fi ^ 3 Oi) Revisisn i GANTI POPOLARI IN DIALETTO SASSARESE CON OSSERVAZIONI SULLA PRONUNZIA DI S. A. il Principe Luigi Luciano Bonaparte Cagliari Tip. A. Alagna 1873 PREFAZIONE Nessuno, che io sappia, ha rivolto finora il pensiero a pubblicare qualche canto popolare nella lingua che si parla in Sassari, Capitale del Logudoro, città ricca, a- mena, cibile e culla di uomini celebri, e d'ingegni che si distinsero, e si distinguono, in ogni genere di *st!tenté, lettere ed arti. Il suo popolo dotato di speciale tipo è festivo e gaio, poetico ed arguto, eppure nessuno si ha preso la pena di raccogliere le sue poesie che segnano il genio, la coltura ed il brio degli stessi abitanti. Anzi posso dire, che salvo il Ca- k techismo, scritto pure con trascurata ortoepia, non esisteva alcun libro in dialetto Sassarese, fino a che S. A. il Principe Luigi Luciano Bonaparte non se ne innamorò per arricchire la sua collezione delle traduzioni del Vangelo di S. Matteo, e di altre piccole storie della Bibbia in questo dialetto che classificava mollo interessante. Avendo io raccolto, da quando /'ioviuetlo faceva il corso dei miei ■ij studj in quella città, alcuni di questi componimenti, mi è venuto il pensiero di pubblicarli, confidando di accrescere la Letteratura patria di un dialetto che meritava prima d'oggi d'esser conosciuto e studialo dai Filologi. G. SPANO 5 BREVI CENNI SUL DIALETTO SASSARESE L'origine di Sassari, e quindi della lingua che i primi immigratori vi avranno' importata, risale ai tempi preistorici. I Geografi, tra i quali stradone, segnano elle in quella zona avessero preso stanza i Tarates, o Tarati Papuli, da cui Talari, e Tataris in Logudorese, e Sassari in dialetto patrio. S'ignora poi da dove siano pervenuti questi antichi colonizzatori, e qu-al lingua abbiano parlato, probabilmente la fenicia, come indica la voee (Ij. Nei secoli della Signoria Punica e Romana gii abitanti avranno seguitalo in l'atto di lingua la sorte delle altre terre conquistale. Sfascialo l'impero Romano, ed espulsi i Barbari, la Sardegna, isolala com'era, scn- (1). V. Vo"ab. Geografico, Patron. Etiraoll Sardo. Cagl. 1802. Voc, Tarates-, 6 za commercio e senza relazioni, conservò la lingua popolare del Lazio, e tale pervenne sino a noi. Famiglie e Colonie so- praggiunle nei secoli medioevali che vi ebbero stanze e possessi, vi lasciarono la lingua die portarono dal centro di loro partenza, cioù dall'Italia, dalla Corsica, e l'orse anche dalla Sicilia. Ecco l'origine del dialetto di Sassari e della Gallura, che può dirsi Italiano, e per meglio dire, é intermedio tra quelli della famiglia Toscana e gli altri Sardi. Non abbiamo però un documento scritto per isla- bilire precisamente il secolo di sua origine, mentre presso loro la lingua cancelleresca e degli aiti pubblici seguitò ad esser la Logudorese corno consta dagli alti e donazioni dei Giudici di Torres e di Gallura, e dagli Statuti della Repubblica di Sassari nello scorcio del secolo XIII. Io ritengo che, prima di essersi aggruppate le famiglie originarie dei lidi Toscani, Corsi, e Genovesi, in Sassari vi era già da lempo antico costituito un nucleo di famiglie indigene che parlavano il pretto Logudorese, come nelle prossime ville attuali 1 di Tissi, Ossi , Osilo , e nelle dislrutie Sirkis, TanUja, Nascar ecc., ed ecco perchè la primitiva lingua rimase negli atti pubblici: ma di molto cresciute le famiglie sopraggiunte, spari la prima e si genera, lizzò la seconda, come accade in ogni invasione di popoli sopra terre straniere (I). Di modo che nella metà del secolo XV ché i Turresi si ritirarono in Sassari, trasportandovi la Sede l'arciv. Pietro Spano, la lingua sassarese era la dominante popolarti; sebbene la Logudorcse l'osse capita ed intesa dal popolo, come si rileva dal poema dell'Arci^. Antonio Gano sul trionfo dei Martiri Turritani. Lo stesso può dirsi del dialetto di Gallura o Teinpiese, che ha la slessa Origine, analogia, e fratellanza, di modo che, salve le aspirazioni e gli accenti, ambi i dialetti possono dirsi una stessa lingua. Ma al principe Luciano parve cl:e il Sassarese meritasse più attenzione e studio, perciò fece tradurre il Vangelo di S. Matteo ed altri fi). Per questa ragione i Sassaresi appellano Sardi gli abitanti dei circostanti villaggi, e sarda la lingua che parlano. Lo slesso accade in Tempio e nei villaggi della Gallura. piccoli libri per confronto, sui quali diede un trattato fonetico con dotte e filosofiche osservazioni sulla pronunzia, che prepose alla traduzione del Vangelo, e che riporto qui affinchè sia conosciuto da tutti. II dialetto Sassarese si distingue tra tutti gli altri per la delicatezza degli accenti tonici nelle vocali e ed o, di modo che se uno non è nativo della città non arriva mai a parlarlo con quella accentuazione che naturalmente si sente nella bocca di un cittadino. I suoni gutturali, labiali, dentali, e palatini che derivano dall'accoppiamento delle consonanti, sono accidenti fonetici, i quali se a prima vista sembrano di render il parlare goffo e rozzo, al Nestore dei Filologi, il Principe Luciano Bonaparle, ha dato campo di far sludi comparativi con altre lingue di Europa, come si vedono nelle sue sovrastate Osservazioni (1). {ì). lo aveva preso un certo diletto alla lingua Sassarese (in a nal 1812, in età di 9 anni. Non vedeva l'ora di andare alla scuola, presi i! mio Donato, ch'era tutto il patrimonio letterario di quel tempo, e dimandai ad uno studente vicino di casa di andar insieme. Egli mi rispose 9 Per ('stabilire il principio ortografico di questo dialetto., nel quale egli scopriva un elemento celtico, abbiamo sostenuto il carteggio quasi di due anni, volendo io sostenere il principio o sistema etimologico, mentre egli sosteneva il fonetico. « Ammettiamo, mi scriveva con lettera 9 Dicem- « bre 1861, ammettiamo pure pel Lógu- « dorese il principio etimologico, perché « l'ortografia di questo dialetto è slabile, « e soprattutto perché il Logudorcse è per « cosi dire una lingua, e non un dialetto « Italiano; ma circa i due dialetti Tempiese « e Sassarese, è neccessario che il lingui- « sta possa conoscere la differenza, non so- « lo clic passa fra di loro, ma si anclie « quelli die potrebbe aver o non aver luogo « con alcune varietà toscane, come il Li- « vornese. ecc.» E concbiudeva c/ie lo sco- « po di questi suoi lavori era di « trattare « la scienza della lingua piuttosto come ( perchè era troppo per tempo ) con questa tronca parola, Abalabà! lo subilo ritornai dal mio padron di casa, e gli dimandai cosa volesse diro Abalabà! e me la spiegò. Chi mai avrebbe creduto ( che questa voce, dopo 40 anni sarebbe slata la prima che doveva registrare nel Vocabolario Sardo! 10 « scienza naturale, qual parte dell'antro- « pologia, scienza di fatto.» « Il Tempiese ed il Sassarese, mi scri- « veva con lettera del 21 Dicembre 1865, « benché dialetti distinti e non già sem- « plici varietà di un medesimo dialetto, « differiscono fra loro solamente conio dia- « letti spellanti al medesimo gruppo , e non « come il Cagliaritano ed il Logudoreso « che formano non solo due gruppi, ma « due rami distintissimi della famiglia pro- « priamente delta sarda.» « Dei dialetti sardi, conchihdevà, poco « o nulla si conosce in Inghilterra, ma « quando cominciano i filologi, particòfar- « mente gl'Inglesi, a studiarli ne divengono " ammi-'atori appassionatissimi, come pre- « usamente è accaduto a me.» Fin dal 1862 ch'egli si disponevi» di venir in Sardegna per istudiare gli accenti del sardo dialetto, specialmente del Sassarese (1), mi sollecitava sempre di poi tanni (1). Di latto una volta era risoluto di fare questo viaggio, scrivendomi da 6'enova h A ■ prile 1862 Oggi' stesso mi proponeva, partendo il Vapore, venirle a fare un improvvisala a Cagliali, ma con mio rincrescimento debbo rimetter li in Londra per poter internarsi sulla filosofia della linguu sarda. «Venga Ella, mi « diceva con lettera del 5 Gennaio dello « slesso anno, a far un giro in queste « paili, ed avremo luogo di parlare della « bellissima lingua sarda, che vorrei co- « noscere praticamente. Se un modesto al- « loggio da scienziato (perché altro non ne « posseggo in Londra) potesse pur esserle « di troppo sacrificio, io gliel'ofl'ra di tutto « cuore, non da Principe, ma ecc. E finalmente dopo che aveva ultimato tutti i suoi lavori dei dialetti, così mi scriveva con lettera del 6 Gennaio 1867. « Ec- « cole finalmente gli esemplari del Yan- « gelo Sassarese preceduto da un Iratia- « lello di ortoepia comparativa di queslo « dialetto con quello delle lingue celtiche. " trattatilo che mi ha dato da tare, lo « credo di aver toccato tutti i punti che « ragguardano i suoni particolari di questo « dialetto, ed ho avuto per guida costali- « te non solo la nostra corrispondenza in « su queslo argomento ma sì anche la viva questa gita allarmo prossimi), essendo richiamato in Parigi subitamente. m « voce del Doti. Cauglia, e di altri Sardi' « die mi è pur riuscito di trovare in In- « ghillerra (1). Spero che il tulio sia per « incontrare la di Lei approvazione. In « quanto alla versione del Vangelo a me « pare che sia questa una delle migliori « per la linguistica.» Tutto questo riguardo alla lingua, quanto poi riflette i componimenti poetici del dialetto Sassarese posso dire che meritano di esser tutti raccolti e pubblicati. Molti [di questi furono da me trascritti quando faceva il corso degli studi nella città di Sassari. Notava i rispetti, gli stornelli, le canzoni c le ballale del popolo, perchè scorgeva in essi una naturalezza di verso, lift* spiritosità di concetti, ed una vivezza d'immagini, al par della poesia Gallurese, e più un certo spirito grazioso e satirico, proprio del popolo Sassarese. Essi componimenti sono esposti in diversi metri, ai quali si presta il dialetto, come sono quelli del Logtidoro, dei quali (1). Il Dott. P. Canglia, si trovava in Londra come deputalo per assistere all'Esposizione universale di Londra. 13 •diffusamente ho parlato nella II Parte dell'Ortografia Sarda (1). Sassari ebbe valentissimi poeti vernacoli, principiando dal- I'Araolla, dal di Branca, e così varii altri. La mente dei Sassaresi è fervida, pronta, vivace, come si appalesa nei loro discorsi, e specialmente presso il basso popolo, nella classe degli artisti ed operai, e di quella delta dei zappatori, che quando si uniscono in crocchio, si distinguono con un parlare sentenzioso e frizzante, misto di satire, d'indipendenza e di sdegno. Sono allo stesso tempo religiosi, parchi ed industriosi, ■ma non soffrono nè scherni, nè dileggi (1). (1). V. Ortografia Sarda, ossia Grammatica della lingua Logudorese paragonata all'italiana. Cagliari 1811 (1). Ricordo ch'essendo studente di Grammatica, trovandomi nello stradone dielro l'Università, pronunziai, senza capire d significalo, la voce Cumwmt (essi erano cosi appellati per ischernoj, passavano per disgrazia due di questi Zappatori elio ritornavano dal lavoro. VJi si avventarono, ma fortunatamente, dandomi ;i leste gambe, non mi raggiunsero lo non capii mai quella parola se non quando studiava la lingue Orientali che chamor vuol dire asino. Nel mio tempo questi lavoranti di campagna erano scmpie avversi agli studenti, canzonandosi a vicenda. li. Queste poesie le canlniio in coro, ed n suono di chitarra nelle notti serene, e nei lavori di campagna. Anche le donne accompagnano i loro lavori domestici con questi canti che hanno appreso dalle loro madri, o che sentono cantare nelle ore notturne da cori di giovani chh percorrono le strade della città per divertimento, o per rallegrare le loro fidanzate. La maggior parie di queste canzoni sono antiche e di autori inceili. Sassari vanta pure le sue Poetesse. 1 V.V.'JWJW 15 OSSERVAZIONI SULLA PRONUNZIA DEL DIALETTO SASSARESE (*) AVENDO dato un'attenzione protratta alla pronunzia bizzarra di questo importante dialetto, ci facchini forti di asserire clic il medesimo consta almeno di trentasette suoni semplici rappresentati nell'ortografia seguita in questa versione da trentacinque segni grafici, sieno questi semplici, come il c, il d etc, oppur composti e veri digrammi, quali sarebbero il eh, il gli, il gn etc. Ed incominciando a ragionar dei segni, diremo die questi disgraziatamente non sono punto in armonia nè col numero de' suoni, uè tampoco, alcune volte, con la loro natura. Cosi, a modo di esempio, il (') V. Il Vangelo di S. Malteo volgarizzato in dialetto Sardo Sassarese del can. G Spano, accompagnato da osservazioni sulla pronunzia di questo dialetto, e su varii punti di rassomiglianza che il medesimo presenta con le lingue dette celtiche, sia nei cambiamenti iniziali, sia nel suono della lettera L, del Principe Luigi Luciano Bonnparle. Londra 1866, in IO 16 dd pare poco addatto a darci una chiara idea, sia del d palatino sconosciuto alla lingua illustre, sia del d forte dello impropriamente doppio, che impropriamente pur doppj vengon detti gli altri digrammi della lingua italiana bb, ff, II etc. Che nulla di doppio odano le nostre o- recchie allorché tali lettere chiamale doppie vengon profferite correttamente, cel disse ha quasi tre secoli l'acutissimo Lionardo Salviali'j» e non solo cel disse, cel provò. Dovrebbero dunque lidi suoni venir considerati come allriUante modificazioni forti si ma semplici degli altri suoi rappresentali spesso" 2 ) da consonante scempia e cosi aumentarne il numero. I 55 segni grafici sono i seguenti: a, b, c, eh, ci, d, dd, e, f, g, gli, yi, gl, gli, gn, h, i, j, l, m, n, o, p, q, r, s, «, sci, sg, sgi, t, u, v, », zz ed i 57 suoni: 1. u 2. b 3. c rotondo 4. c aspirato 5. d 6. i palatino 7. e aperta 8. e chiusa 9. ( li), a roloado II. g aspirato J2. gl molle 13. su H. i 18; ( 16. 1 17. /gulturaleduro 18. (gutturaiedolce 19. / dentale duro -20. / deulale dolce 21. ' sibilante 22. m 23. it 24. n gutturale 25. o aperto 26. o chiuso 27. V 28. r 29. s gagliarda 30. s rimessa 31. se sibilante 32. ti o j francese 33. t 34. u 35. v 36. z gagliarda 37. z rimessa 17 Esame de' segnj grafici de' suoni da essi rappresentati 1. a. Si pronunzia come in italiano. 2. b. Allorché, come in italiano, dcbbe ricevere il suono di bb (vedi la seconda nota), la sua pronunzia non differisce da quella di questa lingua; ma quando debbo pronunziarsi debole, la pronunzia sassarese di questa lettera ci pare snagnuola, vale a dire meno labiale del b toscano, le labbra avvicinandosi senza toccarsi. Così avendo l'alto ripetere più volle a persona nativa di Sassari: «bozi» voce «a bozi manna » ad alta voce, « la bozi » la voce « dabboi » dipoi, nel primo, nel secondo e nel quarto esempio abbiamo sempre inteso il b forle, impropriamente chiamato doppio, della lingua italiano, mentre nel terzo la pronunzia del b spagnuolo n'è paru- ta manifestissima. Lo slesso dicasi del v iniziale quando per influsso della voce che precede debbo pronunziarsi come b. In questo caso pure il b è di pronunzia spa- gnuola. Così cun virtù, la vinu, il primo 18 si pronunzia col v italiano ed il secondo con b debole sì, ma di pronuncia spagnuola. (Vedi alla lettera v.) Nel dialetto logudo- rcse, come osserva il chiarissimo Spano nella sua grammatica, il b iniziale viene generalmente inghiottito ne' casi in cui la pronunzia dovrebl>' esser debole, ossia di b semplice. Così: « unu boe » un bue, » su benlu » il vento si pronunciano unu oc, su entu, mentre « sos boes», sos bentos » i buoi, i venti fanno sentire il /) di pronunzia forte. Nelle lingue delle famiglie gaelica e gallese l'eliminazione della consonante iniziale per influsso della voce precedente ha luogo spessissimo, come si vedrà a suo luogo. 5. c. Questa lettera si pronunzia col suono rotondo dinnanzi alle vocali a, o, u o a qualsiasi consonante, come pure in Un di voce ne' nomi proprj. « Cabà « cavare, « cori » cuore, « Criliu » Cristo, » Sadoc » si pronunziano, in quanto al c, assolutamente come in italiano, allorché la pronunzia di questa lettera debb' esse- in sassarese la forte. Che se all'incontro 19 la pronunzia n'ò debole il sassarese segue l'andamento delle lingue celtiche' mutando il c rotondo in g parimente rotondo. Cosi la voce cori, in gallese calori; la quale isolala si profferisce con c, si trasforma in (jori nella pronunzia sassarese ed in ga- (on nella pronunzia e nello scritto gallesi, allorché le precede voce avente la proprietà di produrre il cambiamento iniziale del c in g, come in « lu do' gori » dy galon. Sarà utile pure il far qui osservare che il c rotondo Ialino o italiano che trovasi in mezzo di voce per lo più fra due vocali, suole cangiarsi spessissimo in sassarese (non mai in lempicsei in*gg ossia in g rotondo forte, come nelle voci poco, dico, fuoco che in sassarese si scrivono e pronunziano poggu, diggu, foggu ed in teui- piese pocu, dicu, focu. Lo slesso cambiatilo del suono duro in dolce occorre col p e col t. come si può osservare nelle voci sassaresi: cnbbu, daddu, corrispondenti alle italiane capo, dato ed alle teni- piesi capu, dalu. Il c riceve il suono aspirato italiano 20 innanzi alla e ed all' i, come in « ceggu » cieco, e nel solo dialetto cagliaritano é suscettibile questo suono di mutamento iniziale nella pronunzia. In falli cela in questo dialetto si proferisce col r: aspiralo italiano allorché la pronunzia debb'esserc forte, mentre in « su celti » il ciclo' benché gli ocelli noi veggano, le orecchie intendono distintamente sgelu con j francese o x cagliaritano. il c aspiralo italiano converlesi spessissimo in sassarese in z, così nella pronunzia come neH'orlogr'jOa seguita in questa versione. Le voci italiane cielo, il cielo, pace, croce, luce corrispondenti alle tem- piesi celi, lu celi, paci, qruci, itici si odono in sassarese: zela, lu zela, pazi, crozi, lusi, dando suono gagliardo alla z nel primo esempio e suono rimesso ne' quattro ultimi. (Vedi alla lettera z.) La lettera c di suono rotondo, essendo preceduta dalla /, gode della singolarissima proprietà di trasformar questa, I ras formandosi essa slessa, in eh tedesco gutturale, ossia in j spagnuolo, o se si ama meglio in X greco moderno, quali oJonsii in nacht, hijo e chalkus, ma non già come 21 in nicht ed in chira che hanno il eh ed il chi di suono molle. Cosi la voce « balca » barca si pronunzicrù come se venisse scritta baxxa. (Vedi alla lettera I.) 4. eh. Questo digramma rappresenta due suoni in italiano: il primo si è quello del c rotondo innanzi alle vocali e ed i, ed il secondo il suono schiacciato, quale si ode nel plurale occhi, da molli scritto occhj ed anche occhii. Questo suono che i francesi chiamerebbero mouillé e che vici) rappresentato dal moderno fonetismo con « K » si esprime in italiano col trigramma chi quando è seguito da lull'altra focale che dall'», come in occhio, vecchia, vecchie, orecchiuto, voci in eui, all'opposto di ciò che accade nel plurale occhi, l'i non esiste se non come segno fonetico facente parte del trigramma. Mancan di d L 'tto suono tanto il sassarese che il tempiese. Nel primo si converte in c aspirato e nel secondo in quel suono particolare sui generis di che si è trattato nelle osservazioni premesse alla versione tempiese: così l'italiano occhi da luogo al sassarese occi ed al tempiese okci. 22 Nel dialetto sassarese il eh può riceve* re oltre il suono del c rotondo anctie quegli del g rotondo e del X nelle medesime occorrenze in cui il c assume questi medesimi suoni, purché seguano le vocali e ed ì. Così le voci «chedda» settimana (citila in tempiese), «la chedda» «olehi» archi, « molchi » mosche suonano: chedda, la ghedda, axxi, moxxi, con chi gr. 5. ci. Per dare il suono aspiralo al c seguito dalle vocali a, o ed m si adottò in italiano il digramma ci in cui Vi non ha suono che gli sia proprio, ma serve sola• mente, come parte indivisihile del digramma, a rappresentare unitamente al c il suono che si ode nelle voci brada, cacio, cu- ciò, mentre in cenere ed in ciglio il solo e riempie il medesimo ufficio. Lo stesso liso di questo digramma vieti fatto dal sassarese e dal tempiese, come si può scorgere facilmente nelle voci faccia e «cuc- eiuciu» cagnolino del primo e nella voce «doccia» chioccia del secondo. Al ce ed al cci italiani di suono aspirato corrisponde pesso in tempiese il suono sui generis ojeci» ed in sassarese talora la z aspra, 23 benché in quest'ultimo il ce generalmente rimanga inalterato. Così buccia italiano e sassarese, in tempiese è buheia, e sozza in sassarese corrisponde all'italiano chioccia. 6. d. Ha sempre la pronunzia italiana in sassarese, a meno che non sia preceduto dalla l oppur che sia raddoppiato. Nel primo caso ha la proprietà di trasformare la l ordinaria, trasformandosi egli slesso, in l dentale dolce, della quale si ragionerà in seguito; di modo che adoprando, ladro, latro. La voce « fraddeddu » fratello olire i due suoni: dentale forte il primo e palatino il secondo; questo derivalo da // e quello da (. Il palatino può venire indicato foneticamente con « dd ». 8. e. La e sassarese, al pari dell'italiana, ora si è aperta ed ora chiusa. Il dialetto sassarese segue in ciò piuttosto la pronunzia logudorese che l'italiana, mnntru con quest'ultima s'accorda più spesso il tempiese. Cosi mela in italiano ed in lem- piese con e chiusa si profferisce, mentre 26 in sassarese ed in logudorese la e vi sì ode aperta. (Vedi la Grammatica dell» Spano, pag. 7 del volume primo.) Allorché la c per effeito di flessione o di altro cambiamento etimologico perde l'accento tonico, suolo spessissimo in sassarese, in tempicsc ed in altri dialetti meridionali convertirsi in i. Così « veni » viene dà luogo a « vinùddu » venuto, tanto nella pronunzia quanto nello scritto, e « fabèdda » parla, « velli» veste, «vedi» vede, a fabiddùddu, viltiri e vidèndi. 9. f. Quando la pronunzia di questa lettera si è la forte non differisce in nulla dall'italiana, ma allorché ricever debile il suono debole, non già come fi, ras come v vien profferita. Le voci figliola « figliuolo, » «figga» fico, « faccia » le quali isolale si pronunziai) come si .veggono scritte, cioè con fi, vengon profferite, benché non mai scritte, lu vigliolu, la vigga, la taccia. Il mutamento iniziale della /' in v ha luogo anche nelle lingue celtiche, ma solo nell'irlandese e nel mar.ks fra la gaeliche e nel comico fra le cambriche. Ne vanno sprovveduti il gaelico scozzese fra le pri- '27 me ed il gallese e il brettone fra le seconde. Così in quell'islessa guisa nella quale il sassarese figliuolu può convertirsi nella pronunzia in vigliolu, V irlandese «fuil» sangue può convertirsi in cuti (scritto bhfuil), il manks « feanish » testimonio in veanish ed il comico « for » via in vor. 10. g. Questa lettera riceve il suono rotondo italiano dinnanzi alle vocali a, o, u, o a qualsiasi consonante non facente parte dei digrammi gl e gn di cui si farà parola in breve, ed il suono rotondo pure riceve in fin di voce ne' nomi proprj: «gudimentu» godimento, « gràbidda » gravida, «Magog». Innanzi alle vocali e ed ì ba la pronunzia aspirata italiana nelle sillabe ge, gì allorché queste si proferiscono forti, cioè come se fossero scritte doppie, ossia il mutamento iniziale ha luogo se per influsso della voce precedente la pronuncia deb- b'esser debole. Questo mutamento proprio del sassarese consiste nella trasformazione del suono aspirato del g in quello dello j pronunciato qual vera consonante con suo- 28 no schiacciato come si ode nella pronunzia' toscana la più corretta nelle voci aio, baia etc; ma bensì quale si profferisce a torlo dai Romani e dalla maggior parte degl'Italiani, cioè ajo, baja, etc. Così la voce «gesgia» chiesa suonerà jesgia se preceda parola capace di produrre il mutamento i- niziale, come in la gesgia che si pronunzia la jesgia, benché così non si scriva. Il dialelto mannese ed il gaelico scozzese cangiano essi pure il suono del g c'ispirato in quel dello j. Cosi nel primo «Jee» Dio ( pronunziato Gi) si converte in « Yee » ('pronunziato Jt) in « dly Yce» il tuo Dio. ti g rotondo preceduto dalla l si converte nella pronunzia in g greco gutturale forte, quale si ode in gala e non come in genos, ed in questo medesimo suono eonvertesi pure la / che il precede. Cosi le voci « alga » spazzatura, « lalgu » largo, «ilgabbaddu» sgarbato si profferiscono con g gr. agga, laggu, iggabbaddu. (Velli alla lettera /.) 11. gh. Non riceve altre pronunzie in sassarese, se non se quelle delle quali è 20 -suscellibile il g rotondo. Cosi « nlghi » spazzature, « lalghi « Slarghi, «inghirrà» andare in giro si pronunziano, F ultimo come sia scritto e gli altri: con g gr. laggi aggi. il gh serve in italiano ad esprimere un suono dello schiaccialo che numca al sassarese ed al teinpiese e che chiamerebbe*! in francese mouillé, altro infatti non essendo che il suono dolce corrispondente al eh nella voce occhi e che dal fonetismo moderno suol rappresentarsi con « g ». Talora vien indicato in italiano dal digramma gh e talora dal trigramma ghi, come in ghianda ed in ragghi. Nella prima voce è facile lo scorgere come le tre lettere ghi concorrano tulle alla formazione del suono schiacciato unico, Vi non esistendovi d'ippersù , mentre nella seconda voce le sole lettere gh producono il medesimo suono e V i vi si pronunzia dislinta- menle. 12. gi. innanzi alle vocali a, o ed « rappresenta in sassarese, come in italiano, il suono del g aspirato in tulli quei casi ■in cui nou ha luogo il cangiamento iniziale 30 in j. « Giaddu » gallo si profferisce col gi italiano, menil e « lu giaddu » il gallo suona lu jaddu. Al g, gg ed al gi, ggi italiani e sassaresi di suono aspiralo corrisponde in tem- picse un suono sui generis del quale si è trattato nelle osservazioni premesse alla versione del vangelo in questo dialetto, Questo suono vi è stato rappresentato sempre con giti o gh in mezzo di parola;ed in principio, talora come nel mezzo e talora, ma poco logicamente (come si fece osservare) con il solo g. Le seguenti voci, comunque elleno si trovino impresse, ricevono il detto suono particolare pel quale sarebbe utilissimo impiegare un segno fonetico, come il « g » o tutt'altro - «ogghi» oggi, «ghiaddu» gallo, «ghillà» gettare, «viagghiu» viaggio, «già» già, « Gesù » Gesù, «Gerusalemmi» Gerusalemme, «Giuseppa» Giuseppe eie. In tutte queste parole il sassarese fa udire il g o gi aspirati italiani e lo scrive: oggi, giaddu, gittà viaggiti, già, Gesù, Gerusalemmi, Giuseppi etc. Nello slesso modo al suono kci che in detta versione venne sempre rappresentato 31 con cch o con echi dovrebbe sostituirsi un seguo semplice fonetico qualsiasi. 13. gl. Dinnanzi all'» non seguito da altra vocale è un vero digramma rappresentante il suono molle detto da' francesi / mouitlé, ma innanzi a tutt'altra vocale il y si pronunzia rotondo, come nelle voci i- taliane glaciale, gleba, gloria, glutine e così anche in pochissime voci in cui il gl si trova seguito da un i con consonante appresso, come negligenza. 11 sassarese segue in ciò la pronunzia italiana, pronunziando figliola con gl molle e gloria con g rotondo. Questo snono molle si converte spesso in tempii»»*, al pari della doppia / italiana, in d palatino espresso con dd. Ciò non accade in sassarese. Così mentre quest'ultimo dice «vogliu» voglio, «megliu» meglio, °fi- gliolu» figliuolo, il primo scrive e pronunzia, meddu, fkidolu e voddu. Vò. gn, Si pronuncia come in italiano. 16 h, lo stesso uso se ne fa che nella lingua italiana, dove al pari del sassarese mon ha valore proprio. 17. », Pronunzio italiana. 32 18. j. Vera consonante schiacciate, come si è già dello alla («Mera g . Sotto il dominio degli Spaguuoli si esprimeva questo suono con y, secondo la loro lingua. Cosi Deyu per Deju. k. Del k si fa uso nel dialetto logudo- rrse da' quei che, come in francese, amano l'ortografia mezza etimologica e mezza no. 19. /. Questa lettera ò capace in sassarese almeno di sei suoni ben distinti, i quali chiameremo: naturale, gutturale forte, gutturale dolce, dentale forte, dentale dolce, sibilante. Il suono naturale, ossia della l italiana, ha luogo quando questa lettera vien fra due vocali o in principio di parola; con la modificazione forte se doppia e col suono debole nel caso contrario. Così « In a il, lo, « tulli » mille, « solu » solo, « ladaVu » ladro, si pronunziano con l o II italiana. Si pronunzia parimente come in italiano innanzi alla z. sia che questa corrisponda alla z. al c aspirato o alla s, sia che la l rappresenti la / la r di questa lingua. Così « alzà « alzare, » calzina » calce, » salza » salsa, « malzu » marzo. 33 Il suono gutturale duro del A r di fui s'è parlato alia lettera c, vien dato alla / ogniqualvolta il suono del c rotondo la segua in italiano, e quest' ultimo conyer- tcsi egli pure in X qualunque sia l'origine di delta l e qualunque il segno grafico clie rappresenti il suono del c rotondo. « Solco » solco, ' solchi » solchi « alcu » arco, « alclii » archi, « molca » mosca, « molchi » mosche, « palca » pasqua, si pronunziar! tutti con XX: soxxu, soxxi, axxu, axxi, moxxa, moxxi, paxxa. Il suono gutturale dolce, che rapprcsen- lercm col g gr. ha luogo in circostanze analoghe, cioè quando ld l, derivi ella pure da r o da s, si trova seguita da un segno grafico qualsiasi destinato a rappresentare il g rotondo, il qual ultimo pure subisce la stessa metamorfosi in g gr. « Alga » spazzatura, «alglii» spazzature, «lalgu» largo, " lalghi » larghi, « ilgabbaddu » sgarbato profferiscami tutti con gg o g gr. forte: a 99 a > aggi, laggu, laggi, iggalbaddu. Il suono dentale duro occorre allorquando la /, derivi essa pure da r o da », si trova precedere il t, il qual ultimo sollo- 3 3't metlesi egli pure alla trasformazione in l dentale duro che, per darci a comprendere, indichiamo con « j » dal punto sopra, Così le voci « alla » alto, « palti » parte, « bal- 1011 i » bastone si pronunzieranno con doppia « j » ossia « j »> forte: " ailu ». « palli », « baìloni n 1 ). Il suono di questa » 1 », benché decisamente dentale, differisce pochissimo, se pur differisce, da quel della leltera II proprio del solo gallese fra le lingue celtiche, quale si od'! due volte nel nome proprio di luogo Llangollcn od in qualsisiasi voce di questa lingua in cui il segno grafico occorra. E benché sia pur vero che i Gallesi producon questo suono percuotendo con la lingua a destra la parte superiore della mascella, non è meli vero altresì che ciò fanno unicamenie perchè cosi vogliono e che possono produrre con pochissimo sforzo il suo nome identico, sia percuotendo la mascella a sinistra, sia, precisamente come fanno i Sassaresi, là dove si trovano in temameli te i denti incisiv i. La pronunzia dentale dolce, che chiamar potrebbesi gaelica mannese, si fa sentire ■33 «ella l seguita dal d, menile quest' uliimo cangiasi pur esso in « | » ossia l dal pillilo soilo, segno grafico qui impiegalo fone- licamenle. » Caldu » caldo, « laldu » lardn, « ildentiggaddu » sdentato, si pronunzili tutti con doppia « | »: "■ calili » » tallii i>, » illentiggaddu ». Chiamo questo suono « mannese », giacché in irlandese e nel gaelico di Scozia si ode molto più caricato e linguale che nel dialetto dell'Isola di Man: e menile panni che colà venga prodotto con maggior porzione di lingua, l'ho sempre udito emettere in questa vaga isoletta in modo tale da non lasciar alcun dubbio in me della sua conformila con la l dentale dolce sassarese, come tampoco di questa conformità dubitò il Sassarese Sig. Cangila, a me diretto dal Sig. Canonico Spano, allorché udì pronunciare in mia casa al Sig. Drury ministro evangelico mannese le dette voci sassaresi caldu, laldu eie, Questo suono di « | » si fa pur sentire quando se gue la n, ma quesl' ultima non si eoa» vo, le essa pure in « I «. Così ilnaturaddu si profferisce: « ilnaturaddu » e non « i'- taturaddu », 36 Il suono della l sibilante, che rappreseli leremo cor» A greco, non saprei meglio definirlo linguisticamente die qual gallese molle ossia mouiìlèe. Lo slesso gallese non possiede siffatta modificazione del suo proprio II, la quale è propria de) sassarese. Il rapporto che corre fra il suono gallese il {l dentale forte del sassarese o in « | »_) e questa l sibilante ossia A panni esser quello, benché non in modo così deciso, che si scorge fra la II di Filli ed il popolo^ » lu pobbulu » il popolo si pronunziano il primo pobbulu ed il secondo lu bobbulu, assolutamente come accada in gallese con questa medesima voce: » pobl » popolo, » y boLI » il popolo. Il p trasformasi spesso in due bb nello scritto e nella pronunzia, come la stessa voce pobbulu ci dimostra. 24. q. Ha la stessa pronunzia dell'italiano, salvo in que' casi in cui il suona del c rotondo può cangiarsi in quel del g rotondo alla celtica o in quel del x per influsso assimilativo della l. Così in » quattoldizi » quattordici ha pronunzia i- 13 taliana, in /(' quattoldizi si ode li quattol- disi ed in pai quattoldizi li< pronunzia »i è paxxuatloldizi, col chi gr. 2o. r. Con suono di rr si profferisce quesla allorché debb'aver pronunzia forte e come r semplice quando deliole. » Rezza » rete » la rezza » la rete. In gallese la rh aspirata si converte in r in modo analogo: » rhwyd » rete, » dy rwyd » la tua rete. La r inoltre, come abbinili visto alla lettera si converte spessissimo in /, o in x, n in g, o in «I», o in gr. secondo la lettera che segue. Sarà bene aggiogherà che tanto nella pronunzia quanto nello scritto subisce spesso altri cambiamenti. Dinnanzi alla n suol convertirsi in altra r, come in «carri» carne, «inferru» inferno, «zurradda» giornata''); dinnanzi al p. benché generalmente si transfoimi in l sibilante o / gr. pure in ileappi» scarpe si trasforma in p per assimilazione; seguita dalla s si trasforma essa pure in s pel medesimo processo assimilativo, 5 ) come in « pcssu » perduto, perso, ed allorché in italiano si trova seguita dalla /, detta unione, che par 43 |ioco simpatica al noslro sassarese vien di- sciolla senza pietà: «tarulu» tarlo, «perula» perla, eie. 26. s. Con sunno gagliardo pronunziasi in lutti (pie' casi ne' qu.ili le altre consolanti ricevono pronunzia forte, e con suono rimesso in caso contrario. Così fra due vocali od in principio di parola preceduta da ultra clic esiga il cambiamento iniziale (li dura in dolce, come in «casa», «cosa», «lu santu» il santo, la s sassarese sarà rimessa, quale in italiano nella voce rosa e non già come in Toscana correttamente si profferisce, gagliarda cioè, in quelle tré prime parole; mentre nella voce isolata san- tu o in a sanlu, e santu, cun santu le si darà suono gagliardo anche in sassarese. La doppia $ poi non solo gagliarda, ma con maggior forza altrt-sì si pronunzia, come nell'italiano cassa: «fossu» fosso, «cussi» così. Fra le lingue celtiche il solo brettone fwfs'e anche il comico) ci offre il cangiamento iniziale della s gagliarda in rimessa i>er influsso di voce che preceda. Così «sac ha sacco scrivcsi e pronunziasi «zac'h» in «da zac'h» (| tuo sacco, dando alla 1 k% il suono di s rimesso italiano, clic lai si ù il valore in brettone del segno grafico z r ed assolutamente come in sassarese nella voce saccu la s gagliarda convcrtesi in rimessa in lu lo' saccu che profferir debbesi lu do saccu con z francese e breltono. La s, come si è già visto alla lettera /, puoi dar hogo a' suoni x, g gr., » i », » i »; e A rappresentali sempre per l nello scritto. Si aggiunga qui eli e questa lettera suol convertirsi in / italiana din- uanzi ad altra l, come in •> illoggiù » sloggiare, che co» due / scrivcsi e pronunzia. Convcrtesi anche in r dinnanzi ad altra r, come in » irradizina » sradicare r '), e li-I qual pronunziasi pur si scrive. Nella voce » eddis » eglino o elleno, sinonimo di eddi, la s, venendo in (in di periodo o di frase, fa udir dopo di se, con vezzo logudorese, una ripetizion debolissima della * che precede, quasi eddisi, e credo che questa voce eddis e tis, nel s'miso di a eddis, sien le sole che in sassarese terminino in s. 27. se. Queste due lettere, nò più nù meno che in italiano, non fonuan digramma o, Uo in ahri termini, non rappresentano un suono semplice, se non quando vengon se^tii- tt: d li 11 a e o dall' I. Dinnanzi alle altre vocali si proffer/scon separatamente, cioè la s si convelie (vedi «Ha lettera /) in x ossia / gutturale forte ed il c assume egli pure questo suono. Così » eunniscl » conoscere, » molca » mosca, pron. nioxxa. 28. sci. Si è questo un trigramma, poiché la i non vi si pronunzia come tale"), ma concorre solamente con la s ed il c alla formazione di que?.lo seguo grafico convenzionale col quale nell'ortografia italiana e sassarese si è voluto rappresentare il suono » s » de' linguisti dinanzi alle vocali a, o, u, come in » asciutlu » asciutto. 29. sg. Il suono del j francese, conosciuto da' linguisti sotto le forma » /. » vien espresso in sassarese con questo digramma dinnanzi alla e ed all'i. 1 Cagliaritani si survon dell'ir oppure del c, come in su celu, die pronunziali su xelu, dando all'ai j| valore del sg sassarese: » basgi » baci. Dinnanzi alle altre vocali la s si converte, come si è veduto alla lettera l, (J gr. ossia in / gutturale dolci* ed il y agli N *6 pure assume questo suono. Così in » if~ gabhaddu » sbarbalo clic si pronunzierù ì^gii IjL;ic1 tJu. 50. siji. Rappresenta il suono procedente, senza che 17 vi si scorga con valore proprio, allorché seguono le Vocali a, o, ir. » basgia » bacia, » basgiu » bacio. 31. t. Allorehè vuol essere pronunzialo forte suona come in italiano, ina quando la pronunzia dcbb'esser debole si convelle in d. Così terra si profferisce con t italiano e così in a terra, e terra, curi terra, mentre in la terra, la nollra terra, ni oda la derra, la nollra derra. Nelle lingue celtiche accade lo stesso, con eccezione del gaelico scozzese che non ammette mai il mutamento iniziale ili consonante dura in dolce. Così in irlandese » tir » terra (nel senso di -paese, patria) si converte in » ir dir » la nostra terra, benché si scriva ar dtìr in forza della regola della ellisfi che vuole, in quella ortografìa , che la consonante pronunziala preceda quella che più non si ode nella pronunzi», ma che per ragione etimologica si conseiva. Così nel gallese, il quale pie- V7 ferendo l'ortografia foneticn alla elimolo^i- ca, di » tad » padre fa » dy dad » il tuo padre, scrivendo con t o con d secondo la pronunzia. Il t sassarese ò ancora suscettibile di un terzo-suono, cioè di divenir nella pronunzia l dentale duro quando vien preceduta dalla «i», essa pure ili tal pronunzia. ("Vedi alla lettera l.) Questa lettera, in line, può convertirsi in dd non palatino, come si è già detto all'articolo del dd. 52. m. Pronunzia italiana. 53. v. Quando è di pronunzia l'orto suona come in italiano, ma allorché corrisponde alla pronunzia debole drlle altre consonami si converte, in b dolce di pronunzia spagnuola. (Vedi alla lettera b). Cosi in vinu, avvizina, lu vinu, i due primi hao pronunzia italiana come in vino, avvicina, ed il terzo si profferisce Im binv, ma con 6 spagnuolo meno labiale che il 6 italiano. Nello lingue celtiche il v non subisce mutamento iniziale; ma pure anche qui il dialetto tempiese che non conosce gli altri 48 cambiamenti del sassarese, del cagliaritano, del logudorese e delle lingue celtiche, il dialetto tempiese, mi dico, olire al linguista un punto di raffronto con quest'ultime nella eliminazione a cui va soggetta questa lettera in tutti quei casi ne' quali in' sassarese ha luogo la sua trasformazione in b ed in logudorese in h aspirata, come in su vitto, prò vendere che in quest'ultimo dialetto, così ne insegna lo Spano (vedi la Gramm. p. 12, voi. \), vengono pronunciati, benché scritti non mai: «su hiiiu* il vino, «prò bendere» per vendere. E sebbene ad una tale eliminariooe non vada mai soggetta la lettera v nelle lingue celtiche, non si è men vero però che la eliminazione iniziale si osserva nel r 8 ) ed il secondo werzid in forza di voce che preceda 9 ), assolutamente come il tempiese nella voce vinu, la qual pronunzia con v quando viene isolala o in a vinu, e vinu eie., mentre in lu vinu, chistu vinu, benché così non iscriva, fa udir lù imi. chistu inu. Così pur ne' Ire dialetti gaelici accade alla 49 lettera f che tanto è affine al t>. «Fuill» sangue si converte in «il/, in «dly uill» il tuo sangue, nel dialetto manks; e benché in irlandese ed in gaelico di Scozia questa voce si scriva fuil allorché la f vi si fa sentire e fhuil allorché eliminar deb- besi, pure la pronunzia si è sempre la medesima di quella del manks. In Ditti poi (vedi la Grammatica dello Spano, pag. 12, voi. primo.) la f nella voce fizu presenta un'assoluta conformità co' tre dialetti gaelici, poiché benché si pronunzi sos fizos in nlurale, in singolare si ode su izu, e non già su vizu come nel logudorese in generale. Nel manks finalmente l'eliminazione iniziale del 6, del d e della m può aver luogo nelle voci in cui queste consonanti sono seguite dal te, come in «mwyllar» mugnaio, «bvvinni- can» torlo, «dwoaie» odio le quali si pronunziano e si scrivono con eliminazione in «yn wyllar» il mugnaio, «yn winnican» il torlo, "e woaie» Vodio di lui, ossolutamente corno ■n logudorese ( vedi alle lettere b e d ) si pratica col d di dinari e col 6 di boe che si trasformano nella pronunzia, benché non nello scritto, irt su inari, su oe. k 50 Non dissimile poi da ciò che accade ne' tre dialetti gaelici alle lettere s e t e nel solo comico fra' cambrici alla f si dovrà considerare il mutamento iniziale in h aspirala cui va soggetto il v logudo- rese; poiché in quella stessa guisa che vendere e vinu si convertono in hendere e hinu in logudorese, «sài» calcagno in irlandese e «fluii» fanciullo in comico danno luogo il primo a «a shàl» (pronunziato «a hai») il calcagno di lui, ed il secondo a «gen lilò» con fanciullo. Così pure, per dare un esempio del mutamento del t in /* aspiralo, sceglieremo il dialetto mannese nel quale «towse» misura si converte in «e howse» la misura di lui. x. La lettera x non ha uso nò in sassarese, nò in tempicse. In cagliaritano si pronunzia come j francese; ossia come il digramma sg sassarese, logudorese e tem- piese. In logudorese si fa uso dele'x per ragione etimologica, dandogli il valore di cs. y. Lo stesso dicasi dcU'y che nel solo logudorese vien usato con valore d'i per amor dell'etimologia. 34. i. Secondo l'uso che se n'è fatto 51 io questa versione sassarese, la z semplice in principio di voce avrà, come in italiano, talora suono gagliardo e talora rimesso. Allorché sarà di suono gagliardo, questo si convertirà in rimesso in tutti que' casi ne' quali i mutamenti iniziali di suono duro in dolce hanno luogo. Così in «zelu» cielo, sarà gagliardo ed in °lu zelu» il cielo rimesso. In mezzo di voce sarà sempre rimesso fra due vocali, come in «giultizia» giustizia. Ora rimesso ed ora gagliardo sarà come in italiano, venendo dopo altra consonante; ma fra tutte le voci che occorrono in questa versione, credo che le sole che abbiano z rimessa dopo consonante si riduchino a «franza» frangia, dove la z corrisponde al g aspirato italiano ed a pazenzia con ambedue le z rimesse. In «Franzo» Francia la z si è gagliarda, perchè corrisponde al c italiano, in «monza» monaca si è rimessa e, parlando in genere, quasi sempre gagliarda sarà dopo una consonante, come in «malzu» marzo, «folza» forza, «piniddenzia» penitenza etc. 35. zz. Questo digramma, secondo 1' ortografia adottata in questa versione, avrà 52 suono costantemente gagliardo. Cosi « riz- zibì » ricevere, « ozziu » ozio, « nigozziu » negozio, mentre le voci, quali rozu, mezu, profetizà, eie, per non avere, all' opposto dell'italiano, che una sola z fra due vocali, pronunzieransi con la medesima di suono rimesso. E qui si noli dia il suono della zz non differisce già da quel della z scempia di pronunzia rimessa nello stesso modo nel quale una lettera forte qualsiasi differisce dalla sua compagna debole, vale a dire come il t italiano differisce dal tt eie. I suoni della zz e del « dd o od palatino sono totalmente distinti da quei della z e del dd non palatino quanto il sono fra loro il p ed il 6, il ( ed il d, la f ed il v, la s gagliarda e la rimessa; che auzi il « dd » palatino sta 2I dd non tale come la italiana all'/pollaca palatina 0 quasi tale, come la n naturale di vano sia alla gutturale di vango, nel suono della qual ultima n non concorron punto come in quel della prima In punta della lingua ed i denti superiori. 53 NOTE 1) Degli Avvertimenti della lingoa sopra it Decamerone. In Venezia 1581. Voi. primo, pag 2C1. 2) Si dice spesso, poiché le consonanti scompie si prnunziano, tanto in italiano quanto in sassarese, come se fossero scritto doppie, in forza delle seguenti regole generali: Allorché, essendo iniziali, vengono in principio di frase, sia al cominciar di un periodo o di una clausula benché breve, sia dopo una virgola. Allorché, cominciando la sillaba, sono precedute da altra consonante. Allorché occorrono in fin di voce, come ne' monosillabi il, del eie. Quando la voce precedente, benché terminata in vocale, sia un ossitono oppure un monosillabo derivato da voce Ialina terminata in condonante, la qual consonante poi venne soppressa ne ' farsi italiana o sassaarese delta voce Ialina. Così la preposizione a ("ì derivata dalla latina * Questa preposizione in sassarese non dà snono forte alla ( l'articolo, se non se quando la voce seguente comincia da vocale: o lu babbu, all'anima, all'ilcribi, a la pedd'a. Si ed, la congiunzione e corrispondente ad et, il ti derivalo da sic il « nè » ncc, le parole tronche come «amò, amavil, potè ' potuit, hanno tulle la proprietà di dar pronunzia forte alla consouante inizialo della voco seguente; ed avvegnaché si vegga scritto; a Pietro, e voi, si grande, nè questo né quello, amò molto, potè poco, non si ode altrimenti che: appietro, evvoi sig- grande, necquesto necquello, amommolto, poteppoco. Il suono debole delle consonanti, all' incontro avrà luogo quando la voce che le precede si termina in vocale, eccettuati i casi untali nelle regole che precedono. Cosi in: di Maria, i doni, la mente, le donne, mi dice, ti lascia, si gode, ama motto, po\è poco, molto largo, le consonanti iniziali della seconda voce si pronunziano deboli quali si veggono scritte, per essere le parole Ialine corrispondenti alla prima voce de, illi, Ma, Mac, me, te, se, polui terminate in vocale, oppuro perchè, come in ama molto e molto largo, le voci ama e molto non ricevou l'accento tonico in sull'ultima sillaba. La proprietà che hanno molti ossiloni e monosillabi di dar pronunzia forle alle consonanti iniziali non dipendo dunque, comò vor. rebb« il Salviati, dall'essere o no la voce precedente monosillaba od ossitona, ma bensì, come ne pare averlo a sufficienza dimostrato, dulia consonante finale latina, la quale benché 55 scomparsa ne' dìalnlli derivati, vi continua i suoi effetti pel processo detto di assimilazione in forza del quale la consonante Onale latina si trasforma nell'iniziale italiana o sassarese. Ammettendo ciò, gli ossitoni ed i monosillabi che non godono della proprietà di dar pronunzia forte alle consonanti iniziali e che il Salviati cita quali eccezioni, cessano di esser tali o rendon tributo alla nostra regola generale. 3) La voce » altru » altro, per eccezione, pronunciasi con l ita list»; 4) Si eccettuino » eternu » eterno, » clernid- ilai » eternità, » urna », » terno » terno, » incarnaddu » incarnato, » incarnazioni « incarnazione, » lurnu » ruota di parlatorio di mo ■ nache 3 qualche altro. 5) Si eccettuino • forsi » forse, (pronunziato volgarmente anche fossi). « cumparsu » comparso e qualche altro. 6) Israeli la eccezione. 7) Si eccettuino lo voci in cui l'i riceve 1' accento tonico, nelle quali se divien digramma da trigramma che si era e l'i si pronunzia col suo proprio valore. Così in «pascià» pascevamo stesso dicasi di qualunque altro trigramma "» cui entri l'i come terzo elemento, quali sarebbero il S gi sassarese ed il gli sassarese ed italiano. Ed in quella guisa che i trigrammi si I 56 risolvono in digrammi ed in i in Forza dell'accento Ionico che quest'ultimo riceve, i digrammi, essi pure, quali sarebbero il et ed il gi, si sciolgono nelle medesime circostanze in segni semplici seguiti dal suono intero della vocale t. Così nell'italiano bambagia, il gi vi eisislequal digramma avente egli solo lutto il valore del g aspirato, mentre in albagia, non il digramma gi, ma la semplice lederà g riempie il medesimo ufficio dinnanzi all'i che col suo proprio suono vien chiaramente profferito. 8) In comico gwr dà luogo a wur, con mutamento del gì in w. 9) Farem qui esservare, e questa osservazione sarà meglio parlicolarizzata nel nostro trallatello: On the Indiai Mutations of the Sar- dinian Dialects eompared wilh those of the Celile ani Basane Languagei, che se bisognereb- b'essere, se non ciechi almen sordi, per poter negare l'identità in alcuni casi e la forte analogia in alcuni altri fra i mutamenti iniziali celtici ed i sardi in quanto alla materialità del fallo, non si debbe perciò concludere alla in- dentilà delle cause che questi cangiamenti produssero. Anzi son per aggiugnere che, mentre ne' dialetti sardi la ragione di colali cambiamenti si è sempre eufonica e dipendente dalla natura della lettera finale della voce che precede, nei celtici e ne' baschi non in una sola 57 lettera, ma nel senso della voce latta si debba riconoscere una caosa diversa producente i medesimi effetti. J>fjr v^ r <^M«' 59 CANTI POPOLARI SASSARESI I Di Sebastiano di Branca (') Finge il poeta che l'amante fosse ammalalo per colpa dell'amala, la quale non corrispondeva sinceramente di suoi affelli, e clic questa mandasse di chiedere dello stato di sua salute. Divìlu a dia l'ha mandaddu Gh'iltoggu coni' edda sà, Ch' è superflu priguntà Coni' il lazi un dildiciaddu. S' edda matessi ha vuluddu Ch 5 eju vibissi patendi, Com' iltà abà priguntcndi D V. Tola Dizionario Biografico degli Domini illustri, ad voc. Di questo poola dice di aver visto un quaderno mss. che couteneva 35!) caneoni tra sassaresi, logudorcsi ed italiane; io le ho cercate inutilmente. 60 Di lu me' poggu saluddu? Dilli chi paga aggiu auddu Di cani' aggiu tribagliaddu? Dilli chi soggu maladdu Cun fi-ebbi di dugnn solti, E aggiu in 1' ocei la molli Divìlu a cha l' ha mandaddu Dilli eh' adoni gultosu Lu dillinu più tiranti, Si veni da la so' manu Lu mondu pò fa dicciosu, S' aggiu pessu lu riposi! Dilli chi no mi si dà (1 ) Pues cun eh' issu pen.su dà (2) Effctlu a li gii11i soi, E in fini dì li puoi CA 1 iltoggu com 1 edda sà. Di tonti indilpusizioni. Edda, ingrata! molib' è, Candu ti prigunta a te, Dì li me' tabulazioni, (1) Poco mi cale. (2) Pensa effettuare. Il pues, (poiché) mi veva il Principe Luciano si sbandisca. 61 Dilli chi no ha raxoni, S' edcla è chi pensa burla, Dilli eh' in In Zelu v' ha Vinditta pa l'incultanti, Ed edda già sa ballanti, Ch? è superflu priguntù. Par ultima dì li puoi S' appella altra bolla, l'ahi! (I) Chi la me' infìluiiddai Prozzedi da l'iri soi, E prigunlali dabboi Chi la rilpolla bai daddu, Lu gullu chi s' ha pigliaddu Lu gran cuntentu eh' ha auddu Da chi di veru ha sabbuddu Coni' iltazi un dildiciaddu. - c---^~ìr^ - .o • II Di Incerto Autore Il poeta manda i suoi sospiri di dolore per esplorare nella sua amala se <|ui'siu si ricorda di lui. (2j. (1) / sospiri, (2) Per l'ordinario queste canzoni in rersi 62 Andeddi, sulpiri, andeddi A dia causaddu \' ha, Ossilveddi comu illà, E poi pronti turreddi Priniteddi appassiunaddi L'intima di lu so' cori, Ossilveddi si v* ha amori, Si v' ha m.ii disizaddi, Si dizi dia ?' ha mandaddi? Dìddili, chi mei freddi. Procureddi, ossilvà liè Tutti li so' passioni, lltcddi cud attenzioni S'edda sulpira pai me, Però si chissu no è, A cha l'ama prigunleddi Ossilveddi si vi mira Calchi volta no vulcndi, Mireddi si fabiddendi Involuntaria sulpira, settenari si cantaao a suono di cetra a monodia, inontro le altre in versi andecasillabi si cantano quando si uniscono in coro a quattro voci, come nel Logudoro, V. cit. Orlogr. p: l i. 63 Mircddi si li rilira Candii prisenli li seddi (1) Cun tutta sinzeriddai Ossilveddi lu só cori, Cuntempleddi s' in 1' amori Cunselva fideliddai, Mireddi si foss' in mai Calchi piazeri li deddi. Mireddi s'in catch' iltanti Edda si mollra aflannadda, Oppuru appassiunadda Sulpira par altr' amanti, Mireddi si calchi illanti Ha di voi cumpassioni. Mireddi si calchi volta Ha dì voi cumpassioni, Mireddi si si dilponi D'amavvi in tuttu dilpolla, Mireddi si si l'impolta Tuttu lu chi voi feddi. (1) Questa strofa è ammirabile per i segni che spiega nei movimenti che fa un araant» quando non è lìmo. 64 IH L'amore che scioglie il voto, strofa che intesi cantare con frequenza ad alcune giovinette. Un giuramentu fesi Di no cujubammi più, Ma, allora no pinsesi Ch' in lu raondu v' eri tu. IV Di Poetessa Incerta Lamenti di una Donzella tradita dall' a- mante che con vive immagini descrive il suo dolore e gli atti di sua abnegazione. Un anima aflligidda Un amanti sinzera abbandunadda, Una colza tradidda (1) Di la sò lidillai mal pagadda (1) Colza, misera, infelice. la ua brevi lamenta Debi ilplicù la pena e lu tulmentu. Ilcolta, tu, tiranu, Si ti lassa ilcullà la tirannia, E rifletti, inumanu, Si pai te soggu polla in ogunia, Ilcolta li dulori Originaddi da li tò amori Amori variabili D'un pèlfidu, fingiddu e incultanti, Amori abbuminabili Fatali ilcogliu d'un fìdeli amanti, Pai te naufragadda E in cori vibiddu assassinadda Pai canlu clii t'amesi Pilfìdios' idolatra in lu mè assunti!, Pai canta mi ni irosi In aggraditili, ingnillì, in duglia puiitu. Mi paghi cun lu benlu La me' fedi in amatti lu me' iltentu! Gran tempu più fìdeli La memoria ch'in cori t'oflirisi, Palchi tantu crudeli Chi mancu sunniendi lucridisi, Però oggi isciddadda Pieguu cui» lu cori ilcramintadda (1). La lò fisonomia Cun meggu in dugna loggu serapr' iltaba, Lu (ò nonni liggia In dugna loggu und'eju ni'incuntraba, Tal' era la passioni Chi prisenti t'abia in dugna azioni _ Milli mezzi, milchina! Punia pai videtti e fabiddalti, E tandu, pubarina! Gridaba cun lu cori e ossilvati, Chi si non ti vidia Lu cori in vibu pianlu s'Ifazia. Pai datti un solu gultu Migliari d'impossibili vinzisi, Pa no datti un dilgullu A dugna pena eallu m'offrisi. (\) Iscarmentare, scollare, prender esempio, ravyidere. C7 Dipusitendi in te Lu vuleri, l'albitriu ch'era in me. Candii no ti bidia Mi paria zent'anni ogni momentu Palchi in te solu abia Lu me pobaru cori lu sultentu, E ancora culcadda Pinsendi sempr' in le iltaba isciddadda. Li notti li passaba Pignendi l'ausenzia e lu ritiru Fin' a lu Zelu alzaba Lu pientu cun V ahi! e lu sulpiru, A dugn' ora dizia Undi è lu me' cori, e l'alligna! Fina li sagrifizj Di lu me' pobaru cori hai olvidaddu! Li tanti binifizj Cuncujrrisin pai fatti più oltinaddu, Rifletti di siguru Chi no s'agata di te brunzu più dura Ma chi diggu miìchina E a chi può vaiò lu me lamentu? 68 Chi soggu, pubarina! Abbaudunaclda so In a lu tulmenlu, E cbissa tradiddori No ha pai me pieddai, nè puntu amori! Veggu chi no mi vali Lu chiscianinù alla sola, dildicciadda! Vibu sola a li mali Da dugn' ombra di be' dissimparadda,, Vibu solu a la pena Sola all'affanni!, sola alla caddena! Adii mica chi mi rolla Di pudè in lu mondu disisi? Pai me non v'è più felta, La me' felta è lu dolu e sulpirù, E sola picgneraggiu Fina chi chilla vidda accabbaraggiu. Pai me no v'è folluna No v'è più cuntentu, non v'è gullu, No v'è, diggu, nisciuna Tutt' è pena pai me, tutt'è dilgullu Tutt' è afflizioni, Tutt'è tulmentn e dilperazionii Lu me' inlindimenlu In lu presenti affanni] angultiadda, In duglia pinsumenlu Da peni più crudeli addulmìntadda, E (asta clii drummendi Dilgrazj solu iltoggu sunniendì. Nisciunu mi cunsola Nisciunu vibendi n'ha di me drizza Una paratila sola, 0 chi digghia, o eh' intendia m'è una frizza E cha vo' cunsullammi, M'ammazza in loggu di alliviammi. Tu sola ferizzosa Ti mollri cun me, molli, felizzi, Si cussi pieddosa Pigli da ehittu mondu un infelizzi. 0 molli sussigadda 0 molti tantu tempii disizadda! La funclta mimoria Di tanti passatempi eh' eju abìa, Di la passadda gloria Chi felizzi in un tempu pussidia 70 M'angulliesi tantu, E tantu chi no soggu com'agguantu, Chi diggu dildicciadda, E palchi mi trattengu dilliriendi? Si soggu abbandunadda Eddu no v'è prisenti, nè m'intendi E chi sa chi a chill'ori Sarà dendi ad un altra Iu so' cori? Molgu pai te, tiranu, No vogliu più vibì scudi tradìdda, Ma ridetti, inumami, E pensa chi pai tè peldu la vidda La vidda elii t' arnesi Chi gran tempii fideli 1' aduresi! Molgu, ma si giullizia Vi regna il hi Zclu di prisenti, Pa l'ingannu c malizia Cun chi falzu ingannelti un'innozzenti, Piubarà sobbra di te Vindichendi l'aggrabiu fattu a me! 71 V Di Autore Incerto Il poeta scioglie il suo cuore appi Erga lo in lamenti. Pobaru cori! chi fai, Chi l'ai ancora, e non morì? Chi fai, pobaru cori, E no t'anneghi in dilmaj! Cor' iltà sempri da leni (1) Lampendi olii! bininosi, E dì cun bozi orrorosi, Molti, chi fui e non veni? Forsi agatassi pai meni Cunsolu in tantu dulori? Cori sulpira fìdcli Sulpira sempri chi puoi, E fa chi li bozi toi Alziani fin' a li zeli, (1)- Da leni, da te. Nello voci tronche per eufonia si aggiunge il riempitivo ni. l'ai meni, pai me. 72 Ali solti, solti crudeli, Grida cun laliimiddai! Un loccu abbellii a dugnora L'anima iltà tucr.hendi, Cun bozi olcura dizendi, Escini, e cbi fai ancora*? Accàbbala, èscini fora Da chi 11n colpii di piai! Occi, annigaddi in pienlu, Pigniddi la trilla solti, Feddi lagnimi di molli, Feddi luttu e sinlimcnlu, Lampa un sulpiru a lu bentu, Cori, e n' aggi pieddai! VI Canzonetta che sentiva cantare da ragazzi. Bisogna dire che questa Giovannino, fosse un fior di beltà. Attenzioni, fraddeddi, 73 Chi la passioni inganna, La più bedda è Giuanna Di tutti li chi vanteddi. VII Altra canzonetta che cantavano i ragazzi. Essa mostra la perseveranza della stima sino a farsi prete senza vocazione. Si ti poni monza, cori, (i) Ni molgu di si ut i mentii, Ed eju in lu to' cunventu M' nggiu a punì cunfissori. Vili D'incerto Autore Amor pentito per la troppa facilità di aver amolo. Si chidda fazziliddai (1). Monza, monaca. Gh' abisi par illimatti Pudissi abé pa lassati, Non fariIti cantu fai. Cant' è fazzili in un pettu Lu prudizissi in amori, Tantu senti più rigori In prubà hi piim'dffeltu, Vulè bè un beddu oggetlu Lu fesi eju, c tu lu sai, La sola difficultai E di pudctti lassù, Ahi, eh' è difiìzzili abà Si chidda fazziliddai. Chiltu foggu eh' in me sentii S'azzindisi in d'un iltanti, Videlli, ed esser' amanti Fussi tutlu in un momcntu, Abà chi vogliu, oh tulmentu! Elarnamenti olvidatli Non po' lu cori lassatti Pai tanti diffìcultai Cani' è la fazziliddai Ch' abisi per iltimalti. re Ne assai, credi, nè poggu T'abaria, ingraia, amaddu, Si prima abissi pinsaddu Lu ch'abà pigncndi iltoggu, Di la me' pena In soggu, Lu rimediu è abbandunalti Vogliu, e non possa olvidalti, Traltendimi, comu sai, Ali, si la me' libeltài Pudiss' abè pa lassatCi! Di mallraltammi cussi, La raxoni dia sarà, D'afllizzammi tantu e dia Sabbarè, dimmi palchi? Di fammi tantu paddi, Raxoni zellu no bai, Ali, s'abissi volunlai Di vindicammi di te! Tu tiranna contr' à me No farilti cantu fai. -S>£3S25<£5— IX Quando vennero nel 1824 i Ge- 76 suiti, nella chiesa di Gesù Mariw r oggi Parrocchia di Santa Caterina, formarono una società di Congreganti della classe dei Zappatori. A capo era un tal padre Rosei li, uomo astuto, vero Gesuita che li aveva affascinati. Dopo pochi anni questi fu mandato in Cagliari, ed i zappatori a coro unito cantavano Padre Hoselli a Cagliari è andaddu, E a noi z'ha lassaddu in ngunia, Non si vedi più Gesù Maria Di fiori e di rosi curunaddu. Un bello spirito che sapeva le arti che il loro Direttore usava con quelli del su» partito fece la seguente parodia Padre Roselli a Cagliari è "andaddn E a noi z'ha lassaddu in tribulia. Non si vedi più Gesù Maria Di tributi e d'ilpinì curunaddur 77 X -Bilratto d'una bella donzella. Lu to' pettu lu to' senu fFdltu di sangu e di latti, (1) Mi fazi fa dilbaratti, Mi fazi iltà senza frenu. Lu to' peltu lu to' semi. XI Come abbiam detto sopra che i Zappatori erano avversi agli studenti, pag. 13. Così quelli solevano cantare contro questi: L'iltudianti fainiddu (l)- Frase tolta da un racconto popolare di un Re che fece cadere nel latte una stilla di sangue, e mandò di cercargli una sposa die fosse «cosi bella di carnagione. 78 Dareddu a Santu Niggola (i), S'incoutra la panajola Si ni magna trcnlazincu (2). XII Dj Autore Incerto Lamenti di due amanti che s'incontravano e non si potevano parlare. A chi sei vi chi zilelìemu Occasioni d' incutitrazzi? A chi selvi lu mrrazzi, Si fabiddù non pudemu? Lu diltinu di 1' amanti A li botti è tant' ingialla Chi senza dalli un dilgultu No li cunzedi un iltanti, Ingrata solti ballanti No balta caniu bruxemu Ch' occasioni procuremu. (I) Nel viottolo poco frequentato, dietro San Nicolò, la Cattedrale. (2,1. Cioè di pani. Di dà loggu a la passioni, £ pai fini l'occasioni A chi selvi chi zilchemu? Sicomu amanti pruffessi, Sicomu fìlmu t'iltimu, Sicomu currilpundimu La solti z'accumpagnessi, Amanti felizzi nessi (1) Pudariami ciamazzi, E landu pai cuosulazzi E suabizà 1' agonia, Ti juru, no faltaria Occasioni cTincuntraszi. Cussi sempri disizcndi L'amanti infelizzi iltani, Cun chiltu inlervallu dani A canlu iltemu patendi, Iltemu sempri Lruxendi E no lassemu d'andazzi, Accabbà d'attulmintazzi, E dizzi lirannu amori, Si vi selvi di dulori A chi selvi di tnirazzi? Nessi, avr, almeno. 80 Ab! si pudissin li cori Illa calchi minulu accanili/ Dizariaui altrettanlu Cantu può' dì l'amori, Però hi peggiu dulori Pa lu cali agunizemu, E chi lu chi disizemu No si può eseguì, A chi selvi lanlu di, Si fabiddà no pudemu? Strofelta che si ripete quando ad uno non riesce un progetto. Lu pobaru mai ha bè Sempri trillu. e allligiddu, Candii pensa alza un diddu, Zentu palmi in fondu z' è. Altra strofetta che è passata in proverbio, allorché si raccomanda un affare a tante persone che non corrispondono bene. XIII XIV 81 Cumpuraddu aggiu un' imballa Ed ù poggu di valori, Di li dui cantadori, Mal' è unu, e peggiu è l'altru. ■ C-^^"g"^ - -3 » XV Di Autore Incerto L'amante mostra in lettera, che manda all'amala, il suo dolore per non corrisponderla, e l'ammonisce da uomo onesto clic vuol essere. Leggi in chillu pabbilu (1) Lu chi no possu in altru modu ditti, Ma poi torramilu. 0 tènilu pai pudè intraltinitti, Ma tenilu sicretu Chi sulamenl' a te eddu e direltu. No ti marabiglià Si chili' è mal' ilciittu e peggiu elpressu, Tu dehi paldunà A cai' è dall'affanuu troppu oppressi! (!)• l'abbilu, carta. 6 82 No vedi lu ci)i fazi Cli' in lagrirai e suìpiri si dilfuzi. La pazi chi gudia Veggu essir' in me già ilvimidda E la malincunia Sondi essir a chidda sullituidda, Oli tempii mali vilin! Cha ni il il dia dì vini a edili u"? Ejn no sunniaba Gli' amori in lu me' pctiu annidaria Palchi sempri sirraba L'inlradda cun cautela e gelosia, Ma l'occi l'indilcrelu Si ha abbeltu lu passu a lu me' pettu. E lanl' in lu me' cori Ha fallu sanguinosa la Gridda Glii ciambaddu d'umori M' è udiosa abà fina la vidda, Eppur' in lanl'affannu Lu mancu chi m'affliggi è lu me' dannu. Cara, si possu dillu, Lu sabbè chi lu m'ami è la me pena 83 Si tu pudì iscioglillu Lu nodu chi tir' ha iltrintu la caddena, Ol)! pai me chi cunsolu Saria lu paddi, ma paddi solu! Lu videt'.i affliggidda Malinconica, trilla e impazienti, Mi fura anni di vidda Minimeggia li dì, cresci tulmenti Pinsendi chi eju soggu Mulibu chi tu brusgi in chissu foggu, S'eju abissi pribiltu Lu casu chi abà m' è accaduddu Tu m' abarilti villu Più seriu più sodu, e quasi muddu Ma comu immagina Chi tu pudissi in me mancu pinsà? La mè fisonomia Giidendi eh' ilpiressi avversioni Siguru m' ilpunia A dugna baddu. gioggu e dibersioni, E cun eli il tu vantaggiu Passaba li ni e ' dì che dì di Maggiu. 8t Ca vò disingannassi Venghia però abal' a vide un cori, Chi pai troppu fiddassi E fatlu preda d'uu insanii amori, E imparia da me Chi cha si fida peldi duglia bò Ma si lu mali è fallii A chi selvi paldì tempu in Lamentìi Pinsemu megliu all'attu Di rimedia un mali eh' è nascenti, Chi si cresci pai poggu Eha no v' è ch'iliudia simil foggu. Pensa addunca cun meggu 0 bedda, si vi hi voi tranchilla, Ch' amori è sempri ceggu E accegga in dugnunu la pupilla, E no lassa ossilvà Lu mali chi sì po' rimidià Solu la benda isciogli Da l'occi di li so' aduradorì Candu sobbra a ilcogli L'abbandona in lu lutiti a lu furari D'incunsulabil affannu Chi fazi caiu culla lu disingannu. Abà, dimmi, e ch'ilpetli Da unu elii no po elio aflliggilti? RisèWaddi l'affetti A clia po' più di tue nurrilpundilti E in me no vi pinsà Un omu com' e me, lassal'andà. Pensa a lu mè illadda, Pensa a lu toju punì chi t' impolt» Eiu soggu liaddu, E lu lu sai be', no sei isciolta, E chilta lezioni Mircsci seria e longa riflessioni Tu senza libaltai Eju isciabu pa sempri cantu campu, E comu pudemu mai Vidè di cuntinlezia un solu lampu? Ah, chi si zi liemu, Infclizzi pai sempri noi semu! Ma, e chi diggu lià, Si in brebi zi debissimi isciugli? 86 Tu ti ni dcbi nndù Ed eju rellu inogglti pai pigili, M» candu tu rillessi Turraria la cosa a lu matessi. Ma daddu e no cunzessu Chi tu pudissi ili;, comu lu voi, E chi pudissimi ilpessu Liberanienti cunviisù fra noi, E clia po' assigurà, Chi debia tju inogghi sempr' iltà? A un riflessu tali Mi s' infredda lu sangu di li veni, E in ngunia multali Mi pongu, si rifletti! a eli iddi peni Chi proba dugn' il tanti Cha si vedi Imitami un caru amanti. Sabbè d'essiri amaddu Sintl ch'ani' eju puru cun passioni Ed essemnii nigaddu Lu cuntatii li mè afflizioni, Chi dura violenzia Cha po' mai suffrilla cun pazenzia? bl Eju già fassiguru Ch'una tali vìjttì in me no aggi 11, l\ù soggu tanlu duru Pai pudemmi vanii d'un tal cur.nggiu Dunca lu mogi in ù Tu pensa a la to' parò, ed eju a me. In tal modu cuntenta ruttali viti tu ed eju ancora, Palchi già mi lulmcnla, Bedda, e l'amammi, ti dizisi anzora, E la to' tenirezia Mi piena lu cori d'amarezia. Chi si ancora vuoi Oltinadda in l'impegni] persili! Dimmi, e cosa ti puoi Da un tirami amori promitlì? Ileòltanni li frutti, Si be' mai cuntà si poni tulli. Sulpetli e gelosii, Maliiiconj, diflìdenzi e dissapori, Cliiliu è lu gran vihi I" lu ridenti regnu di l'amori. 88 Oh regna di pieniu Canlu di cunniscilli, abà mi penlu! Tantu più chi no sai Cai' eju sia, nè coni' cju pensu, Nè s'aggiu ofTeriddu inai Rilpetlosu a caldi' idolu l'inzensu, Nè si n' offerti aba 0 si d'inogghi innanzi l'aggiu a fà. In la mnriddu eh' hai Bedda, ballanlimenli no prubesi Chi no z' è fìdiltai E chi solu a gran cura l'allibesi, La pìbara in In senu Par inundà. lu pellu di vilenu. Cantu beddi prumissi Non li fesi eddu, e cantu giuramenti Di non mai paltissi Da le chi dizia ama lenaramenti, E abà cun chi t'agalli? Cun li beddi prumissi e trilli falli. E si un' ilposu biadda Cun li vinculi sacri di la fedi 89 T lin cussi maltrallsdda Fidi Hai incuntrà forsì li credi In un altru ciii po' Lu vinculu sciuglì, sempre chi vo"> Forsi mi dizarò Chi chiddu in lu so fa no ha uguali Nè forsi limare Ch' un altru possia fatti tanlu mali Ma eju diggu cun dolu Chi tal' omu in lu mondu no è solu. . . ' L'amizizi sinzeri Sonni so di l'aniigghl o falsi illorj (1) Ma candu siani veri Oggi in lu mondu regna un'altr'uniori, Oggi in lu mondu impara Ch' è megliu dugna di ciambà di cara. Dunca debi limi Sciupìi li tradimenti e falsiddai, Debi sempri fuggì Senza fidatli poggu c nè assai, (1). Storie, illori», storia. Nel dial. sassarese tulli inomì femminini pi. terminano in i.Fem- raina, femmini, pena, peni, ecc. 90 Dacliì la rezza è tesa, Ilcuru a ca vi cadi, iella presa! No debi lunsigatti D'esser eju un' ilpicciu d'oneltai, Anzi pai no gabbani A cori abbellu e cun sinziriddai Ti diggu ehi soggu omu E. debi illriminlì sol' a lu nomu (l) Abà fa lu chi voi, Pensa coma ti pari e ti piazi Chi t'assiguru poi, Chi nudd'ainu più di la to' pazi, Chilla è l'unica brama Di cha mali t'ilcribi, mabè t'ama. XVI Di una giovinetta, sebbene egoista, che presenta un mazzetto di fiori al suo amante. Chilti fiori galanti Ricchi di tanti culori (1). JUrimuntì. Log. islremuntire, cioè tremare, paventare, — ilpicciu, tpccchio 91 Riggolti cun li me' mani, Li mandu a lu me' amanti, Timu chi l'altri vaggiani Ponghiani di mal' umori, Ma s' eddu l'azzittarà Crebbia dia vo cribbà. XVII Di Sebastiano di Branca Conforto che manda in lettera ad nn^ gentil donna Sassarese alla quale avevano barbaramente assassinato jl marito. L'affannu lu dulori Si po' ciamà villù s' è mudiraddu, L'omu chi nasci mori, Pai muri eddu puru e diltinaddu, Cussi li chi vibimu 0 d'unu modu, o di l'altru zi murimu. Un vibenti immultali Mancu pai fauni casu s'è fingiddu, Rifletti a tali e tali Ch' è moltu conV ù molta lo' mariddu. 92 Cussi balbara marni Ch' appugnalesi a Zesaru Romanuf Cussi, suredda amadda, Lu di fa chi cunveni già lu sai Mùllraddi risinnadda A la saula divina volunlai. E cuti atti pilfelli Lassa in manu di Deju li vindelti. In lu prisenti illadrlu Si cju no ti cùmpallu, raolghia eju! M'incontru abà maladdu Nò ti possu mullrà lu cori meju, Ma chissà tirannia Si cju era iltaddu sanu t'inipidia. Abà cun cori folti Resiiti a li dilgulti, a li dilmaj, Ammitli l'accunolli, E fa viltù di la nczzessiddai, Ch' è massima prudenti ^Mudirà l'ilfogaddi sintimenti. Dilpensa a lu lò cori Calcli'ombra di rilpiru eh' è rasgioni..' MCP ■ -ì^^****-^. 93 Si che sì, non si mori Chi nisciunu s' è moltu d'afflizioni, E s'in poggu rilpiri Risaltare a tanti e tanti tiri. Eju non ti prltendu Chi ciambi in alligna hi dilgultu, Gli' ancora bè cumprcndu L'effetti d'un dulori tantu giultu, Solu sì vularia Chi ti multresi digna di Luzia (1 ). La chi diggu, si credi, Credi Chi Iu me' mali è dupplicaddu, Tu paddi ma no vedi Eju veggu, e m'affanna lu chi pachili Chi la me' maladdia Mi poni qualchi volta in agonia. Rifletti, comu iltai, Soggu chi abaiò qualchi cunfollu, Eju no zessu mai Di suppultà In meju, e lu to' tollu, Tu pregni solamenli Eju senza pignì, soggu duleuti. fi). Lucia, pare che alluda ad altro fatto 94 Impignaddi suredda, Patch) no vazzilleggi in tànt'affannu, Di sajelta niedda Aggiùltaddì un viltiri pai chafch'annu, Chi vidèndiddi tutti, Nisciunu ri fi a ri cun occi oscilliti. Occulta chiddi cosi Chi tò mariddu usaba sendi vibu, SulFraggi piaddosi Applicali cun cori cumpassibu Ch' in hi loggu eh' abita Di suffraggi talvolta nezzissita. Mira e rifletti be' Lassa solu lu mali già eh' è solu, E poni menti a me Chi cun lu cori in bocca li cunsohi, La burralca sirena Palchi lu cori in pettu t'avvilena Evita li dilgrazi Chi pòllini eoésà li to' tralpolli, Cun lu chi Diju lazi É giullu chi prudenti l'accunolti, 95 E si no ti cunsoli Poi pribà di mamma a to' figlioli. Eju altru no pritcndu E tu si cumpli chissu, cumpli tutlu L'iltà sempri pignendi É finilti la vidda senza frutt i, Palchi cun li sulpiri Lu molili a noba vidda non ni tiri. Li malessi rasgioni Ch'aggiu prupoltu a le, s'intindì voi In chi11a occasioni A to' sozari diggu, a Babbi toi Cunsuleddibi tutti Ballaulimenti abà sareddi asciutti. A candii lugraraggiu La saniddai meja, si vo' Deju, A tandu lassadd'aggiu Lu dalli probi di lu cori meju Ch' in cbilta occasioni Altru no possu l'alti che canzonici). fi) Seguita un'altra canzone in cui descri le cireuslaiue dell'assassinio con impreca 9G XVIII Di Maria Grazia Mureddu-Cossu (") Ad una amica, assicurandola del suo a more, nell'atto di sua partenza. Amigga, da tanti volti Fidiltai aggiu giuraddu, Lu me ' cori è oLbligaddu D'amalti fin' alla molti. Amigga, a chi selvi fatti Protetti di lant'afleltu? Si t'aggiu impressa in lu peltu E si li zelchi, l'agatti Cun chilli, c altri ritratti Cu' hai villa tanti volti. zioni contro l'assassino che fu un tal Antonio (lapponi. , (*) Morta il 2 Fehb. 1873. Donna d'ingegno che senza mancare ai doveri di famiglia si dilettava a comporre anche poesie italiane e Logudorcsi delle (piali fece cenno il Manto- gazza nei suo Profili. V. Canzoni popolari App. Cagl. 1865, p. 145 e sacre p, 278. Ha lasciato un \olumelto Mss. di sue poesie che spero di aver dulia di lei famiglia. 97 Ch' una vera simpatia Tra me, e te vi cui risi, E ancora ti dizisi Chf era una vera mania, Di nobu ripilì dia Fidiltai aggiu giuraddu. Pai me tal' inclinazioni Non nasci senza mutibu, Lu to' ilpiritu vibu Currilpondi huoru, ecc. 100 XXI Dr Autore Incerto Un amante disperalo che invoca la morte. Molti, dalli cuidaddu, Pónimi in la sipultura, Già chi lantu poggu dura La diccia d'un dildicciaddu (l) Già chi tantu insussiltenti D'un dildicciaddu è la gloria, Puoi lassà in la gei.ti Di la me' vidda mimoria, Lassa sok) pa l'iltoria iFania d'un disingannadHu Lassami silviddu in chiltu, Molti chi vogliu muri, Già chi la sotti d'un triltu E molli senza nasci, Apprisurami la di, (2) Chi soggu abati infaddaddu. t(t) Diccia t fortuna: dildicciada, infelice, .(2) Apprisurà, affrettare. lOt Pigliami (fogna rilpiro, Molli, chi molgu cunlentu, A. te ciamu, a te sulpiru, Fanni di me sinlimentu E li piùari a lu ventu Manda d'un sinlinziaddu! S'eddu è chi mi vuoi hè, Molli, di me chi ni fai? Sappi, l'ammazza o me, Òhhara è di cariddai, E sarà tialbariddai Si mi dassi lu fiaddu. (1) Sarà molli sahhnridda, Si veni pai hona sotti, Oggi lu lassammi.in vidda M' è chilta edda una molti, Veni, chi cun cori folti Molgu, e molgu accunulladdu. (%) Non taldà più, molti cara, Sàrrami l'occi ti pregu, • ^„P assi ' la>ci < ancl,e in Log. s'usa Io scai»- gio dell l i n d, Dassare, Lassare. (2; Confortalo. t\ Giù chi in la luzi ciara Soggu oggi cun l'occi ceggu, Mòlli-addi amigga cuti meggu Fia'a videmmì inianaddu. Motti datti cuidaddu -^@>i3S25<£=- XXII Di G. Cossu Solinas Manifestazione di stima. Canto notturno alla finestra dell'amata. Si vuoi un fideli amanti Prclta tutta l'attenzioni, Ch'è sotlu a lu lo' balconi Giult'appuntu in chill'illanli. A cantu ti vogliu dì £ lu citi polisti ilplicà, Pregu, cara, d'ilcultà, E poi bè tona drummì. Ma lilpondi, no, o si E rilpondi in un 'il lutili. Bilpondi forsi, no Tuoi, 0 no mi vuoi ilcultà, Vide mi vuoi ilpirà Sott'a li balconi tuoi Si lu brami e si hi puoi, Dimmi solu a li lo' incanti. Zelca ja par anni e anni D'amori in l'ilcoia be, Cbi t'iltimia com'è me Allru no puoi incuntranni. Però intendi li me' affanni Li me' gridi tanti e tanti, Ma riIpondi no o sì, Cara, si sei cumplidda, Tutta ò loja la me' vidda Si mi vuoi fa muri, Ma li debu sempri di Achiltallu si tu vanti. No sarà mai cridibili Ch' un altru cori eju bramia, Ch* un altra in tal modu ciamia Mira chi no è mai pussibili, Dimmi solu s'è impussibili Lu chi bramu in li me' canti. 104 Già tilu debu giura Par un ditlu onnipotenti D'iltimalti elernamenli, Cara, no, non dubita, La rilpolta debi da K sarà pai me ballanti. Tanta grazia debi fù, S' è chi no vuoi ammazzammi La rilpolta di mandammi, Megliu di dammila abà, E ti possu assigurà In faccia a tutti li Santi. Pregu fammi lu favori Di turrammj la rilpolta Lu sì o nò poggu ti colta Ma lu no è gran dulori, Dimmi s'hai in peltu amori, 0 un cori di diamanti. L'amorosa fantasia 0 dulmiddu, o iscidaddu Mi figura accumpagnaddu Scmpri in fella c alligna, Cara, in la lo' cumpagnia D'abè lu me' coti vaiilu. Chi si tu fussi più dina Di lu malmuru africanu, E elii sempri amessi in vanu La to' amabili figura, Fina mc-ltu in sepullura, Vidare la me' ombra erranti. Bedda meja, e chi vuoi dì A li me' lamentazioni? Dimmi, dì, s'aggiu rasgionì Sulpirà e di pignì, Ma non possu più vibl Da te un'ora già dillauti. In lu to' geniu amurosu Si chi tu bè mi rilpondi, E amurosx currilpondi Cun lu lo 1 tratlu vìlluosu, E m'azzelti par ilposu Lu più fidu c più brillanti. 4O4 &00.\tll>J luJji'li'JiJl ili O «S Ringrftziallì dunca inlendu Già chi sei tant'amurosa, 106 La me' onra, amanti ilposa Chi rilpondi già cumprendu, Milli grazi eju ti rendu Amurosi tarili e tanti Sì vuoi un fidel'amanti. XXIII La primavera Stornello che cantano i ragazzi nell'ava vicinarsi la primavera. Veni, o cara Primavera, Veni a rallegrazzi tutti Cun li to' fiori e frutti, E lu grata allcgru alpettu, Veni chi tuttu l'affellii Ti cunsagra amanl'ilfera Veni, o cara Primavera. Strofa, o principio di canzone popolare che io una volta sentii da una donna veo- cliia, in mezzo al racconto di una giovino XXIV 107 sassarese che fu tradita da un forestiere, forse dal tempo che Sassari era governata dagli Aragonesi. Alburea, Albnrea (l) E li so' suldaddi Z' hani libaraddi Da tanta genti fca Chi zi vulia piglia Prendi e cantu z'ha. Una simil canzone è rimasta in Alghero in favore degli Aragonesi, e contro il visconte di Narbona, quando coll'aiulo dei Sassaresi, tentò di occupare Alghero, fede' le sempre al Re di Aragona. Di questo fatto parla il Manno nella storia di Sardegna voi. 2. pag. 95. Io ho potuto aver da un amico questa canzone per inlierp che principia così: 0 visconte de Narbona (!)• Cioè Arborea (Oristano) e pare che alluda quando Mariano d'Arborea nel 1369, occupo Sassari, togliendola dalle mani degli Aragonesi. La sua armata si fissò dentro città, da «li prese nome una contrada della fino ad oj- £i Carrela d'Alburea. Ben aveu mala rahòn De vos csealar la terra Del moli ali Rey de Aragona Escalada l'haveu sens falla' Mes Algner he os ha costai Los millors homes de armes Los llurs raps y lian dexial Ab molla ballestreria Svergadas ab baldon Muiran, mitiran los francescs (1) Que lian fet la trahiciòn Al moli ali Rey de Àragòn XXV D'autore Incerto Dimostrazione d'amore constante Non cidi chi lu mè cori Giambia canlu in inondu duru,. (I) Il Visconte aveva mandato contro Al- f]ìfjo 300 cavalieri e 156 balestrieri che sorpresero la città di notte tempo. 10«J Fideli «oggu e siguru Sinzeru a lu tò amori. Alma chi iltai insirradda In l'inlragni di lu pettu, Dilli si l'aggiu ìslimadda, Deh! lu mostrali l'affetlu Si l'aggiu lideli amadda Rilutali sulpirendi, Dilli chi soggu biusgendi, Suffrendi all'anni e Uulori — Cori dura, e cantu illrazi •Canti peni suffru e canti! Piena d'affanni tanti Pribu di riposu e pazi, Sulpiri di lu cori, vdzì, E vuleddi angultiosi E pa li campi amurosi Dizendi lù me amori. Ma chi diggu? chu mi polla Cha mi guida fabiddendi'? Si lu con è passiunendi E l'anima l'aggiu molla? iFiigitiba in l'etra accolta no Muri bramu in sensu mejuj Non soggu più pulenti eju Vibu d'ira in lu furori Fini chi l'inlernu sai Più di tutti alzu la bozi, Buccia n' rlbucciani assai (1) La mcja sarà la nozi, E no vidaranni mai Li sò inlenti sighì, Bedda, pai me dugna di Cunfidu in lu to' amori XXVI L'amante che conserva stima verso Yofr getto amato a dispetto di chiunque. Crebbia ca vo cribbà Digghia di me cha vo di, Chi eju fin' a muri Mai ti debu lassa — Non li debu lassa mai Dunosa fin' alla molti, E tu di ellissi rilpolli. Jl) Nel gergo popolare nozi (la noce, il buono). Ili Rididdinni in viriddai Palchi la nollra amillai Mai si debi finì. Mai s'ha finì l'affettu, Prenda meja dilicadda, Chi la paratila è dadda Di muri in lu to' pettu E chissà genti a dilpellu Zi ni voni indilpunì. \èti*à«tefè fci^k Indilpunì chissu amori Mi pari una cosa rara Si non veggu la to' cara Rigirendi iltà lu cori Pa li litighi infamadori A me non lassa paddi XXVII Satira che sentiva cantare da ragazzi pel' ìe strade, mettendo in ridicolo uno che si ■chiamava dominarla, uomo avaro e lurido» Agno Giommaria Agno Giommaria' 112 Agno Giommaria no bizi caffè A hi pidocciu dizi di vullè E la puliza di vissignoria Agno Giommaria Agno Giommaria! Agno Giommaria candii torra a casa No incontra lettu si si vo' culcà, No vi sò caddrei si si vo' pusà E la cuzina no sa undi sia. Agno Giommaria Agno Giommaria! XXVIII Di G. Cossu Solinas Soldato amante che lontano conforta sua fidanzata. La me cara, non pigili Lnss'iltà ramarli pientu, Ch'eju di te giù m'amuienlu A dugn'ora di la dì. No pignì, cara Maria, Si prisenti no mi miri, Li to' lagrimi e sulpirì So' la me' dura agonia, Si mi vuoi in alligna, Tu canta debi e ridi. L'ori chi la dura solti Da te mi vuò bè lunlanu Lu to' affannu e l'inumanu, Lu tulmcntu orrcndu e folti, Lu to' picnlu è la me' molti Lu dulori è di muri. Rifletti si tu ben sai Di lu tanlu affannu e luttu, Dimmi di, cai' è lu fruttu E di lu pignì, chi n' hai? Ma tu intantu muri fai Clia pai te pensa vibì No mi vedi a te priscnti Fin' in lu Iellu dulmendi, E fide lì rilpundendi, Sempr' a li to' pinsamenti Impignaddu c diligenti Amurosu rilpundì. Tanti volli già dulmiddu Ti vcggu in sonniu d'amori! E di duru snssu un cori Si saria intiuiiiddu Lu to' cori adduluriddu Mi dà troppa di suffri. Sappi eli■ la me' memoria, Volunlai e intindimentu, llani fattu giuramentu D'abè in le tutta vittoria Di l'affetti vera gloria In lu to' cori ottenì. Cun pignì. cara, disegni In amori la me* ruina, Già chi tu da vera reina Sola in lu me' cori regni, Si a pignì però l'impegni Rendi amari li me' dì. Lu luntanu e fidu amanti Chi tu soffri no lu nega, Però a no pignì ti prega Lu to' caru supplicanti, Si tu ridi, badili e canti Li fai un Ze\u gudì. 115 Ecco tutta la passioni In la suplica amtirosa, Dunca, la me' cara rosa In prisenti occasioni Cun la mnssim' attenzioni La debi in cori imprimi. La me' cara, non pigni! XXIX Gobbula Con questo nome in Sassari sono conosciute certe poesie giocose che sogliono cantarsi nelle solennità del Natale ed in altre circostanze per rallegrare le persone che visitano (1). Ecco il principio di una >n cui si finge che tre maestre di scuola v °gliano farsi monache, è in sostanza una satira. Di queste gobbule molto antiche se ne cantavano molto graziose, a queste ne V. pag. 13. 116 hanno sostituito delle recenti, adattale ai nuovi costumi, e così quelle andarono in dimenticanza. Bona notti la paddrona! Una nulizia bona Li ftmu sabbò ilta notti. Tre maltri d'ilcola divotli Monzi si vùlini fa E pai sempri abbandunà Voni Iu mondu di la falsiddai llcòltia bè, Mammai, Clii so olititi li mumentì Di sciubbarà unu di li cunventi Chi sia dì In so' geniu, Allora si farà lu cunveniu Cuti patti e cundizioni. ecc. XXX Di G. Cossu Solinas Pianto e pietosi sospiri di due poveri orfani alla loro difunla madre. Mamma, e ui ti sei polla? Noi in vanu ti zilchemu, E mai più no t'incuntremu, Mamma cara, già sei molta! No v'è più cunsulazioni Né la notti, nò la dì, Ma pignì, sempri pignì, E la noltra passioni, Chi la tanta afflizioni Noi non la suppultemu. A tu lutlu abbandunaddi Ilcunsuladdi soli soli, Olfaneddi li figlioli, E palchi l'hai lassaddi, E non li li hai pulladdi? Di mamm'olfani, chi femu? Non pudemmu risiili Tant'aflliiti e sulpirendi, No è vidda, chi è muri, Senza mamma nò, vibì Sempri trilli no vulemu. Era mamma lu consolli., Noltra !a felizziddai, Oggi tra li perii e guai Semu in lutlu affannu e dolu, E minori In fìgliuolu Senza mamm-i lu niiremu! Clio sarà mai hi multali Duru a li tanti ahi e ohi! E cha no piegni cun noi In li tanti e tanti mali? Veni tu, molti fatali, Chi vibì più non pudcmu! Ma l'affanni e li dulori Zi Iralpoltani a deliri, Infruttuosi li sulpiri E li lagrimi a rigori, Così vo' noltru Signori, E noi in vanu sulpiremu! Crudeli è lu noltru illaddu, Troppu balbaru e inumanu, Ma l'affannu è troppu in vanu Si l'ha Deju diltinaddu, Deju un babbu z'ha lassaddu Noi lu ringraziemu. 119 Fini fini a li guai E a li peni inumani, Signori, in li volili mani Semu, di noi pieddail A la voltra volunlai In li voltri mani semu Mamma, e ui li sei polla? Noi invanii li zilchemu! XXXI Costanza di amore. Rispetto Si m'amessi tu collanti Comu già ti vogliu liè, Tu darilli solu a me Nomu di fideli amanti Si m'amessi tu collanti. XXXII Abbiamo fatto cenno, pag. 13, 77, della classe dei braccianti delta dei zappatori, che canzonavano gli studenti. Questi pure reudevano la pariglia in tante manie- 120 re, tra le quali cito il principio d'una canzone ingegnosa e faceta. Lu zappadori è naddu a lu ribessu (l) Batlisgiaddu a lu buggiu e senza sali, Megliu è cunsulà un animali Chi no a eddu, eh' è riccattu pessu (2) ecc. XXXIII Di G. Cossu Solinas Dialogo tra due innamorati. Constanza della donna. Uomo Rosa di villa, di nomu e di fatti, Currilpondi, ti pregu a tant'amori. La vidda dulurosa, amara e trilla Vibì non possu senza la to' viltà Chi cun videtti m'hai faltu incantu, {\) A lu ribessu, al rovescio, (ì) Pessu, perduto^ cibo gettato. 121 Senza di te mi reità solu intanili, Dunca lu sai, cosa ù giù privilla, Gii vibu ilcunsuladdu e tri II u tantu Cantu tu sai, e puoi immaginalti Tra li peni l'affanni e li dulori. Donna In vanu appassiunaddu ti presenti A lu me' cori chi sempr' è fidelì La me' conllanzia vanamenli tenti Di la to' ilposa mariddu infideli, Tu chi n'osselvi sagri giuramenti Cun una amigga sari!li crudeli, E tult'ingiuliu, vili e tradiddori Inganna pensi lu me' cori amanti. U. Ingannatti non pensu, o cori amaddu Amalli credu cun sinzeru affellu Da lu momenlu chi l'aggi u miraddu Lu to' ritratti! è solu in lu me' peltu. No mi lassa, ti pregu dilpiraddu D'amara vidda a l'affanni suggellu, A lu dilpettu ch'eju par amatti Debu suffri li peni e li rigori. D. Pigliadda l'hai bona la mania 122 Vantendi amori, affetti non siuzeri Rifletti chi onelta una baltia Non può ama un omu ch'ha mugliai» Disonori e infamia saria A la to' ilposa etcrnu dilpreziu, Lu me' vuleri è solu cunsigliatti Rilpettà la to' ilposa e lu me' onori. U. Lu me' amori in furori cìambaddu Già chi sei contr'a me lant'oltinadda, Mi abarè sempri summamenti iraddu, E la to' vidda sarà limitadda Contra di le m'incontru priparaddu Cun un pugnali, ovveru avvilinadda, Dilgraziadda! o pensa d'emendati!, 0 tu da li me' mani prellu mori. D. La to' idea veramenti è vana Chi mi minacci cun modu inumanu, No mi cridì Lucrezia la Romana, Nè tu sei Tarquinu lu romanu, Chi cuna mancia disonella insana L'obblighesi l'infami a ilpada in manu: Ma pai le vi sarà dia cuntenitli Si sei tiranu, vi sa superiori. 123 Finila, fini, no zilcammi più, Rilpelta lu me' onori la me jenti, Ch'amu megliu onoradda «ilvitù In puballai ma onoruddamenti, Di tali simimenti no sei lu Comu senza cunsienzia e impudenti, Eju no lasso però d'nmminlatti, Si fui chissà sei un tiadiddori! XXXIV Rispetto Un soldato clic si porta a visitar di notte la sua fidanzala. Olà, o cara a isciddatti, Ti prega lu lo' amanti appassiunaddu, E giunlu a visitatti Di lintori lu cabbu ben bagnaddu, Allreltanlu sudori No versesi in lu campii di battaglia, Pudia in taulu lintori Naufraga l'Aullriaca canaglia. XXXV Canzonetta die soleva sentire cantar d<* V 12i ragazze innocenti sbrigando i lavori domestici. Lu soli di Sant'Anna Veni a lu me' balconi, Vini ddinni lu me' fiori Abali chi no z'è mamma. XXXVI Altra versione della strofetta riportala a pag, 80. Lu pobaru mai ha bè E da inui vinara? Candii pensa un palmu alza Setti palmi a fondu z'è. XXXVII Altra versione del rispetto riportato a pag. 73. Si ti poni rnonza, cori, Comu hai lu pinsameutu, Eju in lu lo' cur.venlu M'aggiu a punì cunfissori. 125 XXXV111 Strambotto. Sogno dell'amante eli'era tnorlo nelle braccia dell'amata. L'altra notti a sonnu iscioll» In l'ora chi più drummia, Mi dizi la fantasia Lu to' caru amanti è moltu! L'altra notti a sonnu iscìoltu Ch'era cun teggu abbrazzaddn Eju mi soggu sugnaddu Ch'era in brazzi toi moltu. L'altra notti a sonnu iscioltu Ch'era in un campu amenti Tra l'elbi veldi e lu fenu .E l'odurosi fiori. XXXIX Altro d'una donzella alla quale la madre voleva dar marito un vecchio. Mamma chi mi vub-ddi cujubà, 126 Cujubà mi vuleddi c dammi un vecciu.. Un vecciu no lu vogliu pai mariddu Chi iu vogliu pizzinnu com'è me, Eddu in li zinquanta dizi eh'è, Eju lu dizennobi aggiu cumpliddu, Unu vecciu no lu vogliu pai mariddu. XL Di Autore Incerto Lamenti d'una donzella che fu tradita dal suo amante. Trenl'anni e più fide li Chi lu pettu e lu cori t'offirisi, A dugna to' piazeri Cun tutta voluntai mi riddisi, E oggi pngaddu m'hai Infideli, cun tanta crudiliai' Rifflèltibi, inumanu! Chi tu forsi la credi una viltù, No è da Criltianu Cand'unu paga cun ingentilii, Rifletti in la me' sotti E tu no dei pinsà nessi a la molli? 127 Li me' notti passaba Pinsendi in l'ausenzia e in lu ritiri! E cha mi cunsulaba? Lu pienlu, l'ohi! e l'alii,e lu sulpirn, È erudii lu dulori Chi mi suvralta pa lu to' rmori. Candu no li vidia Pai me era zent' anni un sol mumenlu, Lu me' cori dizia La pazi, l'unioni e lu cunlentu, E oggi s'è risiivaddu A pigni cun dulori lu me' iltaddu! V'è in Deju un amiggu Chi una di ti debi giudiggà, Meritcndi caltiggu Comu mai pudetti paldunà? Paldunà a cha si penti fi chiltu lu sabbi-mu ziltamenli. Dolchi, rii e funtani Canl'èraddi pai me diliziosi! Oggi mi seddi eltrani Vinendi a lu me' cori luttuosi, E .già chi giunti seddi Aggiuddèddimi a pigni si lu pudeddi, "~" ^ijjj s ^a*-— * 128 XL1 Cantala dell'amante sotto la finestra dell'amata, lamentandosi dei patimenti. hi notti ch'flggiu passaddu Pinsendi a lu to' dulori, Contèndi qualti e ori Mancu l'occi aggiu sarraddu. Poltu mi soggu a cuntà L'ima, li dui, e li tre Forsi pai vidè a le Alla luzì di la luna, Yeggu chi l'aria è bruna E lu zelu in crudillà Gesù! c chi notti ileura Chi li lampi so gitlendi No lu vedi ch'è trunendi, (Tj E lu tantu cori dura! Gesul.c chi notti oleura La notti ch'aggiu passaddu\ e&aa^^^m^ 0 ****- (1) Tuonando.