devota, ki liavia noinu nularu Bartuchu lu longu: Dissi lu bealu corradu, eu li pregu ki mi forzi unu serviciu si a vui piacili, et illu dissi volinleri lu fonia: dissi lu bealu corradu: portami di la carni di lu porcu, zoè di la longa, ki a mi havi factu inultu disyu. Et quistu bonu liomu volinleri li purlau la carni di lu porcu: et quandu lu bealu corradu nappi quisla carni, et illu li appisi ad unu croccu, ki era menzu la grucla. Et standu lu bealu corradu li dichia la cogilacioni, matrja di carni ora ki esti vinuia. Et illu li rispuntila, may nondi mangirai corpu, et turnara la cogilacioni dichia manja, confortati di In china corporali, ki Xpn dissi a lu evangeli» ki non audi l'anima zoki trasi a lu corpu, ma ztdti indi nexi. Et lu bealu corradu rispundia cussi comu Xpu dissi di l'anima, cussi dissi di lu corpu, ki lu corpu nianjandu la carni fa li operi di la carni, meglu esti adslinirili ki troppu manjari senza misura, et cussi comu lu pixi esti pigiata pir la bacca, et a la gula, cussi pulissi tu pigiali a mi pir loy falzi ser- muni. Ma eu farro mea vita ordinata, non manca ki exa di mia vita dedicala: El poy lu bealu corradu fachendu penitenza ordinala, pir certi jorni x andau a vici i quisla carni, ki moria di lu grandi disiyu. Et alzandu li oclii lu bealu homu» vidi, ki li vermi l'avena cavala, el dixsisi quisla carni et misila fora di la chella, ki tutta era plina di vermi, et dissi ò corpu manja la Ina carni, et lu vermi manja li toy vermi. Illu videndu non pulia susiiniri lu 30-1 forti fituri, ki xia di la carni, et disdignalu si tirava arreri, et cussi vinsi a satliana pir virluti di Xpu. Et unu sou devotu li vinni a vidiri a lu beata corradu, lu quali liavia nomu cola di Vassallu: Et lu beata corradu lu richippi mullu amurivilinienti. Et quandu sindi volsi andari, dissi lu beatu corradu ò compari meu pregutj mandami una pecza di furmagi russo, et lu amica sou li volci mandari lu furmagi, quandu fu a la casa dissi a la mugleri, dammi una pecza di quillu formagi russu et illa dissi kindi voy tu fari? et illu dissi la voglu mandari a frati curradu: Et illa dissi: kindi voli fari frali curradu d'una pecza, mandachindi menza perza. Et lu bonu homn li dissi lu sempri mi veni contea a lu ben fari: et lu borni liomu non curau di li paroli di la mugleri: Et dissi a lu flglu, va et porla kisla pecza di formagi a tou pnrriuu, et lu (ìglu si partiu lu quali ha via nonni corrati, et essendo a lu loc.ii lindi era lu beatu corradu. dissi o patri, conni piacili la pecza di lu furmagi, et lu beata corradu prisi la pecza di lu furmagi, et cum lu signu di la crucili la partiu, et dissi a lu garzimi, ecculi la milati di lu furmagi, et lu garzimi li dissi, meu patri mi dissi ki voi vi la manjati tutta. Et lu beatu corradu li dissi, quisla milati osti di tua mairi, et quisla osti di Jesu Xpu et russi turnau lu garzimi arreri a lu patri, et recuntau lu factu: et lu bonu homu maraviglatu di quisla cosa. Et salhana tornau a fari bactagla cimi lu boalu corradu, et portauli una grandi cogilacioni di maniari una bona gallina grassa, la quali li sapissi bona: Et vinendu spissu quistu pensamentu, ki non polia soffri risi. Et cccu unu jornu vindi unu bonu boinu a lu beatu corradu, et sala- taulu, et lu boalu corradu li accumenza a raxitmarc, et dissi intra li paroli lu beatu corradu ò frati eu baju grandi disi- deriu di manjari una gallina, ki sia grassa si a vili bissi in piacimi ki umidi mandassi una bona. Et lu bonu bonm 365 li dissi volinteri patri, et di la bona vogya, et partalu lu bonu homu prrsi di li soj galli ni una bona grassa,et portaula a lu bealo corradu. Quandi! In beatu corradu lu violi li dissi ben sigi vinulu fiati bai purlatu la cantali, et ri- «•hiputa lu beatu Corradi) la gallina, illu la pigia pir li pedi, et misila supra lu ancbinu di la giuda: Et poy ac- cumenzau a fari peni tenga, et videndu la gallina lu dimo- niu accumertza a srnunizari a lu beatu corradu: et dichi o poviru vedili, manza la gallina, non si perda la cari- tali di Jesu xpu ki dissi a lu vangeli] di li dui pixi, ki quandu ruppi lu pani dissi a li apostuli: ki coglissiro li minutagli, et cussi farai lu ki mangirai la gallina, ki non si perda la cari tali. Hispusi lu bealu corradu. Eu may non la mangilo ki paulu apostata dissi, ki la carni fa carni, et eu maniarìdu carni puma fari carni, et lu lindi farissi bella, ki lu meu corpu may non lu livirò di lu son usu oy ordinala vila. Et facta quisla battagla pir certi jorni, et lu beatu corradu andau a la gallina, ki tucta era plina di vermi, ki comu la tuccava si lassava cadiri cuoi tutti li pinni di li vermi miscati, et dicliia mania o corpu affamata; Et lu corpu videndu quistu non appi pluy disiyu, cussi sa- Ibana minia di duluri, et pinsava si putissi ingannari pir altru modu. Et mandauli un altra temptacioni cum li soy compagnuni, et non lu poctiru templari, et videndu satha- na ki non lu potenu arrumpiri, li mandau una temptacioni di maniaci una cassata, et havendu sì forti vulinlati di vuliri raaniati kista cassata, dissi ad unu sou amicu, o frali voyuii portali unu pocu di favi, et unu pocu di farina doriu, et illu li dissi bellu amicu meu volinteri lu farria. Et quistu amicu li purtau li favy el la farina di l'orili: EL lu beatu corradu prisi kista farina et impastaula cum acqua Irida, et fichi la cassala: et mundati li favi Par- rusliu, et poy la cassata la misi a lu catari di lu suli. et 366 quandu fu coda, el lu beala corradu la prisi et ruppila,' et illa lilia torli, et disdignatu lu corpu non volendu pluy nenli di quilli chini: Kl saihana videndu ki non lu poeti may movili, aviandi glandi pena. Kl unii jornu vinendu li primeri 8co, videnduli cussi maturi dissi la mala COgilaeioni piriti non sacii lu tuli corpu di quisli mai uri (ho: Ulti risiuisi lu beala corradu voliiiteri, et partissi lu beali! corradu. (Juandu fu a la lieti iltu prisi una licu, et ruppila pir niilati et arrassalu guardali menil i a la ileu Lindi natia multi ficu et dapoyki nappi arrassalu illu si spuglau lu vistimentu, el misisi nudu nudu intra unu indicarli cum ruveeli miscati et vullandusi et girandosi ki si piagali pir modu ki tuetu curria di sangu: Et stecli cussi una grandi ma, poy fu vistutu, et videndu salliana, ki si misi intra li spini cum grandi dolori, fuggia gridando fortimenli dichen lu oyinè oyinè quistu vedili mi Itavi levatu li ochi cum sua falzilali, diclienduli iniury si partiu, et andausiiidi pir soy facti tristi plinu di malieia et doluri. Ora quandu lu beatu corradu slava a li clielli di lu crucilixu di Nolhu lu patruni di li chelli si chamava frali guglelmu, lu (piali havia stalli sirviluri di He Fe- derieu, lu quali andau unu jornu a caclia cum lu He, quistu burnii era forti, el volci ajntari a lu He, et prisi Iti porcu pir li amichi cum traiubu dui li manu: Lu He videndu quistu cursi, et aucbisiru lu porcu: quistu bomu tali lielii la forza, ki si xiu l'anca di lu loco: Kl. fu da poy rangu, el cussi slamili dissi quistu bomu a lu re. Sigillili dannili zoki eu li adimanda: Lu re li dissi addimanda. Lu voghi ki tu mi dogai lu baglu di hi castello di Nolhu, Lu re chi lu donau volititeli, pinsandu lu re ki altru ad- dimandassi, et fulli dalli lu baglu, et quistu chi fichi li elicili: Li dapoy si llcbi frati ki si clainau frali gugle- niu di Yulkuri, el havia unu liglu, ki havia nonni l'eri 367 di bulktwi, el era homu iiceu. Quistu homu frali guglomu havia albirgatu In bealu corradu, el a quistu sou lìgia intrau inni grandi disdegni), et tlicliia a lu palli luctu jornu stai cimi li y{vocì ilì. Unu jnrnu li vinni vinirisi grandi mali di fridu, ki li durau malli anni. Et standu cussi malata unu jnrnu li dissi lu patri va a frali corradu, ki li sa ni li; Et quandu lu bealu corradu lu vidi li dissi ki lu mali era intra la carni el pelli: VA. facbendu lu signu di la s. ci uchi el illu sanau. Dissi lu beatu corradu, Qui- siu lò fighi li a v i .ippassari forti punii. Et unu jornu quistu andandu in via, lu vento li prisi lu cappucbu di la lesta, ki may non lu vieti. Un allea Data incappali intra XXV lupi, ki oramai liavia la morii. Un altra fiala fu pigiala pir tradì lari, el fu appecatu: Ora andandu la gloriusa fama di quistu bealu corradu: lu episcopi! di saragusa indi bappi grandi devocioni volci andari a bidiri a quistu homu ki era di tanta virtiili: Et partii tu di Siracusa cum sua famigla, vinni a li piczi midi era lu bealu corradu: Et quandu foru a la elicila di frali corradu, quandu traseru non chi Irovaru lectu, nò pani, ecbeplu unu cucuzzuni: ixuti ki foru andaru undi lu bealu corradu. Et dissimi ò patri comu stati, et illu dissi beni pir la gracia di deu: Et lu beatu corradu prisi la bene- dicioni di lu episcopo. Et lu episcopu parlandu cura illu, comu fu la ina di lu maniari, dissi lu episcopu, à patri bavili nenli di maniari. Et lu beatu corradu, li dissi, ha- virerau la gracia di deu: Lu episcopu prisi li cosi, et misi la tavula pir cenati. Quandu fu facta la benedicioni dissi lu episcopu, à frali corradu veni a manjari, et illu dissi aspeclali quandu vaju pir dna a la elicila- Quandu fu tor- natu porlau quatru guastelli caldi. Lu episcopu videndu quistu, si aginuchau, et dissi piai esli ki non si dichi: Lu beatu corradu si aginuchau di l'altra banda, el dissi; Si- gouri lu episcupu, non su killu lu- quali vui pensali ca o r\ o .50 o cu sugna peecaluri conni sunu li alivij ca rjuisla cosa lì- rlii don pir sua gracia; et inaniatq ki happiru hi episcopi! .ijijii richiputu glandi consolacioni di quislu liomu et da- poy si paitiu lu episoopu et turnausindi in Siracusa, el ìicuntava di quislu liomu beata. l ini jornu li vinili a lu bealu corradu unu bonu amica, et dissi o l'atri eti voglu ki ogi vegni a maniari a la mia casa, ki eu aju accactatu certi pixi, preguvi pir cari- tali, ki vinili: el lu beatu corradu: videndu zo, dissi. I)e,u aiueriti la vostra anima di tali cantati, ki non fa bisogna pir ogi; et lu bonu liomu li dissi patri in online moda vuliti vinili: Et lu bea tu corradu videudu la bona vulun- tali, li dissi, li pixi ki bay accactatu, si li manjau la gacta: et lu bonu amicu li dissi, ki non pnlia essiri. Et dissi lu bealu corradu va si tu trovi veni, ki li voghi consulari di manjari cuin ticu: et partulu lu bonu amicu quando fu a la casa truvau la mugleri seni nidiata, el dissili pii ki havia nialanconia, el illa dissi ki la gacta manjau li pixi; l.u bonu liomu subitu cricli li paioli di lu bealu corradu, et cussi ricuncta a la mugleri ki cussi li avia dictu lu bealu corradu. Et certi juveni volciru gabari lu beatu corradu comu purremu gabari a frali corradu: dissi unii ki era pini sperili, invilamulu a manjari carni lu venniri, foru concordali ca lu dictu era niultu bonu, cussi paria a Ioni: Et ijuisti juveni happiru unu purcbellu; el misirilu a lu focu, quanJu lu happiru coclu andarti a lu bealu corradu, et dissiru o patri, volili vinili bogi a consolacioni ca esli lu vernieri, a consolacioni pir lu amuri di deu a manjari cum imi, et illu dissi ki avirrimu di manjari et illi dissiru." avi- inu unu pixi a lu fuma, el illu dissi volinteri: Et pattuii andarli, quandu foru a la casa trovarli consali oraui cosa, et fu li dala acqua a li inanu. Et l'aita la benedicioni as- siclausi a manjari lu b.eatu corradu: et quisli juvini ma- 369 licitisi ixeru In purchella ben coctu, rmripendu donatami a In beatu eofradu. El lu beatu securamenti mainava: Et quandu li vinia qiiillu ossichellu In beatti In miclia da parli, arrreolsi cerli ossa: Et manjatu ki happiru, dtinaru l'acqua a li manu, et dissimi coniti patii et dichili ki siti servu di deu el manjati (ami In vernini, et lu beatu Corradi! li dissi, éssendu ancora a la inenza assil lali! o frali et lì.uloli mej havilimi viri invitata a manjari pixi, et illi dissiru inay si, et li garzimi li dissiro, patri nui ti havimti ga batti, et lu beala còrrada prindi li Ossa,li quali havià nascasi el dissi ora guardali frali conni eu manjai pixi,ca eu nnn manjai carni, el amuslrau li spini, et li scaldi, et lu iskinu, et cudi, el allei peczi di pixi, el dissi viditi frati, conni eu maniai pixi: cussi illi alluminienti parimi adimandaru perdonanza a lu beatu corradu, el lu beatu li dissi, guardati, may altra Hata qoistti non razzali plui di gabari a li servi di deu: El partulu lu beatu coriadtt sindi andati. Unii bonu Iiomii lavinaluri vitranu era mullu devotu a lu bealo corradu; et andati lu bealu corradu a vidiri quistu sou amica, quandu fu junclu undi lu vitranu, lu vitranu, vidi lu beala corradu, appi mullu grandi consola- cioni, jungendu In bealu corradu a lu vitranu dissi, la pachi ili.leso Xpu li dia frali: el lu bonu bomu appi multa cónsolacioni; et dissi ben sigi lu vinutu patri, et lu beatu corradu cbi prisi la manu et apprisila,et poy chi la baxau dintru, el dissi Benedicli senu quisli manu, ki fanu tanlu beni, ca canipanu tanti crealuri: Et lu bonu noma dissi. Cumpari imbizami alcuna oracioni: et lu bealu corradu dissi: di cussi. In cori di bomu intray, a la Virgini maria salulay, In meu pciu lu cantai a iacunu, el a presti, et a jesu xpu ki sa quandu fu, el esti el quisla oracioni tu dinai pir la tua devocioni: et cussi fu cunsulu pir quillu jornu: slaudu a li paioli di lu Signuri. / * 370 Unu jornu Iti beatu corradu, comu stava a li piczuni lu dimoniu scommisi certi homini juveni, et misili in cori di datili bastunati a frati corrati, et kisli juveni si consi- glaru, et dissiru l'unu a l'autru, ki volititeli lu volianu fari, et parluti quisli juveni, andaru a li piczi, quandu forti illà appressu illi vidiru a lu beatu corradu, et dissi- rucbi o vechu vecbu, et appropiquandu a lu locu, andavanu irati, et prisiru a lu beatu corradu, et dediruchi multi bastunati, et forti colpi, et poikì l'appiru beni baclutu, lu lassaru: Et lu beatu corradu misi li ginocbi in terra, et dissi, ò patri meu perduna a quisli, ki mi banu faclu mali: Et poy facta Poracioni, li vìnni pani celestiali, et vi- dendu lu beatu corradu ki li juveni ancora non sindi eranu andati, ma stavanu da longa manu, et guardannu zoki facbìa lu beatu corradu, li ebama, et dichi viniti iza frati mei, non ajali dubita. Li juveni dissiru lu vecbu ancora voli bastunati, andamu, et dunamuebindi plui, et li juvini andaru ad illu: Et quandu lu beatu li vieti cussi vinili, chi mustrau lu pani,et illi videndu lu pani, si linniru multu beni, et vidi lu beatu quanti homini eranu, tanti guastelli caldi chi dunau: Et li juvini videndu lu pani si lu piglaru, ki era caldu comu a killa hura l'avissiru isfurnatu, ma- niandu li juvini si appiru adiminticatu lu factu et poyki appiru manjatu sindi andaru multu tostu, pinsandu ki nullu l'avissi vidutu, et standu unu pocu di jorna a la terra di notbu fu saputu ki lu beatu corradu era slalu baslunialu, et essendu suputu cui fori quilli, mantinenti foru prisi, et minati in prixuni: Et la justicia mandau pir lu beatu corradu, et quandu fu vinutu frati corradu, la justicia volzi sapiri la ventati, si illu era statu bactutu, et si eranu stali quilli homini ki li avenu prixuni. Et illu dissi veni: Et essendu minati li malfacturi dissi la justicia di ventali si su quisti quilli et illu dissi ki non mi parenu illi: et dissi ventati lu beatu corradu, ki quandu HA 37 i mi bactcru eranti armati, el irati, el ora eranu nctaccali, et trema va nu di pagura, perzò eranu pir un altro modo. Videndu la justicia, ki frali curradn non volta manifestali, la justicia li consnu malamenti, pir modu ki appiru multi guay, fina ki poy foni morti. Una fiata lu beata corradu andandu in siragusa pir vo- lirsi confessori a lu episcopi), quandu illu fu a In palazn di In èpiscopu, ipso volci andari a parlari a lu episcopo, et li agenti ki eranu intra lu palazu victiru multi al-belli sopra ili li inora et di sopra ondi era lu ben tu corra.lu: lotti eranu maraviglati ili quilli alche-Ili ki cussi snave- menti cantavano di dolchi canti. Ora quandu lu beatu boniii appi lichiputa zoki volsi di lu episcopo, prisi la li- cencia, et parliosi, et v'unii a lo sò locu ondi solia stari. Ora uno jornu stando lu beatu corradu si appoyan ad unti muro, nudi chi avia un munì di mandia illocn,eulsirn multi alche-Ili ki cantando dulcbi canti, et suavi, et poy sindi montavanu sopra la testa, et li spalli, et a li manu cantando dulchimenti, et unu juveni passandu di illà, vidi quislu facto, et multi sindi maraviglaru, et non dissi nen- li, ma xisi, et salulao lu beatu corradu, et illu li rispasi lo sigi lu ben vinutu et standu unu pezu parlandu, el da l'oy si partiu hi bealu corradu, el quillu bomu sindi andao: et poy pensa suina quista cosa, ki bavia vidutu, et racun- lavulu ad alcuni certi persuni, et assay persuni appiru devocioni a lu beatu corradu. Et lu beuta corradu bavia a nol.hu unu sou devota guiti, ki tinia et stava a sanclu petru lu novu, et quislu guiti multi fiuti li dava la confessioni et comunioni, et quandu lu bealu vinia a richipiri quisti cosi, vinia a tempu di noeti, pirkì li agenti lu amavanu et la divocioni era grandi, pir vuliri dari a tutti intendimentu avirrianu disturbala la sou bonu facto. Itera la beata correda unu jornu bavia laglatu una gran- 372 di potrà a la sua chella di la rocca la quali petra non la jiiilia toltali pir modii nullu. Et ilIu pinsau di andari a chainari a tutti juvini, ki eranu ilK'i appressa, et partendosi lu bealu homu andava pir travati li juvini, et dissi la pachi di jesu xpu sia cmn vui frati, et illi rispusira,et dissiru ben sigi vinata patri cor rad u, conni andati cussi faligalu, rispusi In beatii homo, et dissi frali si a vui pla- chissi volili vinili ad ajularimi unu ro:u, ki eu liaiu ta- glatu una grandi petra di la rocca, eu subì non la pozu volgili. Et rispusiru li juvini, patri di bona voluntati nui virremu, et partali lucti andaru a la grada undi era qui* sta petra laglata, et qoaodu li juvini vietiiu «jti11 io petra inullu si maraviglaru, et dissiru, patri ki grandi petra e quista, et cui la voli voltali, ca pir nui non la putimu ixiri foia di la grucla, altra cosa chi voli ki nui, ki esti cussi grandi ki non la purremu movili pir nullu lempu, ancora ki cbi fussiru di multi bomini non la purremu su- lameuli movili unu pocu. Et lu bealu coiradu li dissi, fi- gloli méy non ajati dubitu, ca si deu voli la vultiremu tostu, vinili vinili a quista banda, et aflirraru cum lu bealu corradn, et illu fichi lu signu di la erudii, et poy dissiru in lu nomu di deu lotti alzando susu, et livaru la petra ligerimenli senza faliga, el cacbarula fora di la grucla, et quandu li juvini vicluru quislu miraculu, molto foni mara- viglati, et poy dissi lu bealu cor rad u ò frali aspictati unu pocu dinanti la grucla, et lu bealu corradu inlrau intra la grucla, el porlau quanti bomini eranu tanti guastelli caldi, et dissi maniali flgloli et amichi mei. Et li juvini videndu quistu appiru grandi devocioni in lui. Et maniatu ki ap- piru li juvini si parlerò, el andarusindi a lu Ioni lavina. Udo juvini vinni a lu bealu homu et dissi o patri cu voglu servili a deu, el lu bealu corradu li dissi lu sigi lu ben vinulo figlu: et poy lu bealu corradu li dissi voy lu servici a deu, et lu juvini dissi volinleri patri;vi ca si 373 tu voy servili à Deu haviray pluy grandi fatiga, ki non havisli a lu mundu pir dui tanti, et lu juvini dissi, ki non curava di fatiga india: dissi lu beata Corradi», vidi tu (Vali a lu mundu affannavi à tou plachili, et a lu ufficia di dcu si arianna pir forza cara grandi pena di noeti, et di jornu, sustinendu cum pachi, et si lu quistu non ha vissi non purray may a dea servili. Cu juvini pronlu dissi, ki vulia fari fotti quilli facti, et pluy: et lu beala cornuta piuvau quillu juvini si sirrà forti a lu servicru ili deu, et viiliu, ki volinleri lu farina. Et lu beatu Corrado lu vistili frali, et amagisfraulu multi] ordinalamenti a tulli li lavuri corporali ci spirituali, et quanlu hi garzimi pulia suffriri. Essendu crexiutu hi garzarli in boni Vìntiti unii jornu ha pili assai lemptacioni ca non putia slari, et havcndii statu quistu juvini pir anni dui cum lu beala corroda, et may non havia quinta temptacioni pirki In juvini hi havia factu frali, el non lu volai may palisari, pciò uno jornu dissi ò palli oc minili voghi andari, et voghimi spuglari, el pigiali mtlgleri, ca non voghi essiri pini monaca. KI hi beatu corradu li dissi pirki voy lu fari quislu mali, figlu non hi fari. ììispusi hi juvini et dissi cu in orane raodu mimli voghi andari, el hi beatu homu dissi non fari cussi figlu ca punissi ha viri pini mali, ki beni, sia a la tua pachi, el non li parliti, et hi juvini rispasi. Et dissi in luclu cu mindi voghi andari, et lu bealu corradu li dissi sta lina a hi inalimi, et poy lindi anilirai, lu juvini siedi, et lu bealu corradu la nodi fichi oracioni pir quistu juvini piangendo foilimolili, prigandu a deu pir quislu juvini, et vinata la matina rispusi lu juvini: et dissi, ò patri eu voghi andari, dissi lu beatu homu non lindi andari, ma sia figlu non vuliri piai assinliri a la temptacioni. Lu juvini fermu non vulia pir nullu modu stari, pirki lu de- moniu li era intralu a la menti cussi forti ki non sindi adunava pir nulla modu. Et videndu lu bealu corradu, ki 374 quistu vulia partili, dissi flglu Amii unu pocu ki mali Iia- \ inai in quistu mundu di guay. La prima mali ki tu havirrai in quistu manda di guay ki tu una malina ti vnrray calzari li stivali, et atlroveraychi unu scnr- suni d intra, et patiraindi grandi pagina: la secundu la havirray a fari una briga, et liavirray periculu di morti: hi teizu tu andiray in damimi, et purtirray una lanza a li manu, et tu cadiray, et la lanza si vullirà, et hi ferrtt ti darrà a hi peclu ki tu aviray grandi periculu di morti: Però flglu li cunsiglu non partiri pir lu amuri di deu. El lu juvini non volzi pini attendiri, prisi licencia, et an- dausindi: Et lu beata correda rimasi plangendu multu forii, et lamentandusi, et lu juvini si spuglau et prisi muglili, et tulli li cosi ki chi dissi lu beata corradu chi in* carsi ru, et la fini di quistu fluid miseramente Unu tempu essendu multa fami, ki li agenti mariana di fami, et li homini, et li donni, et li pichulilli: et multi pichu- lilli andavanu a lu bealu corradu, et dichenu ò patri dunani unu poni di pani, et hi beata corradu dichia si fighi, si a dea plachi, et dichia slati icza. Et lu beata corradu si miclia in oracioni, subita li vinia pani celestiali, a chaski- danu ili quilli pichulilli li dava una guaslclla, et a multi homini grandi, et cussi fu sinlutu, ki multi chi indive- nenu pichuli, et grandi, et altri persuni, et illu a tulli fachia la cardati di jesu xpu cum amuri. Ricunla frati mikeli lumbardu, ki standu cum lu bealu -corradu illu kindi ricunla la sua vita,et didii ki illu stecli unii cerlu tempu cum lu bealu homu, undi illu manjava et bivia, et sempri manjavanu insembuli, multu caritativa- menli, et dichi ki lu beatu corradu manjava lu pani, et bivia aqua oy lu vinu a misura ordinatamene, et sempri fachia lu sirviciu corporali a tempu, et cussi lu spirituali: et quandu erano li qualragisimi, et illu non chi manjava pani pir devocioni di jesu xpu, ma manjava ligumi zoi 375 favi, et chichiri, el linliclii et altri legumi, et ancora non chi bivia vinu, et andava scalzu cuin la tonica in carni, et omne cosa faci)ia cura misura ordinatamene li quali, brevi, lassù, ki fora longa a conlari li soy facli, et modi, el miraculi. Ma multi cosi lìclii lu bealu cori adii, ki iza non sunna scripti, ma quistu pocu di scriplura fu scripla pir devocioni, oy memoria di lu bealu corradu, undi illu era sollicitn inultu a la oracioni spirituali. Ora essendu vinutu lu tempii ki lu beatu homu vulia rendili lu spirilo a deu, illu hi rivilau ad unu sou devolu: et essendu unii jornu, li vinni quistu sou devolu, et dissi fighi quandu fanu tempesti sta ben cura deu, et dissi li^lu eu ti voghi revelari la mia morti, et voghi, ki tu sigi secretu, e non la rivelali a nullu lina a poy di la mia morti, et voghi ki tu sigi secretu. Quandu eu trapassilo di quista vita, tu danai lu meu corpu a la sepoltura, ki nullu non lu pulirla toccari, si non lu figlu meu: FA audendu quisli paioli lu amicu prisi a piangiti, et dissi: ò patri, el conni mi lassi sconsulalu, dissi lu beatu homu: frati agi tu pachi, ki quistu non pò romanici, et farray zoki cu li haju diciu: Et quandu eu trapassirò nolhu et avula andirà arrimuri ki virrannu quilli di nolhu et quilli di avula pir lu meu corpu, et vurrannu pigiali, et niellili a la sepullura, et non lu pulrannu prindiri nixunu di loru, exceptu lu figlu, et a ctia lu ricumandu; et quandu lu bonu amicu audio quistu, multu haviva displachiri cum duluri. Et vinutu lu tempii, et lu jornu ki lu beatu corradu divia trapassari, et illu andau a la sua chella, et misisi comu sulia stari in oracioni, et incomenza affari oracioni a-deu umilim&nti in ginuchuni, et alzau lu capu a deu, el dissi: Omnipo- tenli deu arricomanduli l'anima mea et di omni creatura: et liberami Signuri da li manu di lu dimoniu, ki eu non vaja a vidiri li nimichi, li quali si tormenlanu a lu infer- nu, ò Signuri stendi la tua manu, et dammi ojutu: Et 376 supra di illu fu grandi lucili: lu beatu homu rindiu lu spinili a deu. Ora quandu illu fu trapassala, li campani di nol.hu et di avula tucti accuminsaru assonari fortimenli, ki pir tali inoilu sunavanu li campani, ki li cordi andavanu supra li mioli einon li putenti piglari, et li popoli andavanu ar- rimuri di quistu miraculn, quisli liomini di nollm dissiru, homu sanlu esti trapassatili et tulli andavanu a li chelli, lu bonu homu fiali, lu quali havia nomu frali guglelmu, et (lissiruli, nui cridemu ki tu fussi trapassatu: non su eu, nlini esii: quandu auderu quisli parali illi sindi andarli a li pi/.i, et cursiruchi malti agenti armali cu in balestri: et rum lanzi, et quandu junsiru a la grucla trovarli lu bealu corradu trapassatu in ginuchuni: el quandu sunavanu li campani di aula li agenti di aula happiru nova di quillu beatu corradu ki era trapassata. E par ter usi a vinili pir piglarulu ananti ili quilli ili nolhu. Et parterusi una grandi Imha ili agenti, el quisli di nothu aveanu facili una caxa di tignami et vuleiralu piglari hi bealu corpu pir miclirulu a la caxa: el conni lu volciru loccari, el lu corpu slrimia oy trimava murmurandu, el nullu non lu podi loccari: el stando cussi, eccu quillu sou amicu lu quali chi avia raccuman- dalu lu corpu: Et quistu bonu homu accuslau, el prisi lu cor[iu di lu bealu corradu humilimenli, el misulu a lu monimenlu oy a la caxa: et lu corpu quandu fu intra la caxa, fu tantu longu, ki non chi pulia stari, et li vani lu corpu dintra quilla caxa, et fichirundi fari una altra plui longa, et misiruchilu dintru: et si allungau a lu primu, a lu secundu allungau tanlu, ki non chi pulia stari, et vi- dendu quistu non era modu nixunu: et la pagura era grandi di quilli di avula non venissi™ allivarilu: et unu di quilli prisi lu capu di lu bealu corradu et torsirulu in ver hi peclu, el factu quistu, eccu la turba di l'agenti di avula ludi armati di multi balestri, el lanci, et dardi, et pavisi, 377 et spali, et cultelli, el quandu quista turba di notliu vidi la turba di aula prisiru lu corpu inanimenti, et ixeru fora di la cliella, el viiiiauu la via via la ripa di la cava: el quandu quisti di avida vicliru la turba di nolhu cum lu corpu, si inisirulu a lu passu di la bucca di la cava pilli valichi lu corpu, et pararusi li balestri et cum li lanzi in manu, et li dardi, et spali, et pavisi apparichati pir firiri, el quandu quisli di nolhu vicliru quisti di avula cussi apparichati, misiru lu corpu in raenzu di Ioni, et pararusi li balestri, el misurasi li lanzi in manu, et li pavisi, et li spati, et vinenu contra di quilli di aula, et quandu foni appressu l'unu di l'autru contraslandusi vulianu lu corpu pir forza, el accostandu appressu l'una turba et l'autra alcza- ru tulli li balestri, et lanzi, et dardi, el pavisi, ci spararu lutti li balestri, et li lanzi, et dardi, et pavisi et altri armi et miscati li lurbi l'una cum l'altra pir unu pezu, et fu mi- raculu di deu, ki nullu non happi mali, el li loru saggini si truvaru alli loru (arcasi, et travarasi tucli spal luti senza nullu mali, et tucli si truvaru li loru lanzi in manu senza nullu periculu. El quista turba di notlm si truvau lu bealu corpu corradu in menzu di loru comu avenu da primu, et cussi vinendu inversu la terra cantandu, et laudandu deu cum grandi gauyu et quandu loru purlavanu paria cussi ligeru ki parenu non purlari nenti. Quandu fora a la pigiata di lu cruchifìssu, li chitatini volenu ki stassi a sancta maria: comu volciru fari via, lu corpu fu cussi pistu, ki non lu poctiru movrri pir nulla via. Et dissiru andamu a la mairi ecclesia.-et quandu fu dieta quista palora, lu corpu fu cussi ligeru, comu era di primu. Et andaru a la matri ecclesia: quandu itli fora intrati li miraculi eu non li purria cunctari quantu illu indi fichi senza cunctu d'homu umanu, ki illu sanava chiunki, zoppi, et orbi, et muli, et diversi infirmati, li quali, eu brevi, spa- chu. El poy prisiru lu beatu corpu, et ordinatamenti lu 378 misiru in sou locu, lu quali é l)encdictu in stecula sai culorum amen. — Deo gracias. Anno Domini Incarnacionis Millo C. C. C. L.' quo reces sii ab liac vita. AL LETTORE Invece dello Studio comparativo fra l'italiano e il noticiano, avrei fatto opera più profìcua, se avessi esposto i mutamenti fonetici che sofferse il latino in bocca di questo popolo. Ma io non mi proposi di fare una grammatica storica del Noticiano, come quei sommi seguaci del Dicz, l'Ascoli ed il Flechia, han fatto pei dialetti dell'alta Italia. Mio scopo precipuo essendo di rendere intelligibili i Canti che pubblico, mi sono limitato ad accennare i rapporti che passano fra i suoni del noticiano e del toscano, a fine di evitare frequenti annotazioni in pie di pagina. Rafforzato da discipline più sede, conto di tornare sull'argomento, e di trattarlo nel modo più confacente allo studio delle lingue romaniche. Io sarò pago, so la poca conoscenza del mio idioma natio mi potrà mettere in grado di apprestare qualche materiale ai dotti linguisti del mio paese;. Non avrei dovuto avventurare etimologie, digiuno come sono d'un metodo purchessia, e ignaro flnanco del linguaggio della scienza glottologica. Ho creduto di offrire in tal modo una definizione più precisa a chi non conosce, d'appresso il dialetto; dappoiché son molte le voci in cui la metafora ha cancellalo la primitiva significazione, e ne ha sostituita un'al- 389 tra la quale ronde spesso disperata ogni infingine. Avrei dovuto dare minore importanza a ccr- te voci che sono idiotismi più che reali differenze fonetiche. Io l'ho fatto solo con la intenzione di mostrare le tendenze della fonica rroticiana, e non per farne argomento di differenze dialettologiche fra il nòticiano e il siciliano. Quella differenza che esiste, attinge ragioni più serie in molte vocio in alcuni suoni, speciali affatto al nòticiano. Di codeste voci potrà darsi che se ne trovino in altri paesi di Sicilia. Chi conosce le difìì- coltà che s'incontrano In tali ricerche, saprà compatire simili errori. Anziché dolermi d'informazioni infedeli, ne accuso addirittura la mia negligenza. Esse non si trovano notate nel copioso Lessico siciliano dell'egr. Traina; e, se mai, potran servire al compilatore in un'altra edizione. Per tutto ciò che avrei dovuto e voluto fare, il benevolo lettore voglia perdonare e compatire: un pò me ne son mancate le forze e un pò il tempo. Io resterei obbligatissimo a quei dotti i «piali volessero sovvenirmi di loro consigli; acciocché, in una ristampa della prima parte, potessi avvantaggiarmi dei loro suggerimenti, ed evitare le imperfezioni c i difetti della presente edizione- FINE. INDICE Parte I. Studio comparativo del sotto-dialetto di Noto colla lingua italiana......pag. 3. Vocaboli del sotto-dialetto di Noto, i quali mancano al Siciliano, o che dovrebbero esser registrati nel Lessico del Traina » 33. Nola allo studio comparativo del sottodialetto noticiano........» 63. Tavola comparativa di alcuni suoni nei vari sotto-dialetti del siciliano . . » 102. Saggio d' una tavola comparativa del sotto- dialetto di Noto......» 104. Parte II. Canto dei contadini di Noto. Prefazione. Canti di amore, lodi, dichiarazioni, desideri, saluti, promesse, serenate. » 121. » di gelosia, sconforto .... » 227. » di spartenza, lontananza, abbandono, addio, sventura . . » 242. » di sdegno, corruccio, rimbrotti, ingiurie......... » 256. » di vario argomento, prigioni e mafia..........» 285. Ninne-nanne..........» 313. Saggio d'una traduzione letterale di alcuni canti.......... » 318. Note ai canti (Costumi e pregiudizi) . » 329. Parte III. Un codice noticiano volgare del sec. xiv. Lettera al sig. Pituè....... * 349. Vita del B. Corrado........» 355. Al lettore............» 379-